Archivio per aprile, 2011

Dal Vangelo del giorno Marco 16,9-15. 


Risuscitato al mattino nel primo giorno dopo il sabato, apparve prima a Maria di Màgdala, dalla quale aveva cacciato sette demòni. Questa andò ad annunziarlo ai suoi seguaci che erano in lutto e in pianto. Ma essi, udito che era vivo ed era stato visto da lei, non vollero credere. Dopo ciò, apparve a due di loro sotto altro aspetto, mentre erano in cammino verso la campagna. Anch’essi ritornarono ad annunziarlo agli altri; ma neanche a loro vollero credere. Alla fine apparve agli undici, mentre stavano a mensa, e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risuscitato. Gesù disse loro: «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura.

«Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura»

        Duc il altum! «Prendi il largo!» (Lc 5,4) Andiamo avanti con speranza! Un nuovo millennio si apre davanti alla Chiesa come oceano vasto in cui avventurarsi, contando sull’aiuto di Cristo. Il Figlio di Dio, che si è incarnato duemila anni or sono per amore dell’uomo, compie anche oggi la sua opera: dobbiamo avere occhi penetranti per vederla, e soprattutto un cuore grande per diventarne noi stessi strumenti… « Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo » (Mt 28,19). Il mandato missionario ci introduce nel terzo millennio invitandoci allo stesso entusiasmo che fu proprio dei cristiani della prima ora: possiamo contare sulla forza dello stesso Spirito, che fu effuso a Pentecoste e ci spinge oggi a ripartire sorretti dalla speranza « che non delude » (Rm 5,5). 

        Il nostro passo, all’inizio di questo nuovo secolo, deve farsi più spedito nel ripercorrere le strade del mondo. Le vie sulle quali ciascuno di noi, e ciascuna delle nostre Chiese, cammina, sono tante, ma non v’è distanza tra coloro che sono stretti insieme dall’unica comunione, la comunione che ogni giorno si alimenta alla mensa del Pane eucaristico e della Parola di vita. Ogni domenica il Cristo risorto ci ridà come un appuntamento nel Cenacolo, dove la sera del «primo giorno dopo il sabato» (Gv 20,19) si presentò ai suoi per « alitare » su di loro il dono vivificante dello Spirito e iniziarli alla grande avventura dell’evangelizzazione.

Giovanni Paolo II, papa dal 1978 al 2005 
Lettera apostolica « Novo millennio ineunte », § 58

Dal Vangelo del giorno Gv 21,1-14

In quel tempo, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla.
Quando già era l’alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». Allora egli disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani da terra se non un centinaio di metri. Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: «Portate un po’ del pesce che avete preso ora». Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si spezzò. Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», perché sapevano bene che era il Signore. Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce. Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti.

La pesca miracolosa descritta nel capitolo conclusivo del Vangelo di San Giovanni è molto bella e significativa. Il Gesù Risorto è già apparso ai discepoli a Gerusalemme. La loro fede ancora non riesce a comprendere ciò che sta avvenendo ed ecco che ritornano in Galilea, ritornano a quelle attività che avevano prima di incontrare Gesù. La vicende sembra essere chiusa. Di nuovo, come per i discepoli di Emmaus, Gesù “rincorre” i suoi discepoli. Stavolta sul lago di Tiberiade, e li trova a pescare. Sembra che la loro fatica sia infruttuosa. È quasi un bilancio della loro vita. Hanno conosciuto Gesù, gli sono stati acanto, aveva promesso loro tante cose, eppure la rete è vuota. La vita non è cambiata. Questa apparizione serve proprio a confermare una fede che ancora non era matura e pronta, perché non accompagnata da un atteggiamento di fiducioso affidamento a Cristo. La fede è tale quando abbiamo fiducia, è fonte di vita nuova quando abbiamo nel nostro cuore il Cristo Risorto che riempe le reti della nostra pesca per una vita nuova.

Dal Vangelo del giorno Lc 24,35-48

In quel tempo, [i due discepoli che erano ritornati da Èmmaus] narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane. Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro. Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni».

“Pace a voi!”

Gesù appare ai discepoli turbati da tutti questi avvenimenti che hanno dell’incredibile. Una serie di fatti straordinari ed inspiegabili si sono verificati dalla mattina di questa giornata memorabile. Qualcosa di grandioso è avvenuto; il loro cuore, nel più profondo intimo, sa che cosa è. Il Maestro, il loro Signore, lo aveva predetto tante volte! Dopo tre giorni sarebbe resuscitato. È troppo grande la gioia perché vi ci si possa credere subito! Eppure è successo! Gesù appare proprio per confermare questo pensiero, proprio perché ciò che sembra indicibile diventi realtà vera e concreta. In Gesù Risorto abbiamo la fonte prima ed ultima della nostra fede. Della fede personale che chiede l’incontro unico con il Nostro Signore e della fede della Chiesa, alimentato dallo Spirito Santo. Sono due realtà non contrapposte ma che si devono integrare a vicenda. Gesù non ci vuole dei fondamentalisti ciechi ma ci invita a considerare bene tutte le espressioni della nostra religiosità per non cadere in uno spazio troppo individualistico. La fede della comunità di Gerusalemme interpella la nostra vera fede per una verifica che è segno di apertura, è gioia di una scoperta che dispiega al nostro cuore di giorno in giorno

Monaci Benedettini Silvestrini

Dal Vangelo del giorno    Lc 24,13-35

Ed ecco, in quello stesso giorno, [il primo della settimana], due [dei discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto». Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

L’itinerario dei discepoli di Emmaus per incontrare e riconoscere Gesù vivo è segnato da tre tappe precise. Anzitutto Gesù “cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Egli disse loro: ‘Stolti e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?'”. E questa “lectio biblica” scalda il cuore ai discepoli, cioè illumina pienamente il disegno di Dio, incentrato appunto sulla Croce. E’ la Parola di Dio la lente di ingrandimento che fa vedere fino in fondo il valore dell’evento pasquale e della morte di Gesù. 

