Archivio per settembre, 2008

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Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del
popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e
disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non
ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse
lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due
ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute
vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla
via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le
prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto
queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

Nel vangelo di oggi ascoltiamo la prima di tre parabole che
cercano di spiegare perché coloro che avrebbero dovuto accogliere Gesù
e il suo Vangelo, in realtà lo hanno rifiutano. Il breve testo è costruito in modo geniale: Gesù la racconta, lo fa
commentare ai diretti interessati e poi li illumina per far capire che si stava parlando proprio di loro. Le parole di Gesù
mirano a mettere a nudo quelli che credono di essere giusti e che si
sentono già a posto, arrivati. Il vero cieco è chi crede di vedere
(Gv 9,41), il vero peccatore è chi si crede giusto (Lc
18,9-41)! Mi piace sottolineare che la prima risposta data dai figli al Padre
resta ambigua, aperta, e che non si possa formulare nessun giudizio su
di essi a partire dalle loro parole. Uno dice prontamente “Sì!” e fa un
bel figurone, ma poi non combina niente. L’altro dice “No” e tutti lo
fischiano, ma poi si rimbocca le maniche e fa la volontà del Padre.
Questo è molto interessante perché ci fa capire che è il fare ad essere
decisivo, mentre il dire resta comunque sempre ambiguo.
C’è una frase
conclusiva, che
svela il segreto intendimento del discorso complessivo di Gesù: “Perciò
vi dico: vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che lo
farà fruttificare” (Mt 21,41). La domanda posta da Gesù è la seguente: “Chi è allora il vero
destinatario della promessa, il vero credente?”. La parabola dei
due figli può essere letta in questa prospettiva. Molte volte, infatti, può verificarsi una forma di sintonia solo
apparente, perché ultimamente interessata, tra la nostra volontà e
quella del Padre. Siamo capaci di dirgli dei “sì” speciosi e
superficiali, non maturati al sole di quella vera obbedienza interiore,
che può solamente essere il frutto di una profonda conversione a Dio.
Una forma di obbedienza disobbediente perché non tocca le radici del
nostro cuore e non cambia la nostra esistenza. In questa ipotesi è vero che, pur immersi in una vita ancora
disordinata, coloro che hanno deciso di seguire Cristo, senza reticenze
e senza cercare in ultima analisi il loro interesse, si riscatteranno e
avranno la precedenza nel regno dei cieli. La parabola ci fa capire quanto sia anche per noi reale il pericolo di
partecipare, con apparente docilità, durante tutta la nostra vita, alle
celebrazioni liturgiche e alle attività della Chiesa, senza mai
diventare veri cristiani.

Alcune domande

per aiutarci nella meditazione e nell’orazione.

a) Quale punto di questa storia dei due figli ha richiamato di più l’ attenzione? E perché?
b) Chi sono gli uditori ai quali Gesù si rivolge? Quale è il motivo che lo ha portato a proporre questa parabola?
c) Qual’ è il punto centrale che Gesù sottolinea nell’atteggiamento dei due figli?
d) Quale tipo di obbedienza Gesù raccomanda attraverso questa parabola?
e) In che cosa consiste esattamente la precedenza delle prostitute e dei pubblicani rispetto ai sacerdoti e agli anziani?
f) E io, dove mi colloco: tra le prostitute e i peccatori o tra i sacerdoti e gli anziani?


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Nato
a Milano, laureato in chimica ma con una grande passione per la musica,
Alex era una vera e propria promessa della canzone italiana, fino a che
il 13 Aprile 2002, a seguito di un incidente stradale, ha perso la
vita. Dopo la sua scomparsa è stato pubblicato l’album “Semplicemente”,
un’antologia contenente 11 brani noti e tre inediti, in cui
l’autore/interprete affronta temi come l’amore, la speranza, a voglia
di cambiare le cose.

Male che fa male (Alex Baroni)
http://media.imeem.com/m/wxluO9GJpt/aus=false/Male che fa male – Alex Baroni

Dio se ci sei, con i dolori tuoi,
ascolterai una preghiera

i figli tuoi, chiedono amore sai,

ci sentirai, cosi’ vicino a te.

Vite a meta’, cuore indeciso che,

la direzione non ce l’ha
gente che va, senza pensarci su,

il bene e il male non lo sa dov’e’.
Quanti che, li puoi vedere anche tu,
sulle strade soli come sono.
Male che fa male, tu lo puoi fermare,
male che fa male tu non vuoi.
Lasciati parlare, lasciati cercare
lasciati vedere e guarda noi.
Dio se ci sei, di sole e nuvole,

libera noi da questo male
dacci il tuo pane, toglici i debiti
ascolterai queste parole che, gridano,

cosi’ lontano da te
ma lo so che tu le puoi sentire.
Male che fa male, tu lo puoi fermare,
male che fa male tu non vuoi.
Lasciati cercare, lasciati pregare
lasciati vedere e guarda noi.
Quanta gente che ci crede, a qualcosa
e sta lottando anche per noi
quanta gente sta aspettando te.
Male che fa male, tu lo puoi fermare,
male che fa male tu non vuoi.
Lasciati cercare, lasciati parlare
lasciati vedere e guarda noi.
Male che fa male, tu lo puoi fermare
male che fa male tu non vuoi.
Lasciati cercare, lasciati parlare
lasciati vedere e guarda noi


