Archivio per gennaio, 2007

 
Pavel Florensky, un martire della Chiesa Ortodossa, è stato chiamato "il Leonardo da Vinci russo." Maestro delle più svariate discipline, fu allo stesso tempo un genio matematico che divenne famoso nei campi dell’astronomia, della fisica e dell’ingegneria elettrica; un poeta di talento, musicista e storico dell’arte; un linguista ed etimologo versato in greco, latino, nella maggior parte delle lingue europee e in quelle del Caucaso, dell’Iran e dell’India; così come un originale pensatore religioso e metafisico. Era una personalità talmente rara da non essere a tutt’oggi pienamente compresa.

 Guardatelo Bene….cosa dite che dovrei credere alla reicarnazione…..era anche prete!!!!!!!!!!                       

Grande Pavel

Pubblicato: 31 gennaio 2007 in Cultura

Tutto passa, ma tutto rimane.     Questa è la mia sensazione più profonda: che niente si perde completamente, niente svanisce, ma si conserva in qualche modo e da qualche parte.

Ciò che ha valore rimane, anche se noi cessiamo di percepirlo.  Così pure le grandi imprese, anche se tutti le avessero dimenticate, in qualche maniera rimangono e danno i loro frutti.   Perciò, se anche ci dispiace per il passato, abbiamo però la viva sensazione della sua eternità.   

Al passato non abbiamo detto addio per sempre, ma solo per breve tempo. Mi sembra che tutti gli uomini, di qualunque convinzione siano, nel profondo dell’anima abbiano in realtà questa stessa impressione. Senza questo, la vita diventerebbe insensata e vuota.

Pavel Florenskij  (n. in Azerbaijan nel 1882, morto fucilato nei pressi di Leningrado l’8 dicembre 1937).

Vangelo del giorno

Pubblicato: 31 gennaio 2007 in Ad gentes

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Marco 6,1-6.

Partito quindi di là, andò nella sua patria e i discepoli lo seguirono.
Venuto il sabato, incominciò a insegnare nella sinagoga. E molti ascoltandolo rimanevano stupiti e dicevano: «Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue mani?
Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?». E si scandalizzavano di lui.
Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua».
E non vi potè operare nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi ammalati e li guarì.
E si meravigliava della loro incredulità. Gesù andava attorno per i villaggi, insegnando.

Un Dio…..paradossalmente con le mani legate, il vangelo di oggi ci dice una cosa interessante……Gesù non potè operare nessun prodigio, Dio davanti all’uomo che non crede, non può far nulla, più che onnipotente sembra non-potente(in senso participiale). Questa affermazione va letta in un senso soggettivo, e non intacca la volontà salvifica universale che Dio ha sugli uomini, dove si applica la sua onnipotenza, non intacca nemmeno la sua capacità di saper raccogliere in se tutta la storia e darle un senso(altro ambito dove si vede l’onnipotenza di Dio). L’onnipotenza di Dio, e quindi di conseguenza del Cristo, si riconosce anche nei suoi atti creativi, in genesi Dio crea un uomo capace di negarLo e rinnegarLo, è quindi l’umano è un essere dalla libertà piena, che può esercitare fino alla massima negazione dello stesso creatore. Penso che l’impotenza di Gesù nei confronti di chi non crede, derivi proprio da qui…….poichè Dio non si può negare, non può togliere all’uomo la libertà di non credere che Lui stesso a creato, uno dei requisiti fondamentali perchè l’opera divina si manifesti nella creazione.

Oggi sono stato un po troppo filosofico…..scusate….vi riporto Bossuet che è più semplice
« Non è costui il carpentiere ? »

“Gesù scese con loro e tornò a Nàzaret e stava loro sottomesso” (Lc 2,51). Non perdiamo nulla della santa lettura: questa è la parola dell’evangelista, che cioè ”scese con loro a Nàzaret”. Torna alla sua ordinaria condotta, a quella dei suoi genitori, nell’obbedienza. È forse questo che egli chiama misticamente “scendere”? Comunque è vero che rimessosi tra le loro mani fino al giorno del suo battesimo, cioè fino all’età di circa trent’anni, non fece altro che obbedire a loro… È dunque forse questo il solo impegno di Gesù, del Figlio di Dio? Tutto il suo lavoro, tutto il suo esercizio è quello di obbedire a due creature? E in che cosa obbedire loro? Negli esercizi più piccoli, nella pratica di un ‘arte manuale.
Dove sono coloro che si lamentano, che mormorano quando il loro lavoro non risponde alle loro capacità? Che vengano nella casa di Giuseppe e di Maria, e vi guardino lavorare Gesù Cristo… Gesù ha detto di se stesso che “era venuto per servire” (Mt 20,28)… Certamente  lavorava nella bottega di suo padre… Ma dopo quello che è stato scritto della sua educazione da San Giuseppe, non si sente più parlare di questo santo uomo. Per questo all’inizio del ministero di Gesù Cristo, quando venne a predicare nella sua patria, si diceva : “Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria?” – Come colui che avevamo visto… tenere il negozio, sostenere con il suo lavoro una madre vedova e mantenere il piccolo commercio di un mestiere che li faceva sussistere ambedue…
Gesù, figlio di un carpentiere, lui stesso carpentiere, conosciuto tramite questo esercizio, senza che si parlasse di un altro impiego né di un’altra attività… Che coloro che vivono di un lavoro manuale si consolino e si rallegrino: Gesù Cristo è solidale con loro. Che imparino a lodare Dio lavorando, e a cantare salmi e santi cantici; Dio benedirà il loro lavoro, e saranno davanti a lui come fossero degli altri Gesù Cristo.

