Archivio per 24 aprile 2011

Commento al vangelo del giorno

Gv 20,1-9

Il vangelo di Pasqua ci presenta tre figure: Pietro, Giovanni (l’altro discepolo) e Maria Maddalena. Tutti e tre vanno al sepolcro. La Maddalena per prima, gli altri accorrono dopo l’annuncio della donna.

Bisogna andare al sepolcro, questo è il primo messaggio della resurrezione. Nel sepolcro (20,1) tu credi di trovare la morte, la fine, la rottura, il marciume, il buio, invece… Il sepolcro è una pietra (20,1) che ti porti dentro, un macigno, un sasso, un blocco, un mattone, un freno, un complesso, una inconsapevolezza che hai dentro o fuori di te e che ti sembra inspostabile.
In Mc le donne si chiedono: “Chi ci rotolerà via il masso dall’ingresso del sepolcro?” (Mc 16,3). Non ti capita mai di dire: “E adesso cosa posso fare? Non ce la farò mai! Impossibile! Troppo per me!”? Quante volte abbiamo sentenziato la nostra fine: “Impossibile! E’ finita! Sono finito!”.
Pietra (sepolcro) è l’incapacità di provare sentimenti profondi e intensi e così non hai gioia vera dentro di te; pietra è la paura di mostrarsi per quello che si è e così mostri sempre una maschera e una facciata; pietra è il timore della propria vulnerabilità o del pianto e così ti tieni dentro tutto (e sei un vulcano!); pietra è un dolore silenzioso che ci urla dentro (hai subito violenza, abuso, la derisione di tutti); pietra è un segreto che ci portiamo con noi (non sei figlio di tuo padre; i tuoi non ti volevano); pietra è ogni paura che ci attanaglia (paura di parlare, di sbagliare, di dire cose stupide, di fare); pietra è la sofferenza di chi c’è stato portato via (la morte di un figlio, del compagno, di un genitore); pietra è il freddo e la solitudine che ci sentiamo dentro (ti senti distante da tutti e nessuno ti raggiunge); pietra è non riuscire mai a lasciarci andare (a godere, ad essere felici, ad abbandonarsi); pietra è non riuscire a trasmettere quanto abbiamo dentro (ho tanto amore ma non esce); pietra è sentirsi vuoti e sentire il non-senso del vivere (che io ci sia o che non ci sia è la stessa cosa); pietra è il freddo della morte (ho paura di morire, delle malattie, di rimanere da solo, degli anni che passano). Hai mai una pietra così tu? Ti ritrovi in questo?
Se ti ritrovi, sappi che andando al sepolcro, anche per te, si può trovare qualcosa di diverso. Bisogna andare al sepolcro, nel luogo della morte, perché se si evita l’incontro non si può trovare la vita.

