Archivio per ottobre, 2012

Dal Vangelo secondo Luca 13,22-30

In quel tempo, Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme. Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?».
Disse loro: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno.
Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!”. Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete”. Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Ma egli vi dichiarerà: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!”. Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori.
Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi».

Sono corsa a cercare, per prima cosa, il brano di vangelo dove ricorreva la frase: “là ci sarà pianto e stridore di denti”. Trovato: il banchetto per le nozze del figlio del re, Matteo 22, 1-14.

Il padre dello sposo lascia alcuni invitati fuori dal banchetto perchè non vestiti a dovere, lasciandoli in una terra dove ci “sarà pianto e stridore di denti”. Tostini i ragazzi.

Se siamo qui a ripeterci ogni giorno che seguire Gesù è semplice, vuol dire che ci crediamo sul serio. Se ci crediamo in così tanti, probabilmente un fondo di verità c’è. Solo che ci viene presentato qui il difficile della questione (anche se per noi anche il ‘seguire’ è una faccenda tosta, figuarsi questa!): entrare dalla porta piccola, essere adatti. Farsi ultimi per poter essere tra i primi.

No, questa volta c’è da ammettere che è tutt’altro che facile. Chi ne ha voglia? Chi se la sente? Chi ci riesce? Facciamo abbastanza? Siamo in pari o siamo già in debito quanto ad iniquità e affini?

Le solite serie di domande… Che non trovano certo una risposta diretta nell’uomo, ma solo in Dio.

Solo che, come dicevo l’altra sera ai ragazzi del gruppo, non è che Dio ci venga a parlare con il suo bel vocione lirico per darci le risposte: le nasconde, sta a noi scovarle. Se saremo bravi almeno un po’ in questo, allora potremo essere riconosciuti quando busseremo alla Sua porta.

Riflessione di Robi

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+ Dal Vangelo secondo Luca 13,18-21

In quel tempo, diceva Gesù: «A che cosa è simile il regno di Dio, e a che cosa lo posso paragonare? È simile a un granello di senape, che un uomo prese e gettò nel suo giardino; crebbe, divenne un albero e gli uccelli del cielo vennero a fare il nido fra i suoi rami». E disse ancora: «A che cosa posso paragonare il regno di Dio? È simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».

Nel passo odierno del Vangelo di Luca Gesù presenta due parabole in risposta alla provocazione del capo della Sinagoga che lo accusava di non rispettare il sabato: il Cristo aveva infatti guarito una donna dall’infermità nel giorno sacro. Le parabole cercano di esprimere in parole semplici una visione del Regno dei Cieli: Gesù lo racconta dapprima come Seme di Senape e poi come Granello di Lievito. Il primo, gettato dal contadino in un campo, crescerà come arbusto: il seme di senape è d’esempio per la sua piccolezza e per la forza del risultato finale, ed è comune nelle parole di Gesù. Analogo è il granello di lievito, dall’elevato potere di fermentazione, che converte in pasta (pane) anche grosse quantità di farina. Nonostante l’accezione negativa con cui veniva considerato il lievito presso la cultura ebraica, Gesù ne fa uso per descrivere la potenza del Regno del Padre Suo. È un insegnamento che viene dato agli ascoltatori: dalle creature più piccole, più trascurabili, più infime, può uscire la grandiosità della missione di Gesù e dei suoi insegnamenti. Pertanto, ci insegna a non sottovalutarci, quando ci sentiamo deboli ed insignificanti, e a non trascurare chi ci sta vicino, per quanto piccoli e inutili possano questi sembrarci, perché l’amore che proviamo l’uno per l’altra, dimostrato ogni giorno, testimoniato da Gesù, rende grande ed importante qualsiasi cosa. Il seme di senape e il granello di lievito se coltivati e utilizzati nella maniera più giusta e attenta possono dare vita a qualcosa che non si credeva potesse nascere, qualcosa di forte e vero. Tutti noi quindi dobbiamo impegnarci per creare il regno di Dio qui e ora, per noi e per tutta la nostra comunità.  

★ Riflessione di Anna e Giovanni ★

Dal Vangelo secondo Luca 13,10-17

In quel tempo, Gesù stava insegnando in una sinagoga in giorno di sabato. C’era là una donna che uno spirito teneva inferma da diciotto anni; era curva e non riusciva in alcun modo a stare diritta.
Gesù la vide, la chiamò a sé e le disse: «Donna, sei liberata dalla tua malattia». Impose le mani su di lei e subito quella si raddrizzò e glorificava Dio.
Ma il capo della sinagoga, sdegnato perché Gesù aveva operato quella guarigione di sabato, prese la parola e disse alla folla: «Ci sono sei giorni in cui si deve lavorare; in quelli dunque venite a farvi guarire e non in giorno di sabato».
Il Signore gli replicò: «Ipocriti, non è forse vero che, di sabato, ciascuno di voi slega il suo bue o l’asino dalla mangiatoia, per condurlo ad abbeverarsi? E questa figlia di Abramo, che Satana ha tenuto prigioniera per ben diciotto anni, non doveva essere liberata da questo legame nel giorno di sabato?».
Quando egli diceva queste cose, tutti i suoi avversari si vergognavano, mentre la folla intera esultava per tutte le meraviglie da lui compiute.
Spesso Gesù dona i suoi insegnamenti all’aperto. Questa volta no. È all’interno della Sinagoga che immagineremo, come di solito, gremita di gente. Era infatti sabato: il giorno per eccellenza di render culto a Dio.

