Archivio per maggio, 2008

Una stupenda meditazione sulla vita

Pubblicato: 25 maggio 2008 in Testimoni

IL TESTAMENTO DEL CARDINALE

Io, le mie difficoltà con Dio

di Marco Politi, La Re 19.5.2008

Da vescovo ha spesso chiesto a Dio: "Perché non ci dai idee migliori? Perché non ci rendi più forti nell’amore e più co­raggiosi nell’affrontare i pro­blemi attuali? Perché abbiamo così pochi preti?». Oggi, entrato in uno stato danimo crepuscolare, confida di domanda­re a Dio di non essere lasciato solo. Nell’ulti­ma stagione della sua vita Carlo Maria Mar­ini si confessa ad un confratello austriaco e ne nascono i "Colloqui notturni a Gerusa­lemme", appena editi da Herder in Germa­nia, che rappresentano il suo testamento spirituale. Confessa di essere stato anche in conflitto con Dio, elogia Martin Lutero, esort­a la Chiesa al coraggio di riformarsi, a non all­ontanarsi dal Concilio e a non temere di confrontarsi con i giovani. Un vescovo, ram­menta, deve saper anche osare, come quan­do lui andò in carcere a parlare con militanti delle Brigate Rosse «e li ascoltai e pregai per loro e battezzai pure una coppia di gemelli di genitori terroristi, nata durante un processo».

Con padre Georg Sporschill, gesuita anche lui, l’ex arcivescovo di Milano è di una since­rità totale. Sì, ammette, «ho avuto delle diffi­coltà con Dio». Non riusciva a capire perché avesse fatto patire suo Figlio in croce. «Persi­no da vescovo qualche volta non potevo guardare un crocifisso perché !’interrogati­vo mi tormentava». E neanche la morte riu­sciva ad accettare. Dio non avrebbe potuto risparmiarla agli uomini dopo quella di Cri­sto?

Poi ha capito. «Senza la morte non po­tremmo darci totalmente a Dio. Ci terremmo aperte delle uscite di sicurezza». E invece no. Bisogna affidare la propria speranza a Dio e credergli. «Io spero di poter pronunciare nella morte questo SI a Dio» . Però, se potesse parlare con Gesù, Carlo Maria Martini gli chiederebbe «se mi ama nonostante le mie debolezze e i miei errori e se mi viene a prendere nella morte, se mi ac­coglierà». I discorsi di Gerusalemme sono come un lungo simposio notturno, senza be­vande, alimentati soltanto dallo scorrere dei ragionamenti, rassicurati dalle ombre calde di una sera che si prolunga fino all’alba.

C’è stato un tempo ­racconta­ in cui «ho sognato una Chiesa nella povertà e nell’umiltà, che non dipende dalle potenze di questo mondo. Una Chiesa che concede spazio alle gente che pensa più in là. Una Chiesa che da coraggio, specialmente a chi si sente piccolo o peccato­re. Una Chiesa giovane. Oggi non ho più di questi sogni. Do­po i settantacinque anni ho de­ciso di pregare per la Chiesa».

Eppure a ottantun anni il cardinale, grande biblista, non rinuncia a suggerire alla Chie­sa di avere coraggio e di osare riforme. E’ essenziale avere la capacità di andare incontro al futuro. Il celibato, spiega, deve essere una vera vocazione. Forse non tutti hanno il cari­sma. Affidare ad un parroco sempre più parrocchie o im­portare preti dall’estero non è una soluzione. «La Chiesa do­vrà farsi venire qualche idea. La possibilità di ordinare viri pro­bati (cioè uomini sposati di provata fede, ndr) va discussa». Persino il sacerdozio femmini­le non lo spaventa.

Ricorda che il Nuovo Testamento conosce le diaconesse. Ammette che il mondo orto­dosso è contrario. Ma racconta anche di un suo incontro con il primate anglicano Carey, al tempo in cui la Chiesa anglica­na era in tensione per le prime ordinazioni di donne – sacer­dote (avversate dal Vaticano). «Gli dissi per fargli coraggio che questa audacia poteva aiu­tare anche noi a valorizzare di più le donne e a capire come andare avanti«».