I fatti della vita di Cristo non sono percepiti nel loro pieno valore se non quando sono letti sullo schermo più vasto di tutta la Rivelazione. Senza la Bibbia non si conosce il vero volto di Dio e il suo disegno. Al massimo si fanno chiacchiere umane, o informazioni culturali su di Lui, che non portano alla fede. 

“Lo riconobbero allo spezzare del pane”. E’ lì il luogo voluto da Cristo per incontrarlo e farsi riconoscere: nel segno dell’Eucaristia. Cioè nel segno appunto della Croce, dove si fa memoria della sua immolazione per noi e ce ne comunica il frutto salvifico. “Chi mangia di me vivrà per me” (Gv 6,57). Solo qui avviene – accade – oggi e sempre l’incontro salvifico di Cristo con noi. Cioè nella MESSA. Solo qui riusciamo a riconoscere Gesù come nostro salvatore, e a incontrarlo vivo ed efficace per il nostro riscatto e rinnovamento. 

Alla fine i due ritornano a Gerusalemme e lì sono confortati nella loro esperienza di fede con l’apporto di tutta la comunità cristiana. E’ solo questo il luogo legittimo e pieno per ricevere e alimentare la fede, nella Chiesa cioè. E’ nella celebrazione comunitaria, che la piccola esperienza personale di fede trova alfine conferma, verifica e rafforzamento. Solo chi sta legato alla Chiesa può avere la fede giusta che fa incontrare oggi il Cristo che salva. Solo lì c’è appunto la Parola, il Sacramento e la testimonianza dei fratelli che sostiene fa crescere la nostra consapevolezza di essere figli ed eredi di Dio, e fratelli tra di noi. E con essa ne diventiamo testimoni di fronte al mondo.  Resta con noi, Signore, che si fa sera”. Sembra anche a noi a volte che la fede venga meno nel nostro mondo e nel nostro cuore. Una invocazione ci deve essere. Dio ci cerca, Dio si accompagna a noi, ma vuole che almeno il desiderio, la nostalgia sia espressa. 

Ripetiamo quindi anche noi nei momenti bui: Resta con noi che si fa sera, entra in casa nostra, nel nostro mondo e dà il tuo pane di vita e la gioia di sentirci chiamati alla risurrezione come tuoi amici e compagni.

Incontriamo Maria di Magdala nella più ristretta cerchia delle donne intorno a Gesù. Lei gli resta fedele sotto la croce insieme a sua madre; è la prima persona a incontrare Gesù risuscitato, che le si rivolge chiamandola per nome, Miriam, e lei gli risponde con affetto e reverenza: “Rabbunì”. E’ un rapporto di amore, pieno di bellezza e di fedeltà, una relazione che guarisce e rafforza, che illumina ed è aperta alla comunità, in cui Maria di Magdala divenne una figura centrale dopo l’ascensione in cielo di Gesù. Posso comprendere che romanzi e film abbiano tentato, fino ai tempi più recenti, di rendere scandaloso questo intenso rapporto. A volte vi si riversano desideri e fantasie umani. Quel che sappiamo e quel che credo è che Maria di Magdala è il prototipo di una credente, perché ama fino all’eccesso. Non in maniera mediocre o soltanto ragionevole, ma in modo completo. Attraverso la guarigione e l’amicizia, Gesù le ha aperto gli occhi all’amore. Maria di Magdala era una donna sensibile. L’eccesso esiste nel bene come nel male. Maria di Magdala rappresenta l’amore a cui sono chiamati un cristiano e una cristiana, completo e senza limiti nel bene. Per Gesù era una “persona autentica”. Tutti noi possiamo cercare persone simili e provare gratitudine quando le troviamo. Penso alle oranti, che sono la forza maggiore della Chiesa, e anche alle collaboratrici che, lo ammetto, spesso stanno dietro agli uomini. Guardo con speranza ale donne che nella Chiesa, nelle comunità e nella nostra società si mostrano sempre più sicure. Le donne sonocompagne fin al principio: Dio creò l’essere umano come uomo e donna. Gli ecclesiastici devono chiedere perdono alle donne per molte cose, ma, soprattutto, oggi devono considerarle maggiormente come interlocutrici. Negli ultimi anni le donne hanno molto lottato, una certa dose di femminismo è necessaria. Non per questo gli uomini devono aver timore e lasciarsi spingere a un atteggiamento opposto. Le donne vogliono uomini, non “donnicciole” mi ha detto con stupefacente chietteza un’impetuosa signora. Per quanto riguarda la direzione della Chiesa vorrei tuttavia, invitare alla pazienza: essa scoprirà sempre più le possibilità delle donne. Sono stati fatti molti progressi e se ne compiranno altri ancora, specie se portiamo avanti un rapporto di collaborazione: Desidero ricordare che su questo problema le diverse chiese seguono ritmi differenti. La nostra Chiesa è un po’ timida. Maria, la madre di Gesù, dovrebbe essere più amata dagli uomini moderni. A nessuno Dio ha attribuito importanza maggiore per il Messia che a questa donna. Se osservimo l’albero genealogico del Messia, troviamo donne notevoli, che le Sacre Scritture rendono anelli di una catena a cui Dio collega la famiglia. Vi scopriamo anche donne dai ruoli inconsueti, dal coraggio impressionante e dalla grande fantasia redentrice. La Bibbia rafforza le donne ed aiuta la Ciesa ad andare avanti. (Martini p.108 di Conversazioni notturne a Gerusalemme”.

