Archivio per marzo, 2008

Cercavo il senso della vita

Pubblicato: 31 marzo 2008 in Senza categoria
Vivevo circondata da persone che seguivano sempre la routine di ogni giorno. Una vita costellata sì di piccoli piaceri, ma di breve durata. Piaceri e gioie che sparivano dalla vita in punta di piedi, così com’erano venuti. Un giorno, esaminando me stessa dovetti ammettere che anch’io facevo parte di quel sistema che viveva per vivere. Da quel momento, la domanda sul senso della vita divenne la mia fedele compagna degli anni di studio liceale. Provengo da una famiglia borghese, quindi mi sembrò opportuno che la risposta si trovasse nel completamento degli studi da insegnante, nella sicurezza di un posto di lavoro nei ranghi dello stato, per poi sposarmi ed formare a tempo debito una famiglia.

In un tenace impegno, mi affaticai quindi per anni a cercare il senso della vita nello studio ed in ripetuti ingaggiamenti nel campo sociale. Ben presto però capii che mi mancava qualcosa di particolare, ma non sapevo cosa fosse. Pensando che si trattasse di mancata realizzazione della mia femminilità, intensificai il contatto personale con il mio fidanzato. Passavamo più tempo insieme, discutevamo di questo e di quello, ma il vuoto che avevo nel cuore era sempre presente.

Più tardi dovetti capitolare davanti a tanti tentativi e ricerche inutili. Per di più fallii al mio primo esame di stato e scivolai in una profonda crisi personale. Durante un incontro avuto con giovani cristiani, sentii dire che il senso della vita è qualcosa che si può trovare solo in Dio. Egli ci ha creati, conosce il nostro cuore, le nostre debolezze, le nostre sofferenze, i nostri trionfi ed i nostri fallimenti. Egli solo può colmare il vuoto del nostro cuore e soddisfare la nostra ricerca di senso della vita.
Mi accorsi che avevo cercato la pace e la serenità, ma che avevo cercato inutilmente. Capii che anche se fossi giunta in capo al mondo neppure là avrei trovato ciò che cercavo. Compresi che tutti i miei conflitti ed i miei fallimenti erano dovuti al fatto che avevo cercato di condurre la mia vita come volevo io, lontana da Dio.

Quel giorno decisi di provare un nuovo inizio con Dio. Pregai che Gesù Cristo entrasse nel mio cuore, che mi perdonasse di tutti gli sbagli ed i peccati commessi e che mi aiutasse a dirigere meglio la mia vita. Col passare del tempo realizzai l’importanza della decisione che avevo preso: tutti i miei peccati mi furono perdonati, le decisioni della mia vita non erano più dominate dal mio egoismo ed io mi sentivo più libera e più leggera. Quella pace che sentii nel cuore dal momento della mia decisione, è stata attraverso gli anni la mia fedele compagna. Ancora oggi, gioiosa di ciò che ho potuto sperimentare con Dio, riconosco il suo meraviglioso piano perla mia vita. Nello svolgimento del mio lavoro da insegnante, particolarmente durante il tempo degli esami, incontro colleghi e studenti al limite delle loro forze.
E’ meraviglioso in questi casi poter aiutare gli atri incoraggiarli e far capire loro che anche le loro paure e le loro tensioni sono cose passeggere. A quanti mi chiedono dove prendo la calma e la tranquillità durante i duri periodi della mia vita, posso offrire l’indirizzo del migliore terapeuta del mondo: Dio, attraverso la Bibbia
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Inviato da Webmaster il 17/3/2008 18:50:01 (21 letture)

 


Inviato da Webmaster il 15/3/2008 21:21:00 (139 letture)

Catechesi tenuta dal vescovo Francesco LAMBIASI in forma di contemplazione guidata davanti al Crocifisso di Giotto, nel duomo di Rimini, per la celebrazione diocesana della Giornata Mondiale dei Giovani, il 15 marzo ’08.
Vi dico la verità: ho tanta paura stasera di sciupare un dono grande che il Signore sta per farci, il dono del Padre. Mi spiego meglio: nel suo libro, Gesù di Nazaret, il Papa si pone una domanda ardita: che cosa è venuto a portarci Gesù sulla terra se non ci ha portato la pace, il progresso materiale, il benessere psico-fisico? “Dio – risponde il Papa – Gesù ci ha portato Dio”. Esplicitiamo: Gesù ci ha portato il Padre, ci ha portati al Padre.
Vorrei ora condividere con voi questo dono della rivelazione del Padre, quasi prendendovi per mano e accompagnandovi ai piedi del grande Crocifisso giottesco, il capolavoro più stupefacente della nostra stupenda cattedrale.
E lo faccio raccontandovi un altro dei miei sogni. Dunque, l’altra notte ho sognato un incontro di quelli possibili solo nei sogni: un incontro tra Giotto e Tommaso d’Aquino, avvenuto proprio qui, in duomo, attorno al 1300, quando il mitico maestro fiorentino si trovava a Rimini per dipingere il Crocifisso, commissionato per il convento francescano che qui aveva sede. La cosa è storicamente impossibile, perché quando Tommaso morì (1274), Giotto aveva appena sette anni, ma, appunto, visto che nei sogni queste cose succedono, se permettete, io ve lo racconto.


