Archivio per ottobre, 2008

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Dal Vangelo secondo Luca
In quel giorno, si avvicinarono a Gesù alcuni farisei a dirgli: “Parti
e vattene via di qui, perché Erode ti vuole uccidere”. Egli rispose:
“Andate a dire a quella volpe: Ecco, io scaccio i demoni e compio
guarigioni oggi e domani; e il terzo giorno avrò finito. Però è
necessario che oggi, domani e il giorno seguente io vada per la mia
strada, perché non è possibile che un profeta muoia fuori di
Gerusalemme. Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che sono
mandati a te, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli come una
gallina la sua covata sotto le ali e voi non avete voluto! Ecco, la
vostra casa sta per esservi lasciata deserta! Vi dico infatti che non
mi vedrete più fino al tempo in cui direte: Benedetto colui che viene
nel nome del Signore!”.


Già lo stesso nome
“Gesù” ce lo assicura: Dio è salvezza. Fin dall’inizio della sua vita,
i titoli che vengono attribuiti al figlio della vergine di Nazaret
sono: “Messia” e “Salvatore” (cf. Lc 1,47). Essi indicano il senso
stesso dell’essere e della missione di Gesù. “Ecco, io scaccio i demoni
e compio guarigioni oggi e domani”. Così egli parla di sé e della sua
missione nel Vangelo di oggi. Questi sono i segni che accompagnano il
profeta che reca agli uomini la Parola di Dio, che atterra e salva al
tempo stesso. Gesù non è semplicemente un precursore che prepara la venuta di un
ordine migliore e più umano. Vuole raccogliere i figli di Gerusalemme
come una gallina la sua covata sotto le ali: cerca la comunione,
rischia la propria vita pur di attirare a sé i contemporanei. E quando
piange su di loro (cf. Lc 19,41), non si tratta di sentimentalismo: è
piuttosto l’espressione di quella importante lotta spirituale che ha
intrapreso per la loro salvezza. Vorrebbe riunirli, come la gallina
riunisce attorno a sé i suoi piccoli per riscaldarli, nutrirli,
proteggerli. E ancora, vuole mettere in pratica i comandamenti dello
sforzo nella mitezza e dell’inclinazione nell’attenzione. Vuole essere
tutto per loro, perché sono indifesi e completamente dipendenti da lui.
Costi quel che costi: l’impegno della sua persona è completo. Egli
rischia la propria vita. E non soltanto per l’amore di Gerusalemme. Infatti questo passo del
Vangelo non riferisce soltanto parole datate ed effimere. Tali parole
furono fedelmente conservate dopo la risurrezione dalla prima comunità
cristiana, affinché conservassero il loro valore in eterno. Queste
parole riguardano me che sto trascrivendo tali pensieri e riguardano te
che li leggi o li ascolti. L’atteggiamento di Gesù e in particolare il
suo affetto per noi sono i medesimi da duemila anni. Seduto alla destra
del Padre, ancora oggi ci rivolge un invito ogni volta che ascoltiamo
la sua parola. Conosce la nostra incostanza che esclama felicemente: “Osanna!
Benedetto colui che viene nel nome del Signore”. Un entusiasmo che non
durerà. L’“Osanna” può presto trasformarsi nel “Crocifiggilo” dei
Giudei. Il piano di Erode, un politico furbo, non fa che anticipare
quanto otterrà il popolo esaltato. Il Signore sa che ne va della sua
vita. “Perché voi non avete voluto” (Lc 13,34). Gli uomini non hanno
accettato nemmeno che egli si desse loro completamente. A volte l’amore non è riamato. Ma, se l’amore va al di là di una
ricerca di appagamento personale, anche quando viene respinto, non
rinuncia all’essere che ama. “Tutto copre, tutto crede, tutto spera,
tutto sopporta” (1Cor 13,7). E ciò precisamente testimonia l’amore di
Gesù: l’amore di Cristo diventa tangibile. È unito a colui che dice: “E
il terzo giorno avrò finito” (Lc 13,32). Ecco perché ci salva. Perché “morire a Gerusalemme” (cf. Lc 13,33) non
è la sua ultima azione. Dopo la croce, il fallimento con Gesù assume un
senso nuovo. E il “terzo giorno” assicura definitivamente e
indistruttibilmente la luce della risurrezione.
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Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, Gesù stava insegnando in una sinagoga il giorno di
sabato. C’era là una donna che aveva da diciotto anni uno spirito che
la teneva inferma; era curva e non poteva drizzarsi in nessun modo. Gesù la vide, la chiamò a sé e le disse: “Donna, sei libera dalla tua
infermità”, e le impose le mani. Subito quella si raddrizzò e
glorificava Dio. Ma il capo della sinagoga, sdegnato perché Gesù aveva operato quella
guarigione di sabato, rivolgendosi alla folla disse: “Ci sono sei
giorni in cui si deve lavorare; in quelli dunque venite a farvi curare
e non in giorno di sabato”. Il Signore replicò: “Ipocriti, non scioglie forse, di sabato, ciascuno
di voi il bue o l’asino dalla mangiatoia, per condurlo ad abbeverarsi?
E questa figlia di Abramo, che satana ha tenuto legata diciott’anni,
non doveva essere sciolta da questo legame in giorno di sabato?”. Quando egli diceva queste cose, tutti i suoi avversari si vergognavano,
mentre la folla intera esultava per tutte le meraviglie da lui compiute.


