Archivio per novembre, 2007

Video Vescovo vs giovani

Pubblicato: 24 novembre 2007 in Testimoni
Rimini: Una folla di giovani per l’incontro con il Vescovo Francesco
Non è bastata la palestra Stella a contenere i giovani riminesi che hanno risposto ieri sera all’invito del Vescovo Monsignor Francesco Lambiasi per l’incontro dal titolo "Gesù o è tutto o è niente. Mi ami tu?".

Il servizio di E’Tv (19.20, 20.20, 22.20)


 

24 novembre 2007 12:58

vitachiesa

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Non è bastata la palestra Stella a contenere i giovani riminesi
che hanno risposto ieri sera all’invito del Vescovo Monsignor Francesco Lambiasi
per l’incontro dal titolo "Gesù o è tutto o è niente. Mi ami tu?".

Il servizio di E’Tv (19.20, 20.20,
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24 novembre
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FERMATI SUL MONTE

Pubblicato: 16 novembre 2007 in Fermati sul monte
La fame del cuore

La fame del nostro cuore ci spinge nel mondo alla ricerca del nutrimento. In
molti modi noi chiediamo al mondo: “Hai visto colui che ha fatto il mio
cuore, che ha causato questo mio sentire?” Il nostro cuore cerca se stesso,
disperso nel paesaggio che vede. E chiede a ogni persona e a ogni possesso e
a ogni attività di dirci di più circa il Mistero della nostra vita. Così
avviene spesso che, affascinati dai messaggeri di Dio, l’anima li scambia
per Dio. Noi prendiamo le buone cose di Dio e chiediamo loro di essere Dio,
finché il cuore, stanco di questo cercare, brama il riposo e vorrebbe farsi
una casa. Percorre i suoi desideri profondi attraverso relazioni, possessi,
piani, attività, mete, per colmare la sua fame profonda, ma tutte le
aspettative iniziano a sgretolarsi… Dio è l’unico cibo che nutre la fame
del cuore! Sarà utile allora fermarmi a riflettere: 1. Quali sono le cose
che hanno preso nella mia vita il posto di Dio? le cose che sono diventate
parte della mia vita e senza le quali non so andare avanti? Sono ferito per
essermi attaccato così strettamente a loro? 2. Ho costruito io
inconsciamente il mio regno piuttosto che guardare al regno di Dio? Ho io,
senza essermene reso conto, rimosso Dio dal centro della mia vita e messo al
centro i miei nobili desideri, i miei profetici lavori, la mia capacità di
comprensione degli eventi? Ho io lentamente negli anni dimenticato di
chiedermi: Cosa Dio vuole da me? 3. Le passioni che mi hanno dato la spinta
a compiere cose grandi dove sono? Sono state addomesticate e abbandonate?
Sono io diventato troppo funzionario dei miei progetti piuttosto che
discepolo della Vita? Certi malesseri, certe inquietudini non verranno forse
dal nutrire la mia fame con cibi inadatti? Signore, sei tu il Pane del mio
cuore. Che io abbia sempre fame di Te!


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Beata libertà

Pubblicato: 13 novembre 2007 in ecumenismo

Beata libertà. Il miracolo postumo di Antonio Rosmini

Sul grande pensatore liberale pendeva fino a sei anni fa la condanna del Sant’Uffizio. È stato assolto. E ora è proclamato beato. Il filosofo Dario Antiseri traccia il ritratto di questo maestro di un liberalismo aperto alla religione

di Sandro Magister

ROMA, 12 novembre 2007 – È vicina una beatificazione che è essa stessa un miracolo: quella del sacerdote e filosofo Antonio Rosmini.

Un miracolo perché appena sei anni fa su questo nuovo beato pendeva ancora una condanna spiccata nel 1887 dalla congregazione del Sant’Uffizio contro 40 proposizioni tratte dai suoi scritti.

L’assoluzione è arrivata il 1 luglio 2001 con una nota dell’allora prefetto della congregazione per la dottrina della fede, cardinale Joseph Ratzinger.

E solo dopo la rimozione di questo ostacolo la causa di beatificazione ha proceduto spedita.

Antonio Rosmini sarà proclamato beato domenica 18 novembre a Novara, la diocesi del nord nella quale trascorse l’ultima parte della sua vita. Presiederà la celebrazione, su mandato di papa Benedetto XVI, il cardinale Josè Saraiva Martins, prefetto della congregazione delle cause dei santi.

Rosmini, oltre che sacerdote di grande spiritualità, fu profondo pensatore e scrittore prolifico. L’edizione completa delle sue opere, curata da Città Nuova, occuperà alla fine 80 grossi volumi. Padre Umberto Muratore, religioso della congregazione fondata dallo stesso Rosmini, non teme di paragonarlo, come filosofo, a giganti come san Tommaso e sant’Agostino.

