Archivio per febbraio, 2011

+ Dal Vangelo secondo Marco   Mc 10,17-27
Vangelo del giorno

In quel tempo, mentre Gesù andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre”». Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni. Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?». Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio».

Quest’uomo ricco che accorre a Gesù desidera entrare nel regno dei cieli e viene a lui perché gli insegni la via: è il modo giusto di incominciare. Gesù gli risponde ricordandogli i comandamenti di Dio e allora ci rendiamo conto che costui non solo ha ascoltato Dio, ma ha messo in pratica le sue leggi ed è quindi già sulla strada del regno. E per questo che Gesù gli propone una tappa ulteriore: “Allora Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse: “Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi””. E qui il cammino si arresta: “Egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni”. Gli sembra impossibile lasciare quello che ha per prendere ciò che il Signore gli offre; manca di fede e non sa più ascoltare la parola del Signore, non sa più vedere che essa è una parola di amore. “Gesù, fissatolo, lo amò dice Marco e gli disse: Una sola cosa ti manca…”. Non è per impoverirlo che Gesù gli parla, non è per severità, ma per affetto, per amore e per renderlo veramente ricco. Gesù vuol aprirgli gli occhi e fargli vedere che la sua ricchezza è in verità una mancanza: “Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai… libera te stesso dallo ai poveri…”. Allora sarai ricco, perché quando avrai dato tutto avrai un tesoro in cielo. “Poi vieni e seguimi”. La proposta di Ge sù è quella di entrare già ora nel regno, di avere già ora un tesoro nel cielo e, più ancora, di entrare nella sua intimità: “Vieni e seguimi”. La ricchezza gli impedisce di seguire Gesù, è un peso che rallenta il suo passo, che lo ostacola. È una lezione che dobbiamo sempre accogliere, perché molto sovente è la nostra “ricchezza” che ci impedisce di camminare, di avere in Gesù una fede totale, di capire che la sua è sempre una proposta d’amore; la nostra ricchezza che non è necessariamente fatta di beni materiali, ma di tante cose di ogni genere. Si può essere attaccati a letture, a spettacoli, a passatempi… che impediscono di essere disponibili ad ascoltare la parola di Dio e a seguirla. Siamo sempre chiamati a semplificare la nostra vita e a renderci conto che la nostra vera ricchezza è solo nel seguire Gesù. Gesù riconosce che questo distacco è difficile: “Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio!” Ma vedendo l’inquietudine e l’angoscia dei discepoli egli stesso offre il mezzo, richiamandoli di nuovo alla fede. ~ rimedio non è nella nostra forza, nei nostri tentativi umani, ma nell’aprirsi all’azione di Dio: “Impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio! Perché tutto è possibile presso Dio”.E rieccoci al punto di partenza. È sempre qui che bisogna tornare in ogni difficoltà, si tratti di un ostacolo da superare, di un peso da sopportare o di un peso di cui dobbiamo liberarci: l’uomo non può riuscirci, ma ci riesce Dio in lui, se egli ha fede. L’ultima parola del Vangelo odierno è anche l’ultima parola dell’Angelo a Maria: “Niente è impossibile a Dio”. Siamo così davanti all’esempio di Maria, che ascolta la parola che viene da Dio, l’ascolta nella sua povertà, nella sua umiltà e aderisce a questa affermazione fondamentale: “Tutto è possibile a Dio”.L’essenziale è dunque ascoltare Dio, essere docile a Dio nella fede e camminare con fiducia sulla strada in cui Dio ci ha posto.

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Vangelo del giorno Domenica 27 febbraio 2011

Mt 6,24-34
Non preoccupatevi del domani.

+ Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:
«Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza.
Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito?
Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita?
E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede?
Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”. Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno.
Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta.
Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena».

Gesù ha detto queste parole 2000 anni fa, eppure sembrano dette proprio per noi oggi. Per ben 4 volte in pochi versetti ci ripete:
“Non affannatevi”.
“Non affannatevi di quello che mangerete o berrete…”
“Perché vi affannate per il vestito?”
“Non affannatevi dicendo: che cosa mangeremo, che cosa berremo, che cosa indosseremo?
“Non affannatevi per il domani”.

Ti è mai capitato di svegliarti di notte di colpo, sudato? Un brutto sogno? Un cibo indigesto? O sentire il fiato corto per una preoccupazione, un dispiacere?
L’affanno è una della sintomatologie dell’ansia e l’uomo oggi vive costantemente in preda all’ansia.
L’ansia – si legge negli studi di medicina – è una delle caratteristiche fondamentali del nostro tempo. Viene di solito definita come un sentimento penoso di pericolo imminente e mal definito. Per indicare lo stesso tipo di disturbo si usano a volte i termini di angoscia e ansietà. E’ la persona che si sente costantemente minacciata, vive dunque una condizione di profonda disperazione e una penosa sensazione d’impotenza o di debolezza di fronte alla minaccia che percepisce come immediata.
A volte si precisa meglio il motivo della sensazione di paura: paura della morte, paura dell’avvenire o del passato, che non trovano tuttavia giustificazione nella realtà. L’ansia non può essere definita nei sintomi per il semplice motivo che è un sintomo essa stessa. Tutti viviamo di ansia. Chi pensa di non essere ansioso, lo è così tanto da non accorgersi di esserlo. Fa parte ormai della nostra condizione umana.

Allora la Parola di oggi è una cura terapeutica: “Non affannatevi…” Rileggi questo brano con calma, fai entrare la Parola di Gesù nel tuo cuore, nella tua mente. Gesù, oggi, vuole guarirci dalle nostre ansie, dai nostri affanni, dai nostri stress.
Quante volte ci capita di dire: “Sono stressato, sono sotto stress…” A un amico che ci chiede: “Come stai? Cos?hai”, facilmente rispondiamo: “Sono stressato…” “Il tale mi ha stressato…”

Gesù ci chiama a vivere nella libertà, ci vuole uomini e donne libere, non schiave dell’ansia, dello stress o dell’affanno, non schiave delle nostre paure: paura del giudizio, paura di ingrassare, paura di non essere alla moda, paura di chi ci vive accanto, paura di morire, paura del domani. Viviamo sotto una grande minaccia! La minaccia che noi stessi ci procuriamo. Le paure sono anzitutto dentro di noi: Luther King al termine di un suo sermone aveva detto: “La paura ha bussato alla mia porta; l’amore e la fede hanno risposto; e quando ho aperto, fuori non c’era nessuno.”
Noi viviamo con tante cose: abbiamo gli armadi, le dispense piene, eppure viviamo affannati, preoccupati del domani. L’ansia ci fa accumulare tante cose inutili, e più accumuliamo, più sentiamo il bisogno di avere.

Nella mia esperienza a Lima ho imparato dai poveri a vivere senza affanno. Il povero vive nell’oggi, sa che ciò che ha per vivere è solo per l’oggi.
Ricordo di aver incontrato un papà di famiglia, ritornava dal lavoro dopo aver cercato di vendere giornali tutto il giorno. Il suo compenso era stato di tre soles (poco meno di 1 euro) e con quel denaro doveva comperare qualcosa per lui, la moglie e i suoi tre figli. Era tranquillo, contento di aver potuto guadagnare qualcosa. Nel salutarlo mi sono accorta che aveva una brutta ferita alla gamba. Una ferita semplice, non curata che stava facendo infezione. Ricordo con quanta serenità mi ha risposto quando gli ho chiesto: “perché non curi quella ferita?”: “Hermana, antes tengo que pensar a los hijos”. Sorella, prima penso ai miei figli. Gli ho chiesto di aspettare un momento e sono andata a procuragli un disinfettante, una pomata… e mi sono fatta promettere che sarebbe andato appena possibile al Centro Medico della missione.” Mi ha ringraziato dicendomi: “Dios es un papà lindo.” Dio è un papà buono.
I poveri vivono con questa fiducia, in un abbandono fiducioso.

