Archivio per giugno, 2007

Fermati sul monte

Pubblicato: 29 giugno 2007 in Fermati sul monte
1 Re 19,11

Ora i miei occhi ti vedono!

Concludiamo le nostre riflessioni su Giobbe. Finalmente si trova la giusta
prospettiva. La vita dell’uomo non è legata a un riconoscimento da parte di
Dio. La linea innocenza-benedizione e peccato-sofferenza si spezza. Si
scindono le parti per ricominciare un discorso autentico sul rapporto
dell’uomo con Dio. Il mistero del progetto divino sulla vita umana va al di
là di una logica retributiva. I discorsi di Dio nel libro di Giobbe non sono
una risposta alla sofferenza umana. Anzi si ribalta l’accusa: «Vuoi tu farmi
apparire colpevole? Vuoi condannare me per giustificare te?» (40,8) Dio non
deve la felicità all’innocenza dell’uomo, non si lascia chiudere in uno
schema, non si muove in spazi indagabili, non si offre all’uomo come una
realtà scontata da potersi tenere a bada. Addentrarsi nel mistero è
pericoloso se non si ha una fede purificata. Come poi arriverà ad ammettere
Giobbe: «Io ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono.
Perciò mi ricredo e ne provo pentimento sopra polvere e cenere» (42,5-6).È
illogico che a un comportamento retto dell’uomo Dio risponda con
un’ingiustizia. Ma è altrettanto illogico che i progetti di Dio siano
riconducibili a un do ut des. La vita è gratuità, l’uomo è chiamato ad
essere timorato di Dio in cambio di nulla. Occorre accettare un Vivente
sempre originale, che chiama a un profondo senso di umiltà e creaturalità.
Le parole di Dio possono essere state diverse da quelle che Giobbe si
aspettava, ma questo non ha alcuna importanza. La notte è passata perché Dio
si è degnato di lasciarsi trovare da Giobbe in un incontro faccia a faccia
che permette gli sia resa giustizia. E il verdetto di Dio su di lui non
lascia ombre: Giobbe ha parlato giustamente (cfr 42,7). Dio, ignorando le
bestemmie e le proteste, preferisce la fede nuda di Giobbe alla compassata
religiosità dei suoi avvocati difensori teologi. Qui è la risposta di Dio
alla sua angosciata ricerca. Dio rispetta Giobbe nella sua originalità e
anche nella sua libertà di mettere in questione la giustizia divina. La
relazione con Dio è la vera ricompensa dell’uomo. Che davvero possiamo
scoprirne tutta la bellezza!

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Fermati sul monte

Pubblicato: 23 giugno 2007 in Senza categoria
1 Re 19,11

I segreti di Dio

Tramite il dolore Dio educa gli uomini perché accolgano, pur non
comprendendolo, il progetto di Dio che resta sempre imperscrutabile. L’uomo
non ne conosce la via. I segreti di Dio non possono essere spiegati. Esiste
una una “razionalità” da mistero (38,2), cioè una spiegazione superiore e
totalizzante che è quella di Dio: Essa riesce a collocare in un progetto ciò
che per l’uomo sembra invece debordare da ogni progetto. Questo pensiero di
Gianfranco Ravasi fa luce su un aspetto fondamentale della fede cristiana:
le apparenti non risposte di Dio. Quando ci si aspetterebbe da Dio la
risposta ai quesiti posti da Giobbe, la risposta non arriva. Ma un Dio che
si nasconde è diverso da un Dio nascosto. Giobbe non ammette che il Dio che
gli ha tolto tutto sia un Dio nascosto e che a ciò si debba rassegnare, ma
fa esperienza del Dio che si nasconde e lo supplica di mostrarsi di nuovo. E
le ultime parole del libro affermano che Dio per Giobbe non rimane il Dio
nascosto, le parole della sorpresa dell’incontro autentico con Lui: “…ora i
miei occhi ti hanno veduto!”. Dio non è impotente di fronte a nulla. Quindi
se il male, imputabile alla costitutiva fragilità della condizione umana,
sussiste significa che rientra comunque in un piano di salvezza. «Qui sta il
punto decisivo. Giobbe, che ostinatamente si è rifiutato di accettare la
facile soluzione propostagli dai suoi amici con la loro teologia
tradizionale, ora si abbandona al Signore. Non ha ricevuto una ‘spiegazione’
sulla sofferenza toccata a lui né ha rinunciato a proclamarsi innocente.
Giobbe non confessa alcun peccato, nemmeno quando dice: “Mi pento”; egli
semplicemente si consegna al Signore, a quel mistero che lo supera di gran
lunga. Egli sceglie di esserne partecipe fino in fondo nella fiducia di una
Sapienza capace di ricondurre tutto al bene.