Dal Vangelo secondo del giorno   Mt 28,8-15

In quel tempo, abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli. Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: «Salute a voi!». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono. Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno». Mentre esse erano in cammino, ecco, alcune guardie giunsero in città e annunciarono ai capi dei sacerdoti tutto quanto era accaduto. Questi allora si riunirono con gli anziani e, dopo essersi consultati, diedero una buona somma di denaro ai soldati, dicendo: «Dite così: “I suoi discepoli sono venuti di notte e l’hanno rubato, mentre noi dormivamo”. E se mai la cosa venisse all’orecchio del governatore, noi lo persuaderemo e vi libereremo da ogni preoccupazione». Quelli presero il denaro e fecero secondo le istruzioni ricevute. Così questo racconto si è divulgato fra i Giudei fino a oggi.

Dalla Parola del giorno 
Le donne corsero a dare l’annunzio ai suoi discepoli. Ed ecco Gesù venne loro incontro. 

Come vivere questa Parola? 
L’annuncio pasquale non è qualcosa di scontato. Se preso sul serio non può che sorprendere. La certezza si fa strada tra un senso di sacro timore e di gioia grande. Una conquista progressiva che si realizza man mano che si ha il coraggio di dar credito a Dio. Così è stato anche per i primi testimoni. “All’alba del primo giorno della settimana”, cioè allo schiudersi dell’ottavo giorno, il tempo del Risorto che non conoscerà tramonto, mentre gli apostoli se ne stanno chiusi nel cenacolo ripiegati sulle loro paure, due donne trovano il coraggio di ritornare presso il sepolcro. E lì il sorprendente annuncio: Gesù il crocifisso non è qui. È risorto! La logica umana è scalzata, prevale quella del cuore che percepisce la presenza del divino in un alone di gioia. L’annuncio è accolto, l’invito a comunicarlo ai discepoli è prontamente eseguito. Le donne non hanno visto, ma hanno creduto e si sono messe in cammino, anzi correndo. È la via ordinaria della fede, lumeggiata solo di quando in quando da qualche esperienza forte, ma nutrita più abitualmente da “sì” disseminati nell’humus del quotidiano. Una fede che non può essere ridotta a esperienza privata, consumata in un intimismo di cattiva lega. Se credi, hai bisogno di gridarlo con tutto te stesso. Il bene ricevuto non può che diventare bene comunicato. E lungo la strada che porta ai fratelli, l’incontro inaspettato. Ciò che avevano accolto nella fede sulla testimonianza angelica, è ora un’esperienza viva, diretta. È Gesù stesso che si fa loro incontro. È Gesù che sperimentiamo ogni volta che i nostri passi ci portano verso gli altri. 

Oggi, nella mia pausa contemplativa, assaporerò ancora la gioia del Risorto e mi chiederò come io possa comunicarla agli altri, soprattutto a chi non ha avuto la grazia di farne esperienza e si dibatte in una vita senza senso. 

Signore Gesù, che inondi di gioia il mio cuore e illumini le mie giornate con la certezza della tua presenza, rendimi sempre più consapevole che il dono ricevuto non è per me soltanto, ma perché lo comunichi con la testimonianza della vita e della parola. 

La voce di un noto predicatore 
Le donne che il mattino di pasqua di recarono al sepolcro di Cristo trovarono un angelo vestito di bianco che disse loro: «Non abbiate paura. Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto!». In questo momento, devo essere io l’angelo, cioè il messaggero che, in nome della Chiesa, ripete a tutti la radiosa notizia: «È risorto!». 
Raniero Cantalamessa

Commento al vangelo del giorno

Gv 20,1-9

Il vangelo di Pasqua ci presenta tre figure: Pietro, Giovanni (l’altro discepolo) e Maria Maddalena. Tutti e tre vanno al sepolcro. La Maddalena per prima, gli altri accorrono dopo l’annuncio della donna.

