Archivio per novembre, 2008

Per ritrovare ragioni di speranza

Pubblicato: 28 novembre 2008 in Ad gentes

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‘Per ritrovare ragioni di speranza’. Il Vescovo interviene su senzatetto

"Per ritrovare insieme ragioni di speranza e di impegno educativo". Così il Vescovo di Rimini, monsignor FrancescoLambiasi, titola la sua riflessione sul fermo dei quattro ragazzi accusati del tentato omicidio di Andrea Severi. L’intervento del Vescovo:

RIMINI | 26 novembre 2008 | Mercoledì 12 novembre eravamo in tanti nella chiesa della Colonnella a pregare per Andrea Severi, vittima di un gesto di assurda e gratuita violenza.

Concludevo il mio intervento dicendo: Vorrei poter incontrare l’autore di questo atto criminale, guardarlo negli occhi e chiedergli: Come hai potuto compiere tale sfregio a un tuo fratello, anzi a Cristo stesso presente in lui? 


Oggi la domanda angosciante: “Chi è stato?” ha la risposta, una risposta molto inquietante.

Gli autori hanno un nome e un volto a noi familiare. “Ragazzi normali” si è detto da più parti, ma appunto questo deve fare riflettere tutti noi: questi ragazzi, che sono stati nelle nostre scuole, nelle aule di catechismo, che hai incontrato il giorno nel bar e magari ti hanno servito un caffè, la notte credono di vincere la noia, il non senso della vita, tirando petardi o dando fuoco a un barbone mentre dorme su una panchina. Ora che i colpevoli hanno confessato la giustizia deve fare il suo corso.

Non si chiedono per loro punizioni vendicative, ma opera di riparazione: che il pentimento espresso a parole sia la sincera presa di coscienza di un’enorme violenza commessa e si traduca in una effettiva ed efficace educazione al valore della vita. 


Spero di incontrare i genitori, per condividerne l’angoscia e lo smarrimento e trovare insieme ragioni di speranza e di impegno.

C’è una responsabilità e un’urgenza di servizio educativo che riguardano tutti noi adulti. Dobbiamo interrogarci su quale testimonianza, quali ragioni di vita e di speranza sappiamo offrire. Nessuno è escluso da tale esame di coscienza: le famiglie, le nostre comunità ecclesiali, la scuola, le pubbliche amministrazioni, gli strumenti di informazione. 


Vorrei soprattutto incontrare tanti giovani e rivolgermi ad ognuno di loro. Lo farò il 13 dicembre a Rimini per l’appuntamento della “Luce nella notte” e in tanti altri luoghi della Diocesi. Desidero riflettere assieme a loro sul bene prezioso della nostra persona e di ogni persona, prima di tutto di quelle con le quali la vita è stata amara.

Vorrei in particolare incontrare i tanti giovani che si stanno impegnando nello studio e nel lavoro, in un cammino di fede e a servizio degli altri: nei gruppi parrocchiali, nelle case famiglia dell’associazione Giovanni XXIII, negli scouts, nell’AC, in CL, nei gruppi di servizio e di volontariato… desidero ringraziarli per quanto fanno e incoraggiarli a testimoniare che questo è il bello della vita, per sé e per gli altri. 


Vorrei infine incontrare Andrea, ristabilito. Rinnovargli la nostra amicizia e solidarietà. Potergli dire che la sua sofferenza non è stata inutile, ma ha portato tutti noi a riflettere e ad impegnarci. 

+ Francesco Lambiasi, vescovo

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La bellezza della Croce

Pubblicato: 28 novembre 2008 in Cultura

Il volto di Cristo nei Crocifissi riminesi del Trecento


Mostra catechetica e didattica


17 ottobre – 8 dicembre

Rimini, Chiesa di Santa Croce, via A. Serpieri, 13

Note Informative
Orario di apertura: tutti i giorni dalle ore 15,30 alle 18,30.

Eventuali visite per gruppi o scolaresche possono essere prenotate anche durante la mattinata.
Per informazioni o prenotazioni di gruppi rivolgersi alla Segreteria Diocesana (tel. 0541.24244).

Durante il periodo quaresimale (dal 9 Marzo al 10 Aprile 2009) la mostra sarà riallestita presso la Chiesa di Sant’Agostino.

Grazie
a tutti per i saluti e per l’affetto.

Un
abbraccio in Cristo Gesù

Dalla
Vangelo di oggi 
Lc 21,29-33

Il
cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.”


Come
vivere questa Parola?

