Archivio per giugno, 2007

Fermati sul monte

Pubblicato: 29 giugno 2007 in Fermati sul monte
1 Re 19,11

Ora i miei occhi ti vedono!

Concludiamo le nostre riflessioni su Giobbe. Finalmente si trova la giusta
prospettiva. La vita dell’uomo non è legata a un riconoscimento da parte di
Dio. La linea innocenza-benedizione e peccato-sofferenza si spezza. Si
scindono le parti per ricominciare un discorso autentico sul rapporto
dell’uomo con Dio. Il mistero del progetto divino sulla vita umana va al di
là di una logica retributiva. I discorsi di Dio nel libro di Giobbe non sono
una risposta alla sofferenza umana. Anzi si ribalta l’accusa: «Vuoi tu farmi
apparire colpevole? Vuoi condannare me per giustificare te?» (40,8) Dio non
deve la felicità all’innocenza dell’uomo, non si lascia chiudere in uno
schema, non si muove in spazi indagabili, non si offre all’uomo come una
realtà scontata da potersi tenere a bada. Addentrarsi nel mistero è
pericoloso se non si ha una fede purificata. Come poi arriverà ad ammettere
Giobbe: «Io ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono.
Perciò mi ricredo e ne provo pentimento sopra polvere e cenere» (42,5-6).È
illogico che a un comportamento retto dell’uomo Dio risponda con
un’ingiustizia. Ma è altrettanto illogico che i progetti di Dio siano
riconducibili a un do ut des. La vita è gratuità, l’uomo è chiamato ad
essere timorato di Dio in cambio di nulla. Occorre accettare un Vivente
sempre originale, che chiama a un profondo senso di umiltà e creaturalità.
Le parole di Dio possono essere state diverse da quelle che Giobbe si
aspettava, ma questo non ha alcuna importanza. La notte è passata perché Dio
si è degnato di lasciarsi trovare da Giobbe in un incontro faccia a faccia
che permette gli sia resa giustizia. E il verdetto di Dio su di lui non
lascia ombre: Giobbe ha parlato giustamente (cfr 42,7). Dio, ignorando le
bestemmie e le proteste, preferisce la fede nuda di Giobbe alla compassata
religiosità dei suoi avvocati difensori teologi. Qui è la risposta di Dio
alla sua angosciata ricerca. Dio rispetta Giobbe nella sua originalità e
anche nella sua libertà di mettere in questione la giustizia divina. La
relazione con Dio è la vera ricompensa dell’uomo. Che davvero possiamo
scoprirne tutta la bellezza!

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Fermati sul monte

Pubblicato: 23 giugno 2007 in Senza categoria
1 Re 19,11

I segreti di Dio

Tramite il dolore Dio educa gli uomini perché accolgano, pur non
comprendendolo, il progetto di Dio che resta sempre imperscrutabile. L’uomo
non ne conosce la via. I segreti di Dio non possono essere spiegati. Esiste
una una “razionalità” da mistero (38,2), cioè una spiegazione superiore e
totalizzante che è quella di Dio: Essa riesce a collocare in un progetto ciò
che per l’uomo sembra invece debordare da ogni progetto. Questo pensiero di
Gianfranco Ravasi fa luce su un aspetto fondamentale della fede cristiana:
le apparenti non risposte di Dio. Quando ci si aspetterebbe da Dio la
risposta ai quesiti posti da Giobbe, la risposta non arriva. Ma un Dio che
si nasconde è diverso da un Dio nascosto. Giobbe non ammette che il Dio che
gli ha tolto tutto sia un Dio nascosto e che a ciò si debba rassegnare, ma
fa esperienza del Dio che si nasconde e lo supplica di mostrarsi di nuovo. E
le ultime parole del libro affermano che Dio per Giobbe non rimane il Dio
nascosto, le parole della sorpresa dell’incontro autentico con Lui: “…ora i
miei occhi ti hanno veduto!”. Dio non è impotente di fronte a nulla. Quindi
se il male, imputabile alla costitutiva fragilità della condizione umana,
sussiste significa che rientra comunque in un piano di salvezza. «Qui sta il
punto decisivo. Giobbe, che ostinatamente si è rifiutato di accettare la
facile soluzione propostagli dai suoi amici con la loro teologia
tradizionale, ora si abbandona al Signore. Non ha ricevuto una ‘spiegazione’
sulla sofferenza toccata a lui né ha rinunciato a proclamarsi innocente.
Giobbe non confessa alcun peccato, nemmeno quando dice: “Mi pento”; egli
semplicemente si consegna al Signore, a quel mistero che lo supera di gran
lunga. Egli sceglie di esserne partecipe fino in fondo nella fiducia di una
Sapienza capace di ricondurre tutto al bene.

