Archivio per agosto, 2008

ci sentiamo in Settembre

Pubblicato: 17 agosto 2008 in Intrattenimento
Ciao amici grazie MILLE!!!!
per tutti i bellissimi commenti, domani parto per due campiscuola
primo: dal 18 al 24 sarò con i lupetti
 a Limisano (Rocca San Casciano)

secondo: dal 25 al 31 con i bambini delle elementari
 a Benedello (Pavullo nel Frignano)

ci risentiamo in Settembre……un abbraccione ed una preghiera a tutti!!!

+
Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, furono portati a Gesù dei bambini perché imponesse loro le mani e pregasse; ma i discepoli li sgridavano.  Gesù però disse loro: “Lasciate che i bambini vengano a me, perché di
questi è il regno dei cieli”. E dopo avere imposto loro le mani, se ne
partì.

Prendersi cura dei
bambini e preoccuparsi di loro perché di essi è il regno dei cieli.
L’amore di Gesù per i bambini ci deve far riflettere, soprattutto in
un’epoca in cui, spesso, li si trascura o li si rifiuta in molti modi. Si richiede una grande generosità soprattutto ai genitori, ma anche a
tutti noi nel nome di Cristo, perché non si tema di avere bambini, di
dedicare più tempo e di pensare di più alla loro educazione. Potrebbe
essere questo un modo di compiere ciò che piacque tanto al nostro
Signore, quando le madri gli portarono i loro bambini perché imponesse
loro le mani. Ciò implica il fatto che i bambini possano ricevere il
sacramento del battesimo molto presto e che vengano ben preparati
perché approfittino presto nella loro vita della confessione e,
soprattutto, della santa Eucaristia, mentre assimilano a poco a poco la
dottrina cristiana che viene loro insegnata perché siano in grado di
rispondere alla vocazione ricevuta da Dio. Ciò non riguarda soltanto le madri, ma deve essere compreso, grazie
all’aiuto di Cristo, da tutti i fedeli, sacerdoti e laici, così come
non ci si deve curare solo dei bambini piccoli, ma del processo di
formazione nel suo insieme: in ciò consiste il divenire simili ai
bambini, cioè il divenire più simili a Cristo.

Chi Ha Sete Venga A Me

Pubblicato: 15 agosto 2008 in Testimoni

Chi Ha Sete Venga A Me

Evangelizzazione di strada e di spiaggia
11-17 agosto 2008 Riccione

Simpaty

Pubblicato: 12 agosto 2008 in Intrattenimento

L’unico vero viaggio verso la scoperta non consiste nella ricerca di nuovi paesaggi,

ma nell’avere nuovi occhi.


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Salì sul monte, solo…

Pubblicato: 9 agosto 2008 in Vangelo del giorno
MEDITAZIONE SULLE LETTURE DI QUESTA DOMENICA



Salì sul monte, solo, a pregare… ogni esperienza di vita trova
il suo pieno significato sul monte della solitudine in un incontro
fatto del mormorio del silenzio che appena muove l’aria… lì i pani
moltiplicati, la folla sazia, i discepoli sulla barca prendono il
sapore del proprio pane e, spogli della voce del tempo, si posano lievi
nella memoria di una parola udita: Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore!…

La folla è sazia. I pani consumati danno la forza di andare. E tutti
vanno. I discepoli sulla barca si avviano verso l’altra sponda; la
folla, rimasta sola con Gesù, ascolta la sua parola di congedo; Gesù
sale sul monte, a pregare. È solo. La vita scorre via lasciandoti
incerto e vuoto se non accogli nel silenzio della preghiera il tuo
vissuto. I miracoli della sazietà attraversano le tue giornate, ma se
non sali sul monte e ti fermi, solo, a pregare, sfuggono alla tua
comprensione, e del miracolo ti resta solo l’ansia del volerlo ancora,
per sentirti sazio… Puoi essere discepolo, stare con altri discepoli,
ma è sufficiente un vento contrario e qualche onda agitata per gettarti
nel panico. Ciò che ti crea più angoscia è il fatto che le onde non
puoi fermarle, come anche il vento. Avverti di essere in balia di forze
superiori a te, e questo ti sembra ingiusto, perché la tua barca ha il
diritto di un mare tranquillo… Il buio accresce il senso di
solitudine dei discepoli nella tempesta. Una solitudine diversa da
quella di Gesù sul monte. La solitudine della paura che fa vedere come
fantasmi anche le persone più familiari e amiche. Gesù cammina sul
mare. Non ha bisogno di barca perché la sua signoria è naturale.
Turbamento, paura, urla… aspettavano Gesù che li raggiungesse da
altre parti, non certo sulle acque. E non basta una voce, la Sua voce,
a rassicurarli: «Coraggio, sono io, non abbiate paura». La sfida di
Pietro è un po’ il simbolo del nostro modo di accostarci al Dio
potente: anch’io voglio camminare sull’acqua, tu puoi concedermelo… e
qui si conosce chi veramente sia il Dio dell’universo. La Sua potenza è
partecipazione di vita: qualunque cosa tu, uomo, volessi fare, ciò che
è mio è tuo, fallo! Il problema però non sta in me che non ti do la
possibilità di essere, ma in te che non ci credi… e preferisci
restare nelle tue onde agitate e nel suono del vento… Se tu sapessi
chi veramente sei, comanderesti al vento e lui ti obbedirebbe perché ti
ho costituito Dominus del creato, al mio posto. Scendere dalla barca,
camminare sulle acque, andare verso Gesù… è possibile. Ma se ascolti
la violenza del vento e questa diventa più eloquente della presenza
silenziosa di Dio davanti a te, tu affondi. Quando qualcosa ti fa
affondare, non pensare sia la situazione che vivi… è la paura di quel
vento contrario che ti sgretola la solidità del cammino. Sali allora
sul monte, incontra il tuo Dio non più come un fantasma nella tua
notte, ma come mano che ti afferra e ti salva. E quando il vento
cesserà non potrai che riconoscere in quella salvezza il Figlio di Dio
che è venuto a te!