Bisogna andare al sepolcro, questo è il primo messaggio della resurrezione. Nel sepolcro (20,1) tu credi di trovare la morte, la fine, la rottura, il marciume, il buio, invece… Il sepolcro è una pietra (20,1) che ti porti dentro, un macigno, un sasso, un blocco, un mattone, un freno, un complesso, una inconsapevolezza che hai dentro o fuori di te e che ti sembra inspostabile.
In Mc le donne si chiedono: “Chi ci rotolerà via il masso dall’ingresso del sepolcro?” (Mc 16,3). Non ti capita mai di dire: “E adesso cosa posso fare? Non ce la farò mai! Impossibile! Troppo per me!”? Quante volte abbiamo sentenziato la nostra fine: “Impossibile! E’ finita! Sono finito!”.
Pietra (sepolcro) è l’incapacità di provare sentimenti profondi e intensi e così non hai gioia vera dentro di te; pietra è la paura di mostrarsi per quello che si è e così mostri sempre una maschera e una facciata; pietra è il timore della propria vulnerabilità o del pianto e così ti tieni dentro tutto (e sei un vulcano!); pietra è un dolore silenzioso che ci urla dentro (hai subito violenza, abuso, la derisione di tutti); pietra è un segreto che ci portiamo con noi (non sei figlio di tuo padre; i tuoi non ti volevano); pietra è ogni paura che ci attanaglia (paura di parlare, di sbagliare, di dire cose stupide, di fare); pietra è la sofferenza di chi c’è stato portato via (la morte di un figlio, del compagno, di un genitore); pietra è il freddo e la solitudine che ci sentiamo dentro (ti senti distante da tutti e nessuno ti raggiunge); pietra è non riuscire mai a lasciarci andare (a godere, ad essere felici, ad abbandonarsi); pietra è non riuscire a trasmettere quanto abbiamo dentro (ho tanto amore ma non esce); pietra è sentirsi vuoti e sentire il non-senso del vivere (che io ci sia o che non ci sia è la stessa cosa); pietra è il freddo della morte (ho paura di morire, delle malattie, di rimanere da solo, degli anni che passano). Hai mai una pietra così tu? Ti ritrovi in questo?
Se ti ritrovi, sappi che andando al sepolcro, anche per te, si può trovare qualcosa di diverso. Bisogna andare al sepolcro, nel luogo della morte, perché se si evita l’incontro non si può trovare la vita.

All’annuncio di Maria Maddalena, Pietro e Giovanni corrono entrambi. L’evangelista fa notare però tutta una serie di differenze sottili fra Pietro e Giovanni. Perché entrambi vanno al sepolcro, solo che Pietro non vedrà niente mentre Giovanni intuirà qualcosa.
Innanzitutto quando Giovanni arriva si inchina (20,5), mentre Pietro no (20,6). Inchinarsi indica l’atteggiamento di umiltà di chi è disposto a lasciare e ad abbandonare le proprie idee, i propri ragionamenti, i propri schemi, di fronte a ciò che vede.
Giovanni è disponibile a lasciarsi plasmare di fronte a ciò che vede, a mettersi in gioco, a cambiare. Anche Gv aveva detto: “E’ finito tutto”. Ma di fronte a ciò che vede deve ricredersi: “No, non è vero che è finito tutto”. Pietro, invece, testa dura, no. E per questa sua non umiltà, qui non vedrà.
Nella vita bisogna inchinarsi, bisogna inginocchiarsi, bisogna accettare di cambiare, di aver sbagliato, di essersi sbagliati. Perché se tu hai deciso che niente cambierà, niente cambierà. Ma è così perché tu hai deciso così. Ma se tu cambi, la tua vita cambia. Pietro è l’ostinato: “Non si può fare nulla”. E, se credi così, nulla si farà.
Quando Giovanni arriva (20,5), dice il vangelo, vede le bende per terra (non si dice nulla del sudario). Quando arriva Pietro (20,6-7) vede le bende e il sudario. Le bende sono il simbolo della morte-vita, mentre il sudario è il simbolo della morte-fine.
Sembra un particolare irrilevante ma non lo è. Giovanni sta iniziando a percepire che qualcosa sta accadendo, Pietro, invece, è ancora imbrigliato dalla sua mente nella pura materialità dei fatti. Pietro dice: “Morte? Fine di tutto”. Giovanni: “Morte? Ma non è che nella morte sia dischiusa la vita?”.
Entrambi, poi si fanno una bella corsa. Gv descrive con minuzia chi arriva prima (Giovanni) e poi non entra; chi arriva dopo (Pietro) ed entra. Ma che solo il primo (Giovanni) vede e crede mentre il secondo (Pietro) no. Che c’interessa tutta questa descrizione particolare, precisa, minuziosa dei fatti?
Innanzitutto corrono e questo è fondamentale, decisivo. Se tu ti rassegni, se tu ti immobilizzi, se tu ti paralizzi, se tu ti fermi e decidi che non c’è più niente da fare, che non ha più senso vivere, insomma se tu non ti muovi un po’ (ti fai un po’ aiutare, accetti chi ti dà una mano, coltivi un po’ di fiducia, vai dove puoi trovare luce, ecc) allora non è più possibile nulla. Se tu non vuoi neppure metterti in gioco, allora hai già perso! Sepolcro vero è quando caduti in zone buie rifiutiamo ogni tentativo della Vita di farci uscire.
Pietro e Giovanni rappresentano due modalità con cui noi ci possiamo avvicinare alla Vita e alla fede. I loro nomi dicono già tutto.
Pietro, infatti, Cefa’, significa appunto pietra, duro, ostinato, “de coccio” (un nome che è un programma!); nel vangelo è colui che vuol capire solo con la testa, con la forza dei principi, che è solo razionalità.
Giovanni, che non si nomina mai nel vangelo di Gv ma di cui si dice “quello che Gesù amava” (20,2) è, come dice il nome, l’amore, l’intuizione, il sentimento, la parte emotiva, l’interiorità, la vibrazione.
La mente controlla il sentimento e cerca di contenerlo perché il sentimento è un’onda d’urto intensa e forte. La mente ci serve per capire (è Pietro che entra per primo 20,6!), per spiegare, per interpretare. Ma l’organo della vita è il cuore/anima; l’amore, la vitalità, lo stupore, la fede, la conoscenza di Dio, si percepiscono, si “sentono”, si sperimentano. Per fare tutto questo serve il cuore/anima; la mente spiega cos’è successo.
Di fronte ad un tiramisù la mente inizia a dire: “Qui c’è del caffè; i biscotti usati sono i Savoiardi; c’è un po’ di liquore, ecc”. Il cuore/mente prende il cucchiaino e se lo assaggia, lo gusta e ne sente la bontà.
Nessuno si è mai ubriacato con la parola “vino” e nessuno si è mai riscaldato con la parola “sole”. Dio, resurrezione, fede, Vita, è una persona di cui inebriarsi, appassionarsi, innamorarsi. Pietro, la mente, la durezza (quando tu non vuoi far spazio alla vita che c’è in te), non vedrà niente. Vedrà tante cose ma tutto quello che vedrà non provocherà niente in lui.
Giovanni, l’amore, l’interiorità, il sentimento profondo, non solo vedrà ma inizierà a capire, a percepire. Perché Giovanni entrerà con l’amore, con il cuore, con l’anima, con la parte sensibile… e vedrà! Quando parli con il tuo amore, guardalo negli occhi, entragli dentro. Senti non tanto cosa ti dice ma le vibrazioni del suo cuore; cogli la sua tristezza, il suo slancio, la sua meraviglia, la sua gioia, il suo amore. Quando abbracci il tuo amore, sentilo, percepiscilo, chiudi gli occhi, senti l’odore della sua pelle e il profumo del suo corpo. Quando canti, fermati e senti le onde che vibrano dentro di te; che provocano emozioni, che con un dolce ticchettio fanno risuonare le corde della tua anima. Quando sei in chiesa, fai silenzio, metti da parte ogni pensiero e ascoltati. Allora potrai percepire forte e chiara la presenza di Qualcun altro dentro di te. Ogni tanto fermati e ascoltati. All’inizio magari da dentro di te usciranno demoni e mostri. Ma se avrai pazienza, con calma, nel silenzio, nel tempo, scoprirai una sorgente inesauribile di vita e di luce dentro di te. E quando guardi i tuoi figli che giocano, non guardare al disordine che fanno o se si sporcano, cogli lo stupore, la voglia di vivere che pulsa da tutti i loro pori e lasciati contagiare.
Una storia racconta: “Ero sordo come una campana. Vedevo la gente che si alzava e faceva ogni sorta di giravolta. La chiamavano danza. A me pareva così assurdo… Poi un giorno sentii la musica. E allora capii: quant’era bella la danza”. Se un giorno sentirai la “musica” allora saprai veramente cos’è “la danza”!