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Sei un vero atleta?

Pubblicato: 18 giugno 2007 in Senza categoria

Il monito di san Paolo: «I veri atleti sono temperanti in tutto. Essi lo fanno per ottenere una corona corruttibile, noi invece una incorruttibile» (1 Cor 9, 25).

Un atleta si prepara per correre i quattrocento metri a ostacoli. Non è difficile immaginare il suo impegno costante negli allenamenti, l’attenzione a correggere e migliorare i movimenti delle gambe, delle braccia, del corpo per ottenere maggiore scioltezza e velocità. Né è difficile capire che, se vuole diventare un campione, dev’essere temperante: nel cibo, per esempio, o nei divertimenti. Se mangia troppo poco, non avrà le forze necessarie per correre; se mangia troppo, si appesantirà e i suoi movimenti saranno necessariamente lenti. Per questo un buon atleta impara a controllarsi. Lo ricordava san Paolo:

«Ogni atleta è temperante in tutto. Essi lo fanno per ottenere una corona corruttibile, noi invece una incorruttibile» (1 Cor 9, 25).

Una medaglia d’oro alle Olimpiadi giustifica uno sforzo di temperanza prolungato per anni. Lo capiamo bene; e lo accettiamo. Il raggiungimento della maturità umana non richiederà una temperanza ancora più grande? E la somiglianza con Cristo, immagine del Dio invisibile?

Continua san Paolo:

«[26]Io dunque corro, ma non come chi è senza mèta; faccio il pugilato, ma non come chi batte l’aria, [27]anzi tratto duramente il mio corpo e lo trascino in schiavitù perché non succeda che dopo avere predicato agli altri, venga io stesso squalificato» (1 Cor 9, 26-27).

Chi non ha una meta può correre da una parte o dall’altra e ogni direzione va bene; ma chi vuole raggiungere un traguardo deve stare in pista e non deviare di qua o di là. Chi batte l’aria, non ha bisogno di precauzioni: l’aria non gli farà male. Ma chi ha davanti un avversario, deve stare bene attento a evitare i suoi colpi e a mettere a segno i propri; anche qui, disciplina. Chi corre «per raggiungere Cristo» dovrà rinunciare a quanto lo allontani da Lui, disponibile a tutto quello che lo avvicini. Facciamo fatica, invece, a capire e accettare l’immagine di Paolo che «trascina il corpo in schiavitù». Davvero dobbiamo incatenare il corpo, trattarlo come un nemico, per diventare cristiani autentici? Penso alla ginnastica artistica: non c’è, forse, un’immagine più bella del corpo umano e della sua armonia: i movimenti sono sciolti e
coordinati, i tempi esatti. Le membra si muovono con una leggerezza che incanta; sembra che non potrebbero muoversi in modo diverso tanto è bello il disegno che descrivono. Eppure, quante prove, quanti esercizi, quanti errori e correzioni, quante fatiche, prima di raggiungere la forma necessaria. E quante rinunce si rivelano indispensabili. Questo vuol dire Paolo quando parla di "ridurre il corpo in schiavitù". Non c’è, in queste parole, alcun disprezzo per il corpo. Al contrario c’è la convinzione che il corpo può e deve esprimere l’anima, il mistero insondabile della persona. Che non è, il corpo, un ammasso amorfo di carne, ma l’espressione autentica del pensiero, dei desideri che abitano il cuore. Ma perché il corpo diventi questo, deve imparare la temperanza. Deve assumere abitudini buone, deve trovare la misura giusta di ogni cosa.

Racconta il libro di Samuele che un giorno a Davide assetato venne da dire: «Se qualcuno mi desse da bere l’acqua del pozzo che è vicino alla porta di Betlemme!» (2 Sam 23, 15). In quel tempo c’era un appostamento dei Filistei a Betlemme. Ma tre prodi, mossi dalla devozione per il loro capo, si aprirono un varco attraverso il campo filisteo, attinsero l’acqua dal pozzo e la portarono a Davide. Ebbene, il Libro narra che Davide non volle bere quell’acqua e la versò «davanti al Signore» dicendo: «È sangue di quegli uomini che sono andati là a rischio della loro vita» (2 Sam 23, 17). Davide ha rinunciato all’acqua che desiderava intensamente, ma ha mostrato rispetto per i suoi uomini; ha guadagnato la loro stima e il loro affetto. Questa è temperanza.† Mons. Luciano Monari,


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Pubblicato: 16 giugno 2007 in Senza categoria
Vi comunico con gioia e con sorpresa che il vescovo ha deciso di ordinare un prete ed un diacono……naturalmente io e Raffa siamo daccordo,
La celebrazione sarà sabato 28/7 alle ore 18.30 in cattedrale a Rimini
 
Siamo lieti di invitarvi alla liturgia ed alla festa successiva
 
Un Abbraccio ed una preghiera …..a presto
 
Pedro&Raffa
ovvero Davide Pedrosi e Raffaele Masi


Quale attrice a 31 anni ha già ottenuto 5 nomination agli oscar?