IL FIGLIO DEL DOLORE (A.Celentano)
Tu mi sfondavi col tuo corpo mentre due dei tuoi si divertivano a tenere larghe le mie gambe e ogni volta che spingevi con rabbia lo facevi mentre di dentro morivo dal dolore! Con uno straccio in bocca fermavi le mie grida e quando poi esausto da me sei uscito a turno i tuoi compagni han ricominciato tu ridevi mentre sanguinavo! La tua malvagita nel mio grembo morirà perchè è proprio dal mio grembo che rinascerai, e mentre in cuor mio per sempre morirai come un fiore dal mio grembo tu rinascerai!
Tu vuoi far nascere colui che giudicherà chi violentò la mamma sua nel giorno che lo concepì io guardarlo non potrò se un dì mi chiamerà e mi racconterà che lui è figlio mio, lui mi disprezzerà e io maledirò il giorno che la madre mia mi partorì e mi abbandonerà e non avrà pietà per le lacrime che io verserò!
Tu gli racconterai che tu non eri tu ma solo il frutto di quell’odio di chi amare non sa, figlio mio gli dirai la mia malvagità morì quel giorno che nascesti nascesti tu e gli dirai che tu pagherai i tuoi crimini di fronte agli uomini e poi davanti a Dio, così lui capirà che il suo vivere è il seme di un amore che germoglierà e l’odio finirà solamente se gli uomini sapran risorgere dentro di se! E l’odio finirà solamente se gli uomini sapran risorgere dentro di se! E l’odio finirà solamente se gli uomini sapran risorgere dentro di se! E l’odio finirà solamente se gli uomini sapran risorgere dentro di se! E l’odio finirà solamente se gli uomini sapran risorgere dentro di se! L’odio finirà solamente se gli uomini sapran risorgere dentro di se! L’odio finirà solamente se gli uomini sapran risorgere dentro di se!
“E l’odio finirà solamente se gli uomini sapran risorgere dentro di se!” la frase finale ripetuta così fino a smorzarla piano piano dopo una canzone che tiene il fiato sospeso, l’immagine è chiara la violenza peggiore di tutte il rovinare la cosa più dolce che esista l’amore, pensate alle volte che anche noi gli togliamo la dolcezza l’amore lasciandolo solamente frutto di piacere, magari solo a parole ma lo rendiamo un piacere personale e non il frutto della dolcezza dell’amore, rovinando così le cose belle come spesso siamo abituati a fare! Rendendo ridicolo chi difende la pace e facendo monumenti ai grandi combattenti a chi con la forza si fa rispettare! C’è come una sorta di odio verso il bello verso la dolcezza! Una canzone bellissima ci porta a vivere questa storia, la violenza degli uomini che pensano al piacere di loro stessi che cercano piacere nella violenza e non nell’amore e compiono un atto che è tra i peggiori frutti dell’odio che si possa avere! Ma da questo atto nascerà un bambino figlio della violenza porterà amore! Figlio della violenza la fermerà, figlio della violenza la vincerà!  “mentre in cuor mio per sempre morirai come un fiore dal mio grembo tu rinascerai!”! E poi c’è quest’altra frase stupenda “tu non eri tu ma solo il frutto di quell’odio di chi amare non sa” tutti noi siamo destinati a essere amore ma no era oscurato dall’odio quell’amore e quindi un frutto di quell’odio di quel ripudio verso l’amore! E’ davvero una canzone piena di sentimento parla della malvagità dell’uomo che riesce a essere peggiore degli animali ma poi c’è la speranza come in ogni canzone dove c’è secondo me,un messaggio Cristiano ed è il futuro questa speranza “E l’odio finirà solamente se gli uomini sapran risorgere dentro di se!”! Il sottofondo musicale è quello della guerra quale migliore esempio di odio? Ma anche qui c’è la speranza, la speranza del cristiano!

 

IL FIGLIO DEL DOLORE – CELENTANO E NADA


7301

Eutanasia

Pubblicato: 30 gennaio 2007 in Martini
Il cardinale Martini e l’eutanasia: quando è lecito abbreviare la vita
Per l’ex arcivescovo di Milano, al malato grave spetta in ogni momento il diritto di far interrompere le cure che lo tengono in vita. No, gli obietta il presidente della Pontificia Accademia per la Vita. Ma il vero scontro è tra Martini e il papa

di Sandro Magister

ROMA, 30 gennaio 2007 – Nove mesi giusti dopo il clamoroso manifesto di opposizione al papa regnante da lui pubblicato sul settimanale italiano "L’espresso" – su fecondazione artificiale, embrioni, aborto, eutanasia – il cardinale Carlo Maria Martini è tornato sull’ultimo di questi temi, l’eutanasia, con un articolo apparso il 21 gennaio sulla prima pagina dell’edizione domenicale di "Il Sole 24 Ore", il maggiore quotidiano economico-finanziario d’Italia e uno dei più importanti d’Europa.

