Archivio per giugno, 2013

+ Dal Vangelo secondo Marco 12,13-17

In quel tempo, mandarono da Gesù alcuni farisei ed erodiani, per coglierlo in fallo nel discorso.  Vennero e gli dissero: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno, ma insegni la via di Dio secondo verità. È lecito o no pagare il tributo a Cesare? Lo dobbiamo dare, o no?». Ma egli, conoscendo la loro ipocrisia, disse loro: «Perché volete mettermi alla prova? Portatemi un denaro: voglio vederlo». Ed essi glielo portarono.
Allora disse loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Gesù disse loro: «Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio». E rimasero ammirati di lui.

dal-vangelo-di-gesc3b9-cristo-secondo-marco-12Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio”… quale frase più popolare di questa? Sfido a trovarequalcuno che non abbia mai usato questa espressione, magari trasformandola in “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”. Ma al di là dei frivoli significati che la frase assume nella nostra quotidianità, cosa intendeva dire esattamente Gesù? Alla provocatoria domanda di farisei ed erodiani , Gesù non prende una posizione come volevano i suoi avversari, evitando perciò di discutere della liceità o meno del pagamento in questione. Gesù chiede che gli venga mostrata la moneta: l’immagine di Cesare sulla moneta significa che questa appartiene a Cesare, e di conseguenza gli va restituita. In tal modo, senza cadere nel tranello, si limita a constatare il fatto che l’imperatore, esercitando un governo e un’amministrazione, debba essere pagato. I confini della sfera politica sono chiari dal momento in cui Gesù specifica “a Dio ciò che è di Dio”. La sua promessa risulta qualcosa di più grande e profondo: l’uomo deve essere restituito a Dio, perché appartiene a Dio e perché è stato creato da Dio. L’obbedienza ai “Cesari quotidiani” (autorità, leggi, morale, genitori, canoni della moda, mass media e chi più ne ha più ne metta), ci fa perdere il Vero senso di appartenenza a Dio, lasciandoci privi di riferimenti e in una libertà tale da farci confondere spesso il bene con il male. Così la nostra fede è messa duramente alla prova, tentata dal potere che viene esercitato su di noi. Gesù, ad una domanda che inizialmente sembra non avere nulla a che fare con Dio, risponde parlando proprio di Lui, che ci accompagna e ci aiuta nei momenti difficili, richiedendoci allo stesso tempo un impegno a precise scelte per vivere come suoi figli. L’uomo appartiene a Dio, perché Dio ha creato l’uomo. 

★ Riflessione di Nicole ★

Dal Vangelo secondo Luca 9, 11-17

In quel tempo, Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure.
Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta».
Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C’erano infatti circa cinquemila uomini.
Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa». Fecero così e li fecero sedere tutti quanti.
Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla.
Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste.

Come direbbe Jovanotti, “niente di meglio da offrirti di tutto quello che ho”. In un piccolo paese come Bellaria, se sei estroverso, cinquemila persone arrivi a conoscerle almeno una volta. Magari ti rimangono nella mente anche grazie ad un incontro fugace, e poi pensi: ma queste persone di me cosa avranno percepito e visto? Magari proprio la miseria di quei cinque pani e due pesci. Non sono sufficienti perchè la condivisione sia significativa: a ciascuno una porzione di me irrisoria, ecco cosa ne verrebbe fuori.
Dio il vero miracolo lo fa quando gli permettiamo di entrare nella nostra vita: è lì che il segno che lasciamo nelle persone è più marcato. Dio fa fruttificare i miei talenti, da’ valore al mio tempo.
Quelle dodici ceste che avanzano non andranno a male: quel “di più” che io darò non verrà perduto, ma mi ritornerà indietro quando sarò uno di quei cinquemila uomini in cerca di Qualcuno che sazi la mia Fame.

*Riflessione di Marco Paso*