Il vangelo ha un gioco particolarissimo di “sguardi” e usa tre verbi per dire “vedere”. Si usano i verbi: blepo, che è il vedere materiale (“Oggi c’era il sole”); theoreo, che è il vedere con attenzione, che suscita domande (“Cosa sarebbe la vita senza il sole!”); orao che è il vedere della fede, il vedere che entra dentro (“Ognuno di noi ha quel sole lì dentro di sé”). Pietro si ferma al theoreo (20,6): Pietro non vede niente. Giovanni passa dal blepo (20,5) all’orao (20,8) e quindi vede. Maria passa dal blepo (20,1) al theoreo (20,14) all’orao (20,18) e vede.
Arriva tuo figlio con un disegno e dici: “Sì, bello!” senza neppure guardarlo perché sei preso da te. Blepo! Prendi il disegno e gli dici: “Penso che ci hai messo molto impegno a farlo, bravo!”. Theoreo. Cogli che quel disegno l’ha fatto per te, che è un regalo per te: “Ma anch’io ti voglio tanto bene, tesoro!”. Orao.
Di fronte al volto di una persona: “Che brutto! Che bello! Che rughe! E’ ingrassato! E’ dimagrito!”. Blepo. Oppure: “Dev’essere successo qualcosa perché ha il volto più scuro”. Theoreo. Oppure: “Si vede proprio che sta soffrendo. Mamma mia com’è cambiato!”. Orao.
Di fronte a Dio: “Non l’ho mai visto Dio ma ci credo, sono andato anche a catechismo”. In realtà non vedi niente! “Sono in ricerca. Sento di aver bisogno, sento che mi manca qualcosa, sento che cerco un di più…”: theoreo. “L’ho visto: è venuto nella mia vita, mi ha sconvolto e cambiato: so che Lui c’è”: orao.
Ti muore una persona cara: “E’ finito tutto; mi manca da morire; che disgrazia”. Blepo. “Chissà se ci rivedremo? Chissà se c’è qualcosa? Sarebbe bello se ci fosse qualcosa”: theoreo. “Lo so che ci rivedremo; lo sento già adesso presente in me; non ho paura”. Orao.
Buddha una volta mostrò una rosa ai suoi discepoli e chiese a ciascuno di dire qualcosa su di essa. Essi l’osservarono… Uno pronunciò un discorso filosofico su di essa. Un altro compose una poesia sulla rosa. Un altro ancora fece una parabola sulla rosa. Mahakashyap, discepolo prediletto di Buddha guardò la rosa a lungo, sorrise e non disse niente. Poi chiuse gli occhi e continuò a vedere la rosa. “Lui ha visto”, commentò il Buddha.