Sul sesso il cardinale invita i giovani a non sprecare rappor­ti ed emozioni, imparando a conservare il meglio per l’unio­ne matrimoniale, ma non ha difficoltà a rompere tabù, cri­stallizzatisi con Paolo VI, Wojtyla e di Ratzinger. «Pur­troppo l’enciclica Humanae Vitae ha provocato anche svi­luppi negativi. Paolo VI sot­trasse consapevolmente il tema ai padri conciliari». Volle assumersi personalmente la responsabilità di decidere su­gli anticoncezionali. «Questa solitudine decisionale a lungo termine non è stata una pre­messa positiva per trattare i te­mi della sessualità e della fami­glia». A quarant’ anni dall’ enci­clica, dice Martini, si potrebbe dare «un nuovo sguardo» alla materia. Perché la Bibbia, ri­corda, è molto sobria nelle que­stioni sessuali. Assai netta è soltanto nel condannare chi ir­rompe, distruggendo, in un matrimonio altrui. Chi dirige la Chiesa, sottolinea, oggi può «indicare una via migliore del­l’Humanae Vitae». Il Papa po­trebbe scrivere una nuova en­ciclica. E l’omosessualità? Il porporato ricorda le dure pa­role della Bibbia, ma rammen­ta anche le pratiche sessuali degradanti dell’antichità. Poi aggiunge delicatamente: «Tra i miei conoscenti ci sono coppie omosessuali, uomini molto stimati e sociali. Non mi è stato mai domandato né mi sarebbe venuto in mente di condan­narli». Troppe volte, soggiun­ge, la Chiesa si è mostrata in­sensibile, specie verso i giovani in questa condizione.

C’è un filo rosso che lega i suoi ragionamenti nella quiete di Gerusalemme. I credenti non hanno bisogno di chi in­stilli loro una cattiva coscienza, hanno bisogno di essere aiutati ad avere una «coscienza sensibile». E vanno stimolati continuamente a pensare, ari­flettere.

«Dio non è cattolico», era so­lita esclamare Madre Teresa. «Non puoi rendere cattolico Dio», scandisce Martini. Certa­mente gli uomini hanno biso­gno di regole e confini, ma Dio è al di là delle frontiere che ven­gono erette. «Ci servono nella vita, ma non dobbiamo confonderle con Dio, il cui cuore è sempre più largo».

Dio non si lascia addomesti­care. Se questa è la prospettiva ci si può rivolgere con spirito più aperto al non credente o al se­guace di un’ altra religione. Con chi non crede ci si può confrontare sui fondamenti etici, che lo animano. Ed è bel­lo camminare insieme a chi ha una fede diversa.

«Lasciati invitare ad una pre­ghiera con lui – suggerisce con mitezza Martini – portalo una volta ad un tuo rito. Ciò non ti allontanerà dal cristia­nesimo, approfondirà al con­trario il tuo essere cristiano. Non avere paura dell’estra­neo».

Per il cardinale la grande sfi­da geopolitica contempora­nea è lo scontro delle civiltà. Conoscono davvero i cristiani il pensiero e i pensieri dei mu­sulmani – si chiede Martini­e come fare per capirsi? Tre so­no le indicazioni. Abbattere i pregiudizi e !’immagine del ne­mico, perché i terroristi non possono davvero fondarsi sul Corano. Studiare le differenze. Infine avvicinarsi nella pratica della giustizia, perché l’Islam in ultima istanza è una religio­ne figlia del cristianesimo così come il cristianesimo è figliato dal giudaismo.

La regola aurea del cristiano – Martini lo ribadisce in que­sto suo scritto che assomiglia tanto ad un testamento spiri­tuale – è «Ama il tuo prossimo come te stesso». Anzi, spiega con la precisione dello studio­so della Bibbia, Gesù dice di più: «Ama il tuo prossimo perché è come te». Da lì sorge l’im­perativo a praticare giustizia. È terribile, insiste Martini, invo­care magari Dio nella costitu­zione europea, e poi non esse­re coerenti nella giustizia. E qui il cardinale di Santa Romana Chiesa tira fuori il Corano eleg­ge la splendida sura seconda. Non si è giusti, se ci si inchina per pregare a oriente o a occi­dente. Giusto è colui che crede in Allah e nell’Ultimo Giudizio. Giusto è colui che «pieno di amore dona i suoi averi ai pa­renti, agli orfani, ai poveri e ai pellegrini». Chi fa l’ elemosina e riscatta gli incarcerati.

«Costui è giusto e veramente timorato di Dio». Poi torna riflettere sull’Al di là. C’è l’Inferno? Sì. «Eppure ho la speranza che Dio alla fine salvi tutti». E se esistono perso­ne come un Hitler o un assassi­no che abusa di bambini, allo­ra forse l’immagine del Purga­torio è un segno per dire: «An­che se tu hai prodotto tanto in­ferno (sulla terra) forse dopo la morte esiste ancora un luogo dove puoi essere guarito».

Non finirebbero mai i di­scorsi notturni di Gerusalem­me. Lo si capisce dall’anda­mento quieto delle domande e delle risposte. Come onde che si susseguono. Martini nel frat­tempo è rientrato in Lombar­dia, fiaccato dal Parkinson. A chi lo ascolta, lascia questo se­gnale: «Possiamo anche lottare con Dio come Giacobbe, dubi­tare e dibatterci come Giobbe, rattristarci come Gesù e le sue amiche Marta e Maria. Anche questi sono sentieri che porta­no a Dio».


