Archivio per agosto, 2012

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Matteo 25,1-13. 

Il regno dei cieli è simile a dieci vergini che, prese le loro lampade, uscirono incontro allo sposo.
Cinque di esse erano stolte e cinque sagge;
le stolte presero le lampade, ma non presero con sé olio;
le sagge invece, insieme alle lampade, presero anche dell’olio in piccoli vasi.
Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e dormirono.
A mezzanotte si levò un grido: Ecco lo sposo, andategli incontro!
Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade.
E le stolte dissero alle sagge: Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono.
Ma le sagge risposero: No, che non abbia a mancare per noi e per voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene.
Ora, mentre quelle andavano per comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa.
Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: Signore, signore, aprici!
Ma egli rispose: In verità vi dico: non vi conosco.
Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora.

A primo acchito il brano di Vangelo può sembrare duro: perchè mai il nostro Dio, buono e misericordioso, dovrebbe tenere per punizione fuori dalla porta di casa sua quelle donne? La consapevolezza di essere più che mai simili a quelle stolte vergini, mista all’orgoglio e alla presunzione che caratterizzano la maggior parte del genere umano e in particolare noi, fa’ si che storciamo un poco il naso di fronte a questo Vangelo. Non è mai bello passare per i colpevoli o per coloro che sono nel torto.Possiamo però provare a guardare il tutto da un’altra prospettiva: Quelle vergini si sono accorte di aver mancato l’appuntamento con lo sposo? Possono giurare di aver capito lo sbaglio e di voler ricercare il puro perdono? Credo che in questo caso Dio avrebbe sfoderato tutta la magnanimità che lo contraddistingue e il finale sarebbe stato diverso.

Quelle donne sono in errore, e lo sono non tanto per la pigrizia quanto per la manifesta volontà di non seguire l’esempio lampante delle vergini sagge. Riflettiamoci: se siamo distanti da Lui e incontriamo persone che camminano invece verso di Lui, siamo chiamati a seguire la stessa direzione. Possiamo chiudere gli occhi involontariamente, possiamo non accorgercene per qualche tempo, ma sono convinto che per ciascuno arriva un momento nella Vita in cui ci si trova a dover fare i conti con quello che siamo e che abbiamo scelto e con quello che Dio ci chiama a fare; e se in quel momento prendiamo la nostra strada, una strada lontana da Lui, non possiamo avere la pretesa di avere, al momento opportuno, la “pappa pronta” e di poterci redimere in quattro secondi. E quindi le vergini sagge, le testimoni, non sono le donne senza cuore, non sono quelle “cattive” perchè non ci danno l’olio, non ci aiutano, o, per fare un esempio più giovanile, non ci passano le soluzioni durante la verifica in classe o non fanno i compiti al posto nostro; ma sono quelle giuste, intelligenti, appunto sagge che ci spingono a rimboccarci le maniche e ci dicono: “andate piuttosto dal venditore e compratene” e il venditore diventa la nostra forza di volontà, il nostro impegno, la nostra dedizione, il nostro amore.
“Sono le scelte che facciamo che dimostrano quel che siamo veramente, molto più delle nostre capacità.”

Scegliamo di restare svegli e timorati: saremo ripagati per i nostri sforzi. Che la speranza, la fiducia e la fede in Lui ci possano guidare verso quella casa.

*Marco Paso*

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Dal Vangelo secondo Matteo 24,42-51

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Vegliate, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo.
Chi è dunque il servo fidato e prudente, che il padrone ha messo a capo dei suoi domestici per dare loro il cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così! Davvero io vi dico: lo metterà a capo di tutti i suoi beni.
Ma se quel servo malvagio dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda”, e cominciasse a percuotere i suoi compagni e a mangiare e a bere con gli ubriaconi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli ipocriti: là sarà pianto e stridore di denti».

