Archivio per la categoria ‘Ad gentes’

+ Dal Vangelo secondo Marco, Mc 10,46-52

In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!».  Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù.  Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.

Bartimeo grida , grida dal profondo del suo dolore, dalla sua vita segnata dalla cecità e dal giudizio dei tanti che pensavano (E pensano) che la malattia sia una punizione di Dio e che il malato, quindi, è qualcuno che si merita la malattia per i peccati che che ha combinato. Grida, Bartimeo, anche se tutti sono sordi, anche gli apostoli. Grida, Bartimeo, anche se il mondo, intorno, gli dice di tacere, di arrendersi all’evidenza, di portare pazienza, che non c’è nulla da fare, che la vita è condanna e l’uomo uno scherzo del destino. Tutte buone ragioni per farlo tacere, per farlo zittire. Grida, Bartimeo, tutto il dolore del mondo, l’angoscia incontenibile e insopportabile degli uomini feriti e piagati, degli sconfitti da sempre e per sempre, dei crocifissi e dei falliti. Grida, Bartimeo, è Gesù solo lo sente, lo ascolta, lo vede e interviene. A noi, fragili peccatori, apostoli incapaci, Gesù chiede solo di andare da Bartimeo, da ogni Bartimeo e dire: «Coraggio, alzati, ti chiama». Diciamolo, oggi, a coloro che incontreremo, ai tanti Bartimeo evidenti o nascosti, di avere coraggio perché siamo chiamati a sperimentare l’incontro con Gesù perché, al di là di ogni apparente evidenza, alla fine di ogni dolore c’è l’orecchio del Dio di Gesù che ascolta e interviene, forse non come e quando vorremmo, ma certamente quando è giunto il momento di recuperare il suo amore.

Dal Vangelo secondo Matteo 28,16-20

In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

Oggi la chiesa celebra la festa Della Trinità. La Trinità celebra un Dio che è comunione, relazione, famiglia. Dio non è un’entità di solitudine ma una realtà dinamica, viva e relazionale. Quando noi diciamo la parola “famiglia” non diciamo un’entità monolitica, statica: succedono così tante cose, dinamiche, rapporti, situazioni in una famiglia. Dio è così: Famiglia. La Trinità non è un problema matematico (come conciliare che Dio sia Uno e che siano Tre: Padre, Figlio e S.S) ma è la suprema espressione dell’esperienza che tutti facciamo dell’amore e della comunione umana. Ciò che importa nell’amore è che siamo uniti, ma che non ci fondiamo insieme. E’ importante che ci doniamo senza perderci. Ed è importante che rimaniamo uniti senza uniformarci e divisi senza essere separati. L’amore vero è così trinitario: unito ma non uniforme; separato ma non diviso. 