Anche Gesù ci ha insegnato a chiedere il pane per l’oggi: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano.” Non ci dice di chiederlo in anticipo anche per domani. No, solo per oggi.

Quando abbiamo iniziato la Comunità ci siamo chiesti: “Come viviamo?” Qualcuno di noi lavorava e abbiamo pensato: “Qualcuno lavora e altri annunciano…” Poi ci siamo ricordati di questa pagina del Vangelo che dice proprio: “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta.” Ci siamo fidati. Chi lavorava ha lasciato il lavoro per mettersi a completa disposizione del Regno. E’ iniziata un’avventura bellissima: dopo 30 anni, l’amore Provvidente del Padre che nutre gli uccelli del cielo e veste i gigli del campo, non ci ha mai fatto mancare nulla. Niente di magico, ma ogni giorno arriva ciò di cui abbiamo bisogno: il pane, la carne, la frutta… il vestito… Ci è chiesto di vivere nella fede, in un atteggiamento di figli che vivono nella casa del Padre.

Di questo Vangelo mi colpisce la parola “Cercate…” Cercate prima il regno di Dio. Cercate prima di vivere con amore, cercate prima di avere l’amore tra voi, cercate prima di essere fratelli, cercate prima di volervi bene, cercate prima chi ha più bisogno di voi, cercate prima l’accordo, cercate prima la mia Presenza. E’ questo l’importante, tutto il resto ci verrà dato in aggiunta.
E’ l’amore, il cercare di far felice l’altro, l’antidoto all’ansia, all’affanno.

(CMV)

cineforum Casa Marvelli “St3ll4”

Pubblicato: 26 febbraio 2011 in Cineforum

Domenica 27 febbraio 2011

alle ore 21


Genere:
DRAMMATICO
Regia:
Sylvie Verheyde
Cast:
Léora Barbara, Karole Rocher, Benjamin Biolay, Melissa Rodriguès, Laëtitia Guerard, Guillaume Depardieu, Johan Libéreau, Jeannick Gravelines,Thierry Neuvic, Valérie Stroh, Anne Benoît, Christopher Bourseiller
Nazione:
FRANCIA
Anno:
2008
Durata:
103′

Trama:
Parigi, 1977. Stella è una ragazzina di undici anni che vive in un quartiere operaio con i suoi genitori, che ormai non si amano più ma che insieme gestiscono un bar/pensione frequentato da ubriaconi, disoccupati e gente abituata a vivere ai limiti della legalità. Ammessa a frequentare una scuola prestigiosa, Stella ha difficoltà ad ambientarsi tra professori e compagni di ceti sociali tanto differenti dal suo ed anche le sue votazioni ne risentono. Poi, un giorno, Stella fa amicizia con Gladys, una sua compagna di classe figlia di esuli ebrei argentini, che la aiuterà a superare le difficoltà nello studio e le fornirà lo spunto per trovare strumenti utili a costruirsi un futuro migliore.

Critica:
“‘Stella’, di Sylvie Verheyde è una sorta di ‘400 colpi’, il capolavoro di François Truffaut, al femminile. C’è la stagione inquieta che segna il passaggio dall’infanzia all’adolescenza, c’è la Francia anni Settanta delle periferie di Parigi e di un Nord industriale dove si lavora ma non ci si diverte, c’è il contrasto fra chi è una figlia del popolo, a proprio agio fra ubriaconi e disoccupati, e la disciplina, i professori, i compagni di classe di una scuola media pubblica della buona borghesia dove i genitori iscrivono la ragazzina con l’incoscienza di chi non misura né le distanze e le differenze sociali, né i retroterra culturali. Profondamente autobiografico, ‘Stella’ ricalca le esperienze della regista, anche lei figlia di proprietari di una pensioncina con annesso bar, cresciuta in un ambiente dove l’esistenza di un libro è sconosciuta, ma fin da subito si apprende la durezza del vivere, e il suo lento risvegliarsi di fronte a un mondo intellettuale e sociale, le letture, i quadri, le amicizie, le prime feste, i primi turbamenti sentimentali, sconosciuto e fonte di gioia quanto di amarezze. (…) Il risultato è un film delicato, senza essere ruffiano, romantico senza sdolcinature, in cui il complesso mondo dell’adolescenza viene esplorato con mano sicura”. (Stelio Solinas, ‘Il Giornale’, 2 settembre 2008)

+ Dal Vangelo secondo Marco              Mc 10,13-16 Vangelo del giorno

In quel tempo, presentavano a Gesù dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono.  Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso».  E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, ponendo le mani su di loro

 

 

 

 

 

Un giorno, delle persone conducono da Gesù dei bambini affinché li benedica. I discepoli vi si oppongono. Gesù s’indigna e ingiunge loro di lasciare che i bambini vadano a lui. Poi disse loro: «Chi non accoglie il regno di Dio come unbambino, non entrerà in esso» (Marco 10,13-16).

È utile ricordarsi che, un po’ prima, è a questi stessi discepoli che Gesù aveva detto: «A voi è stato confidato il mistero del regno di Dio» (Marco 4,11). A causa del regno di Dio, hanno lasciato tutto per seguire Gesù. Cercano la presenza di Dio, vogliono far parte del suo regno. Ed ecco che Gesù li avverte che respingendo i bambini, stanno giustamente per chiudere davanti a loro la sola porta d’ingresso a quel regno di Dio tanto desiderato!

Ma che significa «accogliere il regno di Dio come un bambino»? In generale si comprende così: «accogliere il regno di Dio come lo accoglie un bambino». Questo risponde ad una parola di Gesù che troviamo in Matteo: «Se non vi convertirete e non diventerete come bambini, non entrerete nel regno dei cieli» (Matteo 18,3). Un bambino si fida senza riflettere. Non può vivere senza fidarsi di chi lo circonda. La sua fiducia non ha nulla di una virtù, è una realtà vitale. Per incontrare Dio, ciò che abbiamo di meglio è il nostro cuore di bambino che è spontaneamente aperto, osa domandare con semplicità, vuole essere amato.

Però si può anche comprendere la frase così: «accogliere il regno di Dio come siaccoglie un bambino». In effetti, il verbo greco ha in generale il senso concreto d’«accogliere qualcuno», come si può costatare qualche versetto prima dove Gesù parla d’«accogliere un bambino» (Marco 9,37). In questo caso, Gesù paragona all’accoglienza di un bambino l’accoglienza della presenza di Dio. C’è una connivenza segreta tra il regno di Dio e un bambino.

Accogliere un bambino vuol dire accogliere una promessa. Un bambino cresce e si sviluppa. È così che il regno di Dio non è mai sulla terra una realtà completa, ma piuttosto una promessa, una dinamica e una crescita incompiuta. Poi i bambini sono imprevedibili. Nel racconto del Vangelo, essi arrivano quando arrivano, e a quanto sembra non è al buon momento secondo i discepoli. Tuttavia Gesù insiste che, poiché sono lì, bisogna accoglierli. È così che dobbiamo accogliere la presenza di Dio quando si manifesta, che sia il buono o cattivo momento. Bisogna stare al gioco. Accogliere il regno di Dio come siaccoglie un bambino significa vegliare e pregare per accoglierlo quando viene, sempre all’improvviso, a tempo e fuori tempo.