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Sei un vero atleta?

Pubblicato: 18 giugno 2007 in Senza categoria

Il monito di san Paolo: «I veri atleti sono temperanti in tutto. Essi lo fanno per ottenere una corona corruttibile, noi invece una incorruttibile» (1 Cor 9, 25).

Un atleta si prepara per correre i quattrocento metri a ostacoli. Non è difficile immaginare il suo impegno costante negli allenamenti, l’attenzione a correggere e migliorare i movimenti delle gambe, delle braccia, del corpo per ottenere maggiore scioltezza e velocità. Né è difficile capire che, se vuole diventare un campione, dev’essere temperante: nel cibo, per esempio, o nei divertimenti. Se mangia troppo poco, non avrà le forze necessarie per correre; se mangia troppo, si appesantirà e i suoi movimenti saranno necessariamente lenti. Per questo un buon atleta impara a controllarsi. Lo ricordava san Paolo:

«Ogni atleta è temperante in tutto. Essi lo fanno per ottenere una corona corruttibile, noi invece una incorruttibile» (1 Cor 9, 25).

Una medaglia d’oro alle Olimpiadi giustifica uno sforzo di temperanza prolungato per anni. Lo capiamo bene; e lo accettiamo. Il raggiungimento della maturità umana non richiederà una temperanza ancora più grande? E la somiglianza con Cristo, immagine del Dio invisibile?

Continua san Paolo:

«[26]Io dunque corro, ma non come chi è senza mèta; faccio il pugilato, ma non come chi batte l’aria, [27]anzi tratto duramente il mio corpo e lo trascino in schiavitù perché non succeda che dopo avere predicato agli altri, venga io stesso squalificato» (1 Cor 9, 26-27).

Chi non ha una meta può correre da una parte o dall’altra e ogni direzione va bene; ma chi vuole raggiungere un traguardo deve stare in pista e non deviare di qua o di là. Chi batte l’aria, non ha bisogno di precauzioni: l’aria non gli farà male. Ma chi ha davanti un avversario, deve stare bene attento a evitare i suoi colpi e a mettere a segno i propri; anche qui, disciplina. Chi corre «per raggiungere Cristo» dovrà rinunciare a quanto lo allontani da Lui, disponibile a tutto quello che lo avvicini. Facciamo fatica, invece, a capire e accettare l’immagine di Paolo che «trascina il corpo in schiavitù». Davvero dobbiamo incatenare il corpo, trattarlo come un nemico, per diventare cristiani autentici? Penso alla ginnastica artistica: non c’è, forse, un’immagine più bella del corpo umano e della sua armonia: i movimenti sono sciolti e
coordinati, i tempi esatti. Le membra si muovono con una leggerezza che incanta; sembra che non potrebbero muoversi in modo diverso tanto è bello il disegno che descrivono. Eppure, quante prove, quanti esercizi, quanti errori e correzioni, quante fatiche, prima di raggiungere la forma necessaria. E quante rinunce si rivelano indispensabili. Questo vuol dire Paolo quando parla di "ridurre il corpo in schiavitù". Non c’è, in queste parole, alcun disprezzo per il corpo. Al contrario c’è la convinzione che il corpo può e deve esprimere l’anima, il mistero insondabile della persona. Che non è, il corpo, un ammasso amorfo di carne, ma l’espressione autentica del pensiero, dei desideri che abitano il cuore. Ma perché il corpo diventi questo, deve imparare la temperanza. Deve assumere abitudini buone, deve trovare la misura giusta di ogni cosa.