All’annuncio di Maria Maddalena, Pietro e Giovanni corrono entrambi. L’evangelista fa notare però tutta una serie di differenze sottili fra Pietro e Giovanni. Perché entrambi vanno al sepolcro, solo che Pietro non vedrà niente mentre Giovanni intuirà qualcosa.
Innanzitutto quando Giovanni arriva si inchina (20,5), mentre Pietro no (20,6). Inchinarsi indica l’atteggiamento di umiltà di chi è disposto a lasciare e ad abbandonare le proprie idee, i propri ragionamenti, i propri schemi, di fronte a ciò che vede.
Giovanni è disponibile a lasciarsi plasmare di fronte a ciò che vede, a mettersi in gioco, a cambiare. Anche Gv aveva detto: “E’ finito tutto”. Ma di fronte a ciò che vede deve ricredersi: “No, non è vero che è finito tutto”. Pietro, invece, testa dura, no. E per questa sua non umiltà, qui non vedrà.
Nella vita bisogna inchinarsi, bisogna inginocchiarsi, bisogna accettare di cambiare, di aver sbagliato, di essersi sbagliati. Perché se tu hai deciso che niente cambierà, niente cambierà. Ma è così perché tu hai deciso così. Ma se tu cambi, la tua vita cambia. Pietro è l’ostinato: “Non si può fare nulla”. E, se credi così, nulla si farà.
Quando Giovanni arriva (20,5), dice il vangelo, vede le bende per terra (non si dice nulla del sudario). Quando arriva Pietro (20,6-7) vede le bende e il sudario. Le bende sono il simbolo della morte-vita, mentre il sudario è il simbolo della morte-fine.
Sembra un particolare irrilevante ma non lo è. Giovanni sta iniziando a percepire che qualcosa sta accadendo, Pietro, invece, è ancora imbrigliato dalla sua mente nella pura materialità dei fatti. Pietro dice: “Morte? Fine di tutto”. Giovanni: “Morte? Ma non è che nella morte sia dischiusa la vita?”.
Entrambi, poi si fanno una bella corsa. Gv descrive con minuzia chi arriva prima (Giovanni) e poi non entra; chi arriva dopo (Pietro) ed entra. Ma che solo il primo (Giovanni) vede e crede mentre il secondo (Pietro) no. Che c’interessa tutta questa descrizione particolare, precisa, minuziosa dei fatti?
Innanzitutto corrono e questo è fondamentale, decisivo. Se tu ti rassegni, se tu ti immobilizzi, se tu ti paralizzi, se tu ti fermi e decidi che non c’è più niente da fare, che non ha più senso vivere, insomma se tu non ti muovi un po’ (ti fai un po’ aiutare, accetti chi ti dà una mano, coltivi un po’ di fiducia, vai dove puoi trovare luce, ecc) allora non è più possibile nulla. Se tu non vuoi neppure metterti in gioco, allora hai già perso! Sepolcro vero è quando caduti in zone buie rifiutiamo ogni tentativo della Vita di farci uscire.
Pietro e Giovanni rappresentano due modalità con cui noi ci possiamo avvicinare alla Vita e alla fede. I loro nomi dicono già tutto.
Pietro, infatti, Cefa’, significa appunto pietra, duro, ostinato, “de coccio” (un nome che è un programma!); nel vangelo è colui che vuol capire solo con la testa, con la forza dei principi, che è solo razionalità.
Giovanni, che non si nomina mai nel vangelo di Gv ma di cui si dice “quello che Gesù amava” (20,2) è, come dice il nome, l’amore, l’intuizione, il sentimento, la parte emotiva, l’interiorità, la vibrazione.
La mente controlla il sentimento e cerca di contenerlo perché il sentimento è un’onda d’urto intensa e forte. La mente ci serve per capire (è Pietro che entra per primo 20,6!), per spiegare, per interpretare. Ma l’organo della vita è il cuore/anima; l’amore, la vitalità, lo stupore, la fede, la conoscenza di Dio, si percepiscono, si “sentono”, si sperimentano. Per fare tutto questo serve il cuore/anima; la mente spiega cos’è successo.
Di fronte ad un tiramisù la mente inizia a dire: “Qui c’è del caffè; i biscotti usati sono i Savoiardi; c’è un po’ di liquore, ecc”. Il cuore/mente prende il cucchiaino e se lo assaggia, lo gusta e ne sente la bontà.
Nessuno si è mai ubriacato con la parola “vino” e nessuno si è mai riscaldato con la parola “sole”. Dio, resurrezione, fede, Vita, è una persona di cui inebriarsi, appassionarsi, innamorarsi. Pietro, la mente, la durezza (quando tu non vuoi far spazio alla vita che c’è in te), non vedrà niente. Vedrà tante cose ma tutto quello che vedrà non provocherà niente in lui.
Giovanni, l’amore, l’interiorità, il sentimento profondo, non solo vedrà ma inizierà a capire, a percepire. Perché Giovanni entrerà con l’amore, con il cuore, con l’anima, con la parte sensibile… e vedrà! Quando parli con il tuo amore, guardalo negli occhi, entragli dentro. Senti non tanto cosa ti dice ma le vibrazioni del suo cuore; cogli la sua tristezza, il suo slancio, la sua meraviglia, la sua gioia, il suo amore. Quando abbracci il tuo amore, sentilo, percepiscilo, chiudi gli occhi, senti l’odore della sua pelle e il profumo del suo corpo. Quando canti, fermati e senti le onde che vibrano dentro di te; che provocano emozioni, che con un dolce ticchettio fanno risuonare le corde della tua anima. Quando sei in chiesa, fai silenzio, metti da parte ogni pensiero e ascoltati. Allora potrai percepire forte e chiara la presenza di Qualcun altro dentro di te. Ogni tanto fermati e ascoltati. All’inizio magari da dentro di te usciranno demoni e mostri. Ma se avrai pazienza, con calma, nel silenzio, nel tempo, scoprirai una sorgente inesauribile di vita e di luce dentro di te. E quando guardi i tuoi figli che giocano, non guardare al disordine che fanno o se si sporcano, cogli lo stupore, la voglia di vivere che pulsa da tutti i loro pori e lasciati contagiare.
Una storia racconta: “Ero sordo come una campana. Vedevo la gente che si alzava e faceva ogni sorta di giravolta. La chiamavano danza. A me pareva così assurdo… Poi un giorno sentii la musica. E allora capii: quant’era bella la danza”. Se un giorno sentirai la “musica” allora saprai veramente cos’è “la danza”!