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W GESU’

Pubblicato: 25 maggio 2008 in Senza categoria

BUONA DOMENICA

DEL SACRO CORPO E SANGUE DI CRISTO

Dal vangelo secondo Giovanni Capitolo 6

Questa infatti è la volontà del Padre mio, che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; io lo risusciterò nell’ultimo giorno». [41]Intanto i Giudei mormoravano di lui perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo». [42]E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui conosciamo il padre e la madre. Come può dunque dire: Sono disceso dal cielo?». [43]Gesù rispose: «Non mormorate tra di voi. [44]Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. [45]Sta scritto nei profeti: E tutti saranno ammaestrati da Dio. Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me. [46]Non che alcuno abbia visto il Padre, ma solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. [47]In verità, in verità vi dico: chi crede ha la vita eterna.  [48]Io sono il pane della vita. [49]I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; [50]questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. [51]Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». [52]Allora i Giudei si misero a discutere tra di loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». [53]Gesù disse: «In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. [54]Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. [55]Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. [56]Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. [57]Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me. [58]Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

 

In questo brano vediamo i Giudei andare in crisi di fronte alla rivelazione che Gesù fa di se stesso e lo fa mettendo in antitesi due pani, dono di Dio: quello antico, la manna, non era sorgente di vita: infatti i padri che la mangiarono morirono (V. 49). Ora Gesù dice: “Io sono il pane vivo che è sceso dal cielo, chi mangia di questo pane vivrà in eterno” (V. 51). Da notare che dopo essersi definito per quattro volte “Pane vivo”, Gesù ora usa dei verbi al futuro: vivrà, darò. Nella situazione di incredulità e di rifiuto da cui è circondato, guarda al futuro: diventerà pane per gli altri quando si darà per la vita del mondo. Ed è proprio una lettura in chiave pasquale del cap. 6 che ci suggerisce l’evangelista. I giudei rimangono scandalizzati: “com’è possibile che sia disceso dal cielo se conosciamo chi sono i suoi genitori, se l’abbiamo visto crescere tra noi giorno dopo giorno, come può affermare che è mandato da Dio Padre?” Per loro è impossibile conciliare la natura umana di Gesù con quella Divina; c’è troppa distanza tra le sue promesse e la sua materialità. L’attesa di un Messia nelle vesti di un re liberatore non corrisponde a costui che dice di essere il Figlio di Dio, un Messia che si rivela non nella potenza spettacolare, ma nella debolezza umana. Lo scandalo dei giudei è il travaglio di fede delle prime comunità cristiane. Non è stato facile per loro passare dai dati concreti della storia umana di Gesù, all’affermazione di fede nella sua divinità. Ma non è forse questa la situazione di molti nostri contemporanei, che collocano Gesù tra i profeti o i liberatori falliti della storia?

Se gli danno il titolo di “Figlio di Dio” è perché lo considerano un discendente di Davide, che era appunto chiamato con questo titolo nella Bibbia. Non meravigliamoci e non scandalizziamoci dunque di ciò che pensano i giudei e rivolgiamo anche noi la stessa domanda a Gesù: “Come puoi dire io sono disceso dal cielo? Non hai avuto forse come tutti noi un padre, una madre qui sulla terra?”(V. 42).

Se analizziamo il testo Gesù ci indica il cammino per penetrare nel mistero della sua persona. Egli infatti non si sottrae allo scandalo, anzi riafferma con più forza “Io sono il pane della vita, il pane disceso dal cielo” (V. 44) e ancora “chi viene a me io lo risusciterò nell’ultimo giorno”. L’impegno di Gesù è teso a far capire che Lui e il Padre sono una cosa sola, quindi chi viene da Dio, come dicono i Giudei, crede anche in Lui……….I giudei attendono di nuovo in dono la manna che mangiarono i loro padri nel deserto. Gesù dice loro: “Sono io il pane che attendete dal cielo e chi ne mangia vivrà in eterno. Sono io il compimento della vostra attesa, sono io la manna che attendete”.

E’ interessante sottolineare il passaggio dal passato al presente: il pane che adesso Dio dà è vero, dà la vita al mondo, è sorgente di vita per tutti, non per un solo popolo. In questo brano Gesù riveste il ruolo del pedagogo, paziente, e lo svolge con delicatezza. Spiega le scritture, ascolta, dialoga, istruisce, rispiega e infine apre alla speranza. Lo stesso ruolo che avrà con i discepoli di Emmaus: cammina insieme a loro, interroga, accoglie, dialoga e rispiega tutte le scritture in cui si parla di Lui, di quello che avrebbe dovuto patire e di come il Padre l’avrebbe risuscitato. Infine si fa riconoscere nello spezzare il pane, nuovo segno della sua presenza, che diventerà il segno di riconoscimento per tutti i cristiani nell’Eucaristia. E’ nell’Eucaristia che incontriamo Gesù, nuovo nutrimento che viene da Dio. Chi mangia di questo pane, il suo corpo donato per noi, aderisce ad una vita nuova, una vita che non avrà fine, che vince perfino la morte, perché entra nella grazia e nella pienezza di Dio. Questo brano nella sua struttura, rispecchia quella della Messa: prima Gesù ci istruisce alla mensa della parola, poi si offre a noi come pane vivo, sorgente di vita, nell’Eucaristia.

