Archivio per luglio, 2012

+ Dal Vangelo secondo Matteo Mt 13,36-43

In quel tempo, Gesù congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo».  Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!».

Nella nostra vita, nel nostro presente, siamo chiamati a crescere, proprio come i semi nel campo. Dobbiamo quindi decidere cosa essere: grano o zizzania? Questi sono infatti i risvolti degli atteggiamenti che ogni giorno teniamo; se non vogliamo “finire nel fuoco” come la zizzania dobbiamo stare bene attenti a non buttare la nostra vita, a non essere inutili e passivi, ma invece veri e ricchi, come il grano. La mietitura rappresenta simbolicamente il giorno del giudizio, ma in realtà è la fine di ogni giornata nella quale capiamo cosa abbiamo fatto nascere e crescere, tutti i giorni ci dobbiamo mettere alla prova e in cammino verso l’Amore e la bontà che Gesù ci ha insegnato. Se vogliamo essere persone splendenti dobbiamo quindi nutrire il nostro buon seme per far sì che si possa raccogliere molto più di quello che si ha seminato. Siamo quindi chiamati a scegliere, continuamente, da che parte vogliamo stare, cosa vogliamo diventare, cosa vogliamo dare e lasciare nel mondo. La zizzania e il grano crescono insieme, come in ognuno il bene e il male, i pregi e i difetti … sta a noi coltivarne una a discapito dell’altra e Gesù con questa parabola ci vuole dire che se coltiveremo con pazienza l’Amore e il bene che c’è in noi raggiungeremo il regno dei cieli, e cioè l’essere felici per sempre.

★ Riflessione di Anna ★

Dal Vangelo secondo Matteo 13,31-35

In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami».
Disse loro un’altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».
Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta:
«Aprirò la mia bocca con parabole,
proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo».

Gesù continua a parlare del regno di Dio e lo paragona a un granello di senapa e al lievito. Questa parabola probabilmente rispondeva alla domanda dei primi ascoltatori di Gesù: com’è possibile che il regno dei cieli possa presentarsi in modo così stentato? Il granello di senapa è ritenuto il più piccolo di tutti i semi. Ma, una volta cresciuto, riesce a raggiungere l’altezza di due o tre metri e può accogliere tra i suoi rami anche gli uccelli. Gesù dice che avviene così per l’opera del Vangelo: all’inizio si presenta modesta, insignificante, debole, come la più minuta delle sementi. Ed è vero. Cosa c’è di più debole del Vangelo? È solo una parola che può essere disattesa, dimenticata, allontanata. Tuttavia, se è accolta e fatta crescere, diviene ben visibile e allarga il suo influsso oltre noi stessi. Questa lezione viene ripresa nella parabola seguente. Una donna vuole cuocere del pane. Alla massa della farina aggiunge una piccola quantità di lievito; impasta il tutto e poi lo copre con un panno e lo lascia fermentare tutta la notte. Al mattino, tutta la pasta è fermentata da quel pugno di lievito. Anche qui l’evangelista fa notare la sproporzione tra l’umiltà dell’inizio e la grandezza della fine. Così è del Vangelo. Queste parole ci dicono che non conta il piccolo numero e la quantità poco appariscente; davanti a Dio conta essere davvero lievito. Così è anche per la comunità dei credenti: essa è piccola e debole, ma se si lascia guidare dallo Spirito del Signore diventa una pianta che accoglie tanti e un lievito che fermenta la vita degli uomini.

fonte Mons. Vincenzo Paglia

Dal Vangelo secondo Giovanni 6,1-15

In quel tempo, Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei.
Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo».
Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini.
Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano.
E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.
Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.

Questo racconto è ripetuto nei vangeli ben sei volte. Questo ci fa capire quanto lo ritenessero importante. Giovanni, ultimo a scriverlo, lo ambienta in un contesto pasquale e presenta Gesù come il nuovo Mosè, che prima attraversa il lago, che chiama mare, e poi sale sul monte, come Mosè.

Alla fine alza lo sguardo e vede un’umanità infinita affamata. Li fa sedere in un posto dove c’era molta erba; segno che è il buon pastore perché ha saputo guidare il suo gregge dove c’è pascolo abbondante.