Giovedì 14 Giugno 2007
Giovedì dellaX settimana del Tempo Ordinario

Le letture del giorno

Sal 85(84),9-14.
Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore: egli annunzia la pace per il suo popolo, per i suoi fedeli, per chi ritorna a lui con tutto il cuore. La sua salvezza è vicina a chi lo teme e la sua gloria abiterà la nostra terra. Misericordia e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno. La verità germoglierà dalla terra e la giustizia si affaccerà dal cielo. Quando il Signore elargirà il suo bene, la nostra terra darà il suo frutto. Davanti a lui camminerà la giustizia e sulla via dei
suoi passi la salvezza.

Mt 5,20-26.
Poiché io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli. Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà
sottoposto a giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna. Se dunque presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e và prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono. Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei per via con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia e tu venga gettato in
prigione. In verità ti dico: non uscirai di là finché tu non abbia pagato fino all’ultimo spicciolo!

Commento al Vangelo di

San Francesco di Sales (1567-1622), vescovo di Ginevra, dottore della Chiesa
Introduzione alla vita devota, III, 8

« L’ira dell’uomo non compie ciò che è giusto davanti a Dio » (Gc 1,20) Il santo ed illustre patriarca Giuseppe, quando dall’Egitto rispedì i fratelli a casa del padre, diede loro un consiglio: “Per via, non adiratevi” (Gen 45,24). A te dico la stessa cosa. Questa vita terrena è soltanto un cammino versa quella beata, non adiriamoci dunque per la strada gli uni contro gli altri; camminiamo tranquillamente e in pace con i fratelli e i compagni di viaggio. Con chiarezza, e senza eccezioni, ti dico: Se ti è possibile, non inquietarti affatto, non deve esistere alcun pretesto perché tu apra la porta del cuore all’ira. San
Giacomo, senza tanti giri di parole, dice chiaramente: “L’ira dell’uomo non opera la giustizia di Dio” (Gc 1,20).Bisogna resistere seriamente al male e reprimere i vizi di coloro di cui abbiamo la responsabilità, con costanza e con decisione, ma sempre con dolcezza e serenità… La correzione dettata dalla passione, anche quando ha basi ragionevoli, ha molto meno efficacia
di quella che viene unicamente dalla ragione… Che se poi giunge fino alla notte e il sole tramonta sulla nostra ira (Ef 4,26), ciò che l’Apostolo proibisce, si tramuta in odio e non te ne liberi più. Perché essa si nutre di mille false convinzioni. Non si è mai trovato un uomo adirato il quale fosse convinto che la sua ira era ingiusta.Meglio imparare a vivere senza collera, che volersi servire con moderazione e saggezza della collera, e quando, a causa della nostra imperfezione e debolezza, ci coglie di
sorpresa, è meglio respingerla immediatamente che voler entrare in trattativa con essa.


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Il 23 giugno sarà giornata dell’amore pedofilo

Orrore, orrore sembra
Ma qualcuno fiuta un favore

L’orrore avanza con passo leggero.
Nel silenzio irreale della rete.
Nel mondo di ambiguità che si apre dietro un clic.
E, va detto subito, fiancheggiato da una banale irresponsabilità
nel trattare i fatti del sesso che sta toccando livelli altissimi
anche in manifestazioni o eventi cosiddetti artistici.

Arte, cinema e letteratura che promuovono un’immagine disperata,
banale, meccanica e addirittura bestiale dell’esperienza sessuale
sono il brodo di coltura per fenomeni di questo genere di orrore:
1532 siti si preparano a celebrare la giornata del "Boyloving",
dell’amore pedofilo, il 23 giugno. E se ne sono aggiunti molti
altri, denuncia don Di Noto, il sacerdote che è in prima
linea da
tempo a denunciare il fenomeno.