Nel convegno eucaristico di Bari presieduto dal Papa Benedetto XVI viene ripresa l’affermazione dei primi martiri cristiani: “Senza la domenica non possiamo vivere”, appunto perchè nell’Eucaristia il cristiano incontra il Cristo risorto, pane vivo, sorgente di vita eterna. In conclusione è sulla fede nella persona di Gesù che si gioca la nostra beatitudine, qui  e dopo!!!

 

1) Fino a che punto aderisco al disegno d’amore che Dio ha fatto per me?

2) Posso anch’io affermare di non poter vivere senza la domenica?

 

LA FEDE

 

Leggendo questi versetti ho avuto una conferma da Gesù – –

 

E cioè che: La Fede è un dono di Dio. Perché Credere in Gesù ha origine all’iniziativa del Padre.

Gesù, – in questi pochi versetti che ci espone Giovanni nel cap. 6 – vuol far capire che la

fede è un dono di Dio: “Nessuno può venire a me se non lo attira il Padre che mi ha

mandato” (v. 44), e ancora: “Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da lui viene a me” (v.45).

 

La conferma è che:

E’ Dio che chiama, che prende l’iniziativa di cercare ogni uomo. L’uomo deve solo rispondere al suo disegno d’amore, perché Dio ha amato l’uomo per primo. L’uomo può accettare questo dono ponendosi in ascolto, lasciandosi ammaestrare guidare dalla Sua parola (e mettendola in pratica).

Qui ancora abbiamo la conferma che:

Non è in potere dell’uomo credere in Gesù se prima non c’è la chiamata del Padre (v. 37: “tutti coloro che il Padre mi dà verranno a me…”).

Per Gesù la salvezza è un DONO e l’uomo deve solo accoglierlo: CREDERE.

Chi è nell’amore di Dio e si fa guidare da Lui, instaura un rapporto intimo con Dio Padre, incontra Gesù che è pane e sorgente di vita.


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Nuove Strade

Pubblicato: 23 maggio 2008 in Cultura

Nel panorama più strettamente “vocazionale”, occorre ripensare  un “sensus ecclesiae” che faccia della parrocchia una “casa” abitabile con scelte “missionarie” più coraggiose.

 

Un ri-pensamento di presenza e di servizio dei presbiteri nel territorio. Nei corridoi delle Domus Mariae si sono visti volti giovani di presbiteri, religiosi, religiose e laici impegnati nella pastorale vocazionale della propria diocesi o nella propria congregazione, inviati dal vescovo e dal superiore religioso. Presbiteri chiamati a svolgere tale incarico anche da pochissimo tempo. Da essi, e anche dai veterani, è emerso un interrogativo: cosa voglia dire fare pastorale vocazionale. Si tratta della punta di un iceberg che chiede di rivisitare l’orizzonte non solo dell’ambito tipicamente vocazionale, ma della pastorale nel suo insieme. Se manca il senso del sentirsi chiesa, difficilmente vi saranno giovani che si consacrano totalmente a Dio. Se manca la chiesa, mancheranno sempre le vocazioni. La nota Cei dopo il convegno di Verona così afferma: «Tutte le vocazioni e i ministeri, anche se in modi diversi, sono chiamati a testimoniare la speranza cristiana in mezzo ad una società in rapido cambiamento. Da questa varietà nell’unità scaturisce il segno vivo di una comunità che si mostra come una cosa sola perché il mondo creda».[1] Nella domanda, non affatto scontata, si cela il desiderio di come narrare la fede cristiana nel mondo moderno. Ad essere in crisi non sono i giovani e, tanto meno, la chiamata da parte di Dio, semmai è l’immagine di uomo e di donna che sta crescendo e maturando nelle giovani generazioni. Nel chiedersi cosa voglia dire fare pastorale vocazionale da parte degli “addetti ai lavori”, si constata che è in atto un scollamento nel pensare la chiesa e nel pensarsi chiesa. Sono le statistiche sociologiche a dirci che il numero dei preti nel prossimo ventennio sarà notevolmente in calo; anche da questo dato si dovrebbe iniziare a rivedere le modalità e i criteri nell’annuncio del Vangelo all’uomo moderno. Già le giovani chiese in terra di missione ci stanno inviando campanelli d’allarme nel farci comprendere che il futuro dei sacerdoti fidei donum, per esempio, dovrà necessariamente integrarsi con figure di laici e di coppie di sposi che si fanno garanti dell’annuncio cristiano. In casa nostra, si prospettano parrocchie con équipes composte da preti e da laici che, con compiti specifici e rispettosi delle proprie ministerialità, si adoperano dentro un territorio ampio che va oltre la singola parrocchia.