Auguri di buona Pasqua.

Pubblicato: 23 marzo 2008 in Ad gentes

Auguri di buona Pasqua


Dalle tenebre alla luce

Comunità Missionaria Villaregia
Ecco l’invito che ci presenta il Vangelo di Pasqua: entrare nella luce di Cristo risorto.
Maria
Maddalena, mossa dall’amore per il Maestro che l’aveva liberata da
sette demoni, parte quando è ancora buio per piangere sulla sua tomba,
è l’amore che la muove, che la fa andare incontro a Cristo anche se
morto. E’ importante questa sottolineatura di Giovanni: "Quand’era ancora buio".
Maria Maddalena non attende di avere certezze per incontrare il
Signore. Parte, va incontro a lui, anche se si tratta di incontrarlo,
in questo caso nel sepolcro, quando ancora è immersa nel buio, nel
dolore, nell’incertezza, nell’angoscia…
Questo è importante,
spesso, infatti, l’esperienza della sofferenza è come una cappa che ci
copre e non riusciamo più a capire, a vedere entriamo in un tunnel buio
senza uscita e tutto ciò che era motivo di vita sembra ormai svanito,
tutto è finito…
In fondo era questa la situazione della
Maddalena riportata nel vangelo di oggi. La morte del maestro, di chi
le aveva restituito la vita vera, la sconvolge, non capisce più niente,
non si ricorda più delle sue parole di speranza, della promessa della
risurrezione. In questo stato d’anima lo cerca ancora morto, tra i
sepolcri, non lo trova, il sepolcro è vuoto, pensa che qualcuno l’ha
prelevato, non ha capito che la morte non poteva trattenere il Signore
della Vita. Sì, credeva in Dio, ma non aveva ancora la fede piena,
illuminata, che ci donava la comprensione giusta in ogni situazione
della vita. Il dolore così travolgente l’aveva presa tutta, il cuore,
la mente erano chiusi. Nonostante ciò va dai discepoli e lì comunica la
sua scoperta.
Pietro e Giovanni escono di corsa… e trovano come
aveva detto Maria Maddalena il sepolcro vuoto, le bende per terra ed il
sudario piegato da un’altra parte… E credono. Aprono la mente ed il
cuore alla promessa di Gesù. Il dolore, la forte sofferenza vissuta non
aveva spazzato via la speranza che portavano nel cuore.
Potremmo
dire che la fede di Maria cresce piano piano, è una fede che si fa
spazio dentro un desiderio di amore: ritrovare almeno il corpo di Gesù.
E’ in questo desiderio che Gesù si rende presente, si mostra "risorto",
a lei per prima. Maria Maddalena non è andata via dal sepolcro, è
voluta rimanere a cercare quel corpo, ha pianto per poterlo riavere. E
Gesù si rivela.
La fede in Cristo risorto ci dona una vita nuova, ciò che non aveva senso acquista il suo vero significato.
Siamo chiamati a vivere da Risorti, cioè vivere in modo pieno la vita nuova in Cristo Gesù, ciò vuole dire:
Vivere nella luce,
Cristo vivo è luce e illumina la nostra vita, il nostro volto, il
nostro sguardo. Il risorto vivo in noi ci illumina e possiamo anche
illuminare tutti coloro che si trovano nelle tenebre, con la nostra
presenza e la nostra parola.
Vivere nella gioia,
l’esperienza del risorto, leggiamo nei vangeli, ha portato la gioia nei
cuori sofferenti dei discepoli. La gioia vera non è esente dal dolore.
È la gioia della presenza di Dio vivo in noi e in mezzo a noi.
Vivere nella pace,
Gesù risorto ci dona la pace; viviamo con Lui e in Lui accogliendo la
sua pace e donando pace a tutti coloro che incontriamo. È la pace che
nasce dai cuori riconciliati.
Vivere nell’amore, come Lui stesso
ci ha comandato nell’Ultima Cena: "amatevi gli uni gli altri come io vi
ho amati", nell’amore reciproco, gratuito e grato, questo permette al
Risorto di rimanere presente eternamente in mezzo a noi.
Solo
vivendo da risorti possiamo rispondere ai fratelli che ancora oggi non
conoscono Cristo vivo. Sono miliardi di uomini che ci stanno
domandando: Vogliamo vedere Gesù. A questa domanda possiamo rispondere
come i primi cristiani che lo facevano vedere nel loro amore reciproco
come ci viene presentato negli Atti degli Apostoli la vita nelle prime
comunità cristiane.