PREGHIERA
Fermati sul monte, alla presenza del Signore… Ed ecco, il Signore passò (1 Re 19).

CONTEMPLAZIONE
Sul monte del silenzio, nel cuore della mia vita che somiglia spesso a
una caverna dove passare le mie notti, tu, Signore, ti fai conoscere.
Quanti venti impetuosi, quanti terremoti, quanti fuochi mi sono
sembrati la tua presenza mentre ero a valle, immersa nelle cose di
sempre. Qui sul monte, nel silenzio, tutte queste cose passano come
vuote di te. E quando tu veramente arrivi, non incuti timore perché la
tua voce è appena un mormorio, una brezza leggera che accarezza il mio
volto. Tu sei qui, in questa solitudine amata dove tutto diventa parola
tua…

……..BUONA DOMENICA

ASCOLTA IL BRANO  http://media.imeem.com/m/Wv7SJH3kHi/aus=false/Potrebbe Essere Dio – Renato Zero

Renato riflette su Dio                            postato da (lu1968.cristiani@altervista.org)


Potrebbe essere Dio (Renato Zero)

Se c’era un Dio da discutere…

Adesso, non c’è più.

Sei troppo ingenuo da credere,

che un Dio, sei tu…

Dio, non sarà aritmetica,

né parapsicologia.

Non sta nei falsi tuoi simboli,

nella pornografia!

Ti giochi Dio al totocalcio, lo vendi per una dose,

lo butti via in una frase,

lo cercherai in farmacia…

Pensi Lui vada a petrolio,

la fede, non è un imbroglio…

E, non c’è Dio sulla luna,

ma in questa terra che trema!

Se mai, non sarà Dio,

sarà ricostruire…

Se mai, lo ritroverai,

in un pensiero, in un desiderio,

nel tuo delirio, nel tuo cielo…Dio!!!

…Potrebbe essere Dio…

E anch’io, con te cercherei,

nella paura una strada sicura,

un’altra promessa, magari la stessa: Dio!

Riporta Dio, dove nascerai,

la dove morirai…

Riporta Dio nella fabbrica,

nei sogni più avari che fai…

Ti giochi Dio al totocalcio,

lo vendi per una dose,

lo butti via in una frase,

lo cercherai in farmacia…

E Dio non è un manifesto,

la morte senza un pretesto…

La noia o un altro veleno,

la bocca di un altro squalo…

Se mai, un Dio, non ce l’hai,

io ti presenterò il mio…

Dove abita, io non saprei…

Magari in un cuore, in un atto d’amore,

nel tuo immenso io, c’è Dio!!

…Potrebbe essere Dio…

E tu, al posto suo,

mi tradiresti?

Mi uccideresti?

Mi lasceresti senza, un Dio?

……………………………….