La parola di Gesù, il suo insegnamento, è forza di vita. Essa raddrizza tutto ciò che, nell’essere umano, è storto.Guarisce tutto ciò che si oppone alla pienezza della vita. La donna
inferma, incapace di alzarsi, e il capo della sinagoga, indignato per
la misericordia di Gesù, sono tutti e due, per ragioni diverse, chiusi
nella gioia della lode. La donna è piegata sul suo corpo, annientata da
una sofferenza che le impedisce di stare in piedi davanti a Dio. Ma per
mezzo del suo sguardo e della sua parola, Gesù le presta, a lei sola,
la stessa attenzione che presta a tutta l’assemblea del giorno di
sabato, e la ristabilisce nella gioia di vivere. Il capo della sinagoga
è piegato dalla durezza del suo cuore. Se egli stesse in piedi, davanti
a Dio, a viso scoperto, non riconoscerebbe forse nella guarigione di
questa donna la bontà di Dio? “Ipocriti!”. Gesù non si rivolge solo a
lui. Egli desidera sciogliere ogni resistenza alla pienezza in tutti i
cuori umani. Egli è venuto a liberare la bontà umana da ciò che la
ostacola, perché nell’amore senza limiti l’essere umano ritrovi Dio.

Dalla Parola di oggi
A me, che sono l’infimo fra tutti i santi, è stata concessa questa grazia di annunziare ai gentili le imperscrutabili ricchezze di Cristo, e di far risplendere agli occhi di tutti […] il disegno eterno che ha attuato in Cristo Gesù nostro Signore, il quale ci dà il coraggio di avvicinarci in piena fiducia a Dio per la fede in lui.

Come vivere questa Parola?
S. Paolo, nella sua umiltà, non esita a dichiararsi "l’infimo tra tutti i santi", cioè l’ultimo tra tutti quelli che vogliono camminare in Cristo Gesù secondo i dettami del Vangelo. Eppure, poiché umiltà è verità, egli non nasconde di aver ricevuto l’inestimabile grazia di conoscere e rivelare a tutti, (anche a noi oggi!) le meraviglie del disegno di Dio. Esso è un tale amore da salvare tutti quelli che, liberamente, aderiscono a Dio. Ma come avviene questo procedimento di salvezza? Paolo fa coincidere appunto il disegno di Dio, quello per cui "ha talmente amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito", con il coraggio (che ci è donato) di "avvicinarci a Lui in piena fiducia". La ragione di questa piena fiducia? La passione, morte e risurrezione di Gesù, il suo "raccontarsi" a noi nel Vangelo, rivelandoci l’amore del Padre e quindi la modalità di questo nostro "coraggio" di "piena fiducia". Sarà bene che prenda coscienza di una cosa importante. Specie oggi c’è chi ritiene lontano, inaccessibile Dio: quasi non ci fosse. C’è anche però chi ne banalizza il mistero con pratiche di magia, di superstizione e fanatismo. Come se l’infinita grandezza di Dio potesse venire precettata dagli uomini. No, non è così! Tuttavia io ho ancora da imparare che proprio per il suo avermi amato con tutto il darsi in croce del Figlio Gesù, posso avere il coraggio di contattarlo. Non si tratta solo di rispetto e devozione, ma di piena fiducia. È questa fiducia la ragione della mia serenità di fondo, dentro i miei giorni? Chiedo, in preghiera, che sia così.