Gesù scorge lì in mezzo una donna che da diciotto anni non poteva starsene ritta. Lei non ha chiesto, non si è fatta avanti. È Lui che la vede, s’impietosisce del suo male, la chiama a sé e la libera.

Ecco, sono questi passaggi che c’interessano oggi. Si tratta di un itinerario progressivo di vicinanza alla persona: un crescendo di comprensione, di amore, di volontà di salvezza che è liberazione. La donna è dapprima curva e, per l’intervento di Gesù, si erge dritta. Ora è libera nella novità di uno sguardo che lei può inaugurare abbracciando ampiezza di visuale. Così diventa una icona eloquente anche per me, per te, per ognuno che accetta di essere liberato da Gesù. Diciamolo chiaro! L’handicap di fondo è sempre l’egoismo che ci tiene curve quando c’inchioda a volere, troppo spesso, solo cose di terra. 

Signore, mio liberatore, rendimi desiderosa della libertà vera che è stare ritte per vedere, conoscere, volere tutto quello che meglio mi connota come donna, come uomo, come creatura.

La voce di un grande teologo santo 

L’onnipotenza di Dio si manifesta soprattutto nel perdono e nella misericordia
San Tommaso D’Aquino

+ Dal Vangelo secondo Marco, Mc 10,46-52

In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!».  Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù.  Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.

Bartimeo grida , grida dal profondo del suo dolore, dalla sua vita segnata dalla cecità e dal giudizio dei tanti che pensavano (E pensano) che la malattia sia una punizione di Dio e che il malato, quindi, è qualcuno che si merita la malattia per i peccati che che ha combinato. Grida, Bartimeo, anche se tutti sono sordi, anche gli apostoli. Grida, Bartimeo, anche se il mondo, intorno, gli dice di tacere, di arrendersi all’evidenza, di portare pazienza, che non c’è nulla da fare, che la vita è condanna e l’uomo uno scherzo del destino. Tutte buone ragioni per farlo tacere, per farlo zittire. Grida, Bartimeo, tutto il dolore del mondo, l’angoscia incontenibile e insopportabile degli uomini feriti e piagati, degli sconfitti da sempre e per sempre, dei crocifissi e dei falliti. Grida, Bartimeo, è Gesù solo lo sente, lo ascolta, lo vede e interviene. A noi, fragili peccatori, apostoli incapaci, Gesù chiede solo di andare da Bartimeo, da ogni Bartimeo e dire: «Coraggio, alzati, ti chiama». Diciamolo, oggi, a coloro che incontreremo, ai tanti Bartimeo evidenti o nascosti, di avere coraggio perché siamo chiamati a sperimentare l’incontro con Gesù perché, al di là di ogni apparente evidenza, alla fine di ogni dolore c’è l’orecchio del Dio di Gesù che ascolta e interviene, forse non come e quando vorremmo, ma certamente quando è giunto il momento di recuperare il suo amore.

Dal Vangelo secondo Luca 13,1-9

In quel tempo, si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subìto tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».
Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».

Quanto spesso ci diciamo: “sono sfortunato!”; “ho tutto contro”; “perché le cose belle succedono sempre agli altri?” ecc…? Spesso ci sentiamo impotenti di fronte agli eventi e ci sembra di essere trascinati dalla corrente, di non avere il controllo sulle nostre vite e, quel che è peggio, che le persone che ci stanno vicino non riescano o non vogliano aiutarci. Quanto spesso questo atteggiamento sfocia in un cinismo dirompente? E questo cinismo, quanto spesso, visto negli altri, ci sembra una prova di intelligenza? Vediamo una persona che “non si fa illusioni”, non so, per esempio riguardo alle sue possibilità di ottenere la promozione che voleva sul lavoro, o di andare bene a quell’esame universitario, o di uscire con la ragazza che gli piace perché “è troppo bella per lui” e pensiamo: “però, questo sì che ha capito tutto della vita, ha smesso di vivere nelle favole”. E qui casca l’asino. Ci arrendiamo ancora prima di cominciare, rinunciamo in partenza, e ci precludiamo la possibilità di essere felici, di dimostrare quanto valiamo.

In questo Vangelo Gesù ci dice due cose: nella prima parte il messaggio è che non è mai troppo tardi per cambiare, qui si parla di conversione: “se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo” ma il discorso si può applicare a tutti gli ambiti della nostra vita. Si tratta di scegliere, di avere il coraggio di compiere le scelte difficili ma giuste che portano a un cambiamento radicale e buono, alla catarsi.