Racconta il libro di Samuele che un giorno a Davide assetato venne da dire: «Se qualcuno mi desse da bere l’acqua del pozzo che è vicino alla porta di Betlemme!» (2 Sam 23, 15). In quel tempo c’era un appostamento dei Filistei a Betlemme. Ma tre prodi, mossi dalla devozione per il loro capo, si aprirono un varco attraverso il campo filisteo, attinsero l’acqua dal pozzo e la portarono a Davide. Ebbene, il Libro narra che Davide non volle bere quell’acqua e la versò «davanti al Signore» dicendo: «È sangue di quegli uomini che sono andati là a rischio della loro vita» (2 Sam 23, 17). Davide ha rinunciato all’acqua che desiderava intensamente, ma ha mostrato rispetto per i suoi uomini; ha guadagnato la loro stima e il loro affetto. Questa è temperanza.† Mons. Luciano Monari,


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Pubblicato: 16 giugno 2007 in Senza categoria
Vi comunico con gioia e con sorpresa che il vescovo ha deciso di ordinare un prete ed un diacono……naturalmente io e Raffa siamo daccordo,
La celebrazione sarà sabato 28/7 alle ore 18.30 in cattedrale a Rimini
 
Siamo lieti di invitarvi alla liturgia ed alla festa successiva
 
Un Abbraccio ed una preghiera …..a presto
 
Pedro&Raffa
ovvero Davide Pedrosi e Raffaele Masi


Quale attrice a 31 anni ha già ottenuto 5 nomination agli oscar?
Giovedì 14 Giugno 2007
Giovedì dellaX settimana del Tempo Ordinario

Le letture del giorno

Sal 85(84),9-14.
Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore: egli annunzia la pace per il suo popolo, per i suoi fedeli, per chi ritorna a lui con tutto il cuore. La sua salvezza è vicina a chi lo teme e la sua gloria abiterà la nostra terra. Misericordia e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno. La verità germoglierà dalla terra e la giustizia si affaccerà dal cielo. Quando il Signore elargirà il suo bene, la nostra terra darà il suo frutto. Davanti a lui camminerà la giustizia e sulla via dei
suoi passi la salvezza.

Mt 5,20-26.
Poiché io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli. Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà
sottoposto a giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna. Se dunque presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e và prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono. Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei per via con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia e tu venga gettato in
prigione. In verità ti dico: non uscirai di là finché tu non abbia pagato fino all’ultimo spicciolo!

Commento al Vangelo di

San Francesco di Sales (1567-1622), vescovo di Ginevra, dottore della Chiesa
Introduzione alla vita devota, III, 8

« L’ira dell’uomo non compie ciò che è giusto davanti a Dio » (Gc 1,20) Il santo ed illustre patriarca Giuseppe, quando dall’Egitto rispedì i fratelli a casa del padre, diede loro un consiglio: “Per via, non adiratevi” (Gen 45,24). A te dico la stessa cosa. Questa vita terrena è soltanto un cammino versa quella beata, non adiriamoci dunque per la strada gli uni contro gli altri; camminiamo tranquillamente e in pace con i fratelli e i compagni di viaggio. Con chiarezza, e senza eccezioni, ti dico: Se ti è possibile, non inquietarti affatto, non deve esistere alcun pretesto perché tu apra la porta del cuore all’ira. San
Giacomo, senza tanti giri di parole, dice chiaramente: “L’ira dell’uomo non opera la giustizia di Dio” (Gc 1,20).Bisogna resistere seriamente al male e reprimere i vizi di coloro di cui abbiamo la responsabilità, con costanza e con decisione, ma sempre con dolcezza e serenità… La correzione dettata dalla passione, anche quando ha basi ragionevoli, ha molto meno efficacia
di quella che viene unicamente dalla ragione… Che se poi giunge fino alla notte e il sole tramonta sulla nostra ira (Ef 4,26), ciò che l’Apostolo proibisce, si tramuta in odio e non te ne liberi più. Perché essa si nutre di mille false convinzioni. Non si è mai trovato un uomo adirato il quale fosse convinto che la sua ira era ingiusta.Meglio imparare a vivere senza collera, che volersi servire con moderazione e saggezza della collera, e quando, a causa della nostra imperfezione e debolezza, ci coglie di
sorpresa, è meglio respingerla immediatamente che voler entrare in trattativa con essa.