La voce di una "Piccola santa"
Essere un piccolo bimbo tra le mani del Signore e dargli la mano ad occhi chiusi, camminando con lui docilmente, senza opporre alcuna resistenza.
Magdeleine di Gesù

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Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, uno della folla disse a Gesù: “Maestro, di’ a mio
fratello che divida con me l’eredità”. Ma egli rispose: “O uomo, chi mi
ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?”. E disse loro:
“Guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché anche se uno è
nell’abbondanza, la sua vita non dipende dai suoi beni”.  Disse poi una parabola: “La campagna di un uomo ricco aveva dato un
buon raccolto. Egli ragionava tra sé: Che farò, poiché non ho dove
riporre i miei raccolti? E disse: Farò così: demolirò i miei magazzini
e ne costruirò di più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei
beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni,
per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia. Ma Dio gli
disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E
quello che hai preparato di chi sarà? Così è di chi accumula tesori per
sé, e non arricchisce davanti a Dio”
.


Come spiegare la reazione quasi violenta di Gesù di fronte ad un uomo che gli ha fatto una domanda legittima?  In realtà Cristo non respinge quest’uomo, ma vuole aiutarlo a non
attaccarsi ai suoi averi, come se da essi dipendesse il senso della
vita. Ed in una parabola Gesù parla dell’uomo che, dimenticando di
appartenere a Dio, si chiude con le sue ricchezze in un’angoscia
solitaria e passa di fianco alla vita.  Gesù è venuto per qualcosa di più serio che non mettere fine alle
nostre dispute. Egli vuole dividere con noi il mistero che consiste nell’appartenere interamente al Padre. Egli ci invita a guardare la
nostra vita alla luce di questo mistero ed a prendere da soli le
decisioni che si presentano. Così egli ci tratta con estrema serietà, molto più che prendendo
decisioni al nostro posto. Egli ci guida nella libertà dei figli di
Dio, capaci di vivere di Dio anche nei dettagli della vita, come per
esempio la divisione di un’eredità.
La settimana scorsa, nel silenzio quasi assoluto dei media italiani, si
sono chiuse le Paralimpiadi. Eppure, proprio per il Paese che le ha
ospitate, questa edizione merita qualche riflessione, allargabile anche
alla situazione di casa nostra. Per poter accogliere gli atleti diversamente abili, la Cina ha fatto
uno sforzo gigantesco a livello organizzativo ed economico. Così, ad
esempio, grazie a quasi due milioni di dollari (con cui si sono
abbassati lavandini, costruite rampe, aggiunti cartelli in braille e
trasformati oltre 200 bagni in toilette accessibili) ,
l’aeroporto di Pechino è stato in grado di accogliere gli "esigenti"
ospiti. Ben più complessa la questione sul piano culturale. Cogliendo
nel segno, un lungo articolo di Maureen Fan comparso qualche giorno fa
nella pagina degli esteri del Washington Post titolava «Beijing
Welcomes The Disabled as China Never Has» (Pechino accoglie i disabili
come la Cina non ha mai fatto). Nella sola Pechino si trovano quasi un milione di disabili che, come
gli altri 83 milioni che vivono sparsi nel Paese, conducono
un’esistenza di reclusi in casa. Il dileggio e lo scherno di cui sono
oggetto, la totale mancanza di supporti (per strada, nei mezzi di
trasporto e nei locali pubblici) nonché, più in generale, l’assenza di
qualsiasi progetto di inserimento educativo e lavorativo, rendono tale
condizione quasi obbligata. Per certi versi, però, nelle ultime
generazioni, il problema sembra pressoché risolto: la politica del
figlio unico ha fatto sì che oggi in Cina la nascita di bimbi disabili
costituisca una rarità quasi assoluta. Così, una civiltà che per secoli
si è costruita sul tradizionale rispetto per anziani e deboli, registra
ora rifiuto e marginalizzazione. Basti pensare che prima delle
Olimpiadi il manuale informativo ufficiale distribuito ai 100 mila