Il vangelo ha un gioco particolarissimo di “sguardi” e usa tre verbi per dire “vedere”. Si usano i verbi: blepo, che è il vedere materiale (“Oggi c’era il sole”); theoreo, che è il vedere con attenzione, che suscita domande (“Cosa sarebbe la vita senza il sole!”); orao che è il vedere della fede, il vedere che entra dentro (“Ognuno di noi ha quel sole lì dentro di sé”). Pietro si ferma al theoreo (20,6): Pietro non vede niente. Giovanni passa dal blepo (20,5) all’orao (20,8) e quindi vede. Maria passa dal blepo (20,1) al theoreo (20,14) all’orao (20,18) e vede.
Arriva tuo figlio con un disegno e dici: “Sì, bello!” senza neppure guardarlo perché sei preso da te. Blepo! Prendi il disegno e gli dici: “Penso che ci hai messo molto impegno a farlo, bravo!”. Theoreo. Cogli che quel disegno l’ha fatto per te, che è un regalo per te: “Ma anch’io ti voglio tanto bene, tesoro!”. Orao.
Di fronte al volto di una persona: “Che brutto! Che bello! Che rughe! E’ ingrassato! E’ dimagrito!”. Blepo. Oppure: “Dev’essere successo qualcosa perché ha il volto più scuro”. Theoreo. Oppure: “Si vede proprio che sta soffrendo. Mamma mia com’è cambiato!”. Orao.
Di fronte a Dio: “Non l’ho mai visto Dio ma ci credo, sono andato anche a catechismo”. In realtà non vedi niente! “Sono in ricerca. Sento di aver bisogno, sento che mi manca qualcosa, sento che cerco un di più…”: theoreo. “L’ho visto: è venuto nella mia vita, mi ha sconvolto e cambiato: so che Lui c’è”: orao.
Ti muore una persona cara: “E’ finito tutto; mi manca da morire; che disgrazia”. Blepo. “Chissà se ci rivedremo? Chissà se c’è qualcosa? Sarebbe bello se ci fosse qualcosa”: theoreo. “Lo so che ci rivedremo; lo sento già adesso presente in me; non ho paura”. Orao.
Buddha una volta mostrò una rosa ai suoi discepoli e chiese a ciascuno di dire qualcosa su di essa. Essi l’osservarono… Uno pronunciò un discorso filosofico su di essa. Un altro compose una poesia sulla rosa. Un altro ancora fece una parabola sulla rosa. Mahakashyap, discepolo prediletto di Buddha guardò la rosa a lungo, sorrise e non disse niente. Poi chiuse gli occhi e continuò a vedere la rosa. “Lui ha visto”, commentò il Buddha.