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Il 23 giugno sarà giornata dell’amore pedofilo

Orrore, orrore sembra
Ma qualcuno fiuta un favore

L’orrore avanza con passo leggero.
Nel silenzio irreale della rete.
Nel mondo di ambiguità che si apre dietro un clic.
E, va detto subito, fiancheggiato da una banale irresponsabilità
nel trattare i fatti del sesso che sta toccando livelli altissimi
anche in manifestazioni o eventi cosiddetti artistici.

Arte, cinema e letteratura che promuovono un’immagine disperata,
banale, meccanica e addirittura bestiale dell’esperienza sessuale
sono il brodo di coltura per fenomeni di questo genere di orrore:
1532 siti si preparano a celebrare la giornata del "Boyloving",
dell’amore pedofilo, il 23 giugno. E se ne sono aggiunti molti
altri, denuncia don Di Noto, il sacerdote che è in prima
linea da
tempo a denunciare il fenomeno.

La mappa dell’orrore che Di Noto va pazientemente rivelando –
incurante delle minacce che anche dopo la puntata di Annozero ha
ricevuto – si arricchisce di nuovi particolari.
Che lasciano senza quiete.
Come ad esempio, la possibilità nel tranquillo Liechtestein di
poter far vivere siti di propaganda pedofila, grazie a una
legislazione più larga che, come avviene per i paradisi fiscali,
sta attirando tanti anche dall’Italia.
E come tutte le spirale di orrore, anche il fenomeno va
raffinandosi.

A preoccupare non sono più solo i cosiddetti siti "classici" di
scambio e promozione di orrendo materiale su bambini sugli abusi
nei loro confronti.
L’orrore non ha più solo il volto imprevedibile e l’animo guasto
del pedofilo.
È in atto una campagna che tende a giustificare in termini

culturali e di finezza affettiva le "attenzioni particolari"
verso i minori.
Una pesante e strisciante lobby, la chiama don Di Noto.
Che come spesso le lobby non dichiara apertamente il suo scopo,
ma agisce di astuzia e di persuasione occulta.
E che fa leva sulla obiettiva difficoltà di discernere in zone
grigie degli atteggiamenti e delle azioni.
Difficoltà che, va detto, può far incorrere in gravi errori,
com’è accaduto, e che dunque va affrontata con massima cautela.

Ma è da quindici anni, non da ieri, che don Di Noto e la sua
associazione Meter denunciano il fenomeno di "apologia" della
pedofilia che esiste in modo strisciante.
Che è vastissimo e tocca molti Paesi.
Però in Italia solo una persona è stata finora arrestata per
apologia del delitto di pedofilia.

Ministri denunciano, procure si danno da fare per oscurare i
siti
sospetti.
Ma il fenomeno ha ormai la rilevanza di un problema culturale,
non solo patologico o penale.
Chi finge di non vedere, chi banalmente si compiace di vedere
attrici che baciano cani e scrittrici che ne parlano nei loro
romanzetti mediocri, non si accorge che sotto le azzimate
citazioni di filosofi del passato e dietro le caricature del
diritto alla libertà di espressione, si sta addensando una nera
nube sopra una delle faccende fondamentali e più delicate
dell’esperienza umana, il sesso.