La Trinità è un dogma, cioè definisce qualcosa che la Chiesa ha capito chiaramente. Facciamo un esempio: incontri una ragazza, la frequenti, la conosci e lei conosce te. Vivi un’esperienza (la conoscenza e il fidanzamento), poi ad un certo punto senti in maniera chiara che quello che provi per lei è amore, che la vuoi sposare, che vuoi condividere con lei la tua vita. Allora le chiedi di sposarti. Ma prima di questa richiesta c’è tutto un lungo vissuto in cui tu hai capito questa cosa. Il dogma è così: definisce qualcosa che prima si è vissuto e a cui adesso puoi dare un nome preciso. La Trinità è l’esperienza che fecero i primi cristiani e i primi discepoli. Sperimentarono che Dio è amore, che Dio è relazione, che in Dio c’è unione ma non fusione, diversità ma non separazione. Capirono che il Padre, suo Figlio Gesù e lo Spirito, da una parte erano tre esperienze diverse, tre persone, ma che dall’altra erano lo stesso Dio, erano la stessa esperienza. Per dire la loro esperienza di Dio utilizzarono il mezzo, l’immagine che più conoscevano: Dio è famiglia, comunione, relazione, rapporto. Ma non dobbiamo mai dimenticare che prima viene l’esperienza e poi la definizione dell’esperienza. Molte persone vogliono sapere chi è Dio, ma non vogliono far esperienza di Dio. Ma l’esperienza precede sempre la concettualizzazione, la definizione, altrimenti parli di una cosa che non sai, che non hai mai visto né percepito. Parli ma non conosci. Così molte persone parlano della vita, ma non vogliono vivere e altre parlano dell’amore ma non si lasciano coinvolgere. Quando invece hai vissuto un’esperienza, allora sì che sai che cos’è, allora sì che la comprendi, allora sì che ne capisci tutti i contorni, i limiti e la forza. L’esperienza comporta il coinvolgimento, il mettersi in gioco, il provare sulla propria pelle. Una persona sente di avere il cuore chiuso. “Voglio tornare a sentire, ad amare, a vivere. Sono freddo, arido, nulla mi tocca per davvero”. “Va bene – dico io -, sei pronto?”. “Certo che lo voglio!”. E così abbiamo fatto insieme un cammino. In questo cammino dovette piangere, toccare ferite e dolori, lottare, cadere e rialzarsi, ripartire, chiedere aiuto, scoprire i propri lati deboli, vulnerabili e meschini. In questo cammino perse le sue sicurezze, i suoi riferimenti e dovette cambiare vita. Dovette perfino, per fedeltà a sé, al Dio che aveva dentro, mettere in discussione il proprio matrimonio e cambiare il proprio lavoro. Nell’ultimo incontro mi disse: “Solo adesso so cosa vuol dire vivere; chi l’avrebbe detto? Prima pensavo alla vita, adesso vivo. E che fatica, in certi momenti avrei voluto non avere mai iniziato questo cammino. Ti ho così tanto maledetto! Ma ne vale infinitamente la pena”. Come non ripensare a Giobbe (Gb 42,4) che solo al termine di un lungo cammino comprende chi è veramente Dio e può dire: “Io ti conoscevo Dio per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono”. Il dogma è il punto di arrivo di un lungo sentiero. Ma non capirai nulla se prima non avrai fatto la strada. Rimarrà solo una definizione messa là, oscura e arida. 

DOMENICA DI PENTECOSTE   2012

Dal Vangelo secondo Giovanni  15,26-27; 16,12-15

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio. Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».