Anche questa volta il suo intervento è stato letto come una critica alla linea papale di opposizione assoluta alla "dolce morte" intenzionalmente causata.

E anche questa volta – come già nove mesi fa – i media cattolici ufficiali hanno avvolto di silenzio il pronunciamento del cardinale Martini, amplificato invece dai media laici.

Ma una controversia che vede in campo i massimi leader della Chiesa mondiale, su posizioni difformi e su temi di tale portata, non può rimanere occultata, dentro la stessa Chiesa.

È una controversia che ha il suo caso scatenante immediato, i suoi antefatti, i suoi sviluppi.

IL CASO WELBY

La vicenda che ha spinto il cardinale Martini a intervenire di nuovo sul tema dell’eutanasia è quella di Piergiorgio Welby: un malato grave che – come ha scritto lo stesso cardinale – "con lucidità ha chiesto la sospensione delle terapie di sostegno respiratorio, costituite negli ultimi nove anni da una tracheotomia e da un ventilatore automatico".

Nelle ultime settimane del 2006 la richiesta di Welby di interrompere la propria vita ha scosso l’opinione pubblica a Roma e in Italia, con un’intensità quasi pari alla precedente vicenda di Terry Schiavo in America. Ha coinvolto e diviso la comunità cattolica, la comunità scientifica e il mondo politico, con forte mobilitazione dei sostenitori di una legalizzazione dell’eutanasia. Welby giaceva infermo, ma sempre lucido e capace di esprimersi, nella sua casa di Roma. La moglie, la madre, la sorella sono cattoliche praticanti. Di lui, invece, la moglie ha detto: "Non so se pensasse davvero che esistesse un al di là o se credesse in Dio". In ogni caso, attorno a lui e nel suo nome, nei giorni prima e dopo la morte, si è celebrata sotto gli occhi di tutti una laica liturgia fatta di veglie notturne, di solidarietà data e impetrata, di campagne umanitarie, di commozione natalizia.

La morte, procuratagli da un medico, arrivò per Welby tre giorni prima di Natale. E alla richiesta fatta dalla moglie di un funerale religioso, la diocesi di Roma – di cui è vescovo il papa, con il cardinale Camillo Ruini come vicario – rispose con un no così motivato:

"Perché, a differenza dai casi di suicidio nei quali si presume la mancanza delle condizioni di piena avvertenza e deliberato consenso, era nota, in quanto ripetutamente e pubblicamente affermata, la volontà del Dott. Welby di porre fine alla propria vita, ciò che contrasta con la dottrina cattolica". Fermo restando il dovere della preghiera.

Al diniego dei funerali religiosi, i familiari, gli amici e i sostenitori di Welby risposero celebrando un rito laico nella piazza antistante la vicina parrocchia. Era la mattina di domenica 24 dicembre. A mezzogiorno, all’Angelus, Benedetto XVI disse alla folla che riempiva piazza San Pietro:

“Nel Dio che si fa uomo per noi ci sentiamo tutti amati ed accolti, scopriamo di essere preziosi e unici agli occhi del Creatore. Il Natale di Cristo ci aiuta a prendere coscienza di quanto valga la vita umana, la vita di ogni essere umano, dal suo primo istante al suo naturale tramonto”.

E l’indomani, nel messaggio natalizio "urbi et orbi", alla città e al mondo, Benedetto XVI disse ancora, parlando dell’uomo del nostro tempo:

“Si presenta come sicuro ed autosufficiente artefice del proprio destino quest’uomo del secolo ventunesimo. Sembra, ma così non è. Che pensare di chi sceglie la morte credendo di inneggiare alla vita?”.

In larga parte del mondo cattolico italiano, tuttavia, il sentimento diffuso era d’altro tipo. Il 10 gennaio "Avvenire", il quotidiano della conferenza episcopale italiana, pubblicò una parte delle numerose lettere ricevute sulla vicenda Welby. Erano tutte contro la decisione di negargli i funerali religiosi. Solo la nota del direttore di "Avvenire", Dino Boffo, prendeva le difese della diocesi di Roma.

Su questo sfondo arriva l’articolo del 21 gennaio del cardinale Martini su "Il Sole 24 Ore".

"IO, WELBY E LA MORTE"

Già il titolo dell’articolo entra nel cuore della questione: "Io, Welby e la morte".

"Situazioni simili – scrive Martini – saranno sempre più frequenti e la Chiesa stessa dovrà darvi più attenta considerazione anche pastorale".

Queste poche parole saranno nei giorni successivi le più citate: universalmente interpretate come una critica al diniego a Welby dei funerali religiosi e al "cuore di pietra" della Chiesa ufficiale.

In effetti, nella successiva colonna dell’articolo il cardinale presenta la sua posizione sull’eutanasia in un modo che rende lecita la decisione di Welby – e di altri in situazioni analoghe – di interrompere la propria vita.

L’eutanasia – scrive Martini – è "un gesto che intende abbreviare la vita, causando positivamente la morte". Come tale è inaccettabile.