Tutta la celebrazione di questa sera è piena di segni. I segni dicono tanto e dicono anche niente.
Il buio e la luce: può non dirti niente (blepo), essere romantico e affascinante (theoreo) o puoi sperimentare come la luce, la consapevolezza, vince il buio della tua vita (orao).
Il fuoco: può non dirti niente (blepo); può essere suggestivo accendere il fuoco in chiesa (theoreo) o puoi sperimentare di come il Fuoco di Dio possa eliminare, distruggere, cancellare tutto il male che c’è in te o di come Dio sia un Fuoco, una Passione che arde (orao).
La Pasqua viene sempre la domenica successiva alla prima luna piena di primavera: può non dirti niente (“Quest’anno Pasqua è bassa; quell’altro anno è alta!”; blepo); può essere interessante (è bello che Pasqua venga sempre in primavera; theoreo); può parlarti della tua vita: Pasqua è ogni volta che esci dall’inverno e che il calore e il sole torna a risplendere nella tua vita (orao). Se hai vissuto questo, allora sai cos’è Pasqua!

L’altro grande personaggio della resurrezione è Maria Maddalena, la vera protagonista in Gv.
Maria ha amato follemente Gesù, in maniera forte, passionale e viscerale. Gesù aveva dato la vita a lei (l’aveva liberata da sette demoni) e lei gli aveva donato la sua vita. Adesso “il suo amore” non c’è più, è morto, se n’è andato. Gli mancano le sue parole, i suoi abbracci, il suo sguardo, lo stare insieme, il riferimento.
Quando ti separi dal compagno di vita o quando muore, quando muore tuo figlio o chi amavi profondamente, senti uno strappo, una lacerazione, una frattura e cerchi in tutte le maniera di trattenerlo, di conservarlo.
Così ti tieni una foto; metti il suo nome a qualcun altro; lo porti al collo; indossi un suo gioiello; lo pensi; non riesci più a vivere e la vita non è più come prima, ecc.
Nel vangelo Maria piange ed esprime tutto il suo strazio: “Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto” (20,13). E’ un urlo disperato, sconvolto, lancinante: ti hanno tolto la cosa più cara che avevi.
Il problema della Maddalena è che considerava Gesù come il “suo” Signore (20,13). Si era attaccata a Lui e pensava di non poter vivere senza di lui.
Guardi tuo figlio, tuo marito, e lo senti tuo. Guardi ai tuoi amici e li credi tuoi. Ma non sono tuoi. Sono figli di nostro Padre Altissimo e di nostra Madre la Vita. Guardali e amali, ma non attaccarti. Guardali e vivi con loro, ma non possederli. Guardali e riempiti d’amore, ma non pretendere qualcosa da loro. Guardali e condividi con loro, ma non aggrapparti a loro. Guardali e unisciti, ma sappi distaccarti e ricorda che tu non sei loro. Guardali, donati e ricevi: ma non succhiare come le sanguisughe. Guardali, canta, fai festa e sorridi: ma tu hai la tua strada e loro la loro.
Nel vangelo si dice che Maria si volta indietro (20,14): è ancora legata al passato, a ciò che c’è stato, al bello condiviso insieme; è ancora ferma e ancorata lì. Ma ciò che c’è stato non c’è più; ciò che è stato è stato. E, infatti, dovrà rivoltarsi un’altra volta (20,16) e tornare a guardare avanti, al presente.
Morte, per Gv, è rimanere ancorati al passato, a ciò che c’è stato: se si guarda indietro non si può andare avanti. Proprio per questo Gesù le dirà: “Non mi trattenere!” (20,17), “lasciami andare”.
Sei arrabbiato perché ti hanno lasciato a casa dal lavoro… Non ti va giù che ti abbiano offeso davanti a tutti… Tuo padre voleva fare di te qualcosa che tu non volevi… Tua madre ti ha sempre gestito con il suo dolore… I superiori tentano di usarti per i loro scopi… Ti è morto una persona importante… Hai fatto un errore grave, di quelli che lasciano il segno… Sei ferito per ciò che hai subito nell’infanzia… Chi ti è vicino ti tratta come un incapace… Ce l’hai con te perché vorresti essere diverso e per questo ti odi… Ti sei accorto di aver molto ferito i tuoi figli… Sei arrabbiato perché credevi una cosa e invece è un’altra… C’è una persona che non sopporti che elimineresti… C’è qualcuno con cui hai dei conti in sospeso… Un incendio ti ha distrutto la casa… Sei arrabbiato con Dio perché non ha ascoltato le tue preghiere… Qualunque cosa sia: non trattenere: perdona, lascia andare, non rimanere attaccato al passato, a ciò che non c’è più o che non si può cambiare, ciò che è stato è stato, ciò che è successo è successo,
Vivi da uomo libero, non imprigionarti in questi legami mortali; lascia che i morti stiano con i morti, tu sei figlio della vita stai con la vita.

