Archivio per 9 Mag 2011

Regia: Marco Tullio Giordana.
Soggetto e sceneggiatura: Claudio Fava, Monica Zappelli, Marco Tullio Giordana. Fotografia: (colore) Roberto Forza.
Montaggio: Roberto Missiroli.
Musica: brani di repertorio.
Produzione: Italia, 2000, Titti Film e RAI Cinema.
Durata: 114’.
Interpreti: Luigi Lo Cascio (Peppino Impastato), Luigi Maria Burruano (Luigi Impastato), Lucia Sardo (Felicia Impastato), Paolo Briguglia (Giovanni Impastato), Tony Sperandeo (Tano Badalamenti), Andrea Tidona (Stefano Venuti).
Premi: Miglior sceneggiatura alla Mostra del cinema di Venezia 2000. 4 David di Donatello 2000: attore protagonista, attore non protagonista, sceneggiatura, costumi.

Giuseppe Impastato, giovane siciliano di Cinisi, è vicino di casa di Gaetano Badalamenti, il boss mafioso locale. Tra le loro abitazioni c’è la distanza di cento passi: il rifiuto di Peppino a percorrerli rappresenta la sua resistenza per non lasciarsi assorbire dall’orizzonte della mafia. Adolescente, sfida le regole imposte dalla mafia e prende posizione come può, contro tutti, persino contro suo padre. Si schiera contro la mentalità corrente attraverso i comizi e le mostre fotografiche in piazza, con il giornalino indipendente e Radio Aut, l’emittente libera che ha fondato. Parla chiaro, senza mezzi termini. Denuncia “Mafiopoli” e tutti i suoi notabili. Un personaggio troppo scomodo perché avversari tanto potenti lo lascino vivere.

 

Quella di Peppino Impastato, è solo ribellione adolescenziale?

Perché sceglie di servirsi della radio, per le sue denunce?

Secondo Peppino il rischio maggiore di fronte alla mentalità di mafia è quello di “non accorgersi più di niente”: sei d’accordo? Perché?

Si può affermare che con la sua vita Peppino Impastato è stato “luce del mondo, sale della terra”?
Giuseppe Impastato non è un “santo”: il discorso religioso non traspare dal film, non sappiamo se si sia interrogato a riguardo. Ma con la sua vita è stato certamente “luce del mondo, sale della terra”. Luce, per il suo desiderio di verità e di onestà, perché non si è mai arreso alle “tenebre” che lo circondavano. Sale, perché nella sua breve esistenza non si è mai rassegnato alla mediocrità e al conformismo. Non ha permesso a se stesso di diventare “insipido”. Al contrario, ha incarnato l’invito che il Papa ribadisce quest’anno ai giovani di tutto il mondo: “Nulla vi accontenti, che stia al di sotto dei più alti ideali”.
Peppino è un ribelle. Uno che non lascia in pace e che non si dà pace. Ma la sua non è semplicemente l’irrequietezza dei vent’anni. È il dibattersi di chi si sente imbrigliare sempre più in un meccanismo stritolante, ancora più pericoloso, perché genera assuefazione. Per questo si trova ad urlare nella notte, al fratello Giovanni: “ …98, 99, 100. Sai chi abita qua? Lu zi’ Tano ci abita qua.
Cento passi ci sono da casa nostra! Cento passi! Vivi nella stessa strada, prendi il caffè nello stesso bar… alla fine ti sembrano come te. […] Noi ci dobbiamo ribellare, prima che sia troppo tardi.
Prima di abituarci alle loro facce. Prima di non accorgerci più di niente!”.