Tutta la celebrazione di questa sera è piena di segni. I segni dicono tanto e dicono anche niente.
Il buio e la luce: può non dirti niente (blepo), essere romantico e affascinante (theoreo) o puoi sperimentare come la luce, la consapevolezza, vince il buio della tua vita (orao).
Il fuoco: può non dirti niente (blepo); può essere suggestivo accendere il fuoco in chiesa (theoreo) o puoi sperimentare di come il Fuoco di Dio possa eliminare, distruggere, cancellare tutto il male che c’è in te o di come Dio sia un Fuoco, una Passione che arde (orao).
La Pasqua viene sempre la domenica successiva alla prima luna piena di primavera: può non dirti niente (“Quest’anno Pasqua è bassa; quell’altro anno è alta!”; blepo); può essere interessante (è bello che Pasqua venga sempre in primavera; theoreo); può parlarti della tua vita: Pasqua è ogni volta che esci dall’inverno e che il calore e il sole torna a risplendere nella tua vita (orao). Se hai vissuto questo, allora sai cos’è Pasqua!

L’altro grande personaggio della resurrezione è Maria Maddalena, la vera protagonista in Gv.
Maria ha amato follemente Gesù, in maniera forte, passionale e viscerale. Gesù aveva dato la vita a lei (l’aveva liberata da sette demoni) e lei gli aveva donato la sua vita. Adesso “il suo amore” non c’è più, è morto, se n’è andato. Gli mancano le sue parole, i suoi abbracci, il suo sguardo, lo stare insieme, il riferimento.
Quando ti separi dal compagno di vita o quando muore, quando muore tuo figlio o chi amavi profondamente, senti uno strappo, una lacerazione, una frattura e cerchi in tutte le maniera di trattenerlo, di conservarlo.
Così ti tieni una foto; metti il suo nome a qualcun altro; lo porti al collo; indossi un suo gioiello; lo pensi; non riesci più a vivere e la vita non è più come prima, ecc.
Nel vangelo Maria piange ed esprime tutto il suo strazio: “Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto” (20,13). E’ un urlo disperato, sconvolto, lancinante: ti hanno tolto la cosa più cara che avevi.
Il problema della Maddalena è che considerava Gesù come il “suo” Signore (20,13). Si era attaccata a Lui e pensava di non poter vivere senza di lui.
Guardi tuo figlio, tuo marito, e lo senti tuo. Guardi ai tuoi amici e li credi tuoi. Ma non sono tuoi. Sono figli di nostro Padre Altissimo e di nostra Madre la Vita. Guardali e amali, ma non attaccarti. Guardali e vivi con loro, ma non possederli. Guardali e riempiti d’amore, ma non pretendere qualcosa da loro. Guardali e condividi con loro, ma non aggrapparti a loro. Guardali e unisciti, ma sappi distaccarti e ricorda che tu non sei loro. Guardali, donati e ricevi: ma non succhiare come le sanguisughe. Guardali, canta, fai festa e sorridi: ma tu hai la tua strada e loro la loro.
Nel vangelo si dice che Maria si volta indietro (20,14): è ancora legata al passato, a ciò che c’è stato, al bello condiviso insieme; è ancora ferma e ancorata lì. Ma ciò che c’è stato non c’è più; ciò che è stato è stato. E, infatti, dovrà rivoltarsi un’altra volta (20,16) e tornare a guardare avanti, al presente.
Morte, per Gv, è rimanere ancorati al passato, a ciò che c’è stato: se si guarda indietro non si può andare avanti. Proprio per questo Gesù le dirà: “Non mi trattenere!” (20,17), “lasciami andare”.
Sei arrabbiato perché ti hanno lasciato a casa dal lavoro… Non ti va giù che ti abbiano offeso davanti a tutti… Tuo padre voleva fare di te qualcosa che tu non volevi… Tua madre ti ha sempre gestito con il suo dolore… I superiori tentano di usarti per i loro scopi… Ti è morto una persona importante… Hai fatto un errore grave, di quelli che lasciano il segno… Sei ferito per ciò che hai subito nell’infanzia… Chi ti è vicino ti tratta come un incapace… Ce l’hai con te perché vorresti essere diverso e per questo ti odi… Ti sei accorto di aver molto ferito i tuoi figli… Sei arrabbiato perché credevi una cosa e invece è un’altra… C’è una persona che non sopporti che elimineresti… C’è qualcuno con cui hai dei conti in sospeso… Un incendio ti ha distrutto la casa… Sei arrabbiato con Dio perché non ha ascoltato le tue preghiere… Qualunque cosa sia: non trattenere: perdona, lascia andare, non rimanere attaccato al passato, a ciò che non c’è più o che non si può cambiare, ciò che è stato è stato, ciò che è successo è successo,
Vivi da uomo libero, non imprigionarti in questi legami mortali; lascia che i morti stiano con i morti, tu sei figlio della vita stai con la vita.