 

Formazione di laici, seminaristi, giovani preti con scelte missionarie in parrocchia e in diocesi. Le agende dei vescovi sono sempre più piene di delegazioni di parrocchie senza più il parroco, che rivendicano la presenza di un pastore. A loro il vescovo, il più delle volte suo malgrado, non sa cosa dire, con l’amarezza nel cuore. Il ripensamento della presenza di presbiteri in un territorio si impone sempre più alla scelta diocesana. Diversi preti posseggono ancora la mentalità del pensare “solo” alla propria parrocchia, quando invece si fa sempre più pressante uno sguardo ecclesiale d’insieme. È vero: le unità pastorali non nascono con il righello e la matita, ma da cuori che si appassionano insieme e da tavole per la mensa che si nutrono sempre di più di preti “viciniori. Ai seminaristi e ai giovani preti, togliendoli da ogni illusione e da ogni delusione, va detto che lo scenario che si prospetta quanto al futuro ministero presbiterale è questo. Buona cosa, pertanto, quando un vescovo incontra e dialoga regolarmente con i propri seminaristi (non solo nell’imminenza dell’ordinazione) e, soprattutto, con il clero giovane della sua diocesi per farsi raccontare quale immagine di ministero sognano per verificarla con la realtà.

Prendendo a prestito l’immagine dal mondo missionario, potremmo dire che la missione ai lontani in senso geografico chiede di rivedere la ricchezza di presbiteri in un territorio concentrato delle nostre diocesi. L’età avanzata del clero e le malattie di parroci da tempo in azione sono segnali da leggere non solo con la lente della perdita, ma anche con la lente di scelte missionarie in casa propria”, senza timore di cambiare rotta di fronte alla navigazione pastorale del “si è fatto sempre così”. Ma al “così non può più essere” ci si dovrà abituare ben presto.

 

Le strutture della parrocchia: non solo incontri, ma anche casa abitabile”. Un elemento che è stato ribadito al convegno nazionale è quello della parrocchia e della sua capillarità territoriale (che fa invidia a molte altre realtà aggregative e non). In ogni caso, si continua a pensare e a condurre la parrocchia   come una volta, coltivando “quelli che vengono” (visione centripeta), invece di ri-pensarla come una grande agorà dove ognuno si possa sentire a casa nel senso profondo del termine (visione centrifuga). Per andare al concreto: i non pochi locali (alcune parrocchie a dire il vero scarseggiano in tal senso) usati per gli incontri, per le catechesi e per loratorio perché non si investono in luoghi di accoglienza per i giovani  della parrocchia; luoghi di vita comune insieme al presbitero, trasformando la parrocchia in una casa abitabile, superando la logica da ufficio” che tante volte traspare?

Mons. Sigalini, vescovo di Palestrina e presidente del COP, ha ribadito ciò che aveva già espresso alla Gmg di Colonia: «Più senso di famiglia nelle strutture della parrocchia». È vero: i “campi scuola parrocchiali non bastano più.

A questo punto, una domanda sorge spontanea da parte del parroco: con tutto quello che c’è da fare oggi in parrocchia, come si può pensare ad una cosa del genere? È proprio qui lo snodo: è  il “tutto quel che c’è da fare” che va ripensato in modo intelligente, evitando così nel parroco esaurimenti personali, sguardi incattiviti verso tutto e tutti e ogni sorta di pessimismo e di sconforto.

La gente è molto più lungimirante del clero stesso, sapendo intravedere vie e forme che, a volte, non sono conosciute perché non è stata data loro la possibilità di esprimerle o di porle in atto. C’è bisogno di maggiore fiducia del clero nei confronti della gente, come ci deve essere più fiducia del vescovo verso i suoi preti; occorre più sinergia tra gli operatori pastorali di una stessa parrocchia, evitando di sprecare energie nel giocare quali battitori liberi e non gregari gli uni insieme agli altri.

 

Seminari e centri diocesani vocazioni: natura e identità

Un ultimo elemento è il ruolo e la finalità dei CDV. Un nutrito gruppo di direttori ha raccontato come il loro essere direttori della pastorale vocazionale coincida con l’essere rettori dei seminari diocesani. Diversi di loro, nel discernimento con il vescovo, stanno valutando la necessità di ripensare tale modalità per evitare di istituzionalizzare un servizio diocesano chiamato ad accompagnare le diverse forme di consacrazione rispetto ad una realtà come quella del seminario. Oggi il mondo giovanile ha fiuto per capire l’intenzione di una chiesa nei loro confronti e il servizio che si cerca loro di offrire; è bene che ciò venga fatto a più occhi e attraverso una diversità di esperienze pastorali. Non si deve aver fretta di imporre le mani, ma nel contempo non si deve indugiare sulle occasioni di grazia che la provvidenza suggerisce, senza aver timore di esplicitare al giovane la domanda vocazionale.