Diverso, invece, è il caso dell’accanimento terapeutico, ossia "l’utilizzo di procedure mediche sproporzionate e senza ragionevole speranza di esito positivo". Interrompendole – scrive il cardinale citando il Catechismo – "non si vuole procurare la morte; si accetta di non poterla impedire".

E nel decidere se un intervento medico è da interrompere – prosegue Martini – "non può essere trascurata la volontà del malato, in quanto a lui compete – anche dal punto di vista giuridico, salvo eccezioni ben definite – di valutare se le cure che gli vengono proposte, in tali casi di eccezionale gravità, sono effettivamente proporzionate".

Più avanti, Martini sollecita che si elabori in proposito "una normativa che da una parte consenta di riconoscere la possibilità del rifiuto delle cure – in quanto ritenute sproporzionate dal paziente –, dall’altra protegga il medico da eventuali accuse, come omicidio del consenziente o aiuto al suicidio".

Questa normativa – precisa il cardinale – non deve implicare "in alcun modo la legalizzazione dell’eutanasia". Obiettivo "difficile ma non impossibile: mi dicono che ad esempio la recente legge francese in questa materia sembri aver trovato un equilibrio, se non perfetto, almeno capace di realizzare un sufficiente consenso in una società pluralista".

Questa in sintesi la posizione espressa dal cardinale Martini nell’articolo del 21 gennaio su "Il Sole 24 Ore". Ma per inquadrarla meglio è utile riandare a quanto egli disse sullo stesso argomento nel "Dialogo sulla vita" da lui pubblicato su "L’espresso" nell’aprile del 2006.

I PRECEDENTI

Anche in quel suo scritto di nove mesi fa Martini sostenne che l’eutanasia “non si può mai approvare”. Ma aggiunse di non condannare “le persone che compiono un simile gesto su richiesta di una persona ridotta agli estremi e per puro sentimento di altruismo”.

E ancora: “La prosecuzione della vita umana fisica non è di per sé il principio primo e assoluto. Sopra di esso sta quello della dignità umana”.

Molte questioni che riguardano la nascita e la fine della vita – scrisse ancora il cardinale – sono “zone di frontiera o zone grigie dove non è subito evidente quale sia il vero bene”. Quindi “ è buona regola astenersi anzitutto dal giudicare frettolosamente e poi discutere con serenità, così da non creare inutili divisioni”.

Nove mesi fa le alte gerarchie della Chiesa evitarono di replicare in pubblico a queste tesi del cardinale Martini. Al punto che circolò la notizia che Martini avesse concordato in anticipo con Benedetto XVI la pubblicazione del suo scritto. Notizia di pura fantasia: al pari dell’altra secondo cui nel conclave del 2005 Martini sarebbe stato il "vero" grande elettore di Joseph Ratzinger.

Questa volta, invece, l’articolo su "Il Sole 24 Ore" ha ricevuto subito tre autorevoli risposte.

GLI SVILUPPI

La prima risposta è arrivata il giorno dopo l’uscita dell’articolo. Nel pomeriggio di lunedì 22 gennaio, aprendo a Roma la riunione invernale del consiglio permanente della conferenza episcopale italiana, il cardinale Ruini ha dedicato al caso Welby e al diniego dei funerali religiosi questo paragrafo della sua relazione:

"Una vicenda umana dolorosa, che ha coinvolto a lungo la nostra gente, è stata quella di Piergiorgio Welby. Essa mi ha chiamato in causa anche personalmente, quando è giunta la richiesta del funerale religioso dopo la sua morte. La sofferta decisione di non concederlo nasce dal fatto che il defunto, fino alla fine, ha perseverato lucidamente e consapevolmente nella volontà di porre termine alla propria vita: in quelle condizioni una decisione diversa sarebbe stata infatti per la Chiesa impossibile e contraddittoria, perché avrebbe legittimato un atteggiamento contrario alla legge di Dio. Nel prendere una tale decisione non è mancata la consapevolezza di arrecare purtroppo dolore e turbamento ai familiari e a tante altre persone, anche credenti, mosse da sentimenti di umana pietà e solidarietà verso chi soffre, sebbene forse meno consapevoli del valore di ogni vita umana, di cui nemmeno la persona del malato può disporre. Soprattutto ci ha confortato la fiducia che il Dio ricco di misericordia non solo è l’unico a conoscere fino in fondo il cuore di ogni uomo, ma è anche Colui che in questo cuore agisce direttamente e dal di dentro, e può cambiarlo e convertirlo anche nell’istante della morte".

In almeno due passaggi le parole di Ruini si oppongono alle tesi di Martini. Là dove il vicario del papa definisce "contrario alla legge di Dio" il comportamento che per Martini sarebbe invece legittimo. E là dove afferma che "nemmeno la persona del malato può disporre" della propria vita.

Ma la replica più diretta, puntuale e sistematica alle tesi di Martini è arrivata martedì 23 gennaio da un articolo di Elio Sgreccia sul "Corriere della Sera", il grande quotidiano di Milano, la città di cui lo stesso Martini è stato arcivescovo dal 1979 al 2002, prima di ritirarsi a Gerusalemme.

Sgreccia, vescovo titolare di Zama e presidente della Pontificia Accademia per la Vita, è da vari anni il più autorevole rappresentante delle posizioni ufficiali della Chiesa in materia di bioetica.