Dio se ci sei, con i dolori tuoi, ascolterai una preghiera”: a
chi nella vita non è mai capitato di dire una preghiera a Dio,
soprattutto in un momento difficile, in una situazione di prova, in un
momento di dubbio?… La preghiera nasce là dove sperimentiamo il
limite della nostra natura, del nostro essere creature fragili e quindi
bisognose di una luce e di un aiuto che ci possono venire solo
dall’altro. E’ indice chiaro della nostra apertura a Dio, ed è
inscritta nel nostro DNA. Tutte le grandi religioni hanno nella
preghiera l’espressione più alta della loro esperienza spirituale.
Pregando stabiliamo il filo diretto con Dio, accorciamo le distanze con
lui, sperimentiamo un profondo senso di pace.

i figli tuoi, chiedono amore sai”: la
grande novità della rivelazione cristiana è l’averci svelato un nuovo
rapporto con Dio. Non più soggetti sottomessi a un Dio che fa paura,
non più dei numeri ma figli che vivono una relazione d’amore con un Dio
che ha il volto di un Padre, che ci ama a tal punto da renderci
partecipi della sua stessa vita divina con la morte/resurrezione del
suo figlio Gesù. E cosa i figli possono chiedere a un padre se non
l’amore? Quell’amore spesso negato, calpestato, incompreso e sottinteso
che a volte sperimentiamo nella nostra vita.

vite a metà, cuore indeciso che la direzione non ce l’ha/gente che va, senza pensarci su”: nella
vita di tutti i giorni, può capitare di perdere quel punto di
riferimento che ci orienta nelle azioni quotidiane, per cui viviamo
senza una direzione ben precisa, trascinati dagli eventi. Invece di vivere ci lasciamo vivere, consegnando
il nostro tempo all’inedia e alla passività. Così a lungo andare
sperimentiamo che la vita stessa diventa un peso, perdiamo
l’entusiasmo, la capacità di apprezzare il positivo che c’è nelle cose,
nelle persone, negli avvenimenti.

il bene e il male non lo sa dov’è:
quando viene a mancare quel punto fermo che è Dio, anche la nostra vita
morale, le nostre scelte e i nostri comportamenti quotidiani non sono
più guidati da una chiara coscienza di ciò che è bene e di ciò che è
male. Il grande problema della nostra epoca è proprio l’aver perso
questa coscienza! E’ il cosìdetto “relativismo etico”: non esistono più norme oggettive riconosciute da tutti, ma ognuno è criterio a se stesso, si
costruisce le proprie “norme” a seconda della circostanza e della
propria convenienza. Il problema, allora, è quello di ricostruire il
giusto rapporto tra esigenza morale/valori normativi e scelte
dell’individuo che vive la sua situazione esistenziale in un contesto
particolare. In ogni scelta non c’è soltanto in gioco la mia libertà ma
anche quella dell’altro con cui mi relaziono. Per cui se
la mia scelta/azione rispetta anche la libertà/dignità dell’altro ed è
in conformità al valore morale oggettivo può dirsi giusta
.

Male che fa male, tu lo puoi fermare/male che fa male tu non vuoi… libera noi da questo male”:
da quando esistono l’uomo e il mondo esistono anche la realtà del bene
e del male. Con la nostra libertà noi siamo ogni giorno chiamati a
scegliere tra queste due possibilità così diverse e opposte tra loro:
male infatti significa “morte”, bene significa “vita”. La rivelazione
biblica a riguardo è chiara: “ PONGO OGGI DAVANTI A TE LA VITA E IL
BENE, LA MORTE E IL MALE… SCEGLI DUNQUE LA VITA, PERCHE’ VIVA TU E LA
TUA DISCENDENZA” (cf Dt 30, 15-19).  C’è quindi
un male che è causato da noi, dalle nostre scelte sbagliate e un male
che subiamo, causato dagli altri. Il primo può essere eliminato con una
conversione della nostra libertà e della nostra coscienza. Il secondo
con il nostro impegno a non rispondere al male con il male e a
impegnarci in prima persona a fare il bene. Dio ci dà certo l’aiuto ma
non può risolvere i problemi con la bacchetta magica… sarebbe troppo
comodo per noi! E poi dove andrebbe a finire la nostra libertà?

lasciati parlare/lasciati cercare/lasciati vedere e guarda noi”:
nell’esperienza religiosa l’illusione più grande è credere che siamo
noi a cercare Dio. In effetti è Dio a cercare noi. Siamo, perciò, noi
che dobbiamo lasciarci cercare e trovare da Lui! Nella
parabola della pecora perduta (Lc 15, 4-7) è proprio Dio che si mette
alla ricerca dell’uomo. E’ sempre Lui a prendere l’iniziativa… Con noi Dio gioca sempre in anticipo!

 

 

PER RIFLETTERE:

Che cos’è per te la preghiera?