Peppino respinge l’indifferenza e il silenzio, comuni in chi gli vive accanto. Rifiuta di ignorare quello che accade sotto i suoi occhi, di fare finta di niente. Sente l’urgenza di tenere desta l’attenzione, di disturbare le coscienze che si sono abituate allo stato delle cose.
Rifiuta di lasciarsi spegnere, distrarre dal suo impegno di agente disturbatore per la comunità in cui vive. Sa bene che troppi aspettano proprio questo: che rinunci per dedicarsi ad altro.
In un’estate di contestazioni giovanili, anche la denuncia di Peppino rischia di essere smorzata da altri discorsi, più accattivanti e meno scomodi, come quelli proposti dai giovani hippies che per un periodo frequentano Radio Aut. Ma lui non ci sta e il perché lo confida al microfono: “Viene voglia di piantare tutto e andare via dietro a loro. Ma qui non siamo a Parigi, non siamo a Berckeley, non siamo a Woodstock e nemmeno all’isola di White. Qui siamo a Cinisi, in Sicilia. Dove non aspettano altro che il nostro disimpegno, il rientro nella vita privata. Per questo ho voluto occupare simbolicamente la radio. Per richiamare la vostra attenzione. Ma non voglio fare tutto da solo. Bisogna che ognuno di noi ritorni al lavoro che ha sempre fatto: cioè informare, dire la verità”.
L’avvio della radio era stata una decisione importante. Non uno svago, ma il linguaggio che gli concede il più grane margine di libertà. Rappresenta il suo rifiuto a lasciarsi gestire: “A me mi basta che ci sentano a Cinisi. […] Quando tira vento, quando c’è sole, quando c’è pioggia. Quando non mi danno il permesso di fare un comizio, quando mi sequestrano il materiale… L’aria non ce la possono sequestrare”. Conosce le potenzialità dello strumento radiofonico, usa l’ironia, il tono scanzonato e irriverente, tiene desta l’attenzione con la risata.
La sua scelta di non farsi addomesticare, si concretizza nella sua candidatura alle elezioni comunali, come spiega lui stesso a Stefano Venuti: “Quello che ho fatto alla radio, lo farò in consiglio comunale. Li controllo, li marco stretti. Li costringo a rispettare le leggi”.
Sono in molti a reputarlo un pazzo. Suo padre, Luigi, ha solo questa preoccupazione: mettere a tacere il figlio, fermare questo giovane incosciente. Arriva ad aggredirlo, a cacciarlo di casa per questo, dopo l’articolo di denuncia sul giornalino “L’Idea socialista”. Persino davanti alla bara di Peppino, l’unico commento del cugino Anthony è in questo senso: “Peppino… sangue pazzo”.
Eppure non è uno sconsiderato né si è messo a rischio per sprezzo del pericolo. Anzi, ha paura. Sa che sta mettendo in gioco la sua vita, che con le sue parole firma la sua condanna a morte. Ma non tace. Risulta scomodo ai politici locali quando ha il coraggio di tenere i comizi in piazza proprio sotto le finestre del sindaco, per denunciare gli intrallazzi di mafia nelle decisioni dell’amministrazione comunale. Peppino sarà scomodo anche da morto, al punto che polizia e magistratura cercheranno di chiudere sbrigativamente il caso decretando l’accaduto un suicidio.
Sua madre negli ultimi vent’anni si è battuta perché la verità venisse a galla, perché i colpevoli dell’omicidio venissero individuati, perché la voce coraggiosa del figlio non si spegnesse. Davanti alla bara, quando Anthony considera che dopotutto Peppino “era uno di noi”, Felicetta interviene: “No. Non era uno di voi. E io vendette non ne voglio”.
I “padroni di Cinisi” si sentono onnipotenti, convinti di avere potere di vita e di morte su Peppino. E in effetti ne decretano la morte. Ma non riescono a far tacere le sue idee, il fermento che ha avviato agendo su tanti fronti, facendo crescere una coscienza comune.
Ne è segno tangibile quanto è stato fatto da chi ha raccolto il testimone lasciato da quest’uomo che ha dato tutto, persino la sua stessa vita per affermare con dignità quello in cui credeva.

VANGELO DEL GIORNO (Gv 6,22-29)

 

Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna.
+ Dal Vangelo secondo Giovanni
Il giorno dopo, la folla, rimasta dall’altra parte del mare, notò che c’era una barca sola e che Gesù non era salito con i suoi discepoli sulla barca, ma soltanto i suoi discepoli erano partiti. Altre barche erano giunte nel frattempo da Tiberiade, presso il luogo dove avevano mangiato il pane dopo che il Signore aveva reso grazie. Quando dunque la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafarnao alla ricerca di Gesù. Trovatolo di là dal mare, gli dissero: “Rabbì, quando sei venuto qua?”. Gesù rispose: “In verità, in verità vi dico, voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo”. Gli dissero allora: “Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?”. Gesù rispose: “Questa è l’opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato”.

 

 

San Tommaso Moro (1478-1535), statista inglese, martire
Dialoghi del conforto nelle tribulazioni

« Questa è l’opera di Dio : credere in colui che egli ha mandato »

Il fondamento sul quale ci appoggiamo, è la fede. Senza la fede, è inutile sperare che si possa portare qualche conforto spirituale… Quale sostegno infatti, la Santa Scrittura potrebbe procurare a uno che non credesse che essa sia la Parola di Dio, e che questa sua Parola sia vera ? Sicuramente uno trarrà poco profitto da essa, se non crede che sia la Parola di Dio, o se, ammesso che lo sia, crede che essa possa contenere errori ! Ognuno troverà conforto nelle parole della Santa Scrittura a seconda della fortezza della sua fede.

Nessuno può acquistare da sè questa virtù della fede, e nessuno può darla a qualcun altro … La fede è un dono gratuito di Dio e, come dice san Giacomo : « Ogni buon regalo e ogni dono perfetto viene dall’alto e discende dal Padre della luce » (Gc 1, 17). Per cui, noi che sentiamo da molti segni quanto sia debole la nostra fede, preghiamo affinché egli la fortifichi.