Facciamo nostre le parole profetiche che
Paolo VI ha pronunciato in un’Omelia della Festa di Pasqua durante il
suo Pontificato, ma ancora attualissima:
"Cristo è risorto in un
preciso momento della storia, ma ancora attende di risorgere nella
storia di innumerevoli uomini, nella storia dei singoli e in quella dei
popoli.
E’ risurrezione, questa, che suppone la cooperazione dell’uomo, di tutti gli uomini.
Ma
è risurrezione nella quale sempre si manifesta un fiotto di quella Vita
che proruppe dal sepolcro in un mattino di Pasqua di tanti secoli or
sono.
Ovunque un cuore, superando l’egoismo, la violenza,
l’odio, si china in un gesto d’amore verso chi è nel bisogno, lì Cristo
ancora oggi risorge.

Ovunque nell’impegno fattivo per la
giustizia emerge una vera volontà di pace, lì la morte indietreggia e
la vita di Cristo s’afferma.
Ovunque muore chi ha vissuto credendo, amando, soffrendo, lì la resurrezione di Cristo celebra la sua definitiva vittoria.
L’ultima parola di Dio sulla vicenda umana non è la morte, ma la vita; non è la disperazione, ma la speranza.
A
questa speranza la Chiesa invita anche gli uomini di oggi. Ad essi
ripete l’annuncio incredibile, eppur vero: Cristo è risorto! Risorga
tutto il mondo con Lui! Alleluia!"

Celebrare la Risurrezione è credere nel bene, sforzandoci di costruirlo attivamente nella società;
è promuovere la pace, impegnandoci a disarmare i nostri cuori dalle
piccole ostilità che spesso fanno esplodere la "guerra" proprio tra le
mura domestiche.
Se nel quotidiano tutti, in prima persona, ci
lasciamo trasformare da piccole scelte di dono, parlare di Risurrezione
e credere nel trionfo della vita sulla morte non ci sembrerà più
anacronistico.

Cristo è risorto! DiciamoLO insieme a tutti i fratelli del mondo.


 

Testimoni

Pubblicato: 23 marzo 2008 in Testimoni
Buia la notte della tomba

ma i raggi delle sante ferite

penetrano la durezza della pietra,

sollevata leggermente e posta a lato;

dal buio della tomba si erge

il corpo del Figlio dell’Uomo

illuminato di luce, irraggiante splendore,

nuovo corpo risorto del Figlio dell’Uomo.

(Edith Stein)


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Hai un momento Dio?

Pubblicato: 18 marzo 2008 in Musica

Fiorella Mannoia  in "Onda
tropicale" – 2006

Vivo!

Precario, provvisorio,
dispersivo
erroneo, transitorio, transitivo
effimero, fugace e
passeggero.
Ecco qui un vivo
ecco qui… un vivo.
Impuro,
imperfetto,

impermanente
incerto,
incompleto, incostante
instabile, variabile, emotivo.
Ecco qui un
vivo
ecco qui…
E affrontando
il traffico, del traffico equivoco
il
tossico, del transito nocivo
la droga e l’indigesto digestivo
il male che
minaccia il corpo vivo
la mente, il mal dell’ente collettivo
il sangue, il
mal del sieropositivo.
E affrontando queste realtà…
Il vivo afferma,
fermo, affermativo
“Quel che vale davvero

è restar vivo”.
Vivo… è
esser vivo.
Sospeso, non perfetto,

non completo
non
soddisfatto mai,

né mai contento
così
incompiuto e non definitivo.

Ecco qui un vivo
…eccomi!