Domanda a Filippo dove si può comperare il pane per tanta gente, per mettere in evidenza che certi problemi con i soldi non si riesce a risolverli. Lo vediamo anche oggi, con i problemi che affliggono l’Italia e tanti altri paesi; si cercano soldi dappertutto, ma il problema rimane.

Gesù aspetta una risposta vera, e alla fine arriva. Un ragazzino si è portato dietro la sua merenda, ragazzo sveglio e previdente che, sentendo la domanda di Gesù, invece di spaventarsi guardando all’ampiezza del problema che Gesù ha sollevato, invece di andarsi a mangiare la sua merenda di nascosto da qualche parte o di tenersela stretta perché si salvi chi può, la tira fuori, e tirandola fuori, quella piccola bisaccia, diventa la bandiera più grande che il mondo abbia conosciuto e che da allora ha salvato e aiutato milioni di persone e cambiato il mondo. Quella merenda è la risposta che Gesù aspettava e accoglie sorridendo. Questo ragazzo, di cui non conosciamo il nome, ha creduto in Gesù e cosi facendo ha innalzato la bandiera della solidarietà.

Pensate: Gesù afferma che duecento denari, cioè la paga di duecento giorni lavorativi, non son sufficienti per sfamare questa gente, mentre cinque pani e due pesci (5+2=7 numero perfetto) sono sufficienti e ci saranno anche avanzi, da raccogliere. Come è possibile ciò? Lo vediamo anche oggi che quando qualcuno crede nel Signore e nell’amore, parte una catena di solidarietà che è capace di smuovere il mondo e di cambiare il corso della storia.

Questo ha fatto Gesù quel giorno, grazie a quel ragazzo e questo possiamo fare noi anche oggi, li dove abbiamo il coraggio di alzare lo sguardo e vedere i problemi di chi ci sta intorno. Tanto è vero che già Eliseo lo fece molti anni prima di Gesù. Gli viene portato un regalo importante se se lo fosse mangiato da solo, ma che diventa una cosa ridicola se si mette nelle mani di tutti; eppure Eliseo, condividendo il dono con tutti, sfama tutti i presenti non con un miracolo, ma proponendo semplicemente di condividere il poco che ha. Questo, nell’economia spietata di mercato, non funziona, ma dove si lancia l’economia dell’amore funziona benissimo.

In sintesi diciamo che la proposta della condivisione del pane e il comandamento dell’amore, sono la stessa cosa, ed è questo che rende la religione concreta, fatta di fatti più che di riti, perché la preghiera e la messa ci vogliono e ci aiutano, ma è dalla solidarietà che nasce la fraternità che tutto vince. E’ la via concreta per rivelare che il Cristianesimo è una cosa da vivere. Essere cristiani significa camminare sulle orme di Gesù come questo ragazzo che sogna in un mondo migliore e tira fuori la sua merenda per vivere la gioia della condivisione.

fonte padre Paul Devreux

Dal Vangelo secondo Matteo 13,24-30

In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo:
«Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania.
Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”.
E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. “No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio”».

Spesso è forte la tentazione di allontanare o isolare ciò che è diverso, che non capiamo o che ci sembra cattivo o non condivisibile. Cerchiamo di vivere solo con chi condivide i nostri stessi interessi, i nostri ideali, il nostro modo di vedere le cose. Quante volte cerchiamo di escludere, anche involontariamente, chi consideriamo “diverso” o semplicemente non fa le cose come le faremmo noi? Prima di tutto dobbiamo imparare a rispettare il nostro prossimo e a ricordarci che anche quello che può a prima vista sembrare “zizzania” in realtà può essere “grano”: anche quello che a noi può sembrare privo di valore o del tutto sbagliato in realtà può valere tanto quanto noi o di più, e non si può escluderlo. Poi dobbiamo convincerci che solo il Signore giudicherà, alla fine, e sarà Lui, nel momento della “mietitura”, a distinguere ciò che è “zizzania” da ciò che è “grano”.

Riflessione di Jacopo

Dal Vangelo secondo Matteo 13,18-23

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno».