Se mai, non sarà Dio,

sarà ricostruire…

Se mai, lo ritroverai,

in un pensiero, in un desiderio,

nel tuo delirio, nel tuo cielo…Dio


L’ho sentita spesso in questo mese questa canzone e mi ha fatto pensare. Non c’è un Dio da discutere, Dio c’è. Perchè chi è così ingenuo da credere che sia Dio? Non sono forse troppo visibili i nostri difetti e i nostri limiti per poter credere di essere Dei? Eppure c’è chi lo fa, c’è chi si sente un Dio e nella propria vita fa contare solo il proprio bene. Ma è difficile credersi per sempre un Dio, perché nel momento di difficoltà ti accorgi veramente della tua miseria e il tuo essere Dio viene messo in discussione. Caro Zaccheo ti sembrano lontane queste persone? Non tanto se pensiamo al modo in cui utilizziamo la scienza se pensiamo all’aborto, all’eutanasia e alla clonazione. L’uomo vuole essere Dio, ma presto o tardi si accorgerà che non lo è. Come quando ha inventato la bomba atomica facendosi del male da solo. E allora se non crediamo un Dio bisogna pur trovarlo perché noi abbiamo bisogno di un Dio. In cosa lo cerchiamo? Nella sicurezza dell’aritmetica, nella parapsicologia? A volte non crediamo a Dio ma ai maghi sì. Oppure facciamo della passione il nostro Dio e questo lo chiamiamo "vivere senza limiti" essere "liberi", e così ci buttiamo nella pornografia. Lì Dio non c’è ci urla questa canzone! Allora dove vuoi cercarlo? Nella salute e nelle medicine e così abbattiamo la nostra depressione con gli antidepressivi ecc.. Ma alla fine non fanno più effetto e ci troviamo a imbottirci di medicine e a cercare qualche altra cosa. Quanto sarebbe semplice solamente affidarci a Dio e essere felici, affrontare con lui anche le difficoltà con serenità. Ma no, cerchiamo il denaro, più se ne ha e più si ha la felicità! Quante volte ho sentito questa frase: "Altro che il denaro non dà la felicità la dà e come". Ma più se ne avrà e più se ne cercherà e si vorrà sempre ciò che non si ha, non è più semplice accettare ciò che si ha? Ciò che manca a questo mondo non è forse proprio la serenità? Io non la vedo nelle corse impazzite di qua e di là! Non è forse contrario alla serenità non riuscire ad accettare ciò che si ha? E alla fine lo troveremo Dio, ma se eliminiamo tutto ciò che non potrà mai dare la felicità, tutto ciò che ci allontana da Lui per darci un piccolo piacere che poi ci lascia a bocca asciutta e con uno stato di insoddisfazione. Io invece vedo che la serenità l’hanno trovata persone (come i santi) che si sono allontanate da tutto questo. Mi viene in mente San Francesco ora. Caro Zaccheo sono lungo come al solito spero non ti sia addormentato leggendo ciò che ti scrivo ma vorrei pregare insieme a te e a tutti quelli a cui presenterai questo testo affinché tutti riescono a vedere oltre a queste cose che oscurano Dio per arrivare alla vera felicità e serenità

 

LA PAROLA DI  OGGI (FESTA DELLA TRASFIGURAZIONE)
 

+ Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo
fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato
davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti
divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia,
che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi
essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e
una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li
coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi
è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento.
Ascoltatelo». All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi
da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e
non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno
di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai
morti».



La Trasfigurazione
non era destinata agli occhi di chiunque. Solo Pietro, Giacomo e
Giovanni, cioè i tre discepoli a cui Gesù aveva permesso, in
precedenza, di rimanere con lui mentre ridava la vita ad una fanciulla,
poterono contemplare lo splendore glorioso di Cristo. Proprio loro
stavano per sapere, così, che il Figlio di Dio sarebbe risorto dai
morti, proprio loro sarebbero stati scelti, più tardi, da Gesù per
essere con lui al Getsemani. Per questi discepoli la luce si infiammò
perché fossero tollerabili le tenebre della sofferenza e della morte.
Breve fu la loro visione della gloria e appena compresa: non poteva
certo essere celebrata e prolungata perché fossero installate le tende!
Sono apparsi anche Elia e Mosè, che avevano incontrato Dio su una
montagna, a significare il legame dei profeti e della Legge con Gesù.  La gloria e lo splendore di Gesù, visti dai discepoli, provengono dal
suo essere ed esprimono chi egli è e quale sarà il suo destino. Non si
trattava solo di un manto esterno di splendore! La gloria di Dio
aspettava di essere giustificata e pienamente rivelata nell’uomo
sofferente che era il Figlio unigenito di Dio.
Inoltre nella Trasfigurazione, Gesù è indicato come la vera speranza dell’uomo in Lui sono raccolti Nuovo ed Antico Testamento. Luca parla dell’"esodo" di Gesù, che contiene allo stesso tempo morte e risurrezione. Gli apostoli, sono vinti dal sonno, questo atteggiamento ci dice l’incapacità dell’uomo di penetrare il mistero di Cristo. Contempliamo e sostiamo davanti a questo meraviglioso spettacolo…….erano le parole di Mosè mentre guardava il roveto ardente, queste parole oggi sono rivolte a noi, a noi che siamo chiamati all’ascolto di questa parola, Parola di Dio che ci indica come il Cristo sia il senso della storia, una storia d’amore, l’amore del Creatore per la sua creatura. Quest’amore bello(da far tremare i discepoli impauriti), si è manifestato in passato (Mosè Elia) si è manifestato nel presente dei dicepoli (nell’amore di Cristo) si manifesta ogni giorno nella Chiesa attraverso il Cristo risorto (Pietro Giacomo e Giovanni sono mandati) per tutti gli uomini che lo cercano con cuore sincero.
 

Teofano di Ceramea (12° secolo), monaco basiliano
Omelia sulla Trasfigurazione ; PG 132, 1021s

« Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro » (Mt 13,43)

Si avvicinava l’ora della Passione… Ora, bisognava che in quest’ora, i discepoli non fossero turbati nel loro spirito; bisognava che coloro che, poco prima, avevano confessato, per bocca di Pietro, che egli era il Figlio di Dio (Mt 16,16),non  credessero, vedendolo inchiodato alla croce come un malfattore, che egli fosse un semplice uomo. Per questo li ha rafforzati con questa mirabile visione.