Perché Gesù ha mostrato un’attenzione particolare ai bambini?

Un giorno, i dodici apostoli discutono per sapere chi è il più grande (Marco 9,33-37). Gesù, che ha capito le loro riflessioni, dice loro una parola disorientante che sconvolge e scuote le loro categorie: «Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti».

Alla sua parola Gesù unisce il gesto. Egli va a prendere un bambino. È forse unbambino che trova abbandonato all’angolo di una strada di Cafàrnao? Lo prende, lo «pone in mezzo» a quella riunione di futuri responsabili della Chiesa e dice loro: «Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me». Gesù s’identifica con il bambino che ha appena abbracciato. Afferma che «uno di questi bambini» lo rappresenta il meglio, a tal punto che accoglierne uno di loro è come accogliere lui stesso, il Cristo.

Poco prima, Gesù aveva detto questa parola enigmatica: «Il figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini» (Marco 9,31). «Il figliodell’uomo» è lui stesso, e allo stesso tempo sono tutti i figli d’uomo, cioè tutti gli esseri umani. La parola di Gesù può essere così compresa: «Gli esseri umani sono consegnati al potere dei loro simili». Durante l’arresto e nei maltrattamenti inflitti a Gesù, si verificherà una volta di più, e in maniera drammatica, che gli uomini fanno ciò che vogliono con i loro simili che sono senza difesa. Che Gesù si riconosca nel bambino che è andato a prendere, non è allora motivo di stupore, poiché, così spesso, anche i bambini sono consegnati senza difesa a coloro che hanno potere su di essi.

Gesù mostra un’attenzione particolare ai bambini perché vuole che i suoi abbiano un’attenzione prioritaria per quanti mancano del necessario. Fino alla fine dei tempi, saranno i suoi rappresentati sulla terra. Quel che si farà a loro, è a lui, il Cristo, che lo si farà (Matteo 25,40). I «più piccoli dei suoi fratelli», quelli che contano poco e che si trattano come si vuole perché non hanno potere né prestigio, sono la via, il passaggio obbligato, per vivere in comunione con lui.

Se Gesù ha posto un bambino in mezzo ai suoi discepoli riuniti, è anche affinché essi accettino d’essere piccoli. Lo spiega loro nell’insegnamento che segue: «Chiunque vi darà un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, vi dico in verità che non perderà la sua ricompensa» (Marco 9,41). Andando sulle strade per annunciare il regno di Dio, anche gli apostoli saranno «consegnati nelle mani degli uomini». Non sapranno mai prima come saranno accolti. Tuttavia anche per coloro che li accoglieranno con un semplice bicchiered’acqua fresca, senza prenderli molto seriamente, saranno portatori di una presenza di Dio.

Lettera da Taizé

+ Dal Vangelo secondo Marco    Mc 10,1-12 “Il Vangelo del 24/02/2011”

In quel tempo, Gesù, partito da Cafàrnao, venne nella regione della Giudea e al di là del fiume Giordano. La folla accorse di nuovo a lui e di nuovo egli insegnava loro, come era solito fare.  Alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, domandavano a Gesù se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie. Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?». Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla».  Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma dall’inizio della creazione [Dio] li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto».  A casa, i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento. E disse loro: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio».

COMUNIONE E DIFFERENZE NELLA COPPIA

 

Voglio iniziare con quanto mi disse tanto tempo fa un mio carissimo amico di circa 40 anni più grande di me. Io ero un giovane con tanta voglia di capire e lui pittore affermato che abitava nelle campagne intorno a Roma.  Erano già oltre i sessant’anni di età lui e sua moglie, coetanei, e li vedevi camminare abbracciati, tenersi la mano a tavola, guardarsi con occhiate complici e serene. Un giorno gli chiesi quale fosse il segreto di quel loro amore. “vedi – mi disse –  io e Anna abbiamo vissuto per 40 anni come un essere solo. Tre cose sono fondamentali per la riuscita di una vita di coppia: l’attrazione fisica, bisogna piacersi. Subito dopo l’affinità interiore: non che bisogna pensarla allo stesso modo, ma ci deve essere un’intesa di fondo, un riuscire a guardare le cose da uno stesso punto di vista, altrimenti si finirebbe per non comprendersi, per parlare lingue troppo diverse tra loro. E infine, una buona dose di compassione, una capacità cioè di comprendere il dolore e il bisogno dell’altro, percepirlo come proprio, patirlo insieme, e di questo si ha sempre più bisogno invecchiando uno accanto all’altro”.

Con mia moglie Ornella, con la quale sono insieme da 35 anni, ho potuto constatare quanto fossero vere quelle parole.

Ma lasciate anche che vi legga alcuni versi poetici scritti da Eugenio Montale in memoria di sua moglie, versi che riflettono, anche qui, un amore vero fondato sulla fedeltà e capace di durare una vita intera:

 

“Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio

non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.

Con te le ho scese perché sapevo che di noi due

le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,

erano le tue”.

 

La vita di coppia è un camminare insieme abbracciati nella giovinezza, dandosi la mano correndo allegri sui prati, poi piano piano un incespicare mezzo zoppi e con la vista offuscata, e allora uno metterà il braccio più robusto per camminare e l’altro gli occhi per guardare davanti. Ma entrambi dovranno mettere l’amore che sa compatirsi e comprendere, percepire il bisogno che in quel momento ha l’altro del mio braccio e io dei suoi occhi.

Dall’altro versante ci sono coloro che camminano indifferenti l’un l’altro o addirittura infastiditi dalla presenza del coniuge, oppure soli, essendosi separati o essendo stati separati dalla morte. Ma di questo dramma della solitudine e della separazione parleremo nel prossimo incontro.

Leggiamo ora la Genesi:

Dio creò l’uomo a sua immagine;

a immagine di Dio lo creò;

maschio e femmina li creò” (Gen 1,27).

Alla luce di questi versetti, gli antichi rabbini ebrei ci tenevano a dire che immagine di Dio non è l’uomo, ma maschio e femmina che diventano “una carne sola”, non uno spirito solo badate bene, gli ebrei erano e sono molto carnali, molto moderni in questo senso, e carnale è anche il cristianesimo primitivo prima che fosse influenzato dall’ellenismo.

Ma osserviamo cosa ha da dirci su questo l’apostolo Paolo, ebreo anche lui, come Gesù, su tutta la linea, anche se troppo spesso i cristiani lo hanno dimenticato. È stato il Concilio a rimettercelo in mente per fortuna.

 

“Come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei…, così anche i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo, perché chi ama la propria moglie ama se stesso. Nessuno mai infatti ha preso in odio la propria carne; al contrario la nutre e la cura, come fa Cristo con la Chiesa, poiché siamo membra del suo corpo. Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due formeranno una carne sola. Questo mistero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!” (Ef 5,25. 28-32).

Qui è chiaramente espresso come una coppia di sposi riesca a concentrare in sé, oltre all’immagine di Dio anche quella dell’amore di Dio per il suo popolo, per l’umanità intera, per i corpi dell’umanità intera. La speranza che scaturisce dalla Bibbia non è quella dell’immortalità dell’anima ma quella della risurrezione della carne. L’attenzione avuta da Dio alla carne fin dal principio, si manifesta pienamente nel Dio che si fa carne al centro della storia umana e, infine, nella risurrezione della carne che avverrà alla fine dei tempi.