Durante la giornata ti riservi spazi di tempo per pregare?

Come vivi il tuo rapporto con Dio? àHai dei punti fermi nella tua vita?

Per te cos’è il bene e il male?

Come ti poni davanti al male? Come lo combatti?

Ti lasci cercare e trovare da Dio?

grazie a tutti per i commenti

Pubblicato: 24 settembre 2008 in Ad gentes
Amici, grazie a tutti per i commenti e per le bellissime risposte…..
…rispondo ad alcuni degli interventi

 per Cristina
Ciao
Cristina….mi spiace sentire che stai male ed hai il cuore
ferito, ti ricordo sempre nella preghiera, e credo che sia proprio quel
Dio che tu dici essere assente a ricordarmelo, cmq non voglio
convincerti di questo, volevo solo fartelo presente, per me è naturale,
volti e nomi di persone che sono nel bisogno la sera prima di andare a
letto mi passano in rassegna nella mente. Riprendo alcune tue
provocazioni, scrivi: viviamo
in una socetà dove vince il più forte….ritorno nel mio mondo, magari
meno luminoso, ma son certa che sarà difficile ferirmi….abbraccio le
loro armi…egoismo ,superficialità,esteriorità….BASTA NON VOGLIO PIU
CREDERCI….

mi pongo alcune domande
1. Chi è il più forte in senso vero ? Chi ama veramente è un forte…..
2. Cosa vincono i forti della nostra epoca? Forse qualche premio in danaro?
Io conosco tanti perdenti…….pochi vincenti veri
3.
.egoismo ,superficialità,esteriorità. portano alla pienezza di se stessi, non alla felicità, forse ad una felicità apparente, ma in fondo ti svuotano dentro, non credo che queste tre cose siano una cura alla tua inquietudine

C’è vita solo dove c’è amore. La
vita senza amore è morte. La legge dell’amore governa il mondo. Se c’è
nel cuore umano un amore puro, tutto il resto segue automaticamente e
il campo del servizio è illimitato. Se si aprono le porte del cuore
tutto può entrarvi. ………… detto da uno che soffriva abbastanza, ma che non era per nulla triste!!!
(Gandhi)

per Sara

sono
gli Huga Flame, quelli che mi hai fatto ascoltare vero? Ho scaricato
l’ultimo disco, secondo me si sono banalizzati, all’inizio toccavano
temi più tosti…come quelli dei due testi che mi hai proposto…li
riascolterò meglio, e cercherò di usarli a scuola. Credo cmq che
rispondano in maniera troppo semplice a tanti temi, che in fondo sono
più complessi di quello che sembra!!!

Se vuoi contattami personalmente per le altre cose……..

UN ABBRACCIONE DI CUORE A TUTTI


Giovani, andate controcorrente!

Pubblicato: 23 settembre 2008 in Fermati sul monte


La capitale del “divertimentificio” starebbe diventando l’epicentro del “deprimentificio”: questa la sorte della nostra città, secondo un quotidiano locale di qualche giorno fa, in base alla escalation della vendita degli anti-depressivi, in sensibile aumento tra i giovani. Il fenomeno viene spiegato con il fatto che Rimini è “una città in cui bisogna apparire e, dovendo apparire, si genera una corsa ad un’apparenza che va sostenuta con il look, l’immagine e quant’altro”. È così: l’ansia di avere-potere-piacere genera un accanimento del desiderio che, a forza di volere sempre di più, si ritorce fatalmente in insoddisfazione e frustrazione, le tetre anticamere della depressione.
Depressione: la chiamano il male oscuro, il tunnel dell’anima, l’epidemia del Terzo Millennio. Gli esperti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità affermano che nel 2020 diventerà la seconda causa di disabilità nel mondo, esattamente come le malattie cardiovascolari. Intanto in Italia ne è colpita una persona su quattro; negli USA otto ragazzi su cento, al punto che si parla di Teen Depression. Anche da noi sono soprattutto i giovani a soffrire di depressione, dicono sociologi e psicologi che li hanno in cura. Mentre invece sarebbe proprio la generazione giovane a dover portare il fresco sorriso della vita in una società invecchiata troppo in fretta e avvitata su se stessa. Perché? quali pestiferi bacilli intossicano la vita delle nuove generazioni?
Ma non vi ho convocato qui per invitarvi a riflettere direttamente su queste domande. Ne ricavo semplicemente l’input per chiedermi con voi: qual è il contributo più valido che voi giovani credenti potete dare a questa nostra società obesa e depressa? Anticipo la risposta: è la forza imbattibile della vostra gioia.