La mappa dell’orrore che Di Noto va pazientemente rivelando –
incurante delle minacce che anche dopo la puntata di Annozero ha
ricevuto – si arricchisce di nuovi particolari.
Che lasciano senza quiete.
Come ad esempio, la possibilità nel tranquillo Liechtestein di
poter far vivere siti di propaganda pedofila, grazie a una
legislazione più larga che, come avviene per i paradisi fiscali,
sta attirando tanti anche dall’Italia.
E come tutte le spirale di orrore, anche il fenomeno va
raffinandosi.

A preoccupare non sono più solo i cosiddetti siti "classici" di
scambio e promozione di orrendo materiale su bambini sugli abusi
nei loro confronti.
L’orrore non ha più solo il volto imprevedibile e l’animo guasto
del pedofilo.
È in atto una campagna che tende a giustificare in termini

culturali e di finezza affettiva le "attenzioni particolari"
verso i minori.
Una pesante e strisciante lobby, la chiama don Di Noto.
Che come spesso le lobby non dichiara apertamente il suo scopo,
ma agisce di astuzia e di persuasione occulta.
E che fa leva sulla obiettiva difficoltà di discernere in zone
grigie degli atteggiamenti e delle azioni.
Difficoltà che, va detto, può far incorrere in gravi errori,
com’è accaduto, e che dunque va affrontata con massima cautela.

Ma è da quindici anni, non da ieri, che don Di Noto e la sua
associazione Meter denunciano il fenomeno di "apologia" della
pedofilia che esiste in modo strisciante.
Che è vastissimo e tocca molti Paesi.
Però in Italia solo una persona è stata finora arrestata per
apologia del delitto di pedofilia.

Ministri denunciano, procure si danno da fare per oscurare i
siti
sospetti.
Ma il fenomeno ha ormai la rilevanza di un problema culturale,
non solo patologico o penale.
Chi finge di non vedere, chi banalmente si compiace di vedere
attrici che baciano cani e scrittrici che ne parlano nei loro
romanzetti mediocri, non si accorge che sotto le azzimate
citazioni di filosofi del passato e dietro le caricature del
diritto alla libertà di espressione, si sta addensando una nera
nube sopra una delle faccende fondamentali e più delicate
dell’esperienza umana, il sesso.

Una nera nube che esce da cervelli e corpi annoiati, nei quali la
perversione diviene la patologia di quella noia.
La rete infatti dà rilievo a un fenomeno che le preesiste.
Mette ambiguamente in luce un’oscurità che è nutrita da molti
fenomeni di perversione che si radicano in una simile sconfitta
della dignità della
persona.

Può essere più comodo dipingere i pedofili come nuovi orchi
sbucati da chissà quali loro antri informatici; o pensare che
tale forma di malvagità sia solo una sorta di psicopatologia.
Ma quando gli orchi sentono di poter organizzare una pubblica
giornata in cui essere orgogliosi, vuol dire che fiutano
nell’aria qualcosa che riguarda tutti e che li favorisce.

Del resto se, come affermano in tanti a riguardo di molte
faccende spinose, la morale ha un fondamento solo relativo,
spesso si tratta solo di aspettare che cambi il vento, e che
maturino, rinforzandosi, certe opinioni.
L’avanzata silenziosa degli orchi, muniti di armi sfuggenti e
raffinate, sia l’occasione per guardare con meno ipocrisia i
tanti modi con cui, a proposito di sesso, di bambini e di diritti
si sta muovendo la nostra intera società.

di Davide
Rondoni
(C) Avvenire, 10/6/07


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Le letture del giorno

Sal 119(118),129-134.
Meravigliosa è la tua alleanza, per questo le sono fedele.
La tua parola nel rivelarsi illumina, dona saggezza ai semplici.
Apro anelante la bocca, perché desidero i tuoi comandamenti.
Volgiti a me e abbi misericordia, tu che sei giusto per chi ama il tuo
nome. Rendi saldi i miei passi secondo la tua parola e su di me non prevalga il
male. Salvami dall’oppressione dell’uomo e obbedirò ai tuoi precetti.

Mt 5,13-16.
Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che
cosa lo si potrà render salato? A null’altro serve che ad essere gettato
via e calpestato dagli uomini. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli.