Il suo libro ancor oggi più letto e tradotto è "Delle cinque piaghe della santa Chiesa". Una delle piaghe da lui denunciate fu l’ignoranza del clero e del popolo nel celebrare la liturgia. Ma sbaglia chi vede in lui un antesignano dell’abbandono del latino. Scrisse invece che "volendo ridurre i sacri riti nelle lingue volgari si andrebbe incontro a un rimedio peggiore del male".

Fu grande anche come teorico della politica. Fu spirito liberale di lega purissima, in un’epoca, la metà dell’Ottocento, in cui il liberalismo, per la Chiesa, faceva rima col diavolo. Nel suo libro "Filosofia della politica" Rosmini si dice ammirato della "Democrazia in America", il capolavoro del suo contemporaneo Alexis de Tocqueville, padre del liberalismo amico dello spirito religioso.

Rosmini anticipò di più di un secolo le tesi sulla libertà di religione affermate dal Concilio Vaticano II. Fu critico del cattolicesimo come "religione di stato". Fu instancabile difensore delle libertà dei cittadini e dei "corpi intermedi" contro le prevaricazioni di uno stato onnipotente.

Non sorprende, quindi, che a diffondere oggi il pensiero di Rosmini, in campo cattolico, siano soprattutto i fautori del liberalismo aperto alla religione, che in Europa ha i suoi maestri nella "scuola di Vienna" di Ludwig von Mises e Friedrich von Hayek.

Il profilo di Rosmini riprodotto qui sotto è scritto proprio da un esponente di spicco di questi cattolici liberali, Dario Antiseri, professore alla Libera Università degli Studi "Guido Carli" di Roma e autore di una apprezzatissima "Storia della filosofia" tradotta in più lingue. La sua nota è uscita il 1 novembre sul quotidiano della conferenza episcopale italiana, "Avvenire".

Antiseri concentra l’attenzione su un solo aspetto della figura di Rosmini, quello di teorico della politica. Ma è l’aspetto in cui forse più emerge la sua originalità. Le tesi di Rosmini sono ancora invise a larga parte dei cattolici, vescovi e preti compresi.

Fatto beato Rosmini, questo suo pensiero ha ancora molto da camminare, prima di diventare linguaggio universalmente accettato, nella Chiesa cattolica.

Rosmini, l’antitotalitario

di Dario Antiseri

La preoccupazione prima e fondamentale di Antonio Rosmini, in ambito politico, è stata quella di stabilire le condizioni in grado di garantire la dignità e la libertà della persona umana. Ed è in tale prospettiva che, a suo avviso, risulta cruciale la questione della proprietà.

Contrario all’economicismo socialista, Rosmini ebbe chiarissimo il nesso che unisce la proprietà alla libertà della persona.

"La proprietà – egli scrive nella "Filosofia del diritto" – esprime veramente quella stretta unione di una cosa con una persona. […] La proprietà è il principio di derivazione dei diritti e dei doveri giuridici. La proprietà costituisce una sfera intorno alla persona, di cui la persona è il centro: nella quale sfera niun altro può entrare".

Il rispetto dell’altrui proprietà è il rispetto della persona altrui. La proprietà privata è uno strumento di difesa della persona dall’invadenza dello stato.

Persona e stato: fallibile la prima, mai perfetto il secondo. Ed ecco un famoso passo tratto dalla "Filosofia della politica":

"Il perfettismo – cioè quel sistema che crede possibile il perfetto nelle cose umane, e che sacrifica i beni presenti alla immaginata futura perfezione – è effetto dell’ignoranza. Egli consiste in un baldanzoso pregiudizio, per quale si giudica dell’umana natura troppo favorevolmente, se ne giudica sopra una pura ipotesi, sopra un postulato che non si può concedere, e con mancanza assoluta di riflessione ai limiti naturali delle cose".

Il perfettismo ignora il gran principio della limitazione delle cose; non si rende conto che la società non è composta da "angeli confermati in grazia", quanto piuttosto da "uomini fallibili"; e dimentica che ogni governo "è composto da persone che, essendo uomini, sono tutte fallibili".

Il perfettista non fa uso della ragione, ne abusa. E intossicati dalla nefasta idea perfettista sono, innanzi tutto, gli utopisti. "Profeti di smisurata felicità" i quali, con la promessa del paradiso in terra, si adoperano alacremente a costruire per i propri simili molto rispettabili inferni.