1. Partiamo da s. Paolo. Nella lettera ai Romani scrive: “Lo Spirito di Cristo viene in aiuto alla nostra debolezza”. E il Papa, in occasione di questa XXIII GMG, ci ha rilanciato l’ultima promessa del Risorto ai discepoli. “Avrete forza dallo Spirito Santo”.
Debolezza-forza: tra questi due estremi scorre tutta intera la più piccola e la più grande di tutte le storie: la storia di Gesù di Nazaret. Riandiamo all’inizio della sua vicenda pubblica. Appena ricevuto lo Spirito Santo nel battesimo al Giordano, Gesù si reca nel deserto dove è sottoposto all’incantesimo ammaliante di Satana. Il Tentatore gli prospetta un messianismo trionfalistico, fatto di prosperità terrena (trasformare le pietre in pane), un messianismo di audience guadagnata al prezzo stracciato di miracoli strabilianti (come lanciarsi dall’alto del tempio, in caduta libera, senza rete di protezione) fino a conquistare il dominio politico di tutte le nazioni. Ma Gesù ha detto di no alla facile abbondanza materiale, all’ambigua popolarità, all’ambizione del potere temporale, e ha detto di sì all’umile servizio, al dono di sé, alla croce.
Come ha fatto Gesù a resistere al miraggio seducente dei miti correnti e ricorrenti del benessere, del dominio, del successo? La risposta è chiara: grazie alla forza dello Spirito Santo, che aveva appena ricevuto nel battesimo. Ma non solo il prologo nel deserto della Giudea: è tutta l’attività pubblica di Gesù ad essere animata e movimentata – dovremmo dire “dinamizzata” – dalla dynamis (= forza, potenza) dello Spirito Santo. L’evangelista Luca salda così l’episodio delle tentazioni nel deserto con i felici inizi della predicazione in Galilea: “Gesù ritornò in Galilea con la forza dello Spirito Santo” (Lc 4,14). E da allora in avanti tutto il cammino del giovane Messia ha avuto “per compagno inseparabile lo Spirito Santo” (s. Ireneo).

2. Cari giovani, anche voi dovete lottare contro la subdola seduzione dei miti scintillanti che oggi stregano il cuore di molti.
Il primo è il mito dell’edonismo, della esaltazione del libero godimento individuale, del piacere sempre e comunque, che svincola la sessualità da ogni norma morale oggettiva, riducendola spesso a gioco e consumo, e indulgendo con la complicità dei mezzi di comunicazione sociale a una sorta di idolatria dell’istinto. La rivoluzione sessuale aveva promesso di renderci più felici, più realizzati, più vivi. Ma questa felicità dov’è andata a finire? Di fatto si è verificata una scissione tra corporeità e affettività: il partner è diventato un semplice strumento del proprio appagamento momentaneo; la sessualità si è trasformata in tecnica. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: gravidanze in età sempre più acerba; rapporti di coppia sempre più brevi e irresponsabili; donne frustrate dall’impossibilità di esprimere la propria emotività; uomini che scorrazzano in un mondo che non gli chiede mai di diventare adulti. È questo che si voleva ottenere con la proclamata libertà sessuale? Il sesso “mordi e fuggi”? Questa non è cultura di amore e di vita; è la cultura del nulla: è cultura di morte. È l’aria ammorbante di una società, che s. Paolo definirebbe “senza cuore” (cfr Rm 1,31).

Una seconda sfida è rappresentata dal mito dell’immagine. È una vera e propria sindrome della “vetrinite”: apparire per non morire. Si tratta di una patologia che fa strage tra gli adulti, ma anche tra i giovani. Ecco un sintomo attendibile: al primo incontro con una persona, se ne fa una “radiografia” istantanea in base alle griffes della borsa, della cinta o delle scarpe da tennis. Così, invece di essere malvisti, non si viene proprio visti, perché alla fine si è tutti uguali. 
Ma non è triste ripetere le scelte della massa? Una quindicenne rispondeva tranciante: “I cantanti, i calciatori, le attrici, la gente che sta in TV, loro sì esistono veramente e fanno quello che vogliono. Ma tutti gli altri non sono niente e non saranno mai niente. Io l’ho capito fin da quando ero piccola così. La nostra vita sarà inutile. Mi fanno ridere le mie amiche che discutono se nella loro comitiva è meglio il ragazzo moro o quell’altro biondo. Non cambia niente, sono due nullità identiche. Noi possiamo solo comprarci dei jeans uguali a quelli degli altri, non abbiamo nessuna speranza di distinguerci. Noi siamo la massa informe”. Capite, amici: questa è la sottocultura televisiva, ma non è solo colpa della TV. Nelle parole disperate e stroncanti della ragazzina c’è l’eco del filosofo Nietszche: l’uomo o è un super-uomo o è un nulla. C’è l’eco anche di un altro pensatore, Sartre: l’uomo è ciò che fa, e dunque se non fa nulla di grande e di grandioso, non vale niente.
La generazione delle nipotine di nonni educati al risparmio, dei figli dei padri cresciuti nel boom economico, sembra destinata dall’industria dei consumi a rimanere sola davanti alla musica malandrina di sirene che puntano solo a spolparli, e appare condannata a non pretendere dagli adulti nient’altro che mantenimento – abbigliamento – divertimento. Chi aiuterà i nostri giovanissimi a non lasciarsi inghiottire dalle sabbie mobili del nichilismo, di questa assenza di sogni e di ideali?