Concilio Vaticano II
Decreto sull’attività missionaria della Chiesa (Ad Gentes), 35-36

« Voi siete il sale della terra … Voi siete la luce del mondo »

Essendo la Chiesa tutta missionaria, ed essendo l’opera evangelizzatrice
dovere fondamentale del popolo di Dio, il sacro Concilio
invita tutti i
fedeli ad un profondo rinnovamento interiore, affinché, avendo una viva
coscienza della propria responsabilità in ordine alla diffusione del
Vangelo, prendano la loro parte nell’opera missionaria . Tutti i fedeli,
quali membra del Cristo vivente, a cui sono stati incorporati ed assimilati
mediante il battesimo, la cresima e l’eucaristia, hanno lo stretto obbligo
di cooperare all’espansione e alla dilatazione del suo corpo, sì da
portarlo il più presto possibile alla sua pienezza (Ef 4,13).Pertanto tutti
i figli della Chiesa devono avere la viva coscienza della loro
responsabilità di fronte al mondo, devono coltivare in se stessi uno
spirito veramente cattolico e devono spendere le loro forze nell’opera di
evangelizzazione. Ma tutti sappiano che il primo e principale loro dovere
in ordine alla diffusione della fede è quello di
vivere una vita
profondamente cristiana. Sarà appunto il loro fervore nel servizio di Dio,
il loro amore verso il prossimo ad immettere come un soffio nuovo di
spiritualità in tutta quanta la Chiesa, che apparirà allora come « un segno
levato sulle nazioni » (Is 11,12), come « la luce del mondo» e «il sale
della terra». Una tale testimonianza di vita raggiungerà più facilmente il
suo effetto se verrà data insieme con gli altri gruppi cristiani, secondo
le norme contenute nel decreto relativo all’ecumenismo.


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" Ti regalerò una rosa "

Testo della canzone


Ti regalerò una rosa
Una rosa rossa per dipingere ogni cosa
Una rosa per ogni tua lacrima da consolare
E una rosa per poterti amare
Ti regalerò una rosa
Una rosa bianca come fossi la mia sposa
Una rosa bianca che ti serva per dimenticare
Ogni piccolo dolore
Mi chiamo Antonio e sono matto
Sono nato nel ’54
E vivo qui da quando ero bambino
Credevo di parlare col demonio
Così mi hanno chiuso quarant’anni dentro a un manicomio
Ti scrivo questa lettera perchè non so parlare
Perdona la calligrafia da prima elementare
E mi stupisco se provo ancora un’emozione
Ma la colpa è della mano che non smette di tremare
Io sono come un pianoforte con un tasto rotto
L’accordo dissonante di un’orchestra di ubriachi
E giorno e notte si assomigliano
Nella poca
luce che trafigge i vetri opachi
Me la faccio ancora sotto perchè ho paura
Per la società dei sani siamo sempre stati spazzatura
Puzza di piscio e segatura
Questa è malattia mentale e non esiste cura
Ti regalerò una rosa
Una rosa rossa per dipingere ogni cosa
Una rosa per ogni tua lacrima da consolare
E una rosa per poterti amare
Ti regalerò una rosa
Una rosa bianca come fossi la mia sposa
Una rosa bianca che ti serva per dimenticare
Ogni piccolo dolore
I matti sono punti di domanda senza frase
Migliaia di astronavi che non tornano alla base
Sono dei pupazzi stesi ad asciugare al sole
I matti sono apostoli di un dio che non li vuole
Mi fabbrico la neve col polistirolo
La mia patologia è che son rimasto solo
Ora prendete un telescopio… misurate le distanze
E guardate tra me e voi… chi è più pericoloso?
Dentro ai padiglioni
ci amavamo di nascosto
Ritagliando un angolo che fosse solo il nostro
Ricordo i pochi istanti in cui ci sentivamo vivi
Non come le cartelle cliniche stipate negli archivi
Dei miei ricordi sarai l’ultimo a sfumare
Eri come un angelo legato ad un termosifone
Nonostante tutto io ti aspetto ancora
E se chiudo gli occhi sento la tua mano che mi sfiora
Ti regalerò una rosa
Una rosa rossa per dipingere ogni cosa
Una rosa per ogni tua lacrima da consolare
E una rosa per poterti amare
Ti regalerò una rosa
Una rosa bianca come fossi la mia sposa
Una rosa bianca che ti serva per dimenticare
Ogni piccolo dolore
Mi chiamo Antonio e sto sul tetto
Cara Margherita son vent’anni che ti aspetto
I matti siamo noi quando nessuno ci capisce
Quando pure il tuo migliore amico ti tradisce
Ti lascio questa lettera, adesso devo andare
Perdona la
calligrafia da prima elementare
E ti stupisci che io provi ancora un’emozione?
Sorprenditi di nuovo perchè Antonio sa volare.