E’ la sollecitudine alla vigilanza il richiamo forte del Vangelo di oggi. A noi non è dato di conoscere quando verrà il momento nel quale ci troveremo di fronte al Signore. E’ questa l’unica cosa certa di questo Vangelo: l’incontro con il Figlio dell’uomo che verrà. Lo stimolo che abbiamo è una vita retta e costantemente rivolta a Cristo. La via che ci conduce a questo appuntamento è la nostra storia vissuta sulla terra, con le nostre incertezze e le nostre preoccupazioni. In Cristo dobbiamo trovare la forza di superare tutti questi momenti; accostiamoci a lui con fiducia ogni volta che ci sentiamo più deboli e cerchiamo, anche con l’aiuto delle grazie sacramentali, di ritrovare energie spirituali. La vigilanza alla quale ci chiama il Vangelo è proprio un appello per la nostra vita. Abbiamo anche un’altra certezza: la ricompensa sarà grande. Come è forte il nostro desiderio così sarà la gioia nella gloria eterna quando potremmo godere appieno della sua presenza. La prudenza e la vigilanza di oggi saranno poi tramutate nella gioia. La nostra vita, vissuta concretamente su questa terra con prontezza dovrà avere sempre un riferimento che non sia su questa terra ed un desiderio di eternità che sovrasta tutti i nostri piani. La conclusione e l’incontro con il Signore non sarà allora temuto ma sarà a completamento e la soddisfazione del desiderio che abbiamo espresso, con la nostra vita, sulla terra.

fonte La Chiesa

Dal Vangelo secondo Marco 6,17-29

In quel tempo, Erode aveva mandato ad arrestare Giovanni e lo aveva messo in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo, perché l’aveva sposata. Giovanni infatti diceva a Erode: «Non ti è lecito tenere con te la moglie di tuo fratello». Per questo Erodìade lo odiava e voleva farlo uccidere, ma non poteva, perché Erode temeva Giovanni, sapendolo uomo giusto e santo, e vigilava su di lui; nell’ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri.
Venne però il giorno propizio, quando Erode, per il suo compleanno, fece un banchetto per i più alti funzionari della sua corte, gli ufficiali dell’esercito e i notabili della Galilea. Entrata la figlia della stessa Erodìade, danzò e piacque a Erode e ai commensali. Allora il re disse alla fanciulla: «Chiedimi quello che vuoi e io te lo darò». E le giurò più volte: «Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò, fosse anche la metà del mio regno». Ella uscì e disse alla madre: «Che cosa devo chiedere?». Quella rispose: «La testa di Giovanni il Battista». E subito, entrata di corsa dal re, fece la richiesta, dicendo: «Voglio che tu mi dia adesso, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista». Il re, fattosi molto triste, a motivo del giuramento e dei commensali non volle opporle un rifiuto.
E subito il re mandò una guardia e ordinò che gli fosse portata la testa di Giovanni. La guardia andò, lo decapitò in prigione e ne portò la testa su un vassoio, la diede alla fanciulla e la fanciulla la diede a sua madre. I discepoli di Giovanni, saputo il fatto, vennero, ne presero il cadavere e lo posero in un sepolcro.

Il peccato genera il peccato. Una condotta riprovevole ed una vita basata solo sull’appagamento dei propri desideri può portare a conclusioni drammatiche, anche se non sempre volute, completamente. E’ quanto è accaduto ad Erode che si trova «costretto» a far uccidere San Giovanni Battista. La scena che ci presenta San Marco e rapida nei suoi tratti ma profonda nelle rappresentazioni psicologiche dei personaggi. Centrale è la debolezza di Erode, presentato come un peccatore sottomesso alle leggi del desiderio e dal potere sfrenato. La sua carica regale è sfruttata per appagare i suoi desideri con feste e banchetti dove regna la lussuria. Si lascia avvincere dal ballo lascivo di una giovane ragazza: Salomè. Imprudentemente Erode si lascia sfuggire un giuramento che risulterà fatale per la presenza di Erodiade che covava nel suo seno desideri di vendetta. La regina consiglierà perfidamente la figlia che le sembra sottomessa. Erode, Salomè ed Erodiade, seppur con connotati psicologici diversi sembrano essere sottomessi; le loro azioni e le loro decisioni non sono libere ma condizionate da altri fattori A queste figure si contrappone nettamente quella di San Giovanni Battista nella sua integrità. Egli si trova in carcere ma dimostra una libertà interiore più forte. E’ perfettamente consapevole delle conseguenze delle sua azioni e non rinuncia a proclamare la verità, anche se ciò gli costerà la vita. Sono due prospettiva di vita completamente diverse; due ideali che si contrappongono che ci insegnato dove si trovi la vera libertà. Il peccato rende schiavo l’uomo, la verità lo rende libero è l’insegnamento di Gesù che in San Giovanni trova la sua piena attuazione.