L’utopia – afferma Rosmini – è "il sepolcro di ogni vero liberalismo" e "lungi dal felicitare gli uomini, scava l’abisso della miseria; lungi dal nobilitarli, gli ignobilita al par de’ bruti; lungi dal pacificarli, introduce la guerra universale, sostituendo il fatto al diritto; lungi d’eguagliar le ricchezze, le accumula; lungi da temperare il potere de’ governi lo rende assolatissimo; lungi da aprire la concorrenza di tutti a tutti i beni, distrugge ogni concorrenza; lungi da animare l’industria, l’agricoltura, le arti, i commerci, ne toglie via tutti gli stimoli, togliendo la privata volontà o lo spontaneo lavoro; lungi da eccitare gl’ingegni alle grandi invenzioni e gli animi alle grandi virtù, comprime e schiaccia ogni slancio dell’anima, rende impossibile ogni nobile tentativo, ogni magnaminità, ogni eroismo ed anzi la virtù stessa è sbandita, la stessa fede alla virtù è annullata".

E qui va precisato che, connessa al suo antiperfettismo, c’è la decisa critica di Rosmini all’arroganza di quel pensiero che celebra i suoi fasti negli scritti degli Illuministi e che poi scatena gli orrori della Rivoluzione francese.

La dea Ragione sta a simboleggiare un uomo che presume di sostituirsi a Dio e di poter creare una società perfetta. Il giudizio che Rosmini dà sulla presunzione fatale dell’Illuminismo richiama alla mente analoghe considerazioni, prima di Edmund Burke e successivamente di Friedrich A. von Hayek.

Antiperfettista, a motivo della naturale "infermità degli uomini", Rosmini si affretta, sempre nella "Filosofia politica", a far presente che gli strali critici da lui puntati contro il perfettismo "non sono volti a negare la perfettibilità dell’uomo e della società. Che l’uomo sia continuamente perfettibile fin che dimora nella presente vita, egli è un vero prezioso, è un dogma del cristianesimo".

L’antiperfettismo di Rosmini implica, dunque, un impegno maggiore. Da qui viene, tra l’altro, la sua attenzione a quella che egli chiama "lunga, pubblica, libera discussione", poiché è da siffatta amichevole ostilità che gli uomini possono tirare fuori il meglio di sé ed eliminare gli errori dei propri progetti e idee.

Leggiamo ancora nella "Filosofia del diritto":

"Gli individui di cui un popolo è composto non si possono intendere, se non parlano molto tra loro; se non contrastano insieme con calore; se gli errori non escono dalle menti e, manifestati appieno, sotto tutte le forme combattuti".

Antistatalista e dunque difensore dei "corpi intermedi", alfiere dei diritti di libertà, Rosmini è stato attentissimo alle sofferenze e ai problemi dei bisognosi, dei più svantaggiati.

Ma la doverosa solidarietà cristiana non gli fa chiudere gli occhi sui danni dell’assistenzialismo statale.

"La beneficenza governativa – egli afferma – ha un ufficio pieno in vista delle più gravi difficoltà, e può riuscire, anziché di vantaggio, di gran danno, non solo alla nazione, ma alla stessa classe indigente che si pretende di beneficiare; nel qual caso, invece di beneficenza, è crudeltà. Ben sovente è crudeltà anche perché dissecca le fonti della beneficenza privata, ricusando i cittadini di sovvenir gl’indigenti che già sa o crede provveduti dal governo, mentre nol sono, nol possono essere a pieno".

Sin qui, dunque, alcune posizioni di Antonio Rosmini teorico della politica. Di esse non è difficile comprendere l’estrema rilevanza e l’impressionante attualità.

E insieme l’incalcolabile danno – non solo per la cultura cattolica – provocato dalla lunga emarginazione di questo sacerdote filosofo.

__________

Le tappe della sua vita

Antonio Rosmini nasce a Rovereto, nell’Impero Austro-Ungarico, il 24 marzo del 1797. Frequenta la scuola pubblica. Nell’agosto 1816 sostiene gli esami finali nel liceo imperiale ottenendo la qualifica di "eminenza" in tutte le materie e un giudizio in cui si parla di lui come "dotato di acutissimo ingegno".

Nell’autunno del 1816 inizia a frequentare i corsi di teologia all’università di Padova, dove si laurea il 23 giugno 1822. Intanto, nel 1821, era stato ordinato sacerdote dal vescovo di Chioggia.

Il patriarca di Venezia, il cardinale Ladislao Pyrcher, lo porta con sé a Roma. Qui, introdotto dall’abate Mauro Cappellari, futuro papa col nome di Gregorio XVI, incontra due volte il pontefice Pio VIII, che al prete-filosofo dà questo consiglio: "Si ricordi, ella deve attendere a scrivere libri, e non occuparsi degli affari della vita attiva; ella maneggia assai bene la logica e noi abbiamo bisogno di scrittori che sappiano farsi temere".

Nel 1830 pubblica la sua prima grande opera filosofica “Nuovo saggio sull’origine delle idee”.