Così quando lo avrebbero visto tradito, in agonia, mentre pregava perchè fosse allontanato di lui il calice del Sommo Sacerdote, essi si sarebbero ricordati della salita sul monte Tabor, e avrebbero capito che egli si era consegnato alla morte volontariamente… Quando avrebbero visto i colpi e gli sputi sul suo volto, non  si sarebbero  scandalizzati, ricordando la luce del suo volto più splendente del sole. Quando lo avrebbero visto rivestito per derisione del mantello di porpora, si sarebbero ricordati che quello stesso Gesù era stato vestito di luce sul monte. Quando lo avrebbero visto seppellito in terra come un morto, avrebbero pensato  alla nube nella quale egli era stato avvolto.

Ecco dunque il motivo della Trasfigurazione. E forse ce n’è un’altro: Il Signore esortava i suoi discepoli a non cercare di risparmiare la propria vita; diceva loro: “Se  qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Mt 16,24). Ma rinnegare se stesso e andare incontro a una morte vergognosa, sembra difficile; per questo il Salvatore mostra ai suoi discepoli di quale gloria saranno ritenuti degni coloro che avranno imitato la sua Passione. La Trasfigurazione non è null’altro infatti che la manifestazione anticipata dell’ultimo giorno in cui “i giusti splenderanno in presenza di Dio” (Mt 13,43).

Carlo Maria Martimi, Avvenire 27.7.2008

 

Che cosa posso dire sulla realtà della Chiesa cattolica oggi? Mi lascio
ispirare dalle parole di un grande pensatore ed uomo di scienza russo, Pavel
Florenskij, morto nel 1937 da martire per la sua fede cristiana: «Solo con
l’esperienza immediata
è possibile percepire e
valutare la ricchezza della Chiesa». Per percepire e valutare le ricchezze
della Chiesa bisogna attraversare l’esperienza della fede.

 

Sarebbe facile redigere una raccolta di lamentele piena di cose che non
vanno molto bene nella nostra Chiesa, ma questo significherebbe adottare una
visione superficiale e deprimente, e non guardare con gli occhi della fede, che
sono gli occhi dell’amore. Naturalmente non dobbiamo chiudere gli occhi sui
problemi, dobbiamo tuttavia cercare anzitutto di comprendere il quadro generale
nel quale essi si situano.

 

UN PERIODO STRAORDINARIO NELLA STORIA DELLA CHIESA

Se dunque considero la situazione presente della Chiesa con gli occhi della
fede, io vedo soprattutto due cose.  Primo, non vi
è mai stato nella storia della Chiesa un periodo così
felice come il nostro. La nostra Chiesa conosce la sua più grande diffusione
geografica e culturale e si trova sostanzialmente unita nella fede, con
l’eccezione dei tradizionalisti di Lefebvre. Secondo, nella storia della teologia non vi
è mai stato un periodo più ricco di quest’ultimo.
Persino nel IV secolo, il periodo dei grandi Padri della Cappadocia della
Chiesa orientale e dei grandi Padri della Chiesa occidentale, come San
Girolamo, Sant’Ambrogio e Sant’Agostino, non vi era un’altrettanto grande
fioritura teologica.

 

E sufficiente ricordare i nomi di Henri de Lubac e Jean Daniélou, di Yves
Congar, Hugo e Karl Rahner, di Hans Urs von Balthasar e del suo maestro Erich
Przywara, di Oscar Cullmann, Martin Dibelius, Rudolf Bultmann, Karl Barth e dei
grandi teologi americani come Reinhold Niebuhr – per non parlare dei teologi
della liberazione (qualunque sia il giudizio che possiamo dare di loro, ora che
ad essi viene prestata una nuova attenzione dalla Congregazione della Dottrina
della fede) e molti altri ancora viventi. Ricordiamo anche i grandi teologi
della Chiesa orientale dei quali conosciamo così poco, come Pavel Florenskij e
Sergei Bulgakov.

 

Le opinioni su questi teologi possono essere molto diverse e variegate, ma
essi certamente rappresentano un incredibile gruppo, come non
è mai esistito nella Chiesa nei tempi passati.  Tutto ciò è avvenuto in un mondo carico di problemi e di sfide, come la ingiusta
distribuzione delle ricchezze e delle risorse, la povertà e la fame, i problemi
della violenza diffusa e del mantenimento della pace. E poi particolarmente
vivo il problema della difficoltà di comprendere con chiarezza i limiti della
legge civile in rapporto alla legge morale. Questi sono problemi molto reali,
soprattutto in alcuni Paesi, e sono spesso oggetto di differenti letture che
generano una dialettica anche molto accesa.