A Martini, Sgreccia obietta anzitutto – citando l’enciclica "Evangelium Vitae" di Giovanni Paolo II – che l’eutanasia è tale anche quando è "omissiva", ossia quando omette "una terapia efficace e dovuta, la cui privazione causa intenzionalmente la morte". E la sua inaccettabilità morale è identica: sia quando l’eutanasia è attivamente posta in essere, sia quando è omissiva.

Inoltre, Sgreccia afferma che "il medico, pur avendo il dovere di ascoltare il paziente, non può essere ritenuto un semplice esecutore dei suoi voleri: se riconosce la consistenza dei motivi del rifiuto, dovrà rispettare la volontà del paziente; se invece vi scorge un rifiuto immotivato, è tenuto a proporre la sua opposizione di coscienza […] ed eventualmente dimettere il paziente che gli è stato affidato come responsabilità".

Sul piano tecnico-scientifico compete al medico la valutazione della "proporzionalità" o no delle terapie praticate, che è doveroso sospendere qualora si rivelassero senza ragionevole speranza di esito positivo.

Compete al paziente, invece, la decisione di far interrompere terapie che sono sì "proporzionate" sotto il profilo scientifico, ma sono ritenute da lui insostenibili in rapporto alle concrete sue condizioni "fisiche, psicologiche, sociali ed economiche".

Di conseguenza, la legge francese indicata come modello da Martini è per Sgreccia moralmente inaccettabile:

"L’automatismo instaurato dalla legge francese (art. 6), secondo la quale qualunque rifiuto delle cure da parte del paziente deve essere accolto ed eseguito dal medico (dopo aver spiegato al paziente gli effetti del rifiuto), può configurare un’eutanasia omissiva sia da parte del paziente sia da parte del medico".

Insomma, nella replica di Sgreccia, quasi niente si salva delle tesi del cardinale Martini.

Indirettamente, ha replicato a Martini anche il segretario generale della conferenza episcopale italiana, il vescovo Giuseppe Betori. Domenica 28 gennaio, in un’intervista al primo canale della TV italiana di stato, ha detto:

"Su un tema come questo la politica vuole legiferare troppo. Mi sembra che si voglia svuotare il ruolo del medico e affidare invece la decisione all’arbitrio della persona, che poi è influenzata da pressioni ideologiche molto evidenti".

Tornando al caso Welby, il paradosso è che mentre il cardinale Martini esclude di ritenerlo un atto di eutanasia, tale l’hanno definito più volte i suoi familiari e i sostenitori di una legalizzazione dell’eutanasia in Italia. Il più in vista di questi, il professor Umberto Veronesi, oncologo di fama mondiale, in un’audizione in parlamento l’ha anche definito senza mezzi termini "un suicidio".

Pacs

Pubblicato: 30 gennaio 2007 in Cultura

Famiglia e Vita

PACS sì e PACS no

 interessante riflessione scritta dal Vescovo di Alba, monsignor Sebastiano Dho.

* * *

RISPETTO PER LE PERSONE e RISPETTO PER LE FAMIGLIE

Da tempo magari a fasi alterne, si sta discutendo anche animatamente a diversi livelli circa l’ipotesi di riconoscere con apposita legge le coppie di fatto sia etero che omosessuali. Diciamo subito che non è per nulla facile riuscire a capire bene ciò che s’intende di preciso, tante sono le proposte e soprattutto le interpretazioni in merito, spesso non certamente disinteressate. Nel tentativo di fare un tantino di chiarezza ci sembra che siano necessarie due premesse e tre puntualizzazioni. Innanzitutto, in questa sede intendiamo cercare ed indicare una valutazione etica oggettiva dei grandi valori in questione e non ovviamente giudicare, tanto meno condannare le persone eventualmente implicate in situazioni molto dolorose comunque e spesso sofferte.

Così pure, seconda premessa, non ci interessa più di tanto da quali forze politiche siano sostenute le varie proposte positive o negative, sovente trasversali, sapendo bene quanto sia difficile sceverare in modo sicuro le vere motivazioni delle prese di posizione, vista la scarsa coerenza non solo di vita personale ma pure di politica familiare di parecchi paladini di valori oggettivamente validi. Non prendiamo poi neppure in considerazione la ragione tanto citata circa il "dovere" di aggiornare le leggi italiane a quelle di altri stati, quasi che la morale cambiasse con i meridiani o i paralleli.

1. Il matrimonio e la famiglia per i cristiani seri

A scanso di ogni possibile equivoco, anche se dovrebbe essere superfluo il ricordarlo, per i credenti cristiani seri (è bene notare l’aggettivo qualificativo!), l’unica forma di unione coniugale non solo lecita ma ben più positivamente santificante e testimoniale tra un uomo ed una donna (anche questo oggi va precisato), è ovviamente il matrimonio sacramento, vale a dire quello celebrato non tanto "in chiesa" edificio, ma "nella Chiesa" comunità dei discepoli di Cristo, da persone che non solo credono genericamente in qualcosa, ma più esattamente in Cristo Gesù, e non solo ma pure nella Chiesa, in cui appunto si celebrano i sacramenti. Non è scontato questo aspetto, neppure tra i praticanti che la nostra fede è ecclesiale, non legata ad un luogo sacro fosse pure bello, artistico e carico di pathos, ma ad una comunità. Anni fa in Giappone era diventato moda da parte di non battezzati richiedere le chiese cristiane "a noleggio" per celebrare i loro matrimoni, ovviamente non sacramento, semplicemente perché il luogo era suggestivo. Si trattava evidentemente di matrimoni, sì celebrati "in chiesa" ma non "nella Chiesa".