Il terzo è il mito dello sballo. Anche questo è diventato uno status symbol: se al sabato sera non ti fai sette, otto drinks e superalcolici, se non ti rimbambisci con musica assordante che ti isola dagli altri che stanno a dieci centimetri dalla tua pelle, se non prolunghi l’uscita serale fino alla colazione del giorno dopo, allora vieni etichettato come quello che non sa divertirsi. Per non parlare della disinvoltura con cui si fa uso di droghe, dai “fumi” in su. Uno sballo, che rende spietatamente più soli e più tristi.
Questo è il massimo di libertà che vi viene concesso da una società che si struttura attorno alla violenza, al denaro, al cinismo, alla brutalità: la libertà di eccitare a dismisura i desideri, di accelerare i tempi fino alla frenesia, di cancellare ogni pazienza, e di esaltare sempre e comunque una trasgressione senza scopi e senza scrupoli. Domanda: cos’è la libertà? è la possibilità di deprimersi nell’autonullificazione o è la capacità di esprimersi nel dono di sé? Meno di un mese fa, il Papa nell’udienza generale del mercoledì si chiedeva: qual è il massimo della libertà: è il dire “no” o il “dire “sì”? e rispondeva:

“Solo nel ‘sì’ l’uomo diventa realmente se stesso; sono nella grande apertura del ‘sì’, nella unificazione della sua volontà con la volontà divina, l’uomo diventa immensamente aperto, diventa ‘divino’. Essere come Dio era il desiderio di Adamo, cioè essere completamente libero. Ma non è divino, non è completamente libero l’uomo che si chiude in se stesso; lo è uscendo da sé, è nel sì che diventa libero” (25 giugno 2008). 

Certo, se la libertà è questa “capacità del sì”, nessun uomo nel cammino della vita può mai andare… in automatico!

3. Cari ragazzi e ragazze, mi sono dilungato a descrivere una situazione in corso, che voi conoscete meglio di me, ma l’ho fatto apposta per ricavarne una domanda inevitabile, anche se retorica: ma è vita questa? E allora chi vi darà la forza per ribellarvi, per andare controcorrente, per vincere le seduzioni del Maligno? Il papa ci riconsegna oggi la promessa di Gesù risorto: “Avrete forza dallo Spirito Santo”. Ci domandiamo: ma in che modo lo Spirito Santo ci dona la sua forza per superare la nostra debolezza? Ecco la risposta: facendoci rivivere “gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù”.
Sì, è con la forza dello Spirito Santo che “Cristo non cercò di piacere a se stesso” (Rm 15,3); si donò a noi “mentre eravamo ancora peccatori” (Rm 5,6); “da ricco che era, si è fatto povero per noi” (2Cor 8,9); “pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo la condizione di servo, diventando simile agli uomini; umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce” (Fil 2,6ss). Se nel battesimo ci viene donato lo stesso Spirito di Cristo e nella cresima questo dono ci viene confermato, allora possiamo stare sereni: è lo stesso Spirito di Cristo che ci fa vivere con la forza di Cristo e secondo il suo stile.

La tradizione monastica riassumerà questa vita di Cristo secondo lo Spirito in tre parole “povertà-castità-obbedienza”. Queste parole non valgono solo per frati e suore, sono nel DNA di ogni cristiano. È interessante notare che esse sono state riprese dalla regola di base di molte comunità terapeutiche per il recupero dei tossicodipendenti. Ma se funziona per il recupero, non può funzionare anche per la prevenzione? In positivo, vorrei mostrare come la povertà sia la risposta alla sfida che viene dal mito dell’immagine; la castità al mito del piacere; l’obbedienza a quello della trasgressione e dello sballo. Però mi manca il tempo, ma forse più che tanti ragionamenti, basterebbe citare alcuni nomi di una litania di santi che, a dirli tutti, dovremmo stare qui fino a domani mattina. Permettetemi almeno di nominare Francesco e Chiara d’Assisi; Teresa di Gesù Bambino e madre Teresa di Calcutta; Alberto Marvelli e Sandra Sabattini; Giovanni Paolo II e come non citare lui, il nostro Don Oreste Benzi? 
Guardando i loro volti, si vede in modo accecante che povertà, castità e obbedienza sono le corsie preferenziali per la vera felicità. È proprio così: non è vero che la povertà faccia godere di meno; piuttosto fa godere di più perché ti distacca dalla frenesia e dall’ingordigia incontentabile, che vuole sempre di più, come la bestia dantesca “che mai non empie la bramosa voglia / e dopo il pasto ha più fame che pria”. Non è vero che la castità faccia amare di meno, semmai ti fa amare di più, perché sana in radice la tua voglia malsana di possedere l’altro e di trattarlo secondo l’imperativo consumista: “usa e getta”. Non è vero che l’obbedienza ti rende più dipendente, ti rende anzi più libero, perché ti fa raggiungere la libertà più vera e più alta: non quella del tuo io dagli altri, ma quella dal tuo io per gli altri. 