 

A volte sembra possibile immaginare che non tutti stiamo vivendo nello
stesso periodo storico. Alcuni
è come se stessero ancora vivendo nel tempo del Concilio di Trento, altri in
quello del Concilio Vaticano Primo. Alcuni hanno bene assimilato il Concilio
Vaticano Secondo, altri molto meno; altri ancora sono decisamente proiettati
nel terzo millennio. Non siamo tutti veri contemporanei, e questo ha sempre
rappresentato un grande fardello per la Chiesa e richiede moltissima pazienza e
discernimento.

 

Ma preferisco accantonare almeno per il momento questo genere di problemi e
considerare piuttosto la nostra situazione pedagogica e culturale con le
conseguenti questioni collegate all’educazione e all’insegnamento.

 

UNA MENTALITÀ POSTMODERNA

Per cercare un dialogo proficuo tra la gente di questo mondo ed il Vangelo
e per rinnovare la nostra pedagogia alla luce dell’esempio di Gesù,
è importante osservare attentamente il cosiddetto mondo
postmoderno, che costituisce il contesto di fondo di molti di questi problemi e
ne condiziona le soluzioni. Una mentalità postmoderna potrebbe essere definita
in termini di opposizioni: un’atmosfera e un movimento di pensiero che si
oppone al . mondo così come lo abbiamo finora conosciuto. E una mentalità che
si distacca spontaneamente dalla metafisica, dall’aristotelismo, dalla tradizione
agostiniana e da Roma, considerata come la sede della Chiesa, e da molte altre
cose. Il pensare postmoderno
è lontano dal precedente mondo cristiano platonico in cui erano dati per
scontati la supremazia della verità e dei valori sui sentimenti, dell’intelligenza
sulla volontà, dello spirito sulla carne, dell’unità sul pluralismo,
dell’ascetismo sulla vitalità, dell’eternità sulla temporalità. Nel nostro
mondo di oggi vi
è infatti una istintiva
preferenza per i sentimenti sulla volontà, per le impressioni
sull’intelligenza, per una logica arbitraria e la ricerca del piacere su una
moralità ascetica e coercitiva. Questo
è un mondo in cui sono prioritari la sensibilità, l’emozione e l’attimo
presente. L’esistenza umana diventa quindi un luogo in cui vi
è libertà senza freni, in cui una persona esercita, o
crede di poter esercitare, il suo personale arbitrio e la propria creatività.

 

Questo tempo è anche di reazione contro
una mentalità eccessivamente razionale. La letteratura, l’arte, la musica e le
nuove scienze umane (in particolare la psicoanalisi) rivelano come molte
persone non credono più di vivere in un mondo guidato da leggi razionali, dove
la
civiltà siano uguali, mentre prima si insisteva sulla
cosiddetta tradizione classica. Oggi un po’ tutto viene posto sullo stesso
piano, perché non esistono più criteri con cui verificare che cosa sia una
civiltà vera e autentica.       

 

Vi è opposizione alla
razionalità vista anche come fonte di violenza perché le persone ritengono che
la razionalità può essere imposta in quanto vera. Si preferisce ogni forma di
dialogo e di scambio per il desiderio di essere sempre aperti agli altri e a
ciò che
è diverso, si è dubbiosi anche verso se stessi e non ci si fida di
chi vuole affermare la propria identità con la forza. Questo
è il motivo per cui il cristianesimo non viene accolto
facilmente quando si presenta come la "vera" religione. Ricordo un
giovane che recentemente mi diceva: «Soprattutto, non mi dica che il
cristianesimo
è verità. Questo mi dà
fastidio, mi blocca.
È diverso che dire che il
cristianesimo
è bello … ». La bellezza è preferibile alla verità.

 

In questo clima, la tecnologia non è più considerata uno strumento al servizio dell’umanità, ma un ambiente in
cui si danno le
nuove regole per interpretare il mondo: non esiste più l’essenza delle
cose, ma solo l’utilizzo di esse per un certo fine determinato dalla volontà e
dal desiderio di ciascuno.

 

In questo
clima, è conseguente il rifiuto del senso del peccato e della redenzione. Si
dice: «Tutti sono uguali, ma ogni persona
è unica». Esiste il
diritto assoluto di essere unici e di affermare se stessi. Ogni regola morale
è obsoleta. Non
esiste più il peccato, né il perdono, né la redenzione e tanto meno il
«rinnegare se stessi». La vita non può più essere vista come un sacrificio o
una sofferenza.

 

Un‘ultima caratteristica della postmodernità è il rifiuto di
accettare qualunque cosa che sa di centralismo o di volontà di dirigere le cose
dall’alto. In questo modo di pensare Vi
è un «complesso
anti-romano». Siamo ormai oltre il contesto in cui l’universale, ciò che era
scritto, generale e senza tempo, contava di più; in cui ciò che era durevole e
immutabile veniva preferito rispetto a ciò che era particolare, locale e
datato. Oggi la preferenza
è invece per una conoscenza più
locale, plurali sta, adattabile a circostanze e a tempi diversi.