 

Biografia


Simone Cristicchi (Roma, 5 febbraio 1977), è un cantautore italiano.
Fin da ragazzo si appassiona ai fumetti, imparando l’arte del disegno a china con Jacovitti e presta servizio da volontario in un centro d’igiene mentale, esperienza che lo segnerà per tutta la vita.
A 17 anni trova una chitarra in soffitta e inizia a strimpellarla formando un gruppo heavy metal stile Nirvana.
È nel 1997, all’età di 20 anni, che scopre la canzone d’autore.
Nel 1998 vince il concorso nazionale Cantautori, conquistando il Premio SIAE per il miglior brano L’uomo dei bottoni.
Nel 1999 suona assieme a Morgan dei Bluvertigo e Cristina Donà nella serata tributo a Jeff Buckley.
Nel 2000 apre i concerti di Max Gazzè e Niccolò Fabi e, grazie al manager Francesco Migliacci, firma un contratto con
l’etichetta Carosello Records che pubblica il suo primo singolo Elettroshock, brano di discreto successo radiofonico.
Nel 2002 partecipa al programma Destinazione Sanremo presentato da Pippo Baudo e Claudio Cecchetto con il brano Leggere attentamente le istruzioni che viene eliminato sbarrandogli la strada al Festival di Sanremo.
Nel 2003 presenta un nuovo brano alla giuria del Festival, Studentessa universitaria, che viene bocciato da Tony Renis.
Vince il Festival di Crotone Una casa per Rino, dedicato al cantautore Rino Gaetano conquistando il Cilindro d’argento. Apre i concerti della band Ciaorino, la più famosa cover-band di Rino Gaetano.
La grande svolta arriva nel 2005 grazie al tormentone Vorrei cantare come Biagio. Il 12 aprile canta il brano nel concerto di Biagio Antonacci davanti a 10.000 persone, coronando il sogno raccontato nella canzone.
Alla fine dello
stesso anno esce il primo album Fabbricante di canzoni trainato dal secondo singolo di successo Studentessa universitaria. L’album conquista il Premio della critica
A febbraio 2006 partecipa al 56° Festival di Sanremo nella categoria Giovani. Si classifica al secondo posto col brano Che bella gente, che riscuote un buon successo radiofonico.
Dopo il Festival viene pubblicata la ristampa dell’album.
Da segnalare la vittoria di altri premi: Premio Giorgio Gaber, Premio Carosone, Musicultura
Nell’estate del 2006 esce il singolo Ombrelloni parodia dei classici tormentoni estivi e dei vari luoghi comuni legati all’estate, il pezzo viene boicottato dalle radio e dalle varie emittenti televisive (ha fatto la comparsa solo una volta in un servizio di Studio Aperto), per via del suo testo diretto e farcito di parolacce.
[via http://it.wikipedia.org/wiki/Simone_Cristicchi%5D

Discografia

Elettroshock (Singolo – 2002) Vorrei cantare come Biagio Antonacci (Singolo – 2005) Fabbricante di canzoni (Album – 2005) Studentessa universitaria (Singolo – 2005) Senza (Singolo – 2006) Che bella gente (Singolo – 28 Feb. 2006) Fabbricante di canzoni Sanremo Edition (Album – 28 Feb. 2006) Ti regalerò una rosa (Singolo – 2 Marzo 2007) Dall’altra parte del cancello (Album – 2 Marzo 2007)

Link


http://www.simonecristicchi.it (sito ufficiale)
http://www.cristicchiblog.net (blog ufficiale)
http://www.sonybmgmusic.it (casa discografica e ufficio stampa)
http://www.dueffelmusic.com (management)

Simone

Video Simone Cristicchi – "Ti Regalerò Una Rosa" – Sanremo 2007

Intervista a Simone Cristicchi sul suo rapporto con Internet!