 

Non dobbiamo ridurre il testo biblico a vademecum per famiglie belle o coppie ben riuscite, in quelle pagine siamo chiamati ad andare ben oltre, un oltre che coinvolge Dio e l’umanità intera di tutti i tempi. Ma vi è certamente qualcosa che riguarda ogni singola persona e ogni umile realtà del quotidiano e dunque anche quella di uomo e donna che si amano, babbo e mamma che mettono al mondo bambini e li educano e li aiutano a crescere. Cristianesimo è la storia di Dio che diventa bambino che cresce in una semplice famiglia umana.

 

Tornando al concetto di diversità, si deve tenere conto di un elemento fondamentale, senza il quale l’amore sarebbe impossibile: la libertà, l’apertura cioè alla diversità dell’altro da me nel rispetto della sua libertà. Nessuno, nemmeno Dio può costringere qualcuno ad amarlo, l’amore non si pretende, l’amore solamente si accoglie. Se io amo qualcuno fino a morire e quello continua a sputarmi in faccia lo può fare. Così del resto ha fatto l’umanità con Dio quando crocifisse il Figlio.

 

Ma la vera libertà non è: faccio quello che mi pare. Persona davvero libera è persona che sa amare, che si apre al bene dell’altro e degli altri. L’egoista non è mai libero perché è prigioniero di se stesso e dunque incapace d’amore e d’apertura. Ma libertà può significare anche dolore e tradimento se è l’egoismo a prevalere in noi o nell’altro che amiamo.

La libertà può darsi solamente dove si riesce a essere se stessi, fiduciosi della propria identità. Siamo unici e irripetibili perché veniamo direttamente da Dio e Dio non fa copie, né belle né brutte, solo noi ne facciamo, soprattutto oggi con la potenza della tecnica. Dio non solo non fa una creatura umana uguale all’altra, ma nemmeno un dito della stessa creatura uguale all’altro. Se proviamo a dividere a metà il nostro volto potremmo osservare che la nostra parte destra è molto diversa dalla sinistra, i nostri due occhi non sono identici. Pensiamo se a stare vicini sono due esseri umani. È la diversità che crea vita e ricchezza ed è proprio perché diversi che possiamo e dobbiamo essere liberi. A volte se non siamo noi a fare una determinata cosa, a dire quella parola in quel momento lì, nessun altro potrà farlo al nostro posto, nemmeno Dio. La libertà crea anche responsabilità, di fronte all’altro da me, di fronte a Dio.

La vita è un dinamismo incessante, come il battito cardiaco, come il respiro. Un dinamismo tanto più vero se è immediato. Le cose più vere, come l’atto sessuale, vengono così, d’impeto, a prescindere da teorie e discorsi. Io ho cominciato ad amare le cose vedendo come le facevano e le vivevano gli altri e mi sono cominciato ad avvicinare alle ragazze perché mi piacevano non perché qualcuno mi abbia insegnato a farlo o perché mi sono messo a leggere libri che trattavano la questione.

Ma dalla responsabilità viene l’esigenza dell’ascolto, dell’attenzione alle parole e ai gesti della persona che ci sta accanto. Se io non mi accorgo quando mia moglie si è pettinata in un certo modo o ha messo una certa collana, significa che non ascolto. Ma senza ascolto non c’è amore né vita.

C’è un midrash straordinario. Quando si trattò di costruire il santuario nel deserto tutti portavano doni a Mosé, le cose più preziose. Le donne, da parte loro, non possedevano molto e allora dissero a Mosè: “Ecco, prendi questi specchi di bronzo, sono proprio nostri, ricevili come nostro dono particolare”. Ma Mosé irritato le voleva cacciare via dicendo: “Ma come vi permettete, dovrei profanare le cose sante di Dio con gli oggetti della vostra concupiscenza?”. Ma Dio a quel punto intervenne direttamente dicendo: “Non sai che ho pettinato io stesso i capelli di Eva, affinché piacesse di più ad Adamo? Gli specchi che ti portano mi sono più cari dei tesori regali, poiché devo loro il mio popolo. Quando in Egitto, gli ebrei rientravano in casa, dopo le fatiche e le sofferenze della schiavitù, le mogli li facevano mangiare e bere, poi avvicinavano a loro gli specchi, si specchiavano insieme e dicevano loro tra le carezze: ‘vedi tu sei bello, ma io sono più bella di te’. Allora dimenticavano le loro pene e unendosi alle loro spose nella gioia dell’intimità, moltiplicavano i figli e le anime d’Israele. Accetta dunque questi specchi del desiderio, santificati dall’amore umano e fanne la vasca dell’acqua pura, che santificherà i miei sacerdoti, nel mio amore” (E. Fleg, Mosè secondo i saggi).

 

E devo pure confessarvi che a me, lettore assiduo della parola di Dio, certe cose intime e vere di quello che lì Dio ci vuol dire, mi capita di scoprirle leggendola insieme a mia moglie, facendo delle piccole considerazioni insieme. Ma anche di noi stessi noi non vediamo quasi nulla, forse qualche volta le mani, e anche guardarsi allo specchio non è la stessa cosa. Noi di noi stessi capiamo veramente qualcosa attraverso lo sguardo e le parole che ci offre l’altro che ci sta di fronte. E del terzo, che sia Dio, che sia un figlio o la comunità dei fratelli e delle sorelle di cui facciamo parte, solamente se riusciamo a guardare insieme, dialogando insieme. È bello quando padre e madre s’alzano al mattino e fanno il punto della situazione, parlando dei propri figli o della situazione del mondo intero.

 

Ad arricchire il dialogo e i rapporti è proprio la diversità: io sento di avere delle qualità, ma anche molti difetti. E certamente accogliere il dono dell’altro che io non ho ed offrire a mia volta quello che possiedo e che vedo all’altro mancare produce certamente una ricchezza e una vitalità in più. È l’esempio che porta l’apostolo Paolo sul valore specifico di ogni parte del nostro corpo: che ne sarebbe dei nostri occhi se non avessimo mani e piedi o viceversa? A ognuno è assegnato un preziosissimo compito. E pensiamo questo estendendolo alla realtà famigliare. I figli che cercano il padre per determinate cose ma non per determinate altre, lì occorre l’ascolto della madre, o dei fratelli. Diverse volte mi sono tirato indietro vedendo un figlio più grande che interveniva nei confronti del fratello più piccolo, trovandolo addirittura più autorevole di me sotto diversi aspetti. Questa è la straordinarietà della famiglia. Ed ora ho pure esperienza di tre nipotini, e vedendo come i miei figli si comportano coi loro figli esattamente come mi comportavo io con loro da piccoli è gioia di padre che mi ha sorpreso. Dà molta gioia scoprire l’uguaglianza che nasce dalla diversità. È la gioia che prova Dio Padre guardando maschio e femmina che diventano uno.

Nella legge della calamita, i segni uguali si respingono mentre i contrari si attraggono. E persino la Scrittura sacra è intensamente permeata di contrasti: potenza nella debolezza, gloria nell’umiltà, grandezza nella piccolezza, fariseo superato dal pubblicano, santarellini passati avanti da prostitute eccetera..