Il vero miracolo della Maddalena prima e degli apostoli dopo fu quello che lasciando andare Gesù, accettando la sua morte, non trattenendolo, se lo ritrovarono, poi, vivo dentro di loro.
Allora ciò che era morto diventò vivo; la morte divenne vita.
Ti muore chi ami? Lascialo andare, che vuol dire: piangi, senti lo strappo, il dolore, l’angoscia, butta via ciò che gli apparteneva e che, visto che non c’è più, non gli serve più, e impara a vivere senza di lui. Un giorno te lo ritroverai vivo dentro di te. La morte diventa vita!
Sei stato ferito, hai sofferto? Lascia andare, non trattenere il dolore. Se lo trattieni, soffri tutti i giorni. Esprimi il tuo dolore, la tua rabbia, rinuncia alla vendetta e accetta di essere stato ferito. Quando potrai pensare a quella situazione o a quella persona senza sentire né rabbia né dolore, senza dover nascondere qualcosa o vergognartene, senza provare odio o risentimento, senza dover “perdonare ma non dimenticare” (finché provi qualcosa di tutto questo sei ancora legato!), allora da quel fatto imparerai, diventerà per te fonte di saggezza e maestro di vita. La morte si trasformerà in vita.
Ti accorgi di essere vuoto o di essere insoddisfatto della tua vita. Se apri la finestra del tuo cuore è come aprire la fossa dei leoni, e chi ci vuole entrare? Ti sbraneranno. Ma se lo fai (all’inizio è dura!) tornerai a risentire la bellezza e il sapore della vita. Ti sembrava di morire e, invece, sei tornato a vivere.
Ti sei accorto che il rapporto con tuo figlio non esiste. Dover rimettere in discussione la tua educazione e il tuo modo di essere genitore è così doloroso che ti sembra di morire. Ma se fai così e cambi, un giorno tornerai ad avere un rapporto nuovo e vero con tuo figlio. Nella fondo della morte c’è la vita.
Quando un bambino sta per nascere deve dire qualcosa di simile: “Oddio, che succede, qui si muore, qui finisce questa vita”. E, invece, sta nascendo! Nella morte è racchiusa la vita.
E quando un giorno io morirò dirò più o meno le stesse parole: “Oddio, che paura! Cosa mi aspetta? Che ci sarà? Ci sarà qualcosa? E se non ci fosse nulla?”. E, invece, no, starò nascendo. E ci saranno due mani calde e piene di amore a prendermi, ad abbracciarmi e ad accogliermi. Nel fondo della morte c’è la vita.
Dietrich Bonhoeffer, pastore protestante, nell’aprile del 1945 viene giustiziato dai nazisti. Quando si apre la porta per andare verso la morte dice: “Vado verso al vita”. E’ così: solo chi può affrontare la morte può vivere.
Se vuoi vivere devi affrontare la morte. Chi ha paura di vivere ha paura della morte e si lascia bloccare da lei.
Sì, in certi giorni si muore. In certi giorni si entra nel sepolcro. Sì, certe cose devono finire. Ma non si può vivere senza morire, perdere, tagliare, lasciare; chi non vuol morire è già morto. Perché una cosa è morire e una cosa ben peggiore è essere morti.
L’uovo di Pasqua, con la sua “sorpresa” dentro, è proprio il simbolo di questo: pensavi che non ci fosse niente… e invece… che sorpresa! Sembrava la fine… e invece, era solo l’inizio! Sembrava la morte, la fine, e, invece, “sorpresa”: è la vita!
Chi osa morire scopre la grande verità di Pasqua: la vita è più forte della morte. Nella morte c’è racchiusa una vita ancora più grande, ancora più meravigliosa, ancora più viva.

Vangelo (Mc 15, 42-47)

Sopraggiunta ormai la sera, poiché era la Parascève, cioè la vigilia del sabato, Giuseppe d`Arimatèa, membro autorevole del sinedrio, che aspettava anche lui il regno di Dio, andò coraggiosamente da Pilato per chiedere il corpo di Gesù. Pilato si meravigliò che fosse già morto e, chiamato il centurione, lo interrogò se fosse morto da tempo. Informato dal centurione, concesse la salma a Giuseppe. Egli allora, comprato un lenzuolo, lo calò giù dalla croce e, avvoltolo nel lenzuolo, lo depose in un sepolcro scavato nella roccia. Poi fece rotolare un masso contro l`entrata del sepolcro.