Una nera nube che esce da cervelli e corpi annoiati, nei quali la
perversione diviene la patologia di quella noia.
La rete infatti dà rilievo a un fenomeno che le preesiste.
Mette ambiguamente in luce un’oscurità che è nutrita da molti
fenomeni di perversione che si radicano in una simile sconfitta
della dignità della
persona.

Può essere più comodo dipingere i pedofili come nuovi orchi
sbucati da chissà quali loro antri informatici; o pensare che
tale forma di malvagità sia solo una sorta di psicopatologia.
Ma quando gli orchi sentono di poter organizzare una pubblica
giornata in cui essere orgogliosi, vuol dire che fiutano
nell’aria qualcosa che riguarda tutti e che li favorisce.

Del resto se, come affermano in tanti a riguardo di molte
faccende spinose, la morale ha un fondamento solo relativo,
spesso si tratta solo di aspettare che cambi il vento, e che
maturino, rinforzandosi, certe opinioni.
L’avanzata silenziosa degli orchi, muniti di armi sfuggenti e
raffinate, sia l’occasione per guardare con meno ipocrisia i
tanti modi con cui, a proposito di sesso, di bambini e di diritti
si sta muovendo la nostra intera società.

di Davide
Rondoni
(C) Avvenire, 10/6/07


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Le letture del giorno

Sal 119(118),129-134.
Meravigliosa è la tua alleanza, per questo le sono fedele.
La tua parola nel rivelarsi illumina, dona saggezza ai semplici.
Apro anelante la bocca, perché desidero i tuoi comandamenti.
Volgiti a me e abbi misericordia, tu che sei giusto per chi ama il tuo
nome. Rendi saldi i miei passi secondo la tua parola e su di me non prevalga il
male. Salvami dall’oppressione dell’uomo e obbedirò ai tuoi precetti.

Mt 5,13-16.
Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che
cosa lo si potrà render salato? A null’altro serve che ad essere gettato
via e calpestato dagli uomini. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli.

Concilio Vaticano II
Decreto sull’attività missionaria della Chiesa (Ad Gentes), 35-36

« Voi siete il sale della terra … Voi siete la luce del mondo »

Essendo la Chiesa tutta missionaria, ed essendo l’opera evangelizzatrice
dovere fondamentale del popolo di Dio, il sacro Concilio
invita tutti i
fedeli ad un profondo rinnovamento interiore, affinché, avendo una viva
coscienza della propria responsabilità in ordine alla diffusione del
Vangelo, prendano la loro parte nell’opera missionaria . Tutti i fedeli,
quali membra del Cristo vivente, a cui sono stati incorporati ed assimilati
mediante il battesimo, la cresima e l’eucaristia, hanno lo stretto obbligo
di cooperare all’espansione e alla dilatazione del suo corpo, sì da
portarlo il più presto possibile alla sua pienezza (Ef 4,13).Pertanto tutti
i figli della Chiesa devono avere la viva coscienza della loro
responsabilità di fronte al mondo, devono coltivare in se stessi uno
spirito veramente cattolico e devono spendere le loro forze nell’opera di
evangelizzazione. Ma tutti sappiano che il primo e principale loro dovere
in ordine alla diffusione della fede è quello di
vivere una vita
profondamente cristiana. Sarà appunto il loro fervore nel servizio di Dio,
il loro amore verso il prossimo ad immettere come un soffio nuovo di
spiritualità in tutta quanta la Chiesa, che apparirà allora come « un segno
levato sulle nazioni » (Is 11,12), come « la luce del mondo» e «il sale
della terra». Una tale testimonianza di vita raggiungerà più facilmente il
suo effetto se verrà data insieme con gli altri gruppi cristiani, secondo
le norme contenute nel decreto relativo all’ecumenismo.


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