Il lavoro e la proposta vocazionale devono incoraggiare le diocesi ad osare percorsi di vita comune, con ottica vocazionale, come servizio alla vita del giovane; si tratta di sostenere parroci e vicari parrocchiali nel testimoniare in modo sereno e autentico la propria vocazione, facendosi loro stessi accompagnatori vocazionali di quei giovani che si rendono disponibili ad un percorso vocazionale (delegare tutto questo processo solo al CDV vuol dire che in casa propria ci si è arresi; e la propria vocazione di prete, specie se giovane, non comunica più nulla).   

L’esperienza dice che ai giovani più si chiede e più essi danno. Pertanto, non bisogna temere di mettere loro in mano la Scrittura e di intraprendere cammini “forti” di discernimento vocazionale e contemporaneamente far vivere loro la parrocchia come luogo di discernimento. Occorre iniziare a creare dei ponti reali tra la famiglia  e la parrocchia, accorciando sempre di più quel divario tra la vita personale e quella pubblica del giovane. Non si ci si deve lasciar prendere da alcuno scoraggiamento,  nell’edificare la chiesa, in quanto le vocazioni sono come alcuni frutti interrati: esistono già e vanno portati alla luce. Ai numerosi animatori ed educatori che da tempo (forse troppo) si muovono in parrocchia come tuttofare è giunto il momento di chiedere molto di più. Anche perché, non dimentichiamo, Dio chiede tutto.

 

don Giacomo Ruggeri

direttore CDV  di Fano

 
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Vivere con speranza

Pubblicato: 22 maggio 2008 in Fermati sul monte
  • Muta il mio dolore in danza. Vivere con speranza i tempi della prova

    Nouwen Henri J. San Paolo Edizioni (128 pagine – 2003)

    Questo libro profondamente rasserenante e al tempo stesso realistico, che raccoglie scritti inediti del celebre scrittore, conferenziere e sacerdote Henri Nouwen, non insegna come sopravvivere ai tempi difficili, i tempi della sofferenza e della prova, ma semplicemente suggerisce come vivere in pienezza anche durante e dopo di essi. Attingendo alla limpida, profonda fonte della sua esperienza di pastore d’anime, docente universitario e pensatore, Nouwen offre al lettore un conforto che non indulge mai in luoghi comuni. Sempre pragmatico e concreto, mai facilmente consolatorio o semplicistico…

Da “Muta il mio dolore in danza” di H. Nowen

La sofferenza ci aiuta a deporre le nostre pene in mani più capaci. In Cristo noi vediamo Dio che soffre –per noi- e che ci chiama a condividere il suo amore sofferente per un mondo dolente. Le piccole e anche le grandi, insopportabili sofferenze delle nostre vite sono intimamente connesse alle ben più grandi sofferenze di Cristo. Le nostre pene quotidiane sono saldamente ancorate alla pena più grande, e di conseguenza a una più grande speranza.

Non è in nostro potere modificare la maggior parte delle circostanze della nostra vita.

Siamo incessantemente chiamati a scoprire lo Spirito di Dio all’opera nelle nostre vite, dentro di noi, anche nei momenti più cupi. Siamo invitati a scegliere la vita. Una chiave per comprendere la sofferenza sta nel non ribellarci ai problemi e alle croci che la vita ci pone di fronte.
Soffrire ci avvilisce; ci rammenta la nostra pochezza. Ma è proprio qui, in questo nostro strazio o avvilimento, o disagio, che il Danzatore ci invita a rialzarci e a muovere i primi passi. Perché è nella nostra sofferenza, e non a prescindere da essa, che Gesù penetra nel nostro sconforto, ci prende per mano, ci rialza dolcemente e ci invita alla danza.

E danzando ci rendiamo conto che non siamo inchiodati al piccolo, angusto luogo del nostro dolore, che possiamo oltrepassarlo. Smettiamo di incentrare le nostre vite su noi stessi. Trasciniamo altri con noi, li invitiamo a unirsi alla più vasta danza che tutti ci accomuna. Impariamo a far posto agli altri, e all’Altro Misericordioso in mezzo a noi.

La nostra gloria si cela nel nostro dolore, se permettiamo a Dio di portare il dono di sé nella nostra esperienza di dolore. Se ci volgiamo a Dio, anziché ribellarci alla nostra sofferenza, gli permettiamo di trasformarla in un bene più grande. E permettiamo ad altri di unirsi a noi e di scoprire quel bene con noi.

Se sappiamo ravvisare la presenza di Dio nei momenti difficili, allora tutta la vita, non importa quanto apparentemente insignificante o difficile, può rivelarci che Dio opera incessantemente in mezzo a noi. Essere grati non significa rimuovere le ferite che ci portiamo dentro.

Guarire è lasciare che lo Spirito Santo mi chiami a danzare, a credere nuovamente, anche tra le lacrime, che Dio orchestrerà e guiderà la mia vita.