Gesù è come il seminatore che mentre semina sparge i semi facendoli cadere un pò ovunque, non solo dove la terra è buona e sicuramente darà buoni frutti, ma anche sulla strada, tra i sassi e tra i rovi dove il seme morirà senza portare alcun frutto. Così fa Gesù con la sua parola, da a chiunque la possibilità di ascoltarla, non solo a coloro di cui ha la certezza che la faranno fruttare, che la accoglieranno pienamente nel loro cuore e la metteranno in pratica nella loro vita, ma la rivolge a tutti anche a coloro che in un primo momento non riusciranno a comprenderla e la dimenticheranno, o a coloro che la accoglieranno con gioia ma non riusciranno a farla fruttare perchè soffocata dalle preoccupazioni e dalle tribolazioni. Anche a costoro Gesù getta un piccolo seme con la speranza che prima o poi possa “attecchire” e portare frutto. Il seme, dopo essere stato piantato, deve essere coltivato, curato, alimentato e così è per la parola di Dio, affinchè porti frutto nella nostra vita e in quella di chi ci sta vicino, deve essere continuamente ricercata e meditata e accolta come un grande dono. Fa o Signore che il nostro cuore sia come il terreno buono e fertile nel quale la tua parola possa trovare dimora e portare molto frutto.

Riflessione di Cosy

Dal Vangelo secondo Matteo 13,10-17

In quel tempo, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Perché a loro parli con parabole?».
Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono.
Così si compie per loro la profezia di Isaìa che dice:
“Udrete, sì, ma non comprenderete,
guarderete, sì, ma non vedrete.
Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile,
sono diventati duri di orecchi
e hanno chiuso gli occhi,
perché non vedano con gli occhi,
non ascoltino con gli orecchi
e non comprendano con il cuore
e non si convertano e io li guarisca!”.
Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!».

Questo brano mi fa riflettere sull’importanza di saper leggere i segni dei tempi. Mi vengono in mente quei finanziari che come lavoro devono avere la capacità di leggere i mercati e di prevederne l’andamento futuro tramite certi segnali; era il lavoro che ha fatto mio babbo in banca per degli anni.
Anche lì c’è chi è più e chi meno bravo, diciamo “portato”. Credo che valga la stessa cosa per la grazia del Signore: ciascuno di noi, a modo suo, può mettersi di fronte ad un brano della Parola e riceverne qualcosa, chi più chi meno, dipende da quanto siamo in grado di accogliere un messaggio oggi quanto mai rivoluzionario, sconvolgente, che ribalta le categorie a cui siamo abituati. E’ una sfida dura perchè in sto mondo ci viviamo, ci cresciamo e ne siamo completamente immersi…ma quanto ne siamo sopraffatti? Di che cosa siamo realmente servi/schiavi? Della libertà o di tutto il resto?
Prego perchè Gesù ci renda (per i più fortunati mantenga) semplici e umili di cuore. Un abbraccio, fratelli 🙂

Riflessione di Ciccio

Dal Vangelo secondo Matteo 20,20-28

In quel tempo, si avvicinò a Gesù la madre dei figli di Zebedèo con i suoi figli e si prostrò per chiedergli qualcosa. Egli le disse: «Che cosa vuoi?». Gli rispose: «Di’ che questi miei due figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno». Rispose Gesù: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io sto per bere?». Gli dicono: «Lo possiamo». Ed egli disse loro: «Il mio calice, lo berrete; però sedere alla mia destra e alla mia sinistra non sta a me concederlo: è per coloro per i quali il Padre mio lo ha preparato».
Gli altri dieci, avendo sentito, si sdegnarono con i due fratelli. Ma Gesù li chiamò a sé e disse: «Voi sapete che i governanti delle nazioni dóminano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo. Come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