Il vero miracolo della Maddalena prima e degli apostoli dopo fu quello che lasciando andare Gesù, accettando la sua morte, non trattenendolo, se lo ritrovarono, poi, vivo dentro di loro.
Allora ciò che era morto diventò vivo; la morte divenne vita.
Ti muore chi ami? Lascialo andare, che vuol dire: piangi, senti lo strappo, il dolore, l’angoscia, butta via ciò che gli apparteneva e che, visto che non c’è più, non gli serve più, e impara a vivere senza di lui. Un giorno te lo ritroverai vivo dentro di te. La morte diventa vita!
Sei stato ferito, hai sofferto? Lascia andare, non trattenere il dolore. Se lo trattieni, soffri tutti i giorni. Esprimi il tuo dolore, la tua rabbia, rinuncia alla vendetta e accetta di essere stato ferito. Quando potrai pensare a quella situazione o a quella persona senza sentire né rabbia né dolore, senza dover nascondere qualcosa o vergognartene, senza provare odio o risentimento, senza dover “perdonare ma non dimenticare” (finché provi qualcosa di tutto questo sei ancora legato!), allora da quel fatto imparerai, diventerà per te fonte di saggezza e maestro di vita. La morte si trasformerà in vita.
Ti accorgi di essere vuoto o di essere insoddisfatto della tua vita. Se apri la finestra del tuo cuore è come aprire la fossa dei leoni, e chi ci vuole entrare? Ti sbraneranno. Ma se lo fai (all’inizio è dura!) tornerai a risentire la bellezza e il sapore della vita. Ti sembrava di morire e, invece, sei tornato a vivere.
Ti sei accorto che il rapporto con tuo figlio non esiste. Dover rimettere in discussione la tua educazione e il tuo modo di essere genitore è così doloroso che ti sembra di morire. Ma se fai così e cambi, un giorno tornerai ad avere un rapporto nuovo e vero con tuo figlio. Nella fondo della morte c’è la vita.
Quando un bambino sta per nascere deve dire qualcosa di simile: “Oddio, che succede, qui si muore, qui finisce questa vita”. E, invece, sta nascendo! Nella morte è racchiusa la vita.
E quando un giorno io morirò dirò più o meno le stesse parole: “Oddio, che paura! Cosa mi aspetta? Che ci sarà? Ci sarà qualcosa? E se non ci fosse nulla?”. E, invece, no, starò nascendo. E ci saranno due mani calde e piene di amore a prendermi, ad abbracciarmi e ad accogliermi. Nel fondo della morte c’è la vita.
Dietrich Bonhoeffer, pastore protestante, nell’aprile del 1945 viene giustiziato dai nazisti. Quando si apre la porta per andare verso la morte dice: “Vado verso al vita”. E’ così: solo chi può affrontare la morte può vivere.
Se vuoi vivere devi affrontare la morte. Chi ha paura di vivere ha paura della morte e si lascia bloccare da lei.
Sì, in certi giorni si muore. In certi giorni si entra nel sepolcro. Sì, certe cose devono finire. Ma non si può vivere senza morire, perdere, tagliare, lasciare; chi non vuol morire è già morto. Perché una cosa è morire e una cosa ben peggiore è essere morti.
L’uovo di Pasqua, con la sua “sorpresa” dentro, è proprio il simbolo di questo: pensavi che non ci fosse niente… e invece… che sorpresa! Sembrava la fine… e invece, era solo l’inizio! Sembrava la morte, la fine, e, invece, “sorpresa”: è la vita!
Chi osa morire scopre la grande verità di Pasqua: la vita è più forte della morte. Nella morte c’è racchiusa una vita ancora più grande, ancora più meravigliosa, ancora più viva.