La
"Parola" rappresenta un tema ricorrente sia nell’Antico che
nel Nuovo Testamento. È la Parola che trae dal nulla tutte le
cose e le conserva nell’essere. È ancora essa ad introdurci
nei segreti di Dio, a svelarcene la volontà salvifica, lo
stupendo disegno d’amore. Una Parola viva che realizza ciò che
annuncia. Una Parola che viene da Dio, è suo dono, e a lui
ritorna dopo aver informato di sé la storia. Una Parola quindi
che è dono ed appello alla libertà dell’uomo. Una
Parola che diviene visibile, palpabile tanto che in Gesù
acquista un volto e un nome. Si identifica con Lui: il Verbo, cioè
la Parola di Dio. Per questo tutto passerà, ma la Parola no.
Fin dall’inizio l’uomo ha tentato di farla tacere e la morte (non
solo fisica) ha fatto irruzione nella storia. Si è cercato e
si cerca di sostituirla con "le parole" (quelle delle varie
ideologie, della scienza, della tecnica…) ma da esse non è
venuto quel di più di vita che promettevano. Sganciate dalla
loro naturale sorgente, non sono che suono chiasso assordante capace
solo di creare barriere invece di ridurre le distanze. Abbiamo
bisogno di ritornare alla Parola e di informare ad essa il nostro
balbettio. Anche il linguaggio religioso deve recuperarne la
semplicità e l’essenzialità. E allora tutto tornerà
a vibrare di vita nuova, ci ritroveremo accomunati da quella voce, ci
accorgeremo che è molto più quello che ci unisce di
quello che ci divide, sentiremo esplodere dentro di noi la gioia di
riscoprirci fratelli, perché generati e ri-generati dalla
medesima Parola.


Oggi,
nella mia pausa contemplativa, verificherò quanto mi lascio
realmente informare dalla Parola. Rinnoverò l’impegno di
riferirmi ad essa nelle mie scelte e di lasciare che sia essa a
illuminare le mie relazioni.


Grazie,
Signore, per la tua Parola. Concedimi di non sperperare questo tuo
inestimabile dono. Apri tu stesso il mio orecchio interiore perché
io divenga ascolto, tocca il mio cuore perché io divenga
accoglienza, muovi la mia volontà perché in me la tua
Parola diventi vita.


La
voce di un Padre della Chiesa

La
Parola, al giorno d’oggi, è in esilio per i molti che si
circondano di maestri secondo le proprie voglie. Ma la Parola di Dio,
che non può essere incatenata, si spiegherà libera

S.
Ilario de Poitiers


Liberi di amare

Pubblicato: 20 novembre 2008 in Fermati sul monte

 

 

 “Voi (…) siete stati chiamati a libertà” (Gal 5, 13)

Negli anni 50 l’apostolo Paolo aveva visitato la regione della Galazia, al centro dell’Asia minore, l’attuale Turchia. Erano sorte comunità cristiane che avevano abbracciato la fede con grande entusiasmo. Paolo aveva rappresentato davanti ai loro occhi Gesù crocifisso, ed essi avevano ricevuto il battesimo che li aveva rivestiti di Cristo, comunicando loro la libertà dei figli di Dio. “Correvano bene” nella nuova via, come riconosce Paolo stesso.

Poi, improvvisamente, cercano altrove la loro libertà. Paolo si stupisce che così presto abbiano voltato le spalle a Cristo. Di qui il pressante invito a ritrovare la libertà che Cristo aveva dato loro:

“Voi (…) siete stati chiamati a libertà”

A quale libertà siamo chiamati? Non possiamo già fare quanto vogliamo? “Non siamo mai stati schiavi di nessuno”, dicevano, ad esempio, i contemporanei di Gesù quando egli affermava che la verità da lui portata li avrebbe resi liberi. “Chiunque commette il peccato è schiavo del peccato”, aveva risposto Gesù[1].

C’è una schiavitù subdola, frutto del peccato, che attanaglia il cuore umano. Ne conosciamo bene le sue molteplici manifestazioni: il ripiegamento su noi stessi, l’attaccamento ai beni materiali, l’edonismo, l’orgoglio, l’ira…

Da soli non saremo mai capaci di svincolarci fino in fondo da questa schiavitù. La libertà è dono di Gesù: ci ha liberato facendosi nostro servo e dando la vita per noi. Di qui l’invito ad essere coerenti con la libertà donataci.

Essa “non è tanto la possibilità di scegliere fra il bene e il male, quanto di andare sempre più verso il bene”. Così Chiara Lubich parlando ai giovani. “Ho costatato – continua – che il bene libera, il male rende schiavi. Ora, per avere la libertà bisogna amare. Perché ciò che ci rende più schiavi è il nostro io. Quando invece si pensa sempre all’altro, o alla volontà di Dio nel fare i propri doveri, o al prossimo, non si pensa a se stessi e si è liberi da se stessi”.[2]

“Voi (…) siete stati chiamati a libertà”

Come vivere dunque questa Parola di vita? Ce lo indica Paolo stesso quando, subito dopo averci ricordato che siamo chiamati a libertà, spiega che questa consiste nel mettersi “a servizio gli uni degli altri”, “mediante la carità”, perché tutta la legge “trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso”[3].