Viviamo in un mondo dove, proprio come dice Gesù ” i governanti delle nazioni dòminano su di esse e i capi le opprimono” …dove c’è tanta prepotenza; l’importante è essere sempre i primi, i più bravi, i più perfetti e più ricchi, e spesso e volentieri capita che per fare cio si scavalchino le persone, i loro sentimenti, le loro vite… non importano i valori e le cose importanti!…. abbiamo fondato una società nella quale per stare “bene” e per essere “felici” si pensa che bastino i soldi. Le persone non capiscono più cosa sia davvero importante per essere felici…. eppure questo vangelo ce lo dice chiaramente    “chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi sarà il vostro schiavo”   non bisogna mettersi primi tra i potenti ma bisogna mettersi tra i servitori “come il figlio dell’uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la prorpria vita in riscatto per molti”   … spesso ci chiediamo perché il mondo va male; la risposta è semplice siamo lontani dalla parola di Gesù, cerchiamo dove non dovremmo cercare, facciamo quello che non dovremmo fare;  quando basterebbe farsi piccoli, essere umili, ascoltare la parola del Signore e mettersi al servizio…

Signore, perdonaci se siamo lontani da quello che tu hai pensato per noi ma aiutaci a prendere la strada giusta per trovare la luce!

Riflessione di Ali

+ Dal Vangelo secondo Matteo Mt 12,46-50

In quel tempo, mentre Gesù parlava ancora alla folla, ecco, sua madre e i suoi fratelli stavano fuori e cercavano di parlargli.  Qualcuno gli disse: «Ecco, tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e cercano di parlarti».  Ed egli, rispondendo a chi gli parlava, disse: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?».  Poi, tendendo la mano verso i suoi discepoli, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre».

Per Gesù è giunto il momento di sciogliere e rompere le classiche barriere per dare vita ad una nuova comunità, non fondata su famiglie ristrette e chiuse, ma su persone che si aprono all’ascolto della Parola di Dio e decidono di rendere l’esplicazione della sua volontà la loro vita. Gesù è come sempre un provocatore ed un innovatore nella sua società, in cui per l’appartenenza alla religione ebraica i rapporti di sangue risultavano un fattore determinante; egli infatti indica i suoi discepoli e tutti coloro che lo seguono e credono come la sua nuova famiglia. Non è più fondamentale il clan o il legame di sangue, quello che conta è l’essere cristiani, nel credere in lui gli uomini divengono una comunità cristiana, la famiglia di Gesù; la Parola ascoltata genera una corda, molto più lunga e salda del sangue parentale, che racchiude i fratelli e sorelle di Cristo, i credenti. Nel Vangelo l’evangelista Matteo fa notare come i parenti siano “fuori” e quindi non in ascolto di Gesù, mentre i discepoli sono “dentro”, sono cioè per la Parola del Signore all’interno della corda immaginaria che traccia il cerchio della famiglia cristiana. Trasportato ai nostri giorni, credo infatti che questo brano ci voglia dire che non dobbiamo cadere nell’errore di dare per scontata la nostra parentela con Gesù, solo perché nati in una comunità e cultura credente o battezzati all’interno di essa; quello che ci fa davvero famigliari di Cristo è il nostro impegno all’ascolto ma soprattutto all’ azione, trasformare cioè gli insegnamenti appresi in qualcosa di concreto, utile e buono per il mondo che ci circonda. Dobbiamo quindi mettere in pratica la Parola, rendendola viva. Non basta cercare il Signore, ma si deve cercare la sua volontà per poi agire. Credo che oltretutto per essere una vera comunità, al di là di avere uno scopo comune, bisognerebbe cercare di camminare insieme; soprattutto per noi giovani è difficile trovare delle risposte e dei segnali di pista da seguire per costruire delle basi forti alla nostra fede, provando quindi ad accompagnarci l’un l’altro esponendo i nostri dubbi, certezze, discutendo di cosa sinceramente proviamo e in cosa fermamente crediamo, forse sulla nostra strada ci sarebbero meno ostacoli. Gesù ci ha lasciato la chiave per rendere indissolubile la corda che ci unisce in lui, nell’ Amore: l’ascolto. Cerchiamo di ascoltare veramente cosa ci vuole dire e viviamo insieme come fratelli e sorelle sanno fare, nella sua Parola.

** Riflessione di Anna **

Dal Vangelo secondo Giovanni 15,1-8

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato.
Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano.
Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».