Il 2 febbraio 1831 sale al soglio pontificio il cardinal Cappellari, sincero amico di Rosmini, e il 20 settembre del 1839 l’Istituto della Carità, da lui fondato, viene approvato in via definitiva.

In poco più di dieci giorni, dal 18 al 30 novembre del 1832, Rosmini scrive "Delle cinque piaghe della santa Chiesa", in cui denuncia i pericoli che minacciano l’unità e la libertà della Chiesa e ne indica i rimedi. Il libro sarà pubblicato nel 1846.

Nel 1839 pubblica il “Trattato della coscienza morale”, in cui argomenta che l’intelligenza è illuminata dalla luce dell’essere che è la luce della verità, per cui vi è nell’uomo qualcosa di “divino”. Le sue tesi sono aspramente attaccate da alcuni gesuiti.

Nel 1848, su mandato del re del Piemonte Carlo Alberto di Savoia, Rosmini torna a Roma in missione diplomatica, con lo scopo di indurre papa Pio IX a presiedere una confederazione di stati italiani. Ma quando il governo piemontese pretende che anche il papa entri in guerra contro l’Austria, Rosmini rinuncia al suo incarico diplomatico.

Pio IX gli ordina però di restare a Roma. Si parla di lui come prossimo cardinale segretario di stato e, dopo la fondazione della Repubblica Romana, come primo ministro. Ma egli rifiuta di presiedere un governo rivoluzionario che priva il papa della libertà. Il 24 novembre 1848 Pio IX fugge a Gaeta. Rosmini lo segue. Ma presto cade in disgrazia, in disaccordo con la linea politica del cardinale Giacomo Antonelli, che vuole il sostegno al papa di eserciti stranieri. Nel 1849 prende congedo da Pio IX.

Durante il suo viaggio di ritorno nel nord d’Italia, a Stresa, lo raggiunge la notizia che le sue opere "Delle cinque piaghe della santa Chiesa" e "La costituzione civile secondo la giustizia sociale" sono state messe all’Indice dei libri proibiti.

Attaccato dai gesuiti, ma confortato dalle visite degli amici, tra i quali lo scrittore Alessandro Manzoni, Rosmini trascorre i suoi ultimi anni a Stresa, guidando le due congregazioni da lui fondate e scrivendo la sua opera più alta, la “Teosofia”.

Processato una prima volta dal Vaticano nel 1854, è assolto. Muore a Stresa il 1° luglio 1855. La condanna della Chiesa cadrà nel 1887 su 40 proposizioni tratte dalle sue opere. La revoca della condanna arriverànel 2001.


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PAROLA DI PELLE (L’AMICIZIA)

Pubblicato: 12 novembre 2007 in Parola di Pelle

 

Ritorno a scrivere la mia rubrica discutendo di un tema importante nella vita di chiunque, l’AMICIZIA.

L’amicizia è un po’ come l’acqua, puoi farne a meno per poco, perché altrimenti moriresti.
L’amicizia è quella cosa andiamo a ricercare nelle persone, quelle che ci possono stare vicine, che ci aiutano quando abbiamo bisogno, che ci fanno ridere quando siamo tristi e che ci danno sicurezza quando ci sentiamo fragili.

Secondo me a volte sbagliamo a chiamare “amico” colui che è un semplice conoscente, a volte distinguiamo gli amici con la “a” e la “A” per indicarne l’importanza, ma ciò che è importante è che vediamo la possibilità di trovare amicizia un po’ in tutte le persone, perché siamo così, perché sarebbe sbagliato chiudersi in se stessi. Un uomo chiuso, che non ha amici, è un uomo solo. Sì, certe persone dicono che soli stanno bene, io penso che stanno bene, solo perché non hanno mai provato la vera amicizia.

A volte un amico ci fa soffrire, l’amicizia è un sentimento e come tale provoca emozioni, ma a volte la compagnia vera di un amico ci riscalda, ci riempie di qualcosa che ci rasserena.

Un amico ci da consigli, vede il mondo diversamente da noi, e questo ci aiuta a realizzare meglio ciò che la nostra visione ci mostra.

Purtroppo a volte crediamo le persone amiche, e quando scopriamo che queste persone alla fine non ci considerano, stiamo male, soffriamo, vorremmo chiudere tutto e abbassare la testa.

Invece no, è proprio in quel momento che dobbiamo alzarla bene e guardare chi abbiamo attorno, perché solo in quei momenti realizziamo quali siano gli amici, quelli veri.

Nella nostra vita le persone che incontriamo sono molte, ma solo quelle che ci vogliono bene e che ci stanno vicine saranno ricordate nel nostro cuore.

Quindi ragazzi/e se non avete amici, aprite il cuore, e lasciate entrare le persone che vi vogliono bene, potrebbero essere loro coloro che state tanto cercando. Cercate, è nella natura dell’uomo ricercare 😉


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