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Fermati sul monte

Pubblicato: 8 giugno 2007 in Fermati sul monte
Un Dio avvolto di mistero…

Il fatto che Giobbe non sia ebreo -viene da Uz- è significativo perché
rivela un Dio libero di gloriarsi di un uomo che non appartiene al suo
popolo, un uomo alieno dal male, un uomo di cui ha profonda stima davanti
alla corte celeste: «Nessuno è come lui» (1,8). La fede iniziale di Giobbe
è forte e poggia su un rapporto assodato: «Il Signore ha dato, il Signore ha
tolto, sia benedetto il nome del Signore! In tutto questo Giobbe non peccò e
non attribuì a Dio nulla di ingiusto» (1,21-22). «È anche notevole che egli
non dia da se stesso nessuna interpretazione teologica alle sue sofferenze;
si limita all’affermazione solenne che egli in queste sofferenze non può
vedere nulla che debba mettere in dubbio il suo rapporto di fedeltà a Jahvè»
(G. VON RAD). E anche quando la
sventura continua a colpirlo nella sua
persona non viene meno la sua accettazione serena: «Se da Dio accettiamo il
bene, perché non dovremo accettare il male? E in tutto questo Giobbe non
peccò» (2,10). Giobbe desidera e cerca in tutti i modi di dialogare con Dio
e «Dio, sfidato, si trasforma in sfidante, facendo intuire all’uomo Giobbe
che la logica del Signore è ben più autentica di quella limitata della
creatura. Alla fine il male resta senza risposta, ma appare a Giobbe il
volto di Dio, che nella creazione mostra le tracce del suo progetto
trascendente, eppure affidabile e buono» (D. SCAIOLA). Attraverso i
dialoghi si arriva a percepire Dio si fa conoscere in modo nuovo, un Dio
difficile, avvolto di mistero e soprattutto imprevedibile. Dai discorsi si
delinea un Dio che tiene alla sua libertà, un Dio quindi che non dà
spiegazioni ma che instaura un
rapporto di fiducia con l’uomo capace di non
soccombere nella fede. Dio usa per rispondere a Giobbe una serie di
affermazioni che hanno già insita la risposta in tono ironica per richiamare
la sua attenzione a quanto ingenuo sia l’uomo quando immagina pronte
soluzioni alle sue domande. «Non è la ragione dell’arbitrio quella che Dio
pone sul banco, ma quella dell’unilateralità del giudizio umano al quale
sfugge il senso del tutto. La fede chiama questo senso: Dio. Non si può
spiegare, si può solo sperimentare»


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Vangelo del giorno

Pubblicato: 7 giugno 2007 in Senza categoria

Alleluia, alleluia.
Donaci intelligenza, Signore, per conoscere la tua legge
e custodirla con integrità di cuore.
Alleluia.

Vangelo Mc 12,28-34
Questo è il primo comandamento. E il secondo è simile ad esso.

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, si accostò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: "Qual è il primo di tutti i comandamenti?". Gesù rispose: "Il primo è: Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l’unico Signore; amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. E il secondo è questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c’è altro comandamento più importante di questi". Allora lo scriba gli disse: "Hai detto bene, Maestro, e secondo verità che egli è unico e non v’è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore e con tutta la mente e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso val più di tutti gli olocausti e i sacrifici".
Gesù, vedendo che aveva risposto saggiamente, gli disse: "Non sei lontano dal regno di Dio". E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

Qual è il primo di questi comandamenti? Cosa vuol dire? Signore, insegnaci a trovare il centro della nostra vita. Ogni giorno abbiamotante cose da fare, cose da leggere, persone da incontrare, lavori da svolgere; beh, insegnaci quale è l’elemento fondamentale, Gesù rispose:“Il primo è: Ascolta Israele! il Signore Dio nostro è l’unico Signore; amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. E il secondo è questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso, Non c’è altro comandamento più importante di questi”.

Gesù risponde donandoci due comandamenti, che in realtà sono un unico atto d’amore“Non c’è altro comandamento”, dal plurale ritorna al singolare, più importante di questo.Due azioni, che per Gesù, sono un comandamento solo, così risponde a ciò che lo scriba aveva chiesto. Amore di Dio e amore del prossimo funzionano solo insieme, come un paio di forbici, che sono fatte con due lame, e ciascuna lama da sola non taglia bene: è una impresa tagliare con una lama, ma se stanno insieme………..  così sembra che siano questi due comandamenti. Tutti i comandamenti vengono riassunti in un atteggiamento fondamentale che è l’amore. Il centro della vita della Chiesa, la costituzione fondamentale del popolo di Dio, è l’amore. In fondo a un cristiano non viene chiesto altro. Tutti i comandamenti che ci possono venire addosso, sono le forme dell’amore. L’amore ha tante esigenze perché
richiede, per esempio, il rispetto dell’altro, la pazienza, l’onestà, la verità, la giustizia e tutte queste cose, ma sono come tante immagini dell’amore, tante facce di un unico atteggiamento, che è l’amore.

Abbiamo trovato il cuore, l’anima. E se io mi chiedo, perché tra tutti i comandamenti, tra tutti gli atteggiamenti dell’uomo, quello che mi viene chiesto come essenziale è l’amore, la risposta la potrebbe dare molto semplicemente il vangelo, e la darebbe, per esempio, la prima Lettera di S. Giovanni, quando per due volte ripete la stessa affermazione: «Dio è amore». «Da questo abbiamo conosciuto l’amore, che Lui ha dato la vita per noi, quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli».

Il discorso per S. Giovanni è molto semplice: Il popolo di Dio deve amare, perché il Dio di cui è il popolo, è un Dio che ama: il nostro Dio, non un dio qualunque, quello che noi abbiamo conosciuto, quello che noi abbiamo sperimentato, quello che è entrato in rapporto di alleanza con noi, il nostro Dio.