 

Non voglio ora
esprimere giudizi. Sarebbe necessario molto discernimento per distinguere il
vero dal falso, che cosa viene detto con approssimazione da ciò che viene detto
con precisione, che cosa è semplicemente una tendenza o una moda da ciò che
è una
dichiarazione importante e significativa. Ciò che mi preme sottolineare
è che questa
mentalità
è ormai dappertutto, soprattutto presso i giovani, e bisogna, tenerne conto.

 

Ma voglio
aggiungere una cosa. Forse questa situazione
è migliore di
quella che esisteva prima. Perché il cristianesimo ha la possibilità di
mostrare meglio il suo carattere di sfida, di oggettività, di realismo, di
esercizio della vera libertà, di religione legata alla vita del corpo e non
solo della mente. In un mondo come quello in cui viviamo oggi, il mistero di un
Dio non disponibile e sempre sorprendente acquista maggiore bellezza; la fede
compresa come un rischio diventa più attraente. Il cristianesimo appare più
bello, più vicino alla gente, più vero. Il mistero della Trinità appare come
fonte di significato per la vita e un aiuto per comprendere il mistero
dell’esistenza umana.

 

«ESAMINA TUTTO CON DISCERNIMENTO»

Insegnare la
fede in questo mondo rappresenta nondimeno una sfida. Per essere preparati,
bisogna fare proprie queste attitudini:

 

Non essere sorpreso dalla diversità. Non avere paura
di ciò che
è diverso o nuovo, ma consideralo come un dono di Dio. Prova ad essere
capace di ascoltare cose molto diverse da quelle che normalmente pensi, ma
senza giudicare immediatamente chi parla. Cerca di capire che cosa ti viene
detto e gli argomenti fondamentali presentati. I giovani sono molto sensibili
ad un atteggiamento di ascolto senza giudizi. Questa attitudine dà loro il
coraggio di parlare di ciò che realmente sentono e di iniziare a distinguere
che cosa
è veramente vero da ciò che lo è soltanto in
apparenza. Come dice San Paolo: «Esamina tutto con discernimento; conserva ciò
che
è vero; astieniti da ogni specie di male» (1 Ts 5:21-22).

 

Corri dei rischi. La fede è il grande
rischio della vita. «Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi
perderà la propria vita per causa mia, la troverà» (Mì. 16,25). Tutto deve
essere dato via per Cristo e il suo Vangelo.

 

Sii amico dei poveri. Metti i
poveri al centro della tua vita perché essi sono gli amici di Gesù che ha fatto
di se stesso uno di loro.

 

Alimentati con il Vangelo. Come Gesù ci
dice nel suo discorso sul pane delta vita: «Perché il pane di Dio
è colui che
discende dal cielo e dà la vita al mondo» (Gv. 6,33).

 

PREGHIERA, UMILTÀ E SILENZIO

Per aiutare a sviluppare queste attitudini, propongo quattro Esercizi:

1. Lectio divina. E una raccomandazione di Giovanni Paolo lI: «In particolare è necessario che l’ascolto della Parola diventi un
incontro vitale, nell’antica e sempre valida tradizione della
lectio divina che fa cogliere nel testo biblico la
parola viva che interpella, orienta, plasma l’esistenza»
(Nova Millennio Ineunte, N. 39). «La Parola di Dio nutre la
vita, la preghiera e il viaggio quotidiano,
è il principio di unità della comunità in
una unità di pensiero, l’ispirazione per il rinnovamento continuo e per la
creatività apostolica»
(Ripartendo
da Cristo,
N. 24).

2. Autocontrollo. Dobbiamo imparare di nuovo che sapere opporsi alle proprie voglie è qualcosa di più gioioso delle concessioni continue
che appaiono desiderabili ma che finiscono per generare noia e sazietà.

3. Silenzio. Dobbiamo allontanarci dalla insana schiavitù del rumore e delle chiacchiere
senza fine, e trovare ogni giorno almeno mezz’ora di silenzio e mezza giornata
ogni settimana per pensare a noi stessi, per riflettere.e pregare. Questo
potrebbe sembrare difficile, ma quando si riesce a dare un esempio di pace interiore
e tranquillità che nasce da tale esercizio, anche i giovani prendono coraggio e
trovano in ciò una fonte di vita e di gioia mai provata prima.

4. Umiltà. Non credere che spetti a noi risolvere i grandi problemi dei nostri tempi.
Lascia spazio allo Spirito Santo che lavora meglio di noi e più profondamente.
Non cercare di soffocare lo Spirito negli altri,
è lo Spirito che soffia. Piuttosto, sii pronto a cogliere le sue
manifestazioni più sottili. Per questo hai bisogno di silenzio.

sulla
VOCAZIONE…

alcune
puntualizzazioni

 

Cerchiamo di infrangere il tabù che sta dietro la parola
vocazione.

Nella vocazione sta il senso della nostra vita. È vivendo in
essa che possiamo raggiungere il massimo delle nostre potenzialità e della
nostra capacità di dono. Nella realizzazione del progetto che Dio ha pensato
per noi sta il segreto della felicità.