Dietro a questo buio e a questo masso rotolato si è costretti ad andare oltre la propria vicenda personale e assaporare quel più ampio sentire del mondo: un sentire che serpeggia nel cuore di molte persona confuse. Nel mondo di oggi Dio è cercato, evitato, mal sopportato, negato. Alcuni lo cercano, altri diffidano di lui, non lo vogliono trovare. C’è chi soffre perché c’è Dio, chi soffre perché non c’è, chi perché sembra esserci e scomparire; insieme necessario e irrilevante. Il giorno del Sabato santo è il giorno dedicato agli atei, non agli atei teorici, non quelli che amano le discussioni sottili, non quelli che si attardano con il principio di non contraddizione, con l’incongruenza linguistica dei concetti. Forse questi non esistono più, o non sono mai esistiti; parlo invece degli atei pratici, quelli che fanno a meno di Dio prima di aver deciso se c’è o non c’è. Ma penso anche a quelli che soffrono in questa loro anteprima di decidere. Il Sabato santo è fatto anche per quell’ateismo che è in noi, e in tante persone, che si dibattono tra dolore e amore, tra corpo e spirito, tra sensualità e misticismo. Il Sabato santo raccoglie tutto il nulla possibile, ogni non senso temuto: per questo è il giorno più audace della libertà umana, la quale si spinge oltre se stessa, con sforzi senza esito, conati senza ritorno; ma il Sabato santo è insieme anche il giorno più triste, perché questa libertà umana è senza un interlocutore che la sappia sostenere, va in avanti verso il vuoto, nessuno la chiama, nessuno la interpreta, nessuno l’aspetta. Una libertà che non ha più contenuti sufficienti per vivere. Un uomo senza Dio. (…) Il Sabato santo, giorno della sepoltura, Dio scompare. Non è più, se pur c’era. E c’era: eravamo troppo abituati a starci sempre insieme, con lui. Questo il paradosso: noi, gente abituata ad avere Dio, ci troviamo in un momento, spinti dalle stesse istanze della fede, a considerare come un momento della stessa fede l’assenza di Dio, e non vorremmo. Nel giorno della sepoltura Dio diventa realtà del passato, del proprio passato. Gesù aveva detto di essere Dio, ma è morto. Questo è un dato storico reale; la morte non finta, non è un modo di dire, non è un chiudere gli occhi per poi riaprirli. Se reale potrà essere la resurrezione è necessario che sia reale la morte. Anche per noi dire reale significa morire.

(Severino Pagani, Farò la Pasqua da te)

 

Dal Vangelo del giorno

GIOVEDI SANTO    Gv 13,1-15

Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine.  Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto. Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo». Gli disse Pietro: «Tu non mi laverai i piedi in eterno!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!». Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti». Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete puri». Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi».

Nella cena del Signore

Quando il silenzio diventa una stretta al cuore, allora forse entriamo in contatto con la presenza di Dio fra noi. E diventa un tormento la Parola di ogni giorno perché trafigge le nostre indifferenze, affonda nei malesseri che afferrano il vivere. Beato tormento che rapisce per portare in quella zona inesplorata dell’anima dove la soglia dell’ “al di là” si schiude per condurre nel Mistero. La domanda del traditore: Sono forse io? le lacrime amare di Pietro… la solitudine dell’angoscia mortale: passi da me questo calice… e il martellare sulle mani del Cristo i chiodi delle nostre vendette, delle nostre pretese, dei nostri omicidi quotidiani. Sì, come possiamo chiamarci se non omicidi, quando uccidiamo la vita di Dio in noi? anche di fronte al Figlio innocente torneremo a scusarci?! siamo noi che inventiamo la croce ogni volta a quell’uomo che il Padre ha mandato per lasciarci il suo volto! possa il respiro che si estingue di quell’Amore lacerato e versato rianimare la nostra argilla screpolata e renderla santa reliquia di una vita redenta, una vita che non ha timore di lasciarsi inchiodare alla croce di Cristo per imparare a balbettare le parole di Dio. Un augurio di passione nella Vita del Risorto perché la tomba vuota sia il sepolcro delle nostre incongruenze! e finalmente poter dire: Resta con noi, Signore. Si fa sera… la notte non è più notte con te.

Dal Vangelo del giorno    Mt 26,14-25

In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariòta, andò dai capi dei sacerdoti e disse: «Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d’argento. Da quel momento cercava l’occasione propizia per consegnare Gesù.
Il primo giorno degli Ázzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Ed egli rispose: «Andate in città da un tale e ditegli: “Il Maestro dice: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli”». I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua. Venuta la sera, si mise a tavola con i Dodici. Mentre mangiavano, disse: «In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». Ed essi, profondamente rattristati, cominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?». Ed egli rispose: «Colui che ha messo con me la mano nel piatto, è quello che mi tradirà. Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!». Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l’hai detto».

Santa Teresa Benedetta della Croce [Edith Stein] (1891-1942)
La preghiera  della Chiesa, 19-20

« Dove vuoi che ti prepariamo, per mangiare la Pasqua ? »

        Sappiamo dai racconti degli evangelisti che Cristo ha pregato come ogni ebreo credente e fedele alla Legge… Pronunciò le antiche orazioni di benedizione, che ancora oggi sono recitate, per il pane, il vino e i frutti della terra, come ne testimoniano i racconti dell’ultima Cena, tutta consacrata all’adempimento di uno dei obblighi religiosi  più santi : il solenne pasto della Pasqua, il quale commemorava la liberazione dalla schiavitù d’Egitto. Forse in questo momento ci è data la visione più profonda della preghiera di Cristo, e come una chiave che ci introduce nella preghiera di tutta la Chiesa…

        La benedizione e la condivisione del pane e del vino facevano parte del rito del pasto pasquale. Ma l’una e l’altra ricevono qui un senso interamente nuovo. In questo momento nasce la vita della Chiesa. Certo, essa nasce in quanto comunità spirituale e visibile soltanto alla Pentecoste. Ma alla Cena, si compie l’innesto del tralcio sul ceppo, che rende possibile l’effusione dello Spirito. Le antiche orazioni di benedizione sono divenute nella bocca di Cristo, parole creatrici di vita. I frutti della terra sono divenuti la sua carne e il suo sangue, pieni della sua vita… La Pasqua dell’antica Alleanza è divenuta la Pasqua dell’Alleanza nuova.