 

“Precario,
provvisorio, transitorio, transitivo, effimero, fugace e passeggero”
:
è la situazione dell’uomo, viandante e nomade, sempre costretto a piantare
“oltre” la sua tenda. È una verità biblica. Emblematica è la figura di Abramo
che, chiamato da Dio a lasciare la sua terra e la casa di suo padre, intraprende
un viaggio che lo porterà a spostarsi continuamente verso “l’oltre” di Dio (Gn
12,1-9). La società di oggi è in continuo mutamento e questa instabilità la
viviamo sulla nostra pelle (precarietà e mobilità nel mondo del lavoro…). È
importante imparare a metterci sempre in gioco, ad aprirci al nuovo e a
ridefinire noi stessi per affrontare con coraggio e consapevolezza ogni nuova
situazione. “La vita, infatti, non è un cammino semplice e lineare lungo il
quale possiamo procedere liberamente e senza intoppi, ma piuttosto un intricato
labirinto attraverso il quale dobbiamo trovare la nostra strada. Spesso smarriti
e confusi, talvolta imprigionati in un vicolo cieco. Ma sempre, se abbiamo fede,
si aprirà una porta: forse non quella che ci saremmo aspettati, ma certamente
quella che alla fine si rivelerà la migliore per noi” (A. J. Cronin).
“dispersivo, erroneo, effimero”: quante energie
sprechiamo a rincorrere cose inutili lasciandoci ipnotizzare da ciò che è
sensibile, materiale, immediatamente gratificante! La ricerca del piacere,
assunto a valore assoluto, guida le relazioni sociali, la vita familiare,
lavorativa, il tempo libero… È importante unificare la vita, su un punto fermo
che ne sia il “centro di gravità permanente”, che dia senso a quello che
facciamo. Senza un “centro” la vita si disperde in mille rivoli.
“Impuro, imperfetto, impermanente”: è la nostra
condizione di creature fragili, deboli. Il male, il peccato sono dentro di noi.
Nessuno è perfetto: “Signore, non chiamare in giudizio il tuo servo perché
nessun vivente davanti a te è giusto” (Sal 143,2). La consapevolezza
dell’imperfezione non deve condurci all’immobilismo né alla rassegnazione ma
deve diventare il primo passo per dare una sterzata alla nostra vita.
L’esperienza di s. Paolo ci è di esempio quando dice: “Se uno vive in Cristo è
una creatura nuova, le cose di prima sono passate, ne sono nate di nuove” (2Cor
5,17).
“affrontando il traffico… il tossico… la droga…
il male che minaccia il corpo vivo… il sangue”
: la vita quotidiana ci
pone problemi enormi. Il traffico congestiona le città e inquina, mettendo in
pericolo la salute; la schiavitù della droga distrugge tante giovani vite e la
serenità delle loro famiglie; le malattie, lievi o molto gravi, sono una
minaccia al nostro corpo…
“Quel che vale davvero è
restare vivo”
: tra queste realtà è importante non mollare e difendere
a tutti i costi il grande valore della vita, di ogni vita. La qualità della vita
fisica potrebbe essere migliore se ci impegnassimo a non sprecare risorse e a
condividerle, a trovare fonti di energia meno inquinanti, a combattere le
dipendenze da droga e alcool, a garantire a tutti, soprattutto ai Paesi poveri,
il diritto alla cura e alla salute… Anche la vita spirituale potrebbe migliorare
dedicando più tempo alla nostra interiorità, più spazio alla formazione
personale, alla preghiera…
“…non soddisfatto mai, né
mai contento così incompiuto e non definitivo”
: siamo sempre alla
ricerca della pienezza, della felicità. La tensione verso “l’oltre” è
profondamente radicata in noi e ci accompagna per tutta la vita. Molte cose
possono darci il senso della felicità, ma la felicità non è fatta di
soddisfazioni superficiali o di cose materiali, e non è neppure una questione di
soldi. Molti, pur avendo tutto, non sono veramente felici. Il denaro, da solo,
non ha mai fatto felice nessuno! La felicità ha radici più profonde, se la
cerchi sforzati di vivere una vita spirituale autentica, impara a mettere Dio al
centro delle tue scelte perché solo Lui può colmare la tua sete di felicità. E
non è un’impresa impossibile o riservata a pochi…
S. Agostino è un
esempio: dopo aver inseguito per 30 anni la felicità nei piaceri della vita,
rimanendone profondamente deluso, arriva a dire: “Signore, tu ci hai fatti per
te e il nostro cuore trova pace solo quando riposa in te”.

 

 

 

Per
riflettere

*
La vita, le situazioni ti chiedono di “ridefinirti”: come affronti le
novità?
* Cosa guida la tua vita: il piacere,
l’avere, il dare, il
condividere, la ricerca di te stesso, la fede in Dio?
* Oltre a curare la
vita materiale, curi anche la qualità della vita spirituale? Sai coltivare la
tua interiorità?
* Dove cerchi la tua felicità?