 

Un dialogo autentico si ha solamente dove si ha uguaglianza nella diversità e diversità nell’uguaglianza. Se si è solo uguali si rischia lo scomparire della soggettività e della libertà, uno comanda e l’altro semplicemente obbedisce: c’è accordo, ma non dialogo né libertà e dunque nemmeno uguaglianza. La vera uguaglianza si ha solamente tra diversi che si rispettano e si ascoltano.

Kierkegaard sostiene che mentre gli uomini in generale non vedono altro che la folla attorno a sé precipitandosi a farne parte, Dio, da parte sua, sarebbe invece attentissimo ai singoli, Dio, lungi dal vederci come folla, ci vedrà come singoli, uno a uno, aspettandosi la nostra parte.

Kierkegaard pensa al valore del singolo e si mette a fare calcoli: “100.000 milioni di uomini, di cui ognuno è uguale agli altri sono = uno. Soltanto quando viene qualcuno ch’è diverso da questi milioni, ovvero s’incontra quest’uomo solo, allora abbiamo due” (Diario, 3158). Conta la differenza non la numerazione, la qualità non la quantità. Travestirsi da moltitudine, contarsi, nel cristianesimo, conduce immediatamente fuori strada, non si tiene conto cioè del valore dell’originalità di ognuno, di colui che pensa con la propria testa e che non teme di essere se stesso ovunque si trovi. La comunità possiede le tre cose basilari necessarie al singolo per essere se stesso: la libertà, la capacità di domanda e l’amore per la verità. Cose di cui non s’interessa chi ama fondersi nella folla.

 

Se si deve amare il prossimo come se stessi è perché l’altro è come me. Dio stesso ha bisogno di singoli unici e irripetibili sebbene aperti al prossimo e alla comunità. Dio non va amato come noi stessi, ma con tutto noi stessi, con tutte le forze. Dio è tanto diverso da noi, guai farsi uguali a Dio, è il peccato per antonomasia, il peccato d’origine, quello di voler essere come Dio. E tuttavia nessuno può amare Dio che non vede se non ama il prossimo che vede (1Gv 4,20-21). Dio è presente nella persona che ho accanto con tutti i suoi bisogni e che mi chiama a responsabilità.

La tradizione ebraica si chiede: come mai Dio ha scelto di trarre la donna proprio da una costola dell’uomo e non da altre parti del corpo? La risposta è: non dalla testa, perché non lo dominasse, non dal piede, perché non ne fosse dominato, ma dalla costola, da ciò che sta vicino al proprio cuore, perché cammini al suo fianco, alla pari, amandosi e rispettandosi tra uguali.

Dialogo autentico con l’altro si ha solamente all’interno di determinate condizioni:

  1. Essere se stessi: senza una vera consapevolezza di sé, senza una maturità calma e profonda non ci potrà essere apertura alcuna, le acque di superficie si agitano con un niente e chi s’irrigidisce affonda non resta a galla: solo se ti adagi calmo sulla superficie del mare le sue acque ti tengono su.
  2. Il silenzio, senza silenzio non c’è ascolto ma distrazione: a tavola si parla soltanto se non è la televisione a parlare. Preziosissimo è il momento della tavola per arricchirsi a vicenda nel servizio e nel dialogo. È la tavola il vero luogo della famiglia, dove le diversità si incrociano.
  3. L’apertura a quel che ha da dirci chi non la pensa esattamente come noi, l’essere disposti anche a cambiare idea se si viene convinti. Apertura è soprattutto libertà da ogni pregiudizio: si ascolta davvero soltanto là dove si è umilmente e sinceramente consapevoli che l’altro potrebbe dirci o indicarci qualcosa che non sappiamo.
  4. Disponibilità all’improvvisazione, a ciò che accade sul momento. La freschezza del dialogo arricchisce, mentre la programmazione, l’istituzionalizzazione, impoverisce, irrigidisce. Per questo le cose più vere si dicono in pochi attorno a un bicchiere di vino, non nelle adunate oceaniche o quando si sta seduti in posti già assegnati per ascoltare i tromboni di turno che ci riempiono ogni volta di ovvietà e di quello che già tutti sanno fino alla nausea.

 

I commentatori ebrei hanno detto che tutta quanta l’opera della creazione non è avvenuta in principio sulla base di una programmazione che prevedesse il da farsi passo dopo passo. No, Dio avrebbe creato con improvvisazione, di getto, sorprendendosi di quello che volta per volta appariva, ma anche rimanendo deluso e provando a correggere. Secondo questi commentatori, Dio avrebbe addirittura operato 26 tentativi e alla fine, pur non trovando la sua opera perfetta, decise di mandarla comunque avanti dicendo: Purché tenga, speriamo che tenga. Nessuna garanzia dunque e nessun irrigidimento: la creazione stava ora davanti a Dio vivente e libera, in cammino. Dio camminerà insieme alla sua creazione, esattamente come due genitori camminano insieme ai propri bambini che crescono. Andrebbe letta all’interno di queste coordinate tutta la sterile polemica che ogni volta emerge tra creazionisti ed evoluzionisti.

Insomma anche Dio vive continuamente nella speranza, confidando nella nostra libertà e nella nostra capacità di bene. È in questa libertà e attesa che si è fin dall’inizio intrufolato il male, la forza negativa che chiamiamo peccato e che non andrebbe ridotta solamente a etica e morale, ci sono mali che vanno al di là di ogni singola colpa: c’è gente che muore schiacciata sotto una torre che crolla a causa di un terremoto che non è certamente più colpevole degli altri, su questo Gesù è stato chiarissimo.

 

Di racconti sulla creazione dell’uomo il libro della Genesi voi sapete che ne ha due, e non proprio uguali, tanto per restare nel tema delle diversità. Quello che abbiamo già letto è il meno antico, anche se nella pagina biblica viene prima. Il più antico parla invece dell’uomo creato da Dio affinché lavori la terra. Perciò è dalla terra dall’adamah, che Dio lo trae, plasmandola e soffiandovi un “alito di vita”. Poi Dio pianta un giardino e vi mette l’uomo “perché lo coltivasse e lo custodisse”. Ma l’attenzione del Creatore va subito sull’uomo, bella cosa il giardino, perfetto, nessun male toccava lì ancora alberi e piante, e tuttavia l’uomo vi pativa una certa solitudine: troppo diversi da lui quei vegetali. Difficile confrontarsi con un fiore per quanto bello. Insomma, quel che Dio dice tra sé è questo: “Non è bene che l’uomo sia solo, voglio fargli un aiuto che gli corrisponda”. Qui si deve capire bene quel che ha da dirci la Scrittura, che a volte è proprio sui dettagli che diventa preziosa, soprattutto quando si tratta dei primi capitoli della Genesi, in cui la teologia che vi si trova espressa è sintetica quanto potente. Il termine ebraico che qui sta per aiuto è Kenegdò, letteralmente “che gli stesse di fronte”, “un aiuto in cui specchiarsi”, un aiuto tramite il quale la gioia dell’uno è la gioia dell’altro, il dolore dell’uno è il dolore dell’altro. Insomma una persona da amare e dalla quale sentirsi amato.

Ecco allora Dio mettersi subito all’opera plasmando “dal suolo ogni sorta di animali selvatici” a cui l’uomo avrebbe dovuto dare nomi, e dare nomi nella cultura ebraica è definire pure l’identità. L’uomo è contento di vedere attorno a sé volpi e uccelli, ma il fatto è che “non trovò un aiuto che gli corrispondesse”. Straordinaria qui la Scrittura, che non teme di mostrarci Dio che non ci aveva pensato prima: Dio nella Scrittura scopre le cose guardando la vita libera delle sue creature, i bisogni delle sue creature. Dio ci ama perché ci ascolta e interviene ad aiutarci.