La chiamata a essere riconoscenti è una chiamata a confidare che ogni attimo della nostra esistenza possa essere rivendicato come la via della croce che conduce alla nuova vita.

La gratitudine ci aiuterà in questa danza solo se sapremo coltivarla. Perché la gratitudine non è una semplice emozione o un atteggiamento naturale. Vivere con riconoscenza richiede esercizio. È necessario uno sforzo non indifferente per riabilitare tutto il mio passato e vederlo come il modo concreto con cui Dio mi ha condotto sin qui, a questo momento. Per farlo, infatti, devo affrontare non solo le ferite recenti, ma le passate esperienze di rifiuto, abbandono, fallimento o angoscia. Ai discepoli Gesù disse che benché fossero già intimamente legati a lui, come tralci a una vite, dovevano essere ancora potati per portare più frutto (Gv 15,1-5). Potare significa troncare, ri-formare, rimuovere ciò che sottrae vitalità.

Le persone riconoscenti imparano a rendere grazie anche al ricordo dei momenti difficili e dolorosi della vita, perché hanno capito che la potatura non è mero castigo: è preparazione. Se la nostra gratitudine per il passato è soltanto parziale, anche la nostra speranza per il futuro non potrà mai essere piena. Ma il nostro abbandonarci al volere di Dio, alla sua mano che ci pota, non ci lascerà desolati, ma pieni di speranza per ciò che può avvenire in noi e per mezzo di noi.


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Jovanotti in “Safari” – 2008

FANGO

Io lo so che non sono solo

anche quando sono solo…

sotto un cielo di stelle

e di satelliti

tra i colpevoli le vittime

e i superstiti

un cane abbaia alla luna

un uomo guarda la sua mano

sembra quella di suo padre

quando da bambino

lo prendeva come niente

e lo sollevava su

era bello il panorama visto dall’alto

si gettava sulle cose prima del pensiero

la sua mano era piccina

ma afferrava il mondo intero

ora la città è un film straniero

senza sottotitoli

le scale da salire sono scivoli,

scivoli, scivoli

il ghiaccio sulle cose

la tele dice che le strade

son pericolose

ma l’unico pericolo che sento veramente

è quello di non riuscire più a sentire niente

il profumo dei fiori l’odore della città

il suono dei motorini

il sapore della pizza

le lacrime di una mamma

le idee di uno studente

gli incroci possibili in una piazza

di stare con le antenne

alzate verso il cielo

io lo so che non sono solo…

e rido e piango e mi fondo

con il cielo

e con il fango…

la città un film straniero senza sottotitoli

una pentola che cuoce pezzi di dialoghi

come stai quanto costa che ore sono

che succede che si dice chi ci crede

e allora ci si vede

ci si sente soli dalla parte del bersaglio

e diventi un appestato

quando fai uno sbaglio

un cartello di sei metri dice

tutto è intorno a te

ma ti guardi intorno

e invece non c’è niente

un mondo vecchio che sta insieme

solo grazie a quelli che

hanno ancora il coraggio di innamorarsi

e una musica che pompa sangue nelle vene

e che fa venire voglia di svegliarsi

e di alzarsi

smettere di lamentarsi

che l’unico pericolo che senti veramente

è quello di non riuscire più

a sentire niente

di non riuscire più a sentire niente

il battito di un cuore dentro al petto

la passione che fa crescere un progetto

l’appetito la sete l’evoluzione in atto

l’energia che si scatena in un contatto…

 

 

“sotto un cielo di stelle e di satelliti ora la città è un film straniero senza sottotitoli… un cartello di sei metri dice tutto è intorno a te ma ti guardi intorno e invece non c’è niente”:le città sono sempre più anonime, le persone volti senza nome, i rapporti più superficiali e …si vive la solitudine. È una contraddizione che, mentre la tecnica permette di comunicare in tempo reale anche a distanza, aumenti la solitudine. La TV, internet assorbono tanto del nostro tempo e diminuiscono le occasioni per il dialogo e le relazioni. C’è da vigilare per non essere assorbiti nel mondo virtuale e non perdere il legame con la realtà.

“l’unico pericolo che sento veramente è quello di non riuscire più a sentire niente”: il mondo scientifico e tecnico tende a dare poco spazio a emozioni e sentimenti. Tutto è scontato, non c’è la sorpresa di un incontro, la meraviglia per il sole che sorge, un bambino che nasce, un gesto di gratuità. Quando arriviamo ad essere impermeabili alle emozioni, a non saper partecipare alle gioie o problemi altrui, vuol dire che siamo troppo centrati su noi stessi.

“stare con le antenne alzate verso il cielo”: cielo vuol dire Dio, il riferimento ultimo con cui anche nelle difficoltà stabilire un contatto, lanciare un S.O.S. Pregare è sintonizzarsi sulla stessa lunghezza di Dio e parlargli.