Lo abbiamo conosciuto come amore; come amore non in genere, ma verso di noi, cioè ha amato noi. Bene! Allora se siamo il suo popolo che deve avere Lui come re, che deve rispondere al suo comportamento con la sua propria esistenza, bene! Se siamo il popolo di Dio, dobbiamo anche noi amare. E dicevo le due cose insieme:

«Amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente, con tutta la tua forza». E qui, naturalmente, la parola più importante è quell’aggettivo “tutto” che viene ripetuto tre volte, e che vuol dire che l’unica misura dell’amore, che dobbiamo dare a Dio, è l’infinito, è il senza limiti.

Dio non è un oggetto da amare accanto agli altri: ne amo uno, poi l’altro, poi il terzo, poi ci metto anche Dio.

Dio prende tutto.

Se Dio è Dio, l’unico modo di rispettarlo è quello di donargli tutta la propria vita.

L’Antico Testamento usa, per dire questo, una espressione strana, che a noi appare non sempre comprensibile: è la gelosia di Dio. Il Dio della Bibbia è un Dio geloso, cioè un Dio che non sopporta mica di avere dei concorrenti; che quando crea un rapporto, si impegna totalmente e vuole che l’uomo risponda totalmente. Quindi:

  • tutto il cuore: e il cuore vuole dire la sede delle scelte: che ogni scelta sia dominata dall’amore di Dio;
  • tutta la mente: e vuol dire naturalmente la sede dei pensieri, delle riflessioni, della verità: che la verità sia illuminata dalla Parola di Dio;
  • tutta la forza: e con tutta la forza vuol dire l’energia della vita quotidiana.

Un commentatore ebreo medioevale diceva che con tutta la forza vuol dire «con tutte le sostanze»: vuol dire con i beni che uno ha, con i soldi che uno ha, perché commentava maliziosamente, che l’uomo delle volte è capace di dare via tutto, di buttare via anche la vita, ma fa più fatica a dare via i soldi; e voleva dire che anche i soldi alla fine appartengono all’amore di Dio. Non tanto i soldi in sé, ma tutte le sostanze che l’uomo possiede.

L’uomo deve giocare nel rapporto con Dio tutto.

Poi il secondo: «Amerai il prossimo tuo come te stesso», che naturalmente nel contesto del Vangelo vuol dire che l’amore concreto verso Dio (concreto vuol dire non solo un amore mentale, fatto di idee, amare è una questione reale, fatta di comportamenti; amare Dio non vuol dire solo commuoversi, vuol dire fare qualcosa), e il qualcosa che è da fare è l’amore per il prossimo.

Perché? Per un motivo molto semplice: perché il prossimo interessa Dio. L’amore di Dio per l’uomo vuol dire che, quando Dio è di fronte ad ogni persona umana, dice a ciascun uomo: “io sono contento che tu esista; io voglio che tu esista; la tua esistenza e preziosa ai miei occhi”.

Dio questo lo dice nei confronti di ogni creatura, e quindi di ogni uomo. Dio non disprezza niente di quello che ha creato, ma al contrario lo onora e lo riconosce prezioso. Allora se uno ama Dio, deve amare anche tutto quello che Dio ama, e siccome Dio ama ogni persona, e siccome Dio rispetta ogni persona, e siccome Dio vuole la vita di ogni persona, bene! Se uno ama Dio, deve amare e rispettare e volere la vita di ogni persona.

Il primo piccolo gesto d’amore è dire a una persona: (non dire con le parole, che non interessa, ma in concreto) «Io sono contento che tu esista; io accetto la tua esistenza». C’era ancora un commentatore malizioso che diceva:

“Vuoi sapere se tu ami veramente gli altri? Prova a pensare ai tuoi parenti, ai tuoi vicini, ai tuoi colleghi di ufficio e prova a vedere se, non hai niente, ma proprio niente, dentro ai cuore contro la loro esistenza, se tu accetti con gioia che esistano, che sei contento che esistano, o se invece hai delle riserve: Si l’accetto… però… se ci sono delle riserve, vuole dire che l’amore deve ancora fiorire bene”.

Amare, il primo passo per l’amore, vuol dire accettare con gioia l’esistenza di ogni persona. Le due cose, dicevo, vanno insieme. Amare Dio richiede di amare il prossimo, e amare il prossimo è come la verifica che amiamo veramente Dio. Questa è, la legge costituzionale della Chiesa, del popolo di Dio.


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