La seconda cosa che Gesù ci dice, questa volta con una parabola è che, anche quando ci sembra che il momento sia disperato, quando stiamo per gettare la spugna, quando non vediamo vie d’uscita, anche allora esiste la possibilità di rifarci, di fiorire, di offrire i nostri frutti al mondo. “Lascialo ancora quest’anno finché io gli zappi attorno e vi metta il concime e vedremo se porterà frutto per l’avvenire” come il fico che, se concimato, può tornare a dar frutto anche dopo tanto tempo, così siamo noi. E così possiamo essere noi per gli altri, se ci sforziamo di mettere del nostro nelle vite di chi ci sta intorno, di donare al prossimo quel “concime” che gli serve per fiorire e mostrare le sue potenzialità.

Riflessione di Jacopo

Dal Vangelo secondo Luca 12,54-59

In quel tempo, Gesù diceva alle folle:
«Quando vedete una nuvola salire da ponente, subito dite: “Arriva la pioggia”, e così accade. E quando soffia lo scirocco, dite: “Farà caldo”, e così accade. Ipocriti! Sapete valutare l’aspetto della terra e del cielo; come mai questo tempo non sapete valutarlo? E perché non giudicate voi stessi ciò che è giusto?
Quando vai con il tuo avversario davanti al magistrato, lungo la strada cerca di trovare un accordo con lui, per evitare che ti trascini davanti al giudice e il giudice ti consegni all’esattore dei debiti e costui ti getti in prigione. Io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo».

Com’è difficile uscire dal nostro umano pensare..e com’è facile dimenticare che c’è un’altro modo per vedere.

Spesso ci facciamo trasportare dai nostri impegni, dalle nostre cose, dal nostro andare veloci, da noi stessi e ci accorgiamo che pensare secondo Dio non “conviene” ai nostri ritmi. Abbiamo bisogno di fermarci, di trovare ogni giorno un momento, un tempo per “disintossicarci” dal nostro correre, per poter parlare al nostro cuore di Dio. Intorno a noi tutto ci chiede di essere guardato con occhi profondi.. Dio ci chiede di viverlo in tutto quello che facciamo. Prego il Signore che ci dia sempre l’occasione di trovare questo momento, che ci accompagni ogni giorno a scoprire sempre più un pò di verità, un pò di stupore, un pò di Sè.  
Riflessione di Valentina

Quando, non senza grande fatica, si assume il punto di vista di Dio anche riguardo ai fatti più drammatici (nella mia parrocchia, una giovane di 19 anni da tre settimane si ritrova di colpo nelle condizioni di Eluana), la luce della fede può brillare così intensamente da convincere ancor più che ogni essere umano “possiede una vocazione eterna ed è chiamato a condividere l’amore trinitario del Dio vivente..amore sconfinato e quasi incomprensibile per l’uomo, che rivela fino a che punto la persona umana sia degna di essere amata in se stessa, indipendentemente da qualsiasi altra considerazione –intelligenza, bellezza, salute, giovinezza, integrità e così via” (Istruzione Dignitas personae, n. 8).

 

Dal Vangelo secondo Luca 12,49-53

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!
Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera».

Parola del Signore

Gesù presenta la sua azione rinnovatrice nell’immagine del fuoco. Si tratta del fuoco del giudizio finale (cfr Lc 3,9) e del fuoco della Pentecoste (cfr At 2,3), perché il giudizio definitivo di Dio sul mondo è il dono dello Spirito Santo. Lo Spirito Santo è l’amore di Dio per l’uomo, che sgorga dalla morte stessa del Figlio. 

Gesù continua a parlare della sua missione, in particolare del traguardo che lo attende e che egli chiama “battesimo”. Il battesimo che egli prevede e desidera è l’immersione nel proprio sangue, nella propria morte. La morte non è un momento facile nella vita di Gesù; essa tiene angustiato tutto il suo animo, come rivelerà nel Getsemani e sulla croce. Il suo desiderio è di arrivarvi quanto prima e così porre fine al suo tormento, ai contrasti e ai conflitti che si alternano nella sua coscienza. 

Le proposte di Gesù sono incendiarie, non lasciano indisturbati, provocano una rivoluzione in chi le accoglie, ma anche una violenta reazione in chi le rifiuta. Sono proposte radicali che chiedono risposte radicali. Gesù è il salvatore e il liberatore dell’uomo da ogni sua precedente oppressione, per questo deve provocare divisioni e rivolgimenti nelle strutture sociali e familiari. La scelta di Cristo e del suo vangelo produce reazioni anche violente da parte delle persone a cui il cristiano è legato. Senza esitazione occorre preferire Cristo agli amici e ai familiari. La profezia di Simeone che ha presentato Gesù come “segno di contraddizione” (Lc 2,34) trova anche qui la sua attuazione. 

La proposta che il vangelo rivolge agli uomini di tutti i tempi è quella di una scelta radicale pro o contro Cristo. E non c’è spazio per i compromessi. Il cristiano urta non solo le situazioni familiari, ma spesso anche le strutture sociali e coloro che le reggono e le dominano a proprio vantaggio. La lotta contro di essi è inevitabile quando ci si trova schierati dalla parte di Cristo e del vangelo. 

L’appartenenza a Cristo esige da noi una vita pasquale di morte e risurrezione con strappi e lacerazioni. Sono i costi della libertà e della vita nuova.

fonte http://www.qumran2.net