fontei La Chiesa

+ Dal Vangelo secondo Matteo Mt 23,23-26

In quel tempo, Gesù parlò dicendo: «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima sulla menta, sull’anéto e sul cumìno, e trasgredite le prescrizioni più gravi della Legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà. Queste invece erano le cose da fare, senza tralasciare quelle. Guide cieche, che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello! Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, ma all’interno sono pieni di avidità e d’intemperanza. Fariseo cieco, pulisci prima l’interno del bicchiere, perché anche l’esterno diventi pulito!».

Leggendo questo brano mi vengono alla mente due parole: ipocrisia ed essenzialità. La prima è nominata più volte dallo stesso Gesù ( “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti” ), che accusa i capi religiosi dell’epoca, ma anche attuali purtroppo, di mancare di fede vissuta privilegiando un’osservanza priva di senso. In poche parole rimprovera loro il voler tenere più di conto la forma che la sostanza della religione, rendendola così manipolabile a proprio piacimento. Il Signore li definisce puliti fuori e sporchi dentro, perché incapaci di vivere nella sincerità e nella verità, ma soprattutto incapaci di vivere con coerenza e rispetto nei confronti della Parola, predicando ciò che non praticavano, rendendo importanti piccolezze e trascurando le fondamenta della fede. Insistendo nei dettagli si rischia di perdere il vero significato delle cose, il vero punto focale; la legge dell’amore è una e bisogna rispettarla nella sua interezza senza distogliere lo sguardo da ciò che ci è stato insegnato. Ed è qui che si aggiunge l’essenzialità; infatti da questo brano ci viene chiesto di discernere cosa è essenziale e cosa invece è superfluo nella nostra vita di fedeli. È il nostro cuore ad essere importante e non quante volte andiamo a messa o recitiamo il rosario, un vero cristiano lo si dovrebbe riconoscere dalla coerenza dei suoi atteggiamenti rispetto agli insegnamenti di Gesù, sentiti come impegni concreti per la vita, come giustizia del cuore.

★ Riflessione di Anna ★

Dal Vangelo secondo Matteo 23,13-22

In quel tempo, Gesù parlò dicendo:
«Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti alla gente; di fatto non entrate voi, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrare.
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che percorrete il mare e la terra per fare un solo prosèlito e, quando lo è divenuto, lo rendete degno della Geènna due volte più di voi.
Guai a voi, guide cieche, che dite: “Se uno giura per il tempio, non conta nulla; se invece uno giura per l’oro del tempio, resta obbligato”. Stolti e ciechi! Che cosa è più grande: l’oro o il tempio che rende sacro l’oro? E dite ancora: “Se uno giura per l’altare, non conta nulla; se invece uno giura per l’offerta che vi sta sopra, resta obbligato”. Ciechi! Che cosa è più grande: l’offerta o l’altare che rende sacra l’offerta? Ebbene, chi giura per l’altare, giura per l’altare e per quanto vi sta sopra; e chi giura per il tempio, giura per il tempio e per Colui che lo abita. E chi giura per il cielo, giura per il trono di Dio e per Colui che vi è assiso».