Carissimi giovani, non abbiate paura dello Spirito Santo! È lui la forza che vi fa dire come s. Paolo: “Quando sono debole, è allora che sono forte” (2Cor 12,25). Senza lo Spirito di Cristo, Dio diventa irreperibile; Cristo si riduce a un mito; il vangelo rimane un libro cellofanato; la Chiesa diventa una babele; la comunione una noiosa burocrazia; la missione una faticosa, inutile propaganda; la liturgia una nostalgica rievocazione; la preghiera uno sconsolato soliloquio. Ma in Lui e con Lui, Dio si rende palpabile; Cristo viene e si fa presente; la Chiesa è una pentecoste permanente… 
E tu diventi sempre più tu, mano a mano che diventi copia conforme dell’originale più bello, Cristo Signore, il più bello tra i figli dell’uomo. 
E noi non siamo più una somma di individui o un aggregato informe, ma diventiamo il suo Corpo vivente nella storia.
Non ci resta allora che pregare: 

“Vieni, Spirito Santo!
Vieni con la tua forza in aiuto alla nostra debolezza.
Donaci la tua luce per credere che la nostra piccola esistenza, 
nonostante tutto, fa parte di un progetto d’amore più grande.
Vieni, Spirito Santo!
Nella Chiesa, corpo di Cristo, tu ci raduni nell’unità.
Donaci il tuo amore per renderci costruttori di comunione e di fraternità, 
per sanare il cuore amaro del mondo 
con le opere della nonviolenza, della solidarietà, del perdono.
Vieni, Spirito Santo!
Nella fede liberaci dalla preoccupazione di pensare soltanto a noi stessi, 
nella speranza rendici forti per non lasciarci paralizzare dalla paura di non riuscire, 
nel tuo amore facci diventare umili e forti per amare.
Vieni, Spirito Santo!
Aiutaci tu a vivere la vita come vocazione, in dialogo con te. 
Donaci un cuore grande per accogliere anche le vocazioni più impegnative.
Vieni, Spirito Santo!
Regalaci la certezza che il domani è già cominciato oggi, 
con la fedeltà al vangelo di Gesù, nelle piccole e grandi scelte quotidiane.
Vieni, Spirito Santo!”.

+Francesco Lambiasi


  

Commento Luca 7,36-50

Dalla Parola del giorno
Vedi questa donna?


Come vivere questa Parola?
Simone, il fariseo, e una donna senza nome, identificata solo dalla sua situazione di "peccatrice". Tra i due Gesù e, quasi sospesa sul fluire del tempo, una domanda: "Vedi questa donna?". Sì, è all’uomo di ogni tempo, a me, a te, che Gesù la rivolge. Al "Simone" che più o meno si radica in ciascuno di noi e si esprime nella tendenza istintiva a prendere l’atteggiamento del giudice. Questo fariseo non è un personaggio perverso. Dimostra una certa apertura nei riguardi del Maestro, tanto che lo invita a mensa con lui: un gesto di amicizia. E Gesù non rifiuta. Lui non prende mai le distanze dai peccatori. Si è fatto solidale con loro, anzi, Paolo dirà: "si è fatto peccato", ma per trarli fuori da questa loro penosa situazione. E della "peccatrice" sembra non "conoscere" altro che il positivo. Non ignora il suo passato, semplicemente non lo identifica con lei; in ogni caso le lascia la via aperta per una ripresa. Ma tu, Simone, che finora hai visto solo la "peccatrice", apri i tuoi occhi: "Vedi questa donna", guardala anche tu come la guarda Gesù: nella sua dignità (donna è il termine che usa anche nei riguardi di sua madre), nel bene che permane in lei comunque… Guardala in profondità e allora ti accorgerai che ti somiglia tanto. Sì, tu, Simone, il fariseo ammantato di giustizia, se guardi con onestà dentro di te, ti accorgi che il peccato abita anche te. Solo le lacrime del pentimento e il profumo dell’amore possono aprirti la via della risalita. Ed è di queste lacrime che devi irrorare i piedi del Cristo mistico. Membra impolverate, spesso infangate che Gesù ha voluto unire indissolubilmente a sé e che tu non puoi guardare con disprezzo, superiorità. Sono sempre e comunque "i piedi di Cristo". E tu puoi solo chinarti a baciarli con riverente amore.

Oggi, nella mia pausa contemplativa, guarderò con onestà dentro di me cercando di scoprire quanto nel mio vivere c’è di "Simone" e quanto della "peccatrice". Proverò poi ad avvolgere gli altri con uno sguardo che ricalchi quello di Gesù: cercherò di vedere non "la peccatrice", ma "la donna", non il fango che imbratta i miei fratelli, ma le membra doloranti di Gesù, i suoi "piedi".

Dona, Signore, concretezza al mio amore per te. Che io non baci con devozione le tue immagini e poi calpesti con disinvoltura le tue membra, imbrattate dalla polvere e dal fango raccolto lungo il cammino della vita.

La voce di un Padre della Chiesa
Ogni volta che vediamo i peccati degli altri, dobbiamo prima piangere su noi stessi, perché forse siamo caduti negli stessi peccati, o possiamo cadervi. Se detestiamo la nostra cattiveria, già questo ci ridona una purezza interiore. Il Signore ci abbraccia al nostro ritorno, perché per lui non può essere indegna la vita di un peccatore, se è lavata col pianto, in Gesù Cristo nostro Signore.
S. Gregorio Magno

 

MA CHE RAZZA DI DIO C’E’ NEL CIELO?