Tra parentesi viene forte la tentazione, di citare le domande, meglio, spesso le pretese, da parte di persone per nulla legate alle nostre comunità, addirittura anche dalla Germania, Svizzera, Inghilterra, di venire a celebrare i matrimoni in alcune chiese delle nostre belle Langhe, solo perché vicine a rinomati ristoranti, quasi che le nostre parrocchie dovessero fungere da succursali degli stessi. Dunque per i cristiani veri, la realtà matrimonio-famiglia ha una volto ben preciso e non soggetto a mutazioni per nessuna ragione al mondo; qualunque possa essere o divenire la legislazione civile in proposito, nulla cambia per gli sposi credenti. Così è stato per la legge sul divorzio, così ancora più grave, quella sull’aborto, così dovrà essere, mettendo le mani avanti, su eventuali Pacs o simili. Ciò che è legale non per questo è automaticamente lecito moralmente. A costo di ripeterci, ricordiamo l’affermazione lapidaria più volte citata in merito ad altre delicate situazioni: "Nessuna legge umana può liberare le nostre coscienze". Deve pure esistere e rendersi visibile quella che E. Bianchi definisce "la differenza cristiana". Altrimenti i martiri antichi e moderni sarebbero semplicemente degli sciocchi che non sanno adeguarsi.

2. Il matrimonio e famiglia per i cittadini italiani

Messo doverosamente in chiaro il primo aspetto della questione assai complessa e spesso resa ancor più pasticciata ad arte o meno, è necessario chiederci: ma per i cittadini italiani, cristiani o no, (attenti! i cristiani però sono pur essi cittadini a pieno titolo, con pari diritti e doveri di tutti gli altri, compreso quello di contribuire democraticamente a fare leggi sagge e giuste, non in forza della fede ma della ragione comune), il matrimonio semplicemente civile, prescindendo quindi da ogni dimensione religiosa, ha o no, una sua configurazione e dignità precisa con rispettivi diritti e doveri per gli sposi, i figli e tutti gli altri aspetti concernenti la famiglia? La risposta non ammette dubbi: basta citare anche solo l’art 29 della Costituzione, tuttora, grazie a Dio, tutta in vigore. Il testo brevissimo frutto della sapienza giuridica di secoli, se non di millenni, ed inserito nella nostra Magna Carta, ad opera di costituenti, anche di ideologie diverse, ma tutti ben consci delle loro responsabilità, con un alto senso dello Stato e del bene comune, oggi difficilmente riscontrabile, recita: "La repubblica italiana riconosce i diritti della famiglia, come società naturale, fondata sul matrimonio".

Dunque in una riga è detto tutto o quasi tutto, l’essenziale. Intanto la Repubblica non crea ma riconosce i diritti della famiglia, perciò questa precede lo Stato e non viceversa, perché esiste come prima piccola ma vera società, per cui giustamente la società grande non può non prenderne atto. Su che cosa si fondi poi la famiglia chiamiamola naturale, è altrettanto dichiarato con estrema chiarezza "fondata sul matrimonio", dunque su un ‘istituzione ben precisa collaudata da millenni di storia sia pure con qualche accezione diversa ma sempre come fatto pubblico, celebrato e riconosciuto. Qualcuno di questi tempi fa notare che la Costituzione parlando di matrimonio non ha precisato tra uomo e donna e non altrimenti.

L’obiezione apparentemente suadente si ritorce fin troppo facilmente; per i Costituenti, e ripetiamo di ogni estrazione non solo cattolica, era talmente pacifico come frutto di coscienza comune ed universale che il matrimonio semplicemente umano fosse concepibile quale fonte di comunione interpersonale e di vita unicamente in chiave eterosessuale che non hanno pensato minimamente ad esplicitarlo. Tralasciando ogni altra considerazione in merito, già possiamo dedurre una conseguenza molto seria. Pare che stando anche solo a questo testo fondamentale, ogni eventuale legislazione che pretendesse di equiparare o esplicitamente o surrettiziamente il matrimonio e relativa famiglia così chiaramente delineati ad altre forme di unioni volutamente non conformi a quelle istituite attualmente, sarebbe esposta come minimo a giudizio di incostituzionalità avanti l’Alta Corte, come già hanno detto e scritto illustri giuristi di diversa scuola.

3. Situazioni di fatto, convivenze non ufficializzate

Precisato quanto sopra sia a livello ecclesiale che civile, rimane il problema che il legislatore non può ignorare: esistono coppie o comunque persone che di fatto, per ragioni svariate non hanno voluto o potuto formalizzare giuridicamente il loro legame e che a volte da molti anni condividono la loro vita in qualche modo, dal punto di vista affettivo ed anche terra terra, come abitazione e sostegno reciproco, con figli o senza, in ogni caso un rapporto non riducibile semplicemente ad una dipendenza qualunque tipo lavoro.