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MEDITAZIONI

Pubblicato: 18 marzo 2008 in Ad gentes

Il dito di
Gesù


 

Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col
dito per terra”; “e, chinatosi di nuovo, scriveva per terra”. È l’unico brano
del Vangelo in cui vediamo Gesù scrivere. Giovanni riporta ben due volte nello
stesso racconto questo gesto insolito di Gesù. Cosa avrà scritto? In che lingua?
L’hanno potuto leggere le persone che gli stavano attorno? Siamo pronti a porci
queste domande. Ma l’evangelista non soddisfa la nostra curiosità, piuttosto
egli orienta la nostra attenzione sul gesto sorprendente di Gesù: mentre intorno
a lui c’è molta tensione e agitazione, c’è l’atmosfera ostile e persino rischio
di spargimento di sangue, Gesù, con tutta tranquillità, si china a scrive col
dito per terra.
I farisei e gli scribi hanno il dito puntato su una donna: è
una peccatrice, colta in flagrante adulterio, dev’essere lapidata a morte
secondo la legge.
La donna, piena di vergogna e di paura, sta lì, “in
mezzo”, esposta, umiliata, accusata, condannata, non osa alzare la testa. Il
dito dei farisei è anche puntato in qualche modo su Gesù. La domanda che gli
pongono: “Tu che ne dici?” non mostra di certo rispetto alla persona e
apprezzamento del parere del maestro di Nazaret ma, come annota l’evangelista, è
piuttosto un tranello “per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo”.

Il dito di Gesù invece non punta su nessuno, non sulla donna, ma nemmeno
sugli scribi e farisei freddi e spietati. Egli non si schiera né con il partito
più forte né con colei che è più debole, non dà ragione né alla parte accusante,
né all’imputata; non analizza, non discute, non giudica, non condanna, ma
semplicemente si china e scrive per terra, il suo dito è puntato in basso, verso
la terra, come se volesse scaricare tutto quell’odio, quella cattiveria che
trasforma l’uomo in lupo contro i suoi simili, neutralizzare la di-scordia, il
conflitto e l’ingiustizia che rodono le relazioni umane.
Chinatosi in
silenzio egli induce i presenti a guardare con sincerità dentro di sé, offre uno
spazio di riflessione, provoca la consapevolezza del peccato in tutti: noi
uomini e donne siamo tutti esseri deboli, bisognosi di misericordia, tutti siamo
mancanti chi in un modo chi nell’altro, tutti abbiamo dei peccati, chi più chi
meno; tutti abbiamo dei difetti, chi ne ha di più evidenti, chi di più nascosti;
nessuno può considerarsi migliore degli altri, più giusto degli altri, più
autorizzato a giudicare o condannare gli altri. Egli scrive concedendo ai
presenti una pausa di autocritica, un attimo di verità e alla fine dice: “Chi di
voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei”. E vuol togliere
la pietra dal cuore degli uomini prima che dalle loro mani.
Chi può dirsi
senza peccato? Chi si sente perfetto tanto da non aver bisogno di perdono?
Giovanni risponde: “Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e
la verità non è in noi” (1Gv 1,8). Scrivendo per terra Gesù smaschera la falsità
di chi si crede giusto e si sente a posto; egli invita tutti, con capo chino e
nel silenzio, ad entrare in se stessi con sincerità ed umiltà per poter
pronunciare parole simili a quelle che disse Davide: “Riconosco la mia colpa, il
mio peccato mi sta sempre dinanzi. Contro te, contro te solo ho peccato, quello
che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto…” (Sal 51,5-6), o a quelle di un altro
salmista penitente: “Se consideri le colpe, Signore, chi potrà sussistere?” (Sal
130, 3). Chi accoglie la pausa di riflessione offerta da Gesù non sarà tanto
pronto a giudicare gli altri, chi sa riconoscere la trave nel proprio occhio,
non punterà il dito sulla pagliuzza nell’occhio del fratello e non gli scaglierà
la pietra. Dice infatti Paolo: “Sei inescusabile, chiunque tu sia, o uomo che
giudichi, perché mentre giudichi gli altri condanni te stesso” (Rm
2,1).


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Testimoni

Pubblicato: 18 marzo 2008 in Testimoni

Il Vangelo va letto come si mangia il pane…

Non si può incontrare Gesù per conoscerlo, amarlo,
imitarlo,

senza un ricorso continuo, concreto, ostinato al Vangelo;

senza che questo ricorso faccia intimamente

parte della nostra vita.

(M. Delbrêl)


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