Archivio per 30 ottobre 2008

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Dal Vangelo secondo Luca
In quel giorno, si avvicinarono a Gesù alcuni farisei a dirgli: “Parti
e vattene via di qui, perché Erode ti vuole uccidere”. Egli rispose:
“Andate a dire a quella volpe: Ecco, io scaccio i demoni e compio
guarigioni oggi e domani; e il terzo giorno avrò finito. Però è
necessario che oggi, domani e il giorno seguente io vada per la mia
strada, perché non è possibile che un profeta muoia fuori di
Gerusalemme. Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che sono
mandati a te, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli come una
gallina la sua covata sotto le ali e voi non avete voluto! Ecco, la
vostra casa sta per esservi lasciata deserta! Vi dico infatti che non
mi vedrete più fino al tempo in cui direte: Benedetto colui che viene
nel nome del Signore!”.


Già lo stesso nome
“Gesù” ce lo assicura: Dio è salvezza. Fin dall’inizio della sua vita,
i titoli che vengono attribuiti al figlio della vergine di Nazaret
sono: “Messia” e “Salvatore” (cf. Lc 1,47). Essi indicano il senso
stesso dell’essere e della missione di Gesù. “Ecco, io scaccio i demoni
e compio guarigioni oggi e domani”. Così egli parla di sé e della sua
missione nel Vangelo di oggi. Questi sono i segni che accompagnano il
profeta che reca agli uomini la Parola di Dio, che atterra e salva al
tempo stesso. Gesù non è semplicemente un precursore che prepara la venuta di un
ordine migliore e più umano. Vuole raccogliere i figli di Gerusalemme
come una gallina la sua covata sotto le ali: cerca la comunione,
rischia la propria vita pur di attirare a sé i contemporanei. E quando
piange su di loro (cf. Lc 19,41), non si tratta di sentimentalismo: è
piuttosto l’espressione di quella importante lotta spirituale che ha
intrapreso per la loro salvezza. Vorrebbe riunirli, come la gallina
riunisce attorno a sé i suoi piccoli per riscaldarli, nutrirli,
proteggerli. E ancora, vuole mettere in pratica i comandamenti dello
sforzo nella mitezza e dell’inclinazione nell’attenzione. Vuole essere
tutto per loro, perché sono indifesi e completamente dipendenti da lui.
Costi quel che costi: l’impegno della sua persona è completo. Egli
rischia la propria vita. E non soltanto per l’amore di Gerusalemme. Infatti questo passo del
Vangelo non riferisce soltanto parole datate ed effimere. Tali parole
furono fedelmente conservate dopo la risurrezione dalla prima comunità
cristiana, affinché conservassero il loro valore in eterno. Queste
parole riguardano me che sto trascrivendo tali pensieri e riguardano te
che li leggi o li ascolti. L’atteggiamento di Gesù e in particolare il
suo affetto per noi sono i medesimi da duemila anni. Seduto alla destra
del Padre, ancora oggi ci rivolge un invito ogni volta che ascoltiamo
la sua parola. Conosce la nostra incostanza che esclama felicemente: “Osanna!
Benedetto colui che viene nel nome del Signore”. Un entusiasmo che non
durerà. L’“Osanna” può presto trasformarsi nel “Crocifiggilo” dei
Giudei. Il piano di Erode, un politico furbo, non fa che anticipare
quanto otterrà il popolo esaltato. Il Signore sa che ne va della sua
vita. “Perché voi non avete voluto” (Lc 13,34). Gli uomini non hanno
accettato nemmeno che egli si desse loro completamente. A volte l’amore non è riamato. Ma, se l’amore va al di là di una
ricerca di appagamento personale, anche quando viene respinto, non
rinuncia all’essere che ama. “Tutto copre, tutto crede, tutto spera,
tutto sopporta” (1Cor 13,7). E ciò precisamente testimonia l’amore di
Gesù: l’amore di Cristo diventa tangibile. È unito a colui che dice: “E
il terzo giorno avrò finito” (Lc 13,32). Ecco perché ci salva. Perché “morire a Gerusalemme” (cf. Lc 13,33) non
è la sua ultima azione. Dopo la croce, il fallimento con Gesù assume un
senso nuovo. E il “terzo giorno” assicura definitivamente e
indistruttibilmente la luce della risurrezione.