Prescindendo qui da ogni aspetto a ragione o torto, in buona o cattiva fede, molto enfatizzato sia per il numero di questi casi sia per motivazioni spesso discutibili, compresa la facile strumentalizzazione ideologica e politica, occorre evidentemente trovare una qualche risposta a situazioni a volte decisamente incresciose che possono provocare sofferenze ed addirittura ingiustizie. Ora senza entrare in merito ai dettagli particolari delle possibili soluzioni che sono tante e cambiano continuamente sia come titolazioni delle eventuali misure legislative sia soprattutto come contenuti, pare che comunque si debba tenere quali punti fermi almeno questi due:

– sembra equo che tenendo conto delle realtà in atto si provveda a tutelare, attenti bene per non equivocare!, non le coppie come tali, tipo matrimonio vero e proprio, ma le persone come singole implicate in queste situazioni, ad esempio per quanto riguarda assistenza reciproca ed altri rapporti quali abitazione comune ed anche patrimoniali fiduciari; quello che deve restare fermo in modo inequivocabile nella sostanza e nella forma anche a livello di termini ufficiali, come già detto in precedenza, è che in nessun modo né diretto o indiretto si parli di matrimonio e di famiglia, quelli veri istituzionalizzati; oltre tutto non sarebbe giusto poiché chi celebra il matrimonio secondo le norme comuni acquista dei diritti ma pure contrae dei doveri che le cosiddette coppie di fatto non si assumono.

– lo Stato che in qualche modo deve pure tenere conto di tutte le situazioni anche quelle anomale, non può però trascurare il suo compito primario e doveroso, quello di sostenere ben più di quanto ha fatto sinora, i matrimoni e le famiglie regolari, specie quelle deboli, povere in difficoltà di ogni genere a cominciare dalla scuola e dalla casa, come chiaramente e perentoriamente gli impone sempre la Costituzione stessa negli art. 30,31,37.

I cristiani poi, i laici in primo piano oltre che a dire i giusti no a pretese forme di matrimonio e famiglia chiaramente non accettabili, devono sentirsi fortemente impegnati ad offrire una testimonianza di vita in questi ambiti decisamente coerente ed insieme a cooperare come cittadini a difendere il pieno rispetto di ogni persona ma pure quello delle famiglie vere.

+Sebastiano Dho, vescovo

Una posizione in contro tendenza

Pubblicato: 30 gennaio 2007 in Cultura
MILANO

Kevin Harris ha 53 anni, è un discografico che lavora nel capoluogo
lombardo dagli anni ’80, sposato da sette anni con Suzanne. Nulla di
strano, se non avesse rivelato il suo passato di transessuale. Ha
cercato di raccontarlo alla trasmissione "Il Bivio", andata in onda
giovedì sera su Italia 1 e dedicata al caso di due gemelli
transessuali.

Kevin partecipava perché lo avevano invitato, ma "durante la
registrazione, quando ho esordito dicendo che ero cristiano, si è
alzato un coro di proteste. L’on. Vladimir Luxuria è partito in
quarta, mi ha interrotto e ha preteso di avere la parola. E intanto,
a me, sono venuti a togliere il microfono, fisicamente".

Pensa che l’abbiano censurata perché non era allineato alle
posizioni di Luxuria?

"Io la considero solo ignoranza, non mi sento offeso. Lo giudico un
comportamento infantile".

Ma non dare spazio alle opinioni diverse non è certo una prova di
tolleranza.

"Quello non era un dibattito: era una storia già montata".

Se le hanno impedito di raccontare la sua storia in tv, le ridiamo
noi la voce…

"Abitavo nel Sud della Nuova Zelanda, a Invercargill. Dall’età di 6
fino a 46 anni ho cercato la mia femminilità, travestendomi con
abiti da donna. Ero già pronto, in lista d’attesa, per sottopormi
all’intervento chirurgico per cambiare sesso, come un transessuale
anche se non sono mai stato gay. Ma ero cristiano e continuavo ad
andare in chiesa".

Ci andava vestito da donna?

"No, nessuno era al corrente del mio problema. La mia trasformazione
a quell’epoca avveniva soltanto in privato. Io stesso non sapevo che
si potesse cambiare. La mia frustrazione era troppa e pensavo non ci
fosse un’alternativa per risolvere la mia situazione, tranne quella
di diventare una donna. In quel momento Dio ha steso la mano e mi ha
salvato con il programma di Living Waters. Ho smesso di assumere gli
ormoni femminili, ma ci sono volute 20 settimane di corso per
ricostruire la mia identità. Poi nel 2000 mi sono sposato e con mia
moglie siamo diventati missionari".

Missionari?

"Non potevo negare il potere che Dio ha avuto su di me. Dovevo
diventare un leader e aiutare gli altri".

E sua moglie? Conosceva già la sua storia?

"Fino a quando, in Nuova Zelanda, abbiamo partecipato insieme al
corso di Living Waters, nessuno era al corrente della mia
condizione. Anche lei lo ha appreso lì, quando ho rivelato la mia
disperazione. Ma all’epoca non eravamo ancora sposati".

Living Waters, si traduce all’incirca con Acqua Vivente. Ma cosa
intende, una specie di lavaggio del cervello?