Questo lunedì il Signore è particolarmente duro. La sua vita terrena è stata un continuo cammino lungo strade e sentieri insieme ai suoi discepoli e alle mormorazioni dei farisei e degli scribi, spesso ipocriti; persone che non vedevano più in là del loro naso aspettando sempre che, Gesù, in qualche modo “sbagliasse”. Il Signore oggi, critica duramente questo modo di fare (guai a voi!), egli guarda ai cuori degli esseri umani non a un comportamento di facciata. Ci ama così come siamo insieme ai nostri limiti. Ma ci rinfresca la memoria sul nostro compito che è quello di trasmettere agli altri la fede in Dio nella nostra quotidianità. Il Signore ci chiede di fermarci a riconsiderare le nostre azioni, i nostri pensieri, l’attenzione verso gli altri e il servizio che svolgiamo. Faccio un esempio. Se sono chiamata ad essere educatrice di un gruppo di ragazzi e accetto, non è un “avanzamento di carriera” ma un’occasione per servire. Su un piccolo block notes Alberto Marvelli aveva scritto: <<Servire è meglio del farsi servire, Gesù serve>>. 

Riflessione di Chiara

Dal Vangelo secondo Matteo 23,1-12

In quel tempo, Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo:
«Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito.
Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati “rabbì” dalla gente.
Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo.
Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato».

Quanti di noi riescono a riconoscersi, almeno in parte, nella descrizione che Gesù fa degli scribi e dei farisei? Io ad esempio mi rivedo, almeno in parte, in queste parole. D’altra parte quello qui descritto è un genere di ipocrisia tipico degli uomini; il classico “predicare bene e razzolare male”, detto in parole povere. “Rabbì”, “Maestro” e termini analoghi, dice Gesù, non sono per l’uomo: “uno solo è il vostro Maestro, il Cristo”, chi in questo passo si erge sugli altri pretendendo di insegnargli in realtà manca del requisito più importante: essere d’esempio. Come si può predicare umiltà, se “tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini”? “Amano posti d’onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe e i saluti nelle piazze” narcisisti e ipocriti, di chi possono essere validi maestri? Purtroppo, come scrivevo prima, questi sono tratti che si riscontrano spesso oggi, e dobbiamo sempre stare in guardia, e abituare prima di tutto noi stessi ad agire con coerenza, umiltà e giustizia. Preghiamo il Signore perché ci aiuti a farlo.

Riflessione di Jacopo

Dal Vangelo secondo Giovanni 1,45-51

In quel tempo, Filippo trovò Natanaèle e gli disse: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè, nella Legge, e i Profeti: Gesù, il figlio di Giuseppe, di Nàzaret». Natanaèle gli disse: «Da Nàzaret può venire qualcosa di buono?». Filippo gli rispose: «Vieni e vedi».
Gesù intanto, visto Natanaèle che gli veniva incontro, disse di lui: «Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità». Natanaèle gli domandò: «Come mi conosci?». Gli rispose Gesù: «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto l’albero di fichi». Gli replicò Natanaèle: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!». Gli rispose Gesù: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto l’albero di fichi, tu credi? Vedrai cose più grandi di queste!».
Poi gli disse: «In verità, in verità io vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo».

“Vieni e vedi” è l’invito conciso e diretto che Filippo rivolge a Natanaèle. Filippo che ha conosciuto Gesù, ha condiviso con lui momenti di vita e sa chi è realmente  vuole rendere testimone anche Natanaèle del fatto di averlo trovato, ma alle sue parole Natanaèle è ancora incredulo e per questo Filippo lo invita ad entrare direttamente in contatto con Gesù, a scoprire il suo modo di vivere e a mettersi in ascolto della sua parola. E ci riesce….perchè si presenta da Gesù con cuore sincero, aperto e disponibile.  Così anche noi nel nostro piccolo all’interno della nostra comunità dovremmo cercare di essere come Filippo, cioè degli intermediari tra Gesù e coloro che ancora sono increduli o titubanti invitandoli a “venire e vedere” direttamente con i loro occhi, condividendo esperienze comuni, mettendosi in ascolto della sua parola perchè possano anche loro scoprire la bellezza dell’incontro con Gesù.

Riflessione di Cosy