“Io lo so che non sono solo anche quando sono solo”:Dio è l’unico che anche nei momenti di maggior solitudine non ci fa sentire soli. È una presenza amica pronta a tenderci la mano per tirarci su dal fango della nostra umanità.

“Mi fondo con il cielo e con il fango”:Siamo creature, fatte di terra e Spirito, il racconto della creazione ce lo ricorda (cf. Genesi). Il nostro è un Dio vicino, si è sporcato le mani coinvolgendosi nella nostra storia e facendosi uomo come noi.

“La città… è una pentola che cuoce pezzi di dialoghi”:la nostra società, sempre più multiculturale, ci pone la sfida dell’integrazione che, però, non vuol dire  annullare tutte le differenze, ma cogliere le diversità culturali come ricchezza da valorizzare, salvaguardando gli elementi tipici dell’identità di un popolo. La diversità non deve farci paura e questo può avvenire col dialogo. Più ci si conosce, più ci si stima e si apprezzano le diversità.

“ci si sente soli dalla parte del bersaglio e diventi un appestato quando fai uno sbaglio”:un certo tipo di informazione tende a criminalizzare chi ha fatto uno sbaglio con pesanti etichette, che finiscono per escluderlo dalla vita sociale precludendogli ogni strada di riscatto. Anche questa è un’intolleranza da evitare: ogni persona, anche se sbaglia, ha sempre la possibilità di ricominciare.

“un mondo vecchio che sta insieme solo grazie a quelli che hanno ancora il coraggio di innamorarsi”:il “mondo vecchio” che Jovanotti rimpiange è quello fatto di rapporti autentici, cose semplici, amore vero, dove conta la persona non i soldi o la carriera. La scienza stessa, per il profitto e interessi egoistici, calpesta i valori della persona. Basta pensare ai problemi legati alla manipolazione e alla mercificazione della vita umana.

“la passione che fa crescere un progetto”:unire le forze e credere fino in fondo è il segreto per iniziare a trasformare il mondo. La passione per gli ideali permette di realizzare grandi sogni. Ma ci vuole tempo, pazienza, capacità di mettersi in gioco per qualcosa che vale veramente. Una vita senza passione e ideali è piatta, arida, destinata alla noia.

“l’energia che si scatena in un contatto”:coltivare le relazioni, aprirsi agli altri ci toglie dall’isolamento in cui ci chiudiamo. E  quando viviamo la solitudine “non siamo soli anche quando siamo soli”, basta alzare gli occhi per scoprire che abbiamo un Padre che ascolta la voce dei suoi figli che gridano a lui e per sentirsi uniti a tutti. È la più grande consolazione che si può sperimentare!

 

 

 

Per riflettere
* Quando ti senti solo, come reagisci?

* Nella solitudine senti la vicinanza di Dio, ti affidi a lui?

* Quanto spazio dai all’amicizia?

* Nella giornata trovi tempo per pregare?

* È importante per te la passione per gli ideali?

* Ti dai da fare per cambiare il mondo ed eliminare

   le tante solitudini di oggi?

L’unico vero viaggio verso la scoperta non consiste
nella ricerca di nuovi paesaggi,

ma nell’avere nuovi occhi.


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ROMA

 

 

 

Nasce a Roma la prima Parrocchia personale in rito antico
 

Il giorno di Pasqua, in conformità con il motu proprio Summorum Pontificum, Benedetto XVI ha istituito una “parrocchia personale” dedicata ai fedeli rimasti legati al rito tridentino preconciliare, il “rito straordinario”. È la prima parrocchia legata al rito tradizionale che nasce in Italia. Si tratta della centrale chiesa della Ss. Trinità dei Pellegrini (che sorge nell’omonima piazza a due passi da Ponte Sisto e dalla vecchia Via Giulia). Sarà gestita dalla Fraternità di San Pietro, il nuovo parroco sarà l’australiano padre Joseph Kramer, e la messa d’inaugurazione è prevista per il prossimo 8 giugno. La celebrazione in latino, il sacerdote «versus Deum» con le spalle ai fedeli e i canti gregoriani: così si è celebrata la messa per centinaia di anni, così, secondo il rito di San Pio V, si riprenderà a celebrare tutti i giorni. L’antico tempio barocco diventerà la prima «parrocchia personale» – che significa legata a chi la frequenta e non al territorio – di Roma (e d’Italia), dedicata in esclusiva per i fedeli cattolici che si riconoscono nel Rito tridentino e nell’uso del Missale Romanum di san Pio V, i quali potranno partecipare alla messa in latino e anche ricevere i sacramenti more antiquo: battesimo, comunione, cresima, matrimonio e funerali. una novità assoluta: un conto è assistere sporadicamente alla messa «tradizionale», altro conto è ufficializzare l’esistenza di una (nutrita) comunità di fedeli legati all’uso preconciliare