Cosa fa in questo caso? Cambia strategia, dal suolo non si può ricavare un vero aiuto, tutt’al più potrebbe magari fare un altro uomo, ma qui occorre una diversità nell’unità, questo è il problema. L’animale è diverso ma non potrà mai essere uno con l’uomo e così un altro uomo, troppo uguale per unirsi a lui. E io vedo qui l’allontanamento della teologia biblica da ogni forma di omosessualità.

L’intuizione di Dio è straordinaria: fa “scendere un torpore sull’uomo che si addormentò; gli tolse una delle costole e richiuse la carne al suo posto. Il Signore formò con la costola, che aveva tolto dall’uomo, una donna e la condusse all’uomo”. A questo punto non c’è da aspettare, Dio ha fatto centro, per così dire, la reazione positiva è immediata, e si ripete tra noi ogni volta che un uomo e una donna si uniscono nell’atto sessuale godendo insieme:

“Questa volta  È osso dalle mie ossa,

carne dalla mia carne.  La si chiamerà donna (isha),

perché dall’uomo (ish) è stata tolta”.

È questo il motivo vero per cui, dice il testo sacro, “l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne. Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, e non provavano vergogna” (Gen 2,4-25). Ogni volta che maschio e femmina si uniscono non provando vergogna delle proprie nudità è per un paio di motivi.

Il primo: si ha un riattingere qualcosa della bontà di Eden, una bontà dalla quale siamo caduti purtroppo, ma che non ci ha del tutto abbandonati: nella sessualità è rimasto qualcosa di autenticamente edenico, non è un caso che solamente tramite l’atto sessuale può venire alla luce la vita umana.

Il secondo: nudità è sinonimo di fragilità e bisogno. Tra due sposi non ci si vergogna di mostrarsi bisognosi e nudi, ed è proprio all’interno di questo reciproco bisogno che si esprime fedeltà e amore. La promessa che ci si fa davanti a Dio è questa: prometto di esserti fedele sempre, nella salute e nella malattia e di amarti e onorarti per tutti i giorni della mia vita. Importante quanto l’amare è rendere onore, considerare cioè della massima importanza chi è diventato carne della nostra carne, soprattutto quando vengono meno la salute e la giovinezza.

Mi ha molto colpito una lettera ricevuta poco prima di Natale da un mio amico che mi parlava delle difficoltà che stava trovando con sua moglie malata di alzheimer da tempo.

 

Itzach Luria, un mistico ebreo vissuto all’epoca del Rinascimento (1514-72), colui che elaborò le dottrine dello Zohar, è di fondamentale importanza nella storia della spiritualità, non solo ebraica, per avere messo al centro del suo pensiero la teoria dello Tzimtzum (contrazione), dell’idea cioè di una creazione da una volontaria contrazione o autolimitazione dell’Infinito (En Sof), per far posto al mondo fenomenico. Dio cioè avrebbe creato facendo un vuoto dentro di sé, rinunciando a qualcosa di sé. Un movimento che assomiglia a quello in cui Dio ha sottratto all’uomo una parte di sé per fare posto alla donna, un po’ come se isha avesse dovuto rannicchiarsi dentro il corpo di ish, due sposi che dormono assieme sanno qualcosa di quanto i corpi vibrano abbracciandosi quando si ha freddo, quando si ha bisogno l’uno dell’altro, quando si piange insieme. E ancora, se ci riflettiamo bene, al movimento della Kenosis, dell’abbassamento, dello svuotamento di Dio quando decide di farsi uomo debole in carne e ossa nel Cristo, secondo l’efficacissima definizione che ne fa l’apostolo Paolo nella Lettera ai Filippesi.

È in queste intuizioni profondissime che ebraismo e cristianesimo ci regalano che possiamo veramente arricchirci di quello che la Scrittura sacra vuole dirci al di là di ogni divisione. Cristiani ed ebrei diventano così uguali nella diversità e diversi nell’uguaglianza, e dunque dialoganti al di là di sterili polemiche.

 

Siamo esseri caduti e con del male che quotidianamente ci affligge, il male della malattia e quello della divisione. Ma non sempre quello che ci fa soffrire è deleterio, dal dolore vengono spesso le migliori cose le consapevolezze più grandi: chi non conosce il dolore non conosce nemmeno la gioia che viene dalla consolazione, chi non conosce la pena della divisione non conosce nemmeno la gioia del ritrovarsi.

In questo senso preziosa è anche la diversità che porta allo scontro, uno scontro che potrebbe addirittura condurre al rafforzamento dei rapporti. Questo naturalmente può accadere soltanto là dove il fondamento è solido e permette di ritrovarsi poco tempo dopo. Non tutto può essere basato sull’emozione, ci sono regole incuneate in noi fin dall’infanzia e sono quelle che ci portano al rispetto reciproco qualunque cosa accada. Non si capisce altrimenti perché la persona che arriviamo a insultare urlando e sbattendo i pugni sul tavolo, non molto tempo dopo l’abbracciamo più forte di prima chiedendogli perdono tra le lacrime. Sembra assodato il convincimento che una  bella sfuriata di tanto in tanto diventa necessaria a un buon rapporto di coppia, ma anche coi figli, almeno quanto le manifestazioni di affetto e forse di più. Ma questo è possibile soltanto dove il tessuto fondamentale tiene e tiene perché i i fili intrecciati sono quelli dell’amore, della responsabilità, della fedeltà, di una libertà che non pensa solo al bene proprio ma anche a quello dell’altro e degli altri accanto a sé.

Perché a volte lo scontro è necessario? Perché le giornate tutte uguali portano all’assuefazione e alla noia. Senza giornate fredde o di pioggia noi non apprezzeremmo quelle di sole e viceversa. E questo soprattutto accade in una società avida come la nostra, società in cui si ha tutto e non si è mai contenti di nulla. Non conosce il valore del pane chi non ha mai provato la fame.

La Bibbia aveva capito anche questo:

“Nella prosperità l’uomo non comprende,

è simile alle bestie che muoiono” (Sal 48,21).

 

A questo trovo un eco profondissimo in versi di Hölderlin, un poeta straordinario del Sette-Ottocento contemporaneo di Hegel:

“Così è l’uomo. Se il bene è presente e sollecito un Dio

viene a lui con doni, non conosce e non vede.

Deve prima sopportare. Allora dà nome a ciò che più ama e le parole nascono come fiori” (Pane e vino, V).

Noi troviamo due momenti nella Bibbia: quello in cui si racconta l’episodio della torre di Babele e quello della discesa dello Spirito Santo nel giorno di Pentecoste. Sembrano simili e tuttavia sono antitetici. Non ne faremo un’esegesi, ma un cenno appena per capire la differenza. A Babele tutti parlano la stessa lingua e riescono pure nel loro progetto, ma la loro visione si dimentica dell’altro, di Dio, agiscono come se Dio non ci fosse. Non solo – dice la tradizione rabbinica – ma persino il singolo individuo tendeva a scomparire di fronte all’interesse del progetto collettivo, all’opera in se stessa, al punto che il valore di un mattone poteva superare quello di un uomo, perché gli uomini erano ormai interscambiabili, uno vale l’altro, purché abbia braccia forti. Dio ha paura non perché non si capiscono ma perché si capiscono talmente bene che “quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile”. Dio li ferma perché con quella scalata verso il cielo avrebbero causato grandi guai. È questo il motivo per cui confonde “la loro lingua perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro” e perché tornino ognuno a scoprire la propria identità e singolarità. (Gen 11,6-7). Il peccato di Babele è la tracotanza, l’agire egoistico che non tiene in alcun conto i doni che Dio ha dato e la ricchezza insita in ogni singola creatura umana. Le nostre società secolarizzate assomigliano molto a Babele.