Roberto
Vecchioni è cantautore e laureato in lettere antiche all’Università
Cattolica di Milano, insegnante di latino e greco nei licei classici.
Ha anche pubblicato libri di poesie e racconti e un romanzo. Nel suo
Album “Il lanciatore di coltelli”, egli intesse un dialogo
generazionale tra padri e figli con la voglia di guardare la realtà per
cercare di capirla dal di dentro. Il tema di Dio, anch’esso incombente
in questo album, è affrontato con l’occhio critico non di un ateo, ma
di uno che cerca la risposta alle domande fondamentali dell’esistenza.

 

  L’infinito silenzio sopra un campo di battaglia quando il vento ha la pietà di accarezzare;

l’inspiegabile curva della moto di un figlio che a vent’anni te lo devi scordare…

Sentire d’essere noi le sole stelle sbagliate in questa immensa perfezione serale;

e non capirci più niente nel viavai di messia discesi in terra per semplificare.

Ma che razza di Dio c’è nel cielo?

Ma che razza di Dio c’è nel cielo?

Ma che razza di guitto mascherato da Signore sta giocando col nostro dolore?

Ma che razza di disperato, disperato amore,

lo potrà mai consolare?

Aprire gli occhi e morire in un fruscio di farfalla

neanche il tempo di una ninna nanna;

l’idiozia della luna, la follia di sognare,

la sterminata noia che prova il mare;

e a questa assurda preghiera di parole, musica, colori,

che Gli continuiamo a mandare,

non c’è nessuna risposta,

salvo che è colpa nostra e che ci dovevamo pensare.

Ma che razza di Dio c’è nel cielo?

Ma che razza di Dio c’è nel cielo?

Ma che razza di disperato, disperato amore,

può tagliare la notte e il dolore?

Ma che razza di disperato, disperato amore più di questo

respirare, più di tutto lo strisciare?

più di questo insensato dolore?

Ma che razza di Dio c’è nel cielo?

Ma che razza di buio c’è nel cielo?

Ma che razza di disperato, disperato amore

più di questo insensato dolore?

Ma che razza di Dio c’è nel cielo?

Ma che razza di buio c’è nel cielo?

Ma che razza di disperato, disperato amore più

di questo non capire, non sapere sbagliare e lasciarsi perdonare?

Ma chi è l’altro Dio che ho nel cuore?

Ma che razza d’altro Dio c’è nel mio cuore,

che lo sento quando viene,

che lo aspetto non so come

che non mi lascia mai,

non mi perde mai e non lo perdo mai

 

 

 

L’infinito silenzio sopra un campo di battaglia…”: è
la realtà assurda e triste della guerra con cui l’uomo di ogni epoca ha
dovuto fare i conti. Anche oggi assistiamo impotenti a focolai di
guerre che si sviluppano in ogni angolo del nostro pianeta.
L’esperienza ci insegna che spesso la guerra nasce là dove finisce il
dialogo, e che i nazionalismi, fondati sul mito del più forte, accecano
la ragione. Ma la guerra non risolve i problemi, anzi, li esaspera
creando una serie di reazioni a catena che continuano a portare solo
morte e distruzione fomentando ancor più l’odio.

l’inspegabile curva della moto di un figlio che a vent’anni te lo devi già scordare”: le
statistiche ci dicono che oggi ogni anno alcune centinaia di giovani
muoiono per incidenti su strada dovuti all’eccesso di velocità, per
stato di ubriachezza, per aver assunto droghe o per pura casualità. E
quando una giovane vita si spezza è davvero un dramma per la sua
famiglia che rimane profondamente segnata da questa disgrazia e sempre
si chiede perché?.

Aprire gli occhi e morire in un fruscio di farfalla neanche il tempo di una ninna nanna”: anche
le cosiddette “morti bianche” interrogano la nostra coscienza. Quanti
bambini muoiono ogni giorno per fame, per malattie o vittime innocenti
di violenze inaudite!

