Non basta stare a guardare verso il cielo

Pubblicato: 20 maggio 2012 in Ad gentes, Fermati sul monte, Gruppo Biblico, Lo Specchio del Vangelo, Vangelo del giorno

ASCENSIONE DEL SIGNORE (ANNO B)

Dal Vangelo secondo Marco 16,15-20

In quel tempo, [Gesù apparve agli Undici] e disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno». Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio. Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano.

Non basta stare a guardare verso il cielo, in attesa degli eventi; il comando è impellente: <<Sarete testimoni fino ai confini della terra>> (v. 8). Anche l’ascensione ha il suo messaggio, come l’incarnazione, come la risurrezione: oggi è detto con forza: <<ritornerà>> (v. 11).

Di fronte all’affresco teologico dell’ascensione ci possono essere tre reazioni: l’incredulità (Mc 16,14; Mt 28,17); l’illusione di un messianismo evasivo e clamoroso; l’adesione autentica, quella che trasforma il credente in missionario. È questo l’unico sbocco dell’evento: una comunità di uomini, che in Cristo si fa chiesa,strappate dalla prigione dello spazio e del tempo, testimone di speranza. Si potrebbe anche ricordare, per inciso, che la trasmissione della fede il Risorto non l’affida alle <<apparizioni>>, di qualsiasi spessore possano essere, ma alla testimonianza. Quella è sicura; il resto lascia molte ambiguità. Davanti al sepolcro vuoto ha inizio la fede; dall’ascensione incomincia la speranza cristiana. Anche in tempi di fallimenti.

Attendere può avere diversi significati. In termini sindacali, il tempo dell’attesa è un tipo di prestazione che impone intervalli di inattività ed è in contrapposizione al lavoro effettivo. L’attesa del cristiano, per essere effettiva, si fa speranza, cioè fiducioso desiderio di incontrare il Signore Gesù, la visione beatificante di Dio, la pienezza gioiosa della vita eterna. Stiamo attendendo Dio, che è già venuto in Cristo e, dopo la sua ascensione al cielo, ritornerà, e la psicologia dell’attesa, senza trasformarsi in psicosi collettiva, deve dominare il nostro vivere (Eb 13,14; Fil 3,20).chi aspetta ardentemente qualcuno è preso dal desiderio di lui. Se è attento a ciò che gli accade intorno, non si lascia invischiare da quanto avviene perché il suo spirito è orientato altrove.. e per chi vive nell’attesa il tempo non passa mai, perché l’ansia che gli urge dentro e il desiderio del Signore diventa l’unica occupazione e il solo impegno. Questa attesa è anche il principio unificatore della vita. Il segreto della santità a cui tutti sono chiamati è che tutto alimenti l’unica attesa di Dio. Allora, anche fra mille occupazioni, le giornate nelle quali si vivrà, intrisi dell’attesa di Dio, saranno raccolte; in apparenza travolgenti e scarnificanti, in realtà risulteranno semplici,ricche, unitarie, perché tutto sarà orientato in una sola direzione. Ecco perché i santi, in ultima analisi, sono i veri <<aspettatori>> di Dio. Per i santi l’universo e la natura non sono altro che la voce di Dio che chiama, nella loro caducità, ad accendere il desiderio, la brama dell’atteso. Nasce così la loro costante contemporaneità di sentimenti, per cui l’ora di Dio arriva sempre troppo tardi e si accentua il desiderio di fare molto per il Signore, di avere tutta la vita occupata per la sua gloria. Diventa attesa e preparazione all’eternità. Il senso dell’eternità è frutto della speranza. Questa visione esatta dell’attesa è oggi più che mai una prospettiva stupenda, di cui gli uomini sentono un bisogno segreto e struggente. Purché trovino altri compagni di viaggio che si mettano sulla lunghezza d’onda di Dio, invertendo marce e tendenze, con la stessa caparbietà con cui Dio spera negli uomini. Speranza è anche non vergognarsi di andare controcorrente, farsi trovare al punto giusto, nel ruolo esatto per portare la propria pietra alla costruzione di una nuova civiltà e accontentarsi di cogliere un piccolo varco aperto nel muro che ci avvolge e lasciare passare il filo d’erba della concreta esperienza, nella certezza dei fiori, dei frutti che verranno. Col tempo e con la pazienza di Dio.

Dopo l’ascensione gli apostoli si sono rimessi insieme, appoggiando i cocci dei loro fallimenti, sull’assenza del loro Maestro, con Maria, in attesa dello Spirito Santo. Dall’ascensione al cenacolo il passo è breve, ma significativo. Se Cristo è la speranza dell’uomo, se è la risposta definitiva alla sue domande e se egli vive nella chiesa, la chiesa diventa sorgente e fonte della speranza nella credibilità della sua realtà di comunità visibile. La speranza non è un frutto isolato di una personale ricerca, ma ciascuno l’attinge nell’esperienza viva della chiesa in cui è stato battezzato e dove Cristo è presente e raduna tutti i credenti. Nella chiesa, come nel cenacolo, anche le sconfitte più agghiaccianti si ridimensionano, si filtrano, si finalizzano, si sublimano e si armonizzano. Insieme, tutti, per essere unità nella fede e nella carità. Soltanto dove ci si aiuta reciprocamente, l’esempio dell’uno influisce sull’altro e nessuno si sente <<isola>>, abbandonata a se stessa. Questo è uno degli aspetti che nella vita della chiesa è stato un po’ trascurato, indebolendo così il senso comunitario e lo sforzo di vivere la fede in modo ecclesiale, nell’appartenenza responsabile. La chiesa deve ritornare ad essere il luogo dove si spera, cioè dove si ha il coraggio di non vergognarsi di quelle realtà che oggi quasi più nessuno vive e che spesso non vengono richiamate nelle omelie, ma senza le quali il mondo sta diventando un campo di battaglia o un cimitero. Basterebbe pensare cosa succederebbe se ci fossero tante comunità, dove realmente ci si vuole bene, dove i biglietti da visita non contano più di tanto, dove non c’è differenza e diffidenza, emarginazione, sfruttamento, dove si comincia sempre da capo nella correzione fraterna, riprendendosi a vicenda, forti della grazia di Dio, ma anche della comprensione, dell’aiuto e della fiducia tra fratelli. Là dove oggi ci può essere controtestimonianza, potrebbe nascere la speranza. Attorno ci sarebbe meraviglia, richiesta di chiarimenti, ammirazione e, poi, contagio.

Questo è lo spirito del vangelo e la pedagogia dell’ascensione. Potrà essere gratificante evadere dall’impegno ma non è secondo il comando del Signore: <<Mi sarete testimoni>>.

P.P.

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