volontari, in vista dell’evento definiva i disabili «ostinati, ribelli
e introversi, con un forte senso di inferiorità». Non che, nella sostanza, le cose da noi vadano molto meglio. Se le
leggi offrono un qualche aiuto, il disprezzo continua però a regnare
pressoché indisturbato, come dimostrano le cronache quasi quotidiane
che raccontano (sia pure marginalmente, quasi in nota) le violenze
sessuali di cui sono oggetto bambine e giovani disabili un po’ ovunque.
Per anni la società ha fatto finta che i disabili non esistessero, e
molto spesso, per le ragioni più diverse, sono stati innanzitutto i
genitori a nascondere o ignorare i loro figli, rinchiudendoli in casa o
in istituto (a prescindere dallo status sociale o economico: pensiamo
alla drammatica storia del figlio minore di Arthur Miller, David, la
cui esistenza è stata completamente negata dal famoso drammaturgo).
A tale invisibilità la scrittrice americana Flannery O’Connor ha dato
una precisa qualificazione: «L’atteggiamento sentimentale nei confronti
dei bambini portatori di handicap, che implica il tentativo di tenere
loro e la loro sofferenza lontani dagli occhi della gente, è
paragonabile alla mentalità che ha portato ad alimentare il fumo nei
forni crematori di Auschwitz». Le cose sembravano migliorate negli ultimi tempi. Recentemente, però,
nel panorama già complesso, si è insinuato un ulteriore elemento, che
sembra orientarci ad un nuovo atteggiamento verso la disabilità. Il
pietistico sentimento nei confronti dei "poveri infelici" si sta
trasformando in un giudizio di colpevolezza verso chi li ha messi al
mondo. Data la panoplia di esami e di analisi che permettono di accertare la
salute del nascituro durante la gravidanza, la diagnosi prenatale si è
trasformata in un obbligo a cui non è moralmente lecito sottrarsi. La
colpa massima diventa, così, quella di aver fatto nascere un figlio
disabile quando esami, test e analisi ci avrebbero potuto "illuminare".
È in nome di questa luce oscurata (drammatica rivisitazione della
parabola evangelica) che in alcuni Paesi, come la Francia, figli
"imperfetti" hanno trascinato in giudizio madri e medici che li hanno
"lasciati" nascere. Generale è la condanna verso quelle madri
incoscienti che rifiutano esami e analisi per sapere "come sta" il feto
che portano in grembo. È così diventato una rarità l’essere contrari
all’amniocentesi (ormai, scandalosamente, esame di routine) e a tutte
le indagini che dovrebbero illuminare il ventre materno alla ricerca di
gravi malattie e di inaccettabili imperfezioni. Mettiamo anche che un
esame così invasivo non rischi di causare quel rischio che vorrebbe
invece evitare, davvero possiamo rinunciare al tentativo di capire cosa
sia un essere umano, cosa faccia di un essere un essere umano? Parallelamente, in forme eleganti e positive, si sta facendo strada
l’idea che coloro che si prendono la responsabilità di far nascere un
bambino handicappato debbano assumersi le conseguenze di tale scelta,
in particolar modo quelle economiche. Costoro, cioè, non possono
pretendere che la collettività, che ha fornito loro gli strumenti per
evitare il danno, si faccia poi carico di una scelta personale. Da pena (per i figli) a colpa (dei genitori) dunque. Non si può certo
dire che le nostre società si stiano evolvendo. Io posso solo ripensare
alle parole di Ornella, mamma di due figli, Lisa (che è down) ed
Enrico.«Quando i nostri figli nacquero, ormai una quarantina di anni
fa, vedemmo nel bambino la nostra gioia e la nostra speranza, in
Lisetta una fonte di preoccupazione. Oggi lei vive, sorridente e
serena, in una casa famiglia, e quando torna da noi il week-end è fonte
di gioia perché è una donna felice. Nostro figlio invece si è separato
dalla moglie quando erano in attesa del loro terzo bimbo. Come nonni ci
facciamo in quattro per questi nipotini che sono già infelici e
depressi, a causa dei tremendi conflitti tra i loro genitori». E dire
che ancora ci crediamo in grado di valutare cosa sarà un bene, e cosa
invece un male.