Ma che razza di Dio c’è nel cielo?… Ma che razza di guitto mascherato da Signore sta giocando col nostro dolore?: davanti a questi drammi nasce spontanea la domanda: Ma Dio dov’è? Perché permette queste cose? O, almeno, perché non interviene per raddrizzarle? Dio
non è certamente un pagliaccio che assiste indifferente davanti al
dolore. Lascia l’uomo libero di scegliere tra il bene e il male ma gli
chiede anche di assumersi tutte le responsabilità delle sue scelte. La
guerra, la violenza sono sempre causate dall’egoismo umano. Davanti al
dolore Dio non ci chiede di vendicarci, ma ci invita a denunciare i
mali con le armi non violente del dialogo e della ricerca della verità,
ed anche a perdonare e ad impegnarci in prima persona a costruire un
mondo diverso. Dio non è un mago che risolve sempre tutti i problemi
con la sua bacchetta magica! Al riguardo, nella Bibbia, c’è un
bellissimo libro che varrebbe la pena leggere e racconta la storia di
un uomo di nome Giobbe, che fa l’esperienza del dolore: perde tutte le
sue ricchezze, la sua famiglia, sperimenta l’abbandono degli amici e
l’isolamento, si ammala gravemente, e dopo aver sfogato la sua rabbia
verso Dio – che ritiene responsabile di tutto ciò -, capisce che deve
solo compiere un abbandono fiducioso nella fede rimettendo tutto nelle
mani di Dio. Solo allora la sua vita cambia. Il dolore fa parte della
vita di ogni uomo, e comunque rimane sempre un mistero. Un mistero a
cui Gesù, però, ha dato un senso. Coinvolgendosi pienamente in esso
attraverso la sua morte in croce Egli ci ha insegnato a vivere il
dolore come offerta per un mondo nuovo, perché è sempre dal dono di sé
che nasce la vita.

non capirci più niente nel viavai di messia discesi in terra per semplificare”:
davanti al problema del dolore si sono attivati anche molti “santoni”,
sedicenti messia e creatori di sètte che danno le loro risposte in
diverse direzioni: o ignorano il problema, o lo evadono (anche con
l’assunzione di droghe) o incitano a ribellioni violente (attraverso la
forma passiva del suicidio e di quella attiva dell’omicidio).

e a quest’assurda preghiera di parole, musica, colori, che Gli continuiamo a mandare, non c’è nessuna risposta”:
a volte abbiamo la sensazione che Dio rimanga insensibile e distante
dai problemi che ci affliggono e ci tormentano. Ma è nella “pedagogia
di Dio” rispondere con il silenzio perché vuole che siamo noi a tirare
fuori tutte le risorse possibili, le nostre potenzialità per cominciare
a cambiare il mondo. Vuole che anche noi facciamo la nostra parte. Il
resto lo farà Lui. Ogni preghiera, ogni lacrima versata arriva sempre
al cuore di Dio, solo che i tempi di risposta a volte sono un po’
lunghi… sono i tempi di Dio!.

Ma
chi è l’altro Dio che ho nel cuore? Ma che razza d’altro Dio c’è nel
mio cuore, che lo sento quando viene, che lo aspetto non so come, che
non mi lascia mai, non mi perde mai e non lo perdo mai
”:
in effetti Dio non è poi così lontano, ma è “più intimo a noi che noi stessi”.
Lo abbiamo dentro di noi… perché Lui al tempo stesso è l’infinitamente
grande e lontano e l’infinitamente piccolo e vicino. Dio è tutto, è
dovunque, è talmente invischiato nei nostri drammi umani che nemmeno ce
ne accorgiamo.

E’ il DIO CON NOI!.

 

 

PER RIFLETTERE:

Davanti a drammi come la guerra, la morte, che risposte dà la tua coscienza?

Come reagisci di fronte al dolore?

Che immagine di Dio ti sei fatto fino ad ora?

La strada che ti propone Gesù è convincente per te o ti lasci sedurre da altri “messia” che svendono ricette di felicità?

Credi nell’efficacia della preghiera?

Credi che la preghiera è fatta soprattutto di ascolto e non di parole?

Credi che Dio è anche dentro di te?

Dalla Parola del giorno
Signore ne ebbe compassione e le disse: "Non piangere!" E accostatosi toccò la bara.


Come vivere questa Parola?
Gesù ha appena proclamato il Regno, promesso la beatitudine a poveri
affamati e afflitti; ha comandato la misericordia. Il centurione, un
pagano capace d’amore ha riconosciuto e creduto all’efficacia della Sua
Parola. Ora Gesù è di fronte al povero più povero: un morto, figlio
unico di madre vedova.
Ancora una volta, per primo, Gesù realizza nella Sua Persona quanto espresso con la Parola: risuscita un morto!
E lo fa con compassione. "Il Signore ne ebbe compassione" – dice Luca
-. Egli evidenzia così, più che la potenza del Messia, la misericordia:
Dio previene e visita anche senza richiesta preghiera o fede chi è
totalmente perduto e non ha la forza né di chiedere né di pregare né di
credere.
Gesù, il Signore, il Kyrios è il Dio di misericordia, autore della vita, vincitore della morte.

Oggi nel mio silenzio contemplativo mi lascerò raggiungere dalla
compassione del Dio Trinità d’Amore nelle zone di morte che ristagnano
dentro il mio cuore e chiederò a Gesù di ‘toccare la bara’ e di
‘restituirmi alla vita’.

Ti lodo Signore Gesù perché tu, sempre per primo, anche quando il
dolore mi toglie la forza di invocarti, tu muti "il mio lamento in
danza, la mia veste di sacco in abito di gioia" (Sal 30, 12).

La voce di un contemporaneo
Guidami luce gentile
tra l’oscurità che mi avvolge.
Guidami innanzi
oscura è la notte
lontano sono da casa.
Dove mi condurrai
non te lo chiedo, o Signore!
So però che la Tua potenza
m’ha conservato al sicuro.
Henry Newman