 “E questa vita, la vivo nella fede del figlio di Dio.”  Quando sei conquistato da un’ideale, da una passione o da una persona, ne rimani affascinato e vivi tutto immerso in questo sentimento che cresce e che coltivi ogni giorno. Ho trovato pace nel vivere ogni esperienza ed ogni incontro in Te. Spesso mi chiedo a cosa porterà, altrettante volte penso che il senso già sei Tu che mi dici con quale atteggiamento vivere incontri, situazioni, affetti e lavoro. I tuoi disegni e i tuoi pensieri, infatti, non sono i miei e quindi, per quanti sforzi io possa fare, il tuo progetto è giusto per me ma è anche più grande delle mie forze. Vivo, così, le mie scelte con Te, rimanendo in ascolto della tua Parola. “Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla” I frutti non sono subito visibili. La potatura è un processo lento e doloroso, fatto di rinunce e di sacrifici ma, col tempo e con pazienza, non tardano ad arrivare. Il frutto più saporito è la pace che sento nel cuore.  Avevo una famiglia, adesso me ne offri una più grande, che va estendendosi di giorno in giorno. Sognavo dei figli miei, mi hai affidato i figli che “pesano”, quelli un po’ “difficili”, che a volte fai fatica ad accettare. Desideravo un amore tutto mio, e Tu mi hai dato il Tuo, insegnandomi a donarMi senza aspettare di ricevere prima. La potatura è stata ed è dolorosa, le resistenze da parte mia non sono mancate e non mancheranno ma sono certa che Tu non smetterai di agire nel mio cuore e nella mia vita.  Sono felice con Te e solo questo mi basta per andare avanti.

Riflessione di Valentina M.

 

 

Dal Vangelo secondo Marco 6,30-34

In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare.
Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero.
Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.

Venite in disparte e riposatevi.
Sembra un brano per gente che deve dedicarsi alle ferie, alla tranquillità, però ci accorgiamo che a volte tutti questi propositi facciamo fatica a realizzarli. Troviamo del tempo per le vacanze, ma qui il Signore vuole scendere in profondità e dirci che abbiamo bisogno non tanto di tempo per fare qualcosa, quanto per essere qualcuno. Noi siamo abituati al fare, per cui anche durante il periodo di ferie, puntiamo a compiere tante cose e lo stesso riposo si traduce in uno stress maggiore.
L’invito di Gesù ai dodici appena tornati dalla missione è di ritrovare la sorgente, lo scopo per cui operare. La preghiera quale dialogo con Dio, la lettura della parola di Dio, la meditazione, il silenzio, sono parte di un ricco patrimonio di fede e senza di loro facciamo fatica a vivere pienamente l’esperienza cristiana genuina.
Siamo chiamati a mettere al centro il rapporto con Dio. Siamo anche invitati a riconsiderare il rapporto con le altre persone quale fonte di crescita.

Il secondo aspetto lo prendo da Gesù che sbarca sulle rive del lago. Vede della gente che lo attende, aspettando un pastore che doni significato alla propria vita. Basterebbe solo vedere oggi quanta gente, quanti giovani sono alla ricerca di un qualcosa che poi trovano in modo sbagliato. Però cercano?.

Gesù non si tira indietro, ma offre anche a loro le Sue parole di vita. Gesù davanti a tale realtà si commuove, come una madre nei confronti di un figlio e cerca di intervenire per alleviare la sete di senso della vita presente in molte persone. Forse questi sono tutti quei timidi tentativi che facciamo come parrocchia per avvicinarci alla gente, per dare un minimo di risposta a coloro che cercano.
Ricordo i Vescovi italiani che, qualche anno fa’, hanno scritto una lettera proprio ai cercatori di Dio. Un testo magistrale, per entrare nella logica di andare incontro a chi è alla ricerca non tanto di un qualcosa, quanto di un Qualcuno.

Anche noi ci sentiamo bisognosi di cercare continuamente Colui che dona significato alla nostra vita. Sfamare le persone non di parole vuote, ma di quelle che riempiono la vita. E’ questo il compito a cui siamo chiamati anche in questo periodo che può diventare occasione di grande crescita.

fonte don Luigi Trapelli