Giulia Galeotti  Avvenire 25 settembre 2008

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Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, Gesù disse: “Guai a te, Corazin, guai a te, Betsaida!
Perché se in Tiro e Sidóne fossero stati compiuti i miracoli compiuti
tra voi, già da tempo si sarebbero convertiti vestendo il sacco e
coprendosi di cenere. Perciò nel giudizio Tiro e Sidóne saranno
trattate meno duramente di voi.  E tu, Cafarnao, ‘‘sarai innalzata fino al cielo? Fino agli inferi sarai precipitata!’’.  Chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me. E chi disprezza me disprezza colui che mi ha mandato”.

 

Chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me.

Le città d’Israele hanno visto i miracoli, eppure non hanno creduto in quei segni compiuti da Dio. E non si sono convertite. Gesù stesso ha sperimentato il rifiuto, ma guai a chi rifiuta la propria salvezza. Per questo il giudizio di queste città d’Israele sarà estremamente rigoroso, più del giudizio riservato alle città pagane. Esse hanno rifiutato il vangelo, che i settantadue discepoli, quasi a significare tutte le nazioni della terra, sono inviati ad annunziare a nome di Cristo. Il profeta dei nostri giorni è colui che ci propone con le parole e con la vita la verità del Vangelo. Capita ancora che questi profeti autentici siano rifiutati e perfino perseguitati, ma che responsabilità dinanzi a Dio…….!! Si potrebbe credere che, quando Gesù si lamenta del rifiuto con cui si scontra il suo messaggio, ci si debba riferire soltanto al suo tempo e alle città menzionate nel Vangelo. Invece no: questo rifiuto è una sofferenza che egli vive tuttora. Anche se non è più fra noi visibilmente, Gesù è presente nel mondo dove ha scelto di incarnarsi e rimanere. Ed è lui che, attraverso i suoi operai, “i servitori dell’inutile, di ciò che non si mercanteggia, non si calcola, non si paga” come spesso sono considerati nel mondo secolarizzato,i sacerdoti ed i cristiani che si impegnano nell’annuncio, continua a chiamare gli uomini alla conversione, alla fede nelle verità soprannaturali. Così, quando si vedono, nelle città della nostra Europa, molte chiese splendide ma vuote, diventate quasi dei “musei” visitati da migliaia di turisti curiosi, alla ricerca di opere d’arte, si potrebbe forse sentire Gesù che, proprio oggi, dice le stesse parole …”. Nell’Europa dell’Est, in anni e anni di persecuzione comunista, ci sono state molte testimonianze cristiane, molti martiri, spesso poco conosciuti o addirittura ignorati da quella parte della Chiesa che, invece, godeva della libertà! Nel XX secolo la Chiesa in Croazia ha sofferto molto. La vittima più famosa di queste persecuzioni è l’arcivescovo di Zagreb, il card. Alojzije Stepinac, in seguito ad un processo manipolato condannato a 16 anni di prigione, dove morì nel 1960. È stato un vero martire di questo secolo e un grande testimone della fede cristiana. Dobbiamo imparare a riconoscere i segni di Dio e a non trascurarli!