Archivio per 23 aprile 2011

Vangelo (Mc 15, 42-47)

Sopraggiunta ormai la sera, poiché era la Parascève, cioè la vigilia del sabato, Giuseppe d`Arimatèa, membro autorevole del sinedrio, che aspettava anche lui il regno di Dio, andò coraggiosamente da Pilato per chiedere il corpo di Gesù. Pilato si meravigliò che fosse già morto e, chiamato il centurione, lo interrogò se fosse morto da tempo. Informato dal centurione, concesse la salma a Giuseppe. Egli allora, comprato un lenzuolo, lo calò giù dalla croce e, avvoltolo nel lenzuolo, lo depose in un sepolcro scavato nella roccia. Poi fece rotolare un masso contro l`entrata del sepolcro.

Dietro a questo buio e a questo masso rotolato si è costretti ad andare oltre la propria vicenda personale e assaporare quel più ampio sentire del mondo: un sentire che serpeggia nel cuore di molte persona confuse. Nel mondo di oggi Dio è cercato, evitato, mal sopportato, negato. Alcuni lo cercano, altri diffidano di lui, non lo vogliono trovare. C’è chi soffre perché c’è Dio, chi soffre perché non c’è, chi perché sembra esserci e scomparire; insieme necessario e irrilevante. Il giorno del Sabato santo è il giorno dedicato agli atei, non agli atei teorici, non quelli che amano le discussioni sottili, non quelli che si attardano con il principio di non contraddizione, con l’incongruenza linguistica dei concetti. Forse questi non esistono più, o non sono mai esistiti; parlo invece degli atei pratici, quelli che fanno a meno di Dio prima di aver deciso se c’è o non c’è. Ma penso anche a quelli che soffrono in questa loro anteprima di decidere. Il Sabato santo è fatto anche per quell’ateismo che è in noi, e in tante persone, che si dibattono tra dolore e amore, tra corpo e spirito, tra sensualità e misticismo. Il Sabato santo raccoglie tutto il nulla possibile, ogni non senso temuto: per questo è il giorno più audace della libertà umana, la quale si spinge oltre se stessa, con sforzi senza esito, conati senza ritorno; ma il Sabato santo è insieme anche il giorno più triste, perché questa libertà umana è senza un interlocutore che la sappia sostenere, va in avanti verso il vuoto, nessuno la chiama, nessuno la interpreta, nessuno l’aspetta. Una libertà che non ha più contenuti sufficienti per vivere. Un uomo senza Dio. (…) Il Sabato santo, giorno della sepoltura, Dio scompare. Non è più, se pur c’era. E c’era: eravamo troppo abituati a starci sempre insieme, con lui. Questo il paradosso: noi, gente abituata ad avere Dio, ci troviamo in un momento, spinti dalle stesse istanze della fede, a considerare come un momento della stessa fede l’assenza di Dio, e non vorremmo. Nel giorno della sepoltura Dio diventa realtà del passato, del proprio passato. Gesù aveva detto di essere Dio, ma è morto. Questo è un dato storico reale; la morte non finta, non è un modo di dire, non è un chiudere gli occhi per poi riaprirli. Se reale potrà essere la resurrezione è necessario che sia reale la morte. Anche per noi dire reale significa morire.

(Severino Pagani, Farò la Pasqua da te)