Si è liberi – ecco il paradosso dell’amore – quando per amore ci si pone a servizio degli altri, quando, contrastando le spinte egoistiche, ci si dimentica di noi stessi e si è attenti alle necessità degli altri.

Siamo chiamati alla libertà dell’amore: siamo liberi di amare! Sì, “per avere la libertà bisogna amare”.

“Voi (…) siete stati chiamati a libertà”.

Il vescovo Francesco Saverio Nguyen Van Thuan, imprigionato per la sua fede, rimase in carcere 13 anni. Anche allora si sentiva libero perché gli restava sempre la possibilità di amare almeno i carcerieri.

“Quando sono stato messo in isolamento – racconta – fui affidato a cinque guardie: a turno, due di loro erano sempre con me. I capi avevano detto loro: ‘Vi sostituiremo ogni due settimane con un altro gruppo, perché non siate ‘contaminati’ da questo pericoloso vescovo’. In seguito hanno deciso: ‘Non vi cambieremo più; altrimenti questo vescovo contaminerà tutti i poliziotti’.

All’inizio le guardie non parlavano con me. Rispondevano solo sì e no. Era veramente triste (…). Evitavano di parlare con me.

Una notte mi è venuto un pensiero: ‘Francesco, tu sei ancora molto ricco, hai l’amore di Cristo nel tuo cuore; amali come Gesù ti ha amato’.

L’indomani ho cominciato a voler loro ancora più bene, ad amare Gesù in loro, sorridendo, scambiando con loro parole gentili. Ho cominciato a raccontare storie dei miei viaggi all’estero (…). Hanno voluto imparare le lingue straniere: il francese, l’inglese… Le mie guardie sono diventate miei scolari!”[4]

 

 

[1] Cf Gv 8, 31-34.

[2] Risposte alle domande dei giovani, Palaeur, Roma, 20 maggio 1995.

[3] Cf Gal 5, 13-14.

[4] Testimoni della speranza, Città Nuova, Roma, 2000, p. 98.

Dal Vangelo
di oggi           Luca 19,41-44

 
In quel tempo, Gesù, quando fu vicino a Gerusalemme, alla vista
della città pianse su di essa, dicendo: “Se avessi compreso anche tu, in questo
giorno, la via della pace. Ma ormai è stata nascosta ai tuoi
occhi………..

Come mettere
in pace il proprio cuore quando questo stesso cuore è circondato da
quell’indefinibile sentimento di paura che presta a Dio un viso duro e
minaccioso?  Ma il vero volto di Dio non appare forse dietro le
lacrime trasparenti di Cristo?  Sarebbe così triste Gesù, se in lui
Dio e l’uomo non fossero riconciliati, se, per Gerusalemme sua prediletta, Dio
non fosse che perdono e bontà, se non fosse la tenerezza di Dio che, attraverso
Cristo, incitasse da ogni parte, ormai, il cuore degli uomini?

Un abbraccio dal Pedro


Benedico
il Signore che mi ha donato tutto ciò che possiedo.

 