 

La vocazione è una realtà molto ricca e complessa. Potrebbe
essere rappresentata come punto di sintesi e d’equilibrio fra varie componenti.
Espressione del dialogo tra la volontà di Dio e quella dell’uomo si realizza
nell’incontro tra le ricchezze della persona e gli appelli che la vita fa a
ciascuno, tra il proprio desiderio di libertà e il proprio senso di
responsabilità, tra i bisogni dell’individuo e le attese della comunità, tra
esperienza passata e progetto di sé. Tutto ciò fa della vocazione una realtà
relazionale e dinamica che si sviluppa grazie alla capacità di
autodeterminazione del soggetto.

Essa muta al mutar delle situazioni pur seguendo un filo
logico, provvidenzialmente tracciato, che diviene comprensibile all’individuo
solo ad una lettura retrospettiva, profonda ed illuminata, della propria
storia.

La sofferenza di una vita senza senso

La parola vocazione viene dal latino e significa chiamata. E
Dio che chiama l’uomo: ad ogni persona affida una missione, un progetto da
realizzare. All’individuo spetta il compito di rispondere all’appello di Dio.
Solamente chi «centra la propria vocazione» realizza a pieno la sua vita
spendendola per l’obiettivo per cui è stato creato.

A questo proposito è interessante notare come l’etimologia
della parola peccato in ebraico significhi proprio «sbagliare mira», «non
centrare l’obiettivo», «camminare fuori strada»: in altre parole, essere fuori
dal progetto di Dio.(…)

Viceversa anche tu avrai potuto sperimentare quanto sia
pacificante vivere accanto a persone che hanno centrato in pieno la loro
vocazione, che con equilibrio sanno mettere a frutto le proprie potenzialità
ed accettare i propri limiti. Sono individui profondamente in pace con se
stessi e con gli altri perché «al proprio posto».

Anche la psicologia, utilizzando la categoria della
significatività, ci offre una riflessione assai interessante. Victor E. Frankl,
psicoterapeuta viennese, afferma «Ogni epoca ha la sua nevrosi. In realtà, noi
oggi non siamo di fronte, come ai tempi di Freud, ad una frustrazione
sessuale, quanto piuttosto ad una frustrazione esistenziale. Il paziente di
oggi soffre di un abissale sentimento di insignificanza, intimamente connesso a
un senso di vuoto esistenziale».

Chi non scopre il senso della propria vita o, in altre
parole, la propria vocazione, è condannato alla frustrazione e al vuoto
interiore. Un vuoto che si fa sempre più strada anche tra i giovani. I
tentativi di fuga da questo sentimento sono vari (stressarsi in mille
attività, ubriacarsi, drogarsi, stordirsi con la musica, fare sesso ecc.) ma
tutti inefficaci.

A tutti è data una vocazione da realizzare

Non è facile parlare oggi ai giovani di vocazione a causa
dei tanti preconcetti che nel tempo sono venuti a formarsi su questo tema. Per
questo prima di entrare nel vivo dell’argomento sono obbligato a fare un lavoro
previo per sgombrare il campo dai tanti pregiudizi.

L’idea più pericolosa è che la vocazione non interessi
tutti, ma solo alcuni: quelli che sono chiamati a diventare preti o suore.

Fortunatamente il Concilio Vaticano II si è opposto a questo
modo di pensare asserendo che tutti siamo chiamati, a tutti Dio affida una
vocazione, tutti Dio chiama alla santità, alla radicalità evangelica. È
in-teressante come Giovanni Paolo II, nell’enciclica sui laici (Christifi-deles
laici, 16), parlando della vocazione di tutti alla santità, affermi che «questa
è stata la consegna primaria affidata dal Concilio […] alla Chiesa». Capisci,
il Papa dice che la cosa più importante che ha detto il Concilio è che tutti
siamo chiamati a farci santi.

Tutti siamo chiamati alla santità

Questo è il sogno che Dio nutre per ciascuno di noi. La
santità, come abbiamo visto, non è un privilegio per i più belli o i più
simpatici. Dio vuole tutti santi, anche te!

Sei stato creato per questo. Questo stesso è il desiderio
più profondo che portiamo dentro di noi. È il desiderio verso il quale è
protesa la tua stessa natura. Come non puoi chiedere ad una mucca di darti del
vino se è stata creata per fare il latte, così non puoi chiedere a te stesso
una vita di compromessi se sei stato creato per la santità. Questa è l’unica
via che può darti quella felicità alla quale aneli.

Per tutto questo è opportuno vincere la paura di confrontarsi con essa. Occorre quindi fare chiarezza.

Una premessa: Dio non gioca a nascondino!

Occorre subito sfatare un’idea sbagliata secondo la quale
scoprire la propria vocazione è veramente difficile. È vero, Dio non ti
telefonerà per comunicarti quanto vuole da te. Per comprendere la tua vocazione
hai bisogno di impegno e discernimento. Allo stesso modo, però, è ridicola
l’idea di un Dio che giochi a nascondersi. Non è così!