"No, è tutto su base volontaria. Diciamo che è la psicologia
applicata alla fede. Il nostro è un corso che prevede 32 incontri di
tre ore ciascuno o più flessibili e concentrati in una-due
settimane. Anche se per risolvere alcune dipendenze sessuali a volte
occorre affrontare ferite che risalgono al passato e si sono evolute
in narcisismo, in idolatrie relazionali. E in questi casi serve un
impegno maggiore".

Quanti vi seguono?

"In Italia abbiamo appena iniziato. Nel 2006 abbiamo organizzato
cinque corsi e hanno partecipato circa 150 persone. Non tutti però
avevano problemi di identità di genere, anche se d’altra parte il
problema che riguarda più o meno tutti; il corso si rivolge anche a
chi soffre, per esempio, di depressione o di mancanza di autostima".

E si paga per partecipare?

"Chiediamo un impegno di circa 100-150 euro, che servono a pagare
l’affitto della sala e il manuale".

Cosa insegna il manuale?

"È il testo di Andy Comiskey, un pastore evangelico, ex-gay, che ha
fondato nel 1980 ungruppo di aiuto per le persone che volevano
uscire dall’omosessualità. Si parte da Cristo, che è la base per
poter sviluppare delle sane relazioni con gli altri".

Un gruppo di autoaiuto, sul modello degli Alcolisti Anonimi?

"Sì, anche loro sono partiti da un fondamento cristiano – anche se
ora lo hanno abbandonato – dalla constatazione dell’esistenza di un
problema, ma anche di una forza che c’è fuori di me, più grande di
me. Ma occorre capire che con la sola buona volontà non ti curi. È
la fede a darti quella forza straordinaria di cui hai bisogno".

E per questo lei crede che sia sufficiente la preghiera?

"Noi pensiamo che sarà la verità a renderci liberi. Living Waters
insegna quali sono le cause che provocano certi effetti. Molti, che
si riconoscono nella situazione descritta durante i corsi, seguono
anche il meccanismo che aiuta a uscirne".

E intanto i media continueranno a censurarvi, come è accaduto al
Bivio. Si rende conto che andate in controtendenza?

"Living Waters non può essere fermata, è una potenza. Il nostro
programma c’era prima di loro e continuerà a crescere ancora".

Il metodo Nicolosi

Ricostruire l’identità di genere: 1 su 3 ci riesce

MILANO

Funzionano i metodi di ricostruzione dell’identità di genere. Anche
se i risultati di pieno successo riguardano solo un terzo di quelle
persone che intendono superare l’omosessualità e si orientano
stabilmente e armoniosamente verso l’eterosessualità, magari anche
legandosi stabilmente con l’altro sesso. Un altro terzo però
migliora la propria capacità di gestirsi con equilibrio, mentre il
resto "fallisce" e persiste nell’omosessualità indesiderata.

Gli approcci sono diversi tra loro, "ma noi li consideriamo
complementari ", spiega Claudio Agosta, ticinese, che opera in
Svizzera da 15 anni, dove annualmente si tengono tra i 20 e i 25
corsi di Living Waters, con una media di una trentina di
partecipanti.

"Il corso si basa sulla fede cristiana. Se manca, allora proponiamo
percorsi individuali, come quelli che si ispirano alla terapia
riparativa".

È il metodo che si rifà alla teoria e all’esperienza dello psicologo
californiano Joseph Nicolosi. Chi lo propone, come i milanesi del
Gruppo Chaire, si vede attaccato dagli attivisti gay, che temono,
come esito di tale "violenza", il suicidio. Ma nessun paziente di
Nicolosi si è mai suicidato.
In realtà, secondo Giancarlo Ricci, psicoterapeuta milanese, "la
teoria riparativa dà così fastidio perché distingue tra gay e
omosessuali. E nega che vi sia una terza natura, oltre a quella
maschile e quella femminile".

Diversamente non ci sarebbe possibilità di riorientarsi. "La tecnica
consiste nel mettere in evidenza la relazione con il padre e
ricostituire l’identità di genere e lamascolinità", spiega Ricci che
nella sua esperienza clinica, in 9 casi su 10, riscontra problemi di
identificazione con il padre. "La situazione classica è: "Mia mamma
si divertiva a vestirmi da femmina". E si tratta di una sorta di
abuso, non sessuale, ma certamente di genere". Come vadano d’accordo
religione e psicanalisi sembra un mistero, ma "a volte vanno fianco
a fianco nello sconfiggere il male", conclude Ricci.

A.M.

LIVING WATERS

È un programma sviluppato nel 1980 dal pastore protestante ed exgay
Andy Comiskey, che mira ad aiutare persone sofferenti a causa di
problemi e ferite emotive, relazionali, sessuale e d’identità. Lo
propongono Kevin e Suzanne Harris (nella foto). Internet:
http://www.lwitalia.com.

GRUPPO CHAIRE

Il gruppo, nato a Milano nel 2000 per rispondere alla domanda di
aiuto di alcuni giovani omosessuali, promuove incontri di formazione
spirituale, antropologica e psicologica rivolti a chiunque.
Internet: http://www.obiettivo-chaire.it

ANDREA MORIGI
© Libero, 26 gennaio 2007