Diverso è il caso della Pentecoste, in cui lo Spirito, in una Gerusalemme affollata di gente proveniente da “ogni nazione che è sotto il cielo”, non fa dono di parlare un’unica lingua, ma il dono di comprendere l’uno la lingua dell’altro, la diversità dell’altro, la ricchezza che abita nella diversità dell’altro (At 2, 1ss). Babele omologa e fa copie, come nel mondo della tecnica, Pentecoste invece rende ricchi e uniti nella diversità che Dio ha regalato a ognuno. Dio lascia ognuno libero di essere se stesso e di rimanere tale affinché porti agli altri la propria singolarità e identità. Nella Bibbia, a saperla leggere bene, si capisce che non solo l’uomo riceve insegnamento da Dio, ma anche Dio dall’uomo. Così è accaduto e accade a me padre di 4 figli: essi hanno imparato diverse cose da me, ma anche io ne ho imparate da loro. Abramo pronto a offrire il figlio Isacco sul Mòria viene prima del Padre che abbandona il Figlio a morire in croce sul Golgota. Paolo fa cenno a questa similitudine profondamente teologica (Rm 8,32). Ma di esempi ce ne sono tanti. Dio si fa bambino bisognoso di tutto e imparerà da Giuseppe a fare il falegname, a essere umilmente sottomesso alle vibrazioni intime e vere di una famiglia.

 

Anche Dio ha dovuto in qualche misura imparare a essere uomo, a costruirsi, per così dire, una propria identità a contatto con le sue creature, amandole e desiderando di essere amato.

Essere se stessi è quanto di più difficile ci sia per una persona. Essere se stessi significa prima di tutto non fare qualcosa perché tanto la fanno tutti, ma perché ci si crede e dunque la si fa anche se si resta soli a farla. Ma essere se stessi significa pure apertura verso chi non la pensa come noi, ascolto del diverso da noi.

Un filosofo francese scomparso nel 2005, Paul Ricoeur, distingueva l’identità come “stessità” e identità come “ipseità”. Ossia identità che ci fa restare sempre uguali e fedeli a ciò che di noi rimane nel tempo che avanza, e nella quale dunque perseveriamo, rimaniamo ancorati a certi valori, a certe promesse, come quelle che ci siamo fatti davanti a Dio unendoci in matrimonio. Un essere saldi che non deve tuttavia rappresentare immobilità, durezza, chiusura.

Ecco perché è importante che in noi vi sia anche identità come ipseità, cioè come apertura alle novità e alle incognite che incontriamo nel cammino della nostra storia: c’è un tempo per rimanere fermi e un tempo per muoversi, un tempo per rimanere saldi nella propria idea e un tempo per cambiare idea. La storia ci riserva di continuo novità e sorprese nelle quali il nostro rimanere saldi deve fare i conti con l’apertura al nuovo. Se ci lasciamo prendere troppo dal nuovo finiremmo per smarrirci e se ci chiudessimo troppo in quel che siamo perderemmo occasioni preziose e per sempre. I talenti non vanno sotterrati per paura di perderli.

È un po’ quel che avviene tra conservatori e progressisti.

Caino fugge e cammina qua e là come un vagabondo senza sapere bene dove va e senza sapere bene chi è. Perciò finisce per chiudersi confidando in se stesso e costruendo una città che chiamerà col nome di suo figlio. E intravedo qui quelle coppie che non fanno altro che parlare dei propri figli, come se esistessero solo i propri figli.

Modello opposto a quello di Caino è Abramo che lascia anche lui la propria terra ma per un cammino di fiducia fondato su una promessa in cui si crede profondamente. Un cammino soprattutto che non riguarderà soltanto lui o un proprio figlio, ma tutte le nazioni della terra.

Siamo chiamati per pensare in grande, per vivere accogliendo ciò che non abbiamo ancora mai conosciuto, il diverso da noi, persone nuove ma anche fatti nuovi. Chi incontreremo domani? Cosa ci verrà detto e che non sapevamo prima? Anche la novità di domani ci chiama a responsabilità. Per questo del domani non ci si deve preoccupare troppo. Nemmeno del domani che ci vedrà cambiati, noi non rimaniamo sempre uguali, nemmeno fisicamente, e questa diversità interna a noi deve altresì ogni volta incontrarsi con la diversità dell’altro che ci vive quotidianamente accanto.

E c’è poi la novità dei figli, che non conosciamo prima di vederli venire alla luce, in essi noi accogliamo ogni volta un dono di Dio. Oggi siamo abituati alle programmazioni, ma questo ci ha fatto un po’ perdere il figlio come un dono inaspettato. Un dono e un peso insieme, certamente. Sono padre di quattro figli e solo il primo abbiamo voluto, gli altri li abbiamo semplicemente accolti e ci siamo pian piano accorti del fatto che oltre al loro essere comunque un peso, erano anche un indicibile dono.

Vorrei concludere con un pensiero di Paolo De Benedetti sull’ospitalità di Abramo nei confronti del diverso quando accolse i tre viandanti alle querce di Mamre (Gen 18,1-33).

“La tradizione ebraica non dimenticherà mai la conviviale accoglienza di Abramo e nella benedizione del pasto, farà dire all’ospite una preghiera che contiene queste parole: ‘Il Misericordioso benedica questa tavola da cui abbiamo mangiato, e vi disponga tutte le delizie del mondo, affinché sia come la tavola di Abramo nostro padre: chiunque ha fame ne mangi, chiunque ha sete ne beva’. Anche Dio”, conclude De Benedetti (Ciò che tarda avverrà).

Abramo è colui che per la prima volta entra in dialogo con Dio e con coloro che vivono accanto a lui, con tutti i popoli. Egli diventerà “una nazione grande e potente e in lui si diranno benedette tutte le nazioni della terra” (Gen 18,18).

In principio tra uomo e donna non c’è ancora dialogo. A parlare è solo ish, isha non dice nulla. Parlerà a sua volta, ma al serpente non a ish, al quale darà il frutto senza dire nulla. Poi entrambi parleranno con Dio ma mai tra di loro.

Nemmeno con Noè si ha un vero parlare. Un vero parlare tra creature umane si ha soltanto a Babele, è lì che per la prima volta appare il termine ebraico dabar, che significa sia parola che cosa. Ma è un parlare chiuso che non si apre mai al dialogo con Dio, e nemmeno a un vero dialogo con gli altri. A Babele non ci si parla col cuore ma il dialogo è finalizzato solamente al progetto e alla realizzazione del progetto. È un po’ quello che accade oggi in molte aziende: conta la produzione, il profitto, non le persone che lavorano, contano le loro braccia, le loro competenze, non quel che esse sono, la loro identità intima coi suoi bisogni e le sue emozioni. A Babele unico fine è la costruzione della torre, chi è Dio e chi è il prossimo non importa un fico secco. C’è un midrash in cui si racconta che quando a Babele cadeva un uomo da un’impalcatura nessuno si preoccupava, ma se a cadere e a rompersi era un mattone allora era una tragedia con lutti e pianti.