La vocazione prima di essere il nostro problema è quanto Dio
stesso ci vuoi comunicare. Dio vuoi farci conoscere qual è il senso della
nostra vita, molto di più di quanto noi stessi lo desideriamo.

Così fa di tutto per comunicarcelo. Il problema non sta in
Lui, ma in noi che non vogliamo ascoltarlo. Lo sappiamo benissimo: non c’è
peggior sordo di chi non vuoi sentire!

Mettiti allora in ricerca della tua vocazione animato da
questa certezza: Dio vuoi parlarmi! Alla domanda se è difficile conoscere la
propria vocazione, Giuseppe Lazzati, ha dato questa risposta: «Direi che in
fondo non è difficile, se noi non complichiamo le cose, se cioè abbiamo
volontà per conoscerla e la lealtà per riconoscerla» (1990).

Mantieni quindi vivo il desiderio di sapere qual è la
volontà di Dio su di te e non porre resistenza.

DALLA PAROLA DEL GIORNO   Mt 13,54-58


In quel tempo, Gesù venuto nella sua patria insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: “Da dove mai viene a costui questa sapienza e questi miracoli? 55 Non è egli forse il figlio del carpentiere? Sua madre non si chiama Maria e i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? 56 E le sue sorelle non sono tutte fra noi? Da dove gli vengono dunque tutte queste cose?”. 57 E si scandalizzavano per causa sua. Ma Gesù disse loro: “Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua”. 58 E non fece molti miracoli a causa della loro incredulità.

Oggi la liturgia socchiude delicatamente l’uscio di una singolare bottega artigiana per introdurci nella contemplazione del mistero di Gesù incarnato nella Sua storia. Essa annuncia il mistero di un Dio apprendista che vive trent’anni di feriale umanità accanto al padre putativo, suo maestro nell’arte del falegname. Nella sobrietà di questo ambiente semplice, oggi diremmo alternativo, il Figlio di Dio, come nelle acque del Giordano, s’immerge nella fatica del lavoro restaurando in tal modo un valore sfigurato dal peccato originale. Tale è l’ordinarietà operosa di questa piccola azienda a conduzione familiare che la gente si stupisce del figlio del carpentiere divenuto ad un tratto maestro e taumaturgo: «Da donde gli vengono tutte queste cose?», ci si chiede in giro. Contemplando quest’icona riconosciamo il lavoro come vocazione e ne cogliamo la dignità ritenendolo al contempo «affermazione di libertà e di trascendenza rispetto alla natura». Il fascino di un Dio che lavora e suda come noi edificando il regno di Dio attraverso una laboriosità ritmata nell’alternarsi armonioso di preghiera, relazioni comunitarie e lavoro c’interpella. Direi che scardina il nostro disordine strutturale che, oggi più che mai, tende a ridurci a “forza lavoro” corrompendo il nostro desiderio d’infinito con i traguardi ambiziosi dell’avere, dell’avere subito, sempre di più e a tutti i costi.

Nel mio rientro al cuore oggi contemplerò Giuseppe, il maestro artigiano, considerando l’unità di chi, come scrive una contemplativa dei nostri giorni, “si concede alla pienezza del momento presente in cui compie la propria attività sotto lo sguardo Dio”. E al Figlio apprendista ricorderò il disagio di chi non ha lavoro ed ha famiglia.

Le nostre mani prolunghino la Tua opera, Signore, e siano docili alla Tua provvidenza. Il lavoro non ci schiavizzi ma ci liberi, ci stanchi ma non ci sfianchi e c’impegni senza assorbirci perché il nostro cuore non si distolga mai da Te e dal respirare Te in ogni cosa. La voce di un grande maestro spirituale dei primi secoli:…Non si deve dire: «Ma io prego» per giustificare la propria pigrizia, il proprio orrore alla fatica. Coloro che evitano il lavoro adducendo questo pretesto ricordino bene ciò che dice l’Ecclesiaste: “Ogni cosa va fatta a suo tempo”. Basilio il Grande


Prega

La presunzione umana, Signore, non ha limiti,. Persino gli abitanti di Nazaret che ti hanno visto crescere in mezzo a loro, che hanno sentito parlare bene di te, hanno ascoltato la tua parola autorevole, sono ri­masti prigionieri di quella presuntuosa sicurezza che acceca e impedisce di aprire il proprio cuore a te. Anch’io spesso, Signore, mi lascio vincere dalla tentazione di fidarmi solo di ciò che capisco e decido da me stesso. In questo modo non divento disponibile alla tua parola, non seguo te, anzi mi tiro indietro, mi rinchiudo nelle mie sicurezze, nei miei punti di vista.Liberami da questo atteggiamento, dalla presunzionedi confidare solo in me stesso, apri il mio cuore a te, figlio del falegname di Nazaret, Messia liberatore. Amen.

Un pensiero per riflettere

E’ sul perdono che viene collaudata la nostra cristianità, sul volto del nemico redento dal nostro perdono.

(Don Antonio Bello)