Ringrazio
ogni persona che me Lo ha fatto incontrare sia quelli che lo volevano, sia
quelli che non lo volevano, poiché misteriosi sono i sentieri per i quali
l’Amante si aggira e spesso nascoste le vie che percorre per incontrare la Sua
creatura preferita, l’uomo. Sì perché solo avendo un imparzialità sfacciata si
può amare chi ti tratta così male e si serve di te solo quando ne sente il
bisogno. Questo è l’amore di Dio che non ti lascia via d’uscita quando lo
s’incontra. È la madre che ama anche quando la si odia e il padre che ti
perdona anche quando non ti meriti il suo perdono, e colui che ti aspetta
sveglio fino al giorno dopo, e fino all’altro ancora poiché non riesce a
prendere sonno se tutti i suoi figli non sono tornati. È chi ti da un’altra
possibilità ed un’altra ancora perché ti conosce fino in fondo e sa dove puoi
arrivare anche quando non lo sai tu. Mi ha scelto per questo perché sono un
peccatore, forse è proprio per questo che ha scelto l’uomo, perché se non lo avesse scelto sarebbe morto, ma Lui non voleva la sua morte poiché gli aveva donato
la vita. Per questo ho paura quando mi allontano da Lui, ho paura di morire, e
quante volte sono morto perché ho scelto il peccato, ma Lui mi ha resuscitato,
qualche volta per un mio poverissimo atto di fede, dove nel buio della notte ho
visto una luce lontana l’ho fatta entrare ed essa mi ha illuminato. Più volte per
un atto di fede di altri, che mi hanno tirato su come un secchio che è tirato su
da un pozzo, da solo non può salire anche se vede la luce, essa c’è sempre
non ti lascia mai, anche quando non la vuoi vedere perché ti fa star male
pensare che l’hai tradita, che hai cercato di spegnerla. Non si può spegnere
quella luce non ha l’interruttore, non c’è peccato che gli resista, penso che
anche se per tutta la vita uno costruisse un muro, senza mai fermarsi, nel
punto di morte si accorgerebbe che il Signore si era seduto proprio dalla sua
parte ed il muro diventerebbe inutile. Ogni volta che sono stato tirato su da
questo pozzo per assurdo il Signore mi ha voluto a tirar su la corda di altri, che erano come me, perciò non preoccupatevi della vostra, ci sarà sempre
qualcuno a tirare, al massimo ci penserà Lui, ma preoccupatevi di quella degli
altri, così anche voi sarete salvi. Infine grazie ai preti che me Lo hanno
fatto conoscere e me Lo hanno fatto entrare dentro, dentro al mio corpo, me Lo
hanno fatto scoprire come abitante del tempio che è il mio corpo, Padre e
Amico. Gli chiedo perdono perché spesso li ho trattati male, ma loro mi hanno
confessato anche quello che non gli ho detto, e mi hanno dato da mangiare loro
stessi anche quando non Lo volevo e non Lo meritavo. Vorrei essere un giorno
come loro, uno strumento nelle sue mani, non perché me lo meriti, ma per sua
grazia e solo se fosse la sua volontà, e vorrei poter gridare con tutti i
fedeli sono un servo inutile.

 

Pedro



+
Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “È inevitabile che
avvengano scandali, ma guai a colui per cui avvengono. È meglio per lui
che gli sia messa al collo una pietra da mulino e venga gettato nel
mare, piuttosto che scandalizzare uno di questi piccoli. State attenti
a voi stessi!  Se un tuo fratello pecca, rimproveralo; ma se si pente, perdonagli. E
se pecca sette volte al giorno contro di te e sette volte ti dice: Mi
pento, tu gli perdonerai”.  Gli apostoli dissero al Signore: “Aumenta la nostra fede!”. Il Signore
rispose: “Se aveste fede quanto un granellino di senapa, potreste dire
a questo gelso: Sii sradicato e trapiantato nel mare, ed esso vi
ascolterebbe”.

La settimana lavorativa si apre con tre consigli
piuttosto impegnativi, cari amici. Il primo ci suggerisce che – per
quanto dipende da noi – siamo invitati a non scandalizzare i piccoli,
cioè le persone semplici, a cercare di vivere un minimo di armonia tra
fede e vita, di coerenza tra la nostra ricerca di fede e la nostra vita
lavorativa. Siamo reduci da tempi in cui la coerenza e l’esteriorità
diventavano financo oppressive, un idolo a cui sacrificare ogni cosa,
anche libertà e creatività… Oggi però con troppa semplicità e
faciloneria noi discepoli annacquiamo il messaggio evangelico; rigidi
con gli altri, diventiamo faciloni e lassisti con i nostri difetti;
siamo chiamati, senza fanatismi, a ritrovare il gusto dell’essere
giusti, del metterci in gioco, del costruire verità. E la più grande
delle testimonianze, ci ammonisce il Rabbì, è quella del perdono, del
dare un’altra possibilità a chi sbaglia, del guardare senza malizia al
fratello. E’ difficile, lo so, ma se noi cristiani non siamo capaci di
perdonare, chi mai lo sarà? In questo tempo in cui il perdono viene
percepito come debolezza, in cui si vince se si è aggressivi e forti,
se si urla ad alta voce, in cui conta il profitto e non le persone, in
cui lavorare è diventato un rischio, noi cristiani dobbiamo con energia
testimoniare che un altro mondo è possibile. Un mondo secondo il cuore
di Dio, in cui nessuno è perfetto e a tutti è data la possibilità di
crescere e di migliorare, di cambiare e di rinascere. E’ difficile, lo
so, perciò abbiamo bisogno – e tanto – di chiedere nella preghiera di
aumentare la nostra fede, di convertire la nostra vita alla dolcezza
evangelica, per poter dire ai gelsi della sopraffazione e della
violenza, dell’egoismo e della prevaricazione: "Sii sradicato" e ciò
accadrebbe.
Provocazione: amico, perché non provarci? Costruiamo piccoli nuclei
clandestini di logica evangelica, avamposti del Regno di Dio, centrali
del perdono e del dialogo, perché davvero il mondo creda.