Chi davvero entra per la prima volta in dialogo con Dio e con gli uomini è Abramo. Abramo ascolta e parla liberamente, responsabilmente. Abramo comprende e mette in pratica, Abramo prende le difese dei fratelli. Abramo è audace e osa chiedere ragione a Dio dell’intenzione che ha di distruggere Sodoma, e Dio lo ascolta.

Abramo – dice Neher – accende la lampada per guidare i passi brancolanti di Dio per le vie oscure della storia” (L’esilio della parola).

Guai dimenticarsi dei bisogni di Dio. Dio è tanto più grande di noi, tanto diverso da noi, ma fin dai giorni di Abramo ci viene insegnato che è anche tanto simile a noi, uguale nella diversità. Solo sentendolo così lo possiamo amare come riusciamo ad amare il nostro sposo o la nostra sposa. Il Dio biblico non è un’entità astratta, ma una persona colma di pathos e di attesa.

Anche Dio forse non sa proprio tutto quello che accadrà domani. Non può essere altrimenti, avendo scelto le vie della libertà e dell’amore.

Daniele Garota

 

 



Letture del giorno  24 febbraio 2001

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

 

Dal libro del Siràcide      Sir 5, 1-11

Non confidare nelle tue ricchezze e non dire: «Basto a me stesso». Non seguire il tuo istinto e la tua forza, assecondando le passioni del tuo cuore. Non dire: «Chi mi dominerà?», oppure: «Chi riuscirà a sottomettermi per quello che ho fatto?», perché il Signore senza dubbio farà giustizia. Non dire: «Ho peccato, e che cosa mi è successo?», perché il Signore è paziente. Non essere troppo sicuro del perdono tanto da aggiungere peccato a peccato. Non dire: «La sua compassione è grande; mi perdonerà i molti peccati»,
perché presso di lui c’è misericordia e ira, e il suo sdegno si riverserà sui peccatori. Non aspettare a convertirti al Signore e non rimandare di giorno in giorno, perché improvvisa scoppierà l’ira del Signore e al tempo del castigo sarai annientato. Non confidare in ricchezze ingiuste: non ti gioveranno nel giorno della sventura.

+ Dal Vangelo secondo Marco     Mc 9,41-50

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:  «Chiunque vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa. Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare.  Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geènna, nel fuoco inestinguibile. E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geènna. E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue. Ognuno infatti sarà salato con il fuoco. Buona cosa è il sale; ma se il sale diventa insipido, con che cosa gli darete sapore? Abbiate sale in voi stessi e siate in pace gli uni con gli altri».

Il Siracide oggi ci mette in guardia contro la falsa fiducia: “Non confidare nelle tue ricchezze e non dire: “Questo mi basta””. I beni materiali non bastano all’uomo, che ha bisogno invece di ricchezze spirituali. “Non seguire il tuo istinto e la tua forza… Non dire: “Ho peccato, e che cosa mi è successo?”… Non dire: “La sua misericordia è grande; mi perdonerà i molti peccati””. La nostra fiducia deve essere fondata soltanto sulla misericordia di Dio, ma aver fiducia non vuoi dire approfittare della misericordia, altrimenti si aggiungerà “peccato a peccato”. La misericordia di Dio ci chiama alla conversione e non al peccato con l’idea che Dio intanto è generoso e perdona sempre; è un invito all’amore coerente, non all’egoismo. E Gesù nel Vangelo odierno ci chiede la coerenza, per un amore molto forte: “Se la tua mano ti scandalizza, tagliala… Se il tuo piede ti scandalizza, taglialo… Se il tuo occhio ti scandalizza, cavalo. . .”. Tutto deve essere dato a Dio come risposta coerente al suo immenso amore. L’ultima frase del passo evangelico è ancora un richiamo alla coerenza: “Abbiate sale in voi stessi…”. Ravvivate cioè il senso della vocazione cristiana, per la quale siamo chiamati ad essere sale della terra e luce del mondo. È la frequentazione assidua della parola di Dio che ci impedisce di diventare insipidi e che ci fa meritare la beatitudine espressa dal salmo: “Beato l’uomo che si compiace della legge del Signore, la sua legge medita giorno e notte. Sarà come albero piantato lungo corsi d’acqua, che darà frutto a suo tempo”.
Avere sale in noi stessi ci rende capaci di dare alla nostra vita, anche nelle umili e consuete cose di ogni giorno, la tonalità cristiana, senza conformarci alla mentalità del mondo e di trasmettere così agli altri, quasi a nostra insaputa, il sapore di Cristo.

Mc 9,38-40

+ Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, Giovanni disse a Gesù: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi».

 

Riportando l’episodio dell’esorcista estraneo al gruppo dei discepoli, il vangelo ci dà un insegnamento importante. In tutti i tempi, molti cristiani hanno creduto di avere il monopolio di Gesù e, di conseguenza, hanno corso il rischio di essere intolleranti. Il primo dovere di coloro che hanno autorità è quello di non proibire di fare il bene. Il bene, sotto ogni forma, non è monopolio di chi ha il potere o dei cristiani rispetto agli altri. Fare il bene, scacciare i demoni è un diritto e un dovere che compete ad ogni uomo. Gesù e lo Spirito santo sono presenti ovunque si fa il bene e quindi anche fuori della comunità visibile della Chiesa.

 

Dietro la rimostranza di Giovanni si vede con chiarezza l’egoismo di gruppo, la paura della concorrenza, che spesso si maschera di fede, ma in realtà è una delle sue più radicali smentite. Molti, troppi puntigliosi sostenitori di Dio (?) in realtà sostengono se stessi o gli interessi del loro gruppo.

 

Nel brano precedente del vangelo (Mc 9, 33-37) i discepoli si dividevano tra loro in nome del proprio io. Qui si dividono dagli altri nel nome del proprio noi. Il proprio nome, individuale o collettivo, è principio di divisione; solo il “Nome” di Gesù è fattore di unità tra tutti. L’egoista è vittima dell’invidia, che è figlia dell’egoismo e madre dell’orgoglio. Essa trasforma la vita in un inferno perché produce una sofferenza proporzionale al bene invidiato, fino a una sofferenza infinita davanti al Bene infinito, Dio. Per questo la Bibbia ci insegna: “La morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo” (Sap 2,24). L’amore è dono, l’invidia, al contrario, è il voler possedere tutto e tutti, e quindi distruggere la vita di tutto e di tutti.

 

Egoismo, invidia, orgoglio possono essere sia in forma personale che in forma collettiva. Il peccato originale del singolo è mettere il proprio io al posto di Dio, il peccato originale del gruppo è mettere al posto di Dio il proprio noi. La Chiesa non è composta da chi segue noi, ma da chi segue Cristo, con noi o senza di noi.

 

La motivazione portata da Gesù: “Non glielo proibite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me”(v.39) non è opportunistica, ma vuol far capire ai discepoli quanto sia irragionevole il loro atteggiamento. Egli dà come direttiva alla comunità la tolleranza e la magnanimità, e vuole che i suoi discepoli abbiano uno spirito aperto, che si elevi al di sopra della gretta mentalità di gruppo. Il vero cristiano, che è figlio di Dio, non vede negli altri dei nemici da combattere, ma dei fratelli da accogliere e da amare