La festa di Pentecoste esprime la verità che Dio abita dentro di noi. Dio non è più presente fisicamente in mezzo a noi; Dio è presente con il suo Spirito. Quando noi sentiamo questa affermazione pur registrandola con la mente e sapendola ripetere a memoria, traduciamo così: E cosa vuol dire tutto questo? Io non lo sento! Cos?è lo Spirito?? Se noi chiediamo alle persone cos’è lo Spirito, la maggior parte non vi saprà cosa rispondere. E se non sa rispondervi è perché non lo conosce, non ne ha esperienza, non lo ha mai vissuto. Molti pensano che lo Spirito sia qualcosa che si aggiunga a quello che siamo. Quindi, ne posso fare anche a meno. Ma lo Spirito non è un di più, ma qualcosa che noi già siamo. Altri pensano, e non vi è cosa più errata, che lo Spirito sia in contrasto con la materia. Per cui spirituale vuol dire disincarnato, fuori del mondo. E quando pensano ad una persona spirituale si immaginano un monaco che vive quasi fuori dal mondo, solo pregando e che odia tutto ciò che c’è nel mondo. Queste persone potrebbero leggere un po’ di più il vangelo e osservare quanto materiale fosse Gesù, che mangiava, beveva, faceva festa, si divertiva e toccava. E non si può dire che non fosse spirituale! Lo Spirito non viene in noi un giorno della nostra vita, ma abita già in noi. Lo Spirito non è nient’altro il modo con cui Dio abita in noi. Ed essere spirituali non è pregare molto, o fare cose religiose, frequentare la chiesa o fare pellegrinaggi. Essere spirituali vuol dire vivere facendo emergere ciò che ci abita dentro. E’ un modo di vivere. Lao-Tse (taoismo) dice: “Tutto è Uno e l’Uno è in tutto”. E così il Buddismo Zen o altre mistiche orientali hanno idee simili: dietro a ciò che si vede (apparenza) c’è una realtà più grande, o meglio, c’è la vera realtà. I mistici cristiani (Eckhart) dicono: “Tutte le creature sono orme di Dio… Dio ha creato tutte le cose, non che le abbia fatte divenire e poi abbia proseguito il suo cammino, ma è rimasto in esse”. Eppure se io guardo una persona non vedo Dio, vedo una persona. Che cosa vedevano questi uomini? Madre Teresa è ancor più chiara. Un giorno disse ad un giornalista: “Vede, io Dio lo vedo chiaramente. E’ qui in questo uomo che soffre o in quello lì, di quel letto lì, abbandonato da tutti. Dio è in me, Dio è in lei. Se lei non lo vede non è un affare mio. Per me la cosa è così evidente!”. Che cosa vedeva questa donna? Che occhi aveva da vedere Dio presente in ogni creatura? Francesco vedeva Dio nell’acqua, nel sole, nella luna, perfino nella sorella morte. Che era, pazzo? Era solo un romantico, un poeta? O aveva valicato la soglia della materia? Gesù che guardava gli uccelli del cielo o i gigli del campo e affermava che neppure Salomone in tutta la sua ricchezza vestiva come loro: cosa vedeva? Era pazzo o aveva varcato al soglia della materia? Quando Gesù proclamava le beatitudini e diceva beati i poveri, quelli che piangono, quelli che soffrono, era un pazzo? Chi vuole soffrire, chi vuole essere perseguitato, deriso o imprigionato? Nessuno che sia sano di mente! E allora, che cosa vedeva Gesù? Non è che avesse valicato la soglia dell’apparenza?

Einstein un giorno definì una formula E=mc2. Questa formula stabilisce che la materia è anche luce, spirito. Questa formula scientifica dice ciò che i mistici da sempre hanno vissuto migliaia di anni prima. Quando guardavano le persone, la natura ed ogni cosa, non vedevano la materialità, ma la luce, lo spirito che abitava in ogni cosa.

Come può allora lo Spirito portarmi a questo sguardo di verità, a questa contemplazione. Penso che prima di tutto devo farlo lavorare in me, devo dargli spazio. Vorrei pregare con voi attraverso le parole di Sant’Agostino:

DONAMI LO SGUARDO INTERIORE

Vieni in me, Spirito Santo, Spirito di sapienza: 
donami lo sguardo e l’udito interiore, 
perché non mi attacchi alla cose materiali, 
ma ricerchi sempre le realtà spirituali. 

Vieni in me, Spirito Santo, Spirito dell’amore: 
riversa sempre più la carità nel mio cuore. 

Vieni in me, Spirito Santo, Spirito di verità: 
concedimi di pervenire alla conoscenza della verità 
in tutta la sua pienezza. 

Vieni in me, Spirito Santo, 
acqua viva che zampilla per la vita eterna: 
fammi la grazia di giungere a contemplare 
il volto del Padre nella vita e nella gioia senza fine. Amen”

Padre Pedro

ASCENSIONE DEL SIGNORE (ANNO B)

Dal Vangelo secondo Marco 16,15-20

In quel tempo, [Gesù apparve agli Undici] e disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno». Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio. Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano.

Non basta stare a guardare verso il cielo, in attesa degli eventi; il comando è impellente: <<Sarete testimoni fino ai confini della terra>> (v. 8). Anche l’ascensione ha il suo messaggio, come l’incarnazione, come la risurrezione: oggi è detto con forza: <<ritornerà>> (v. 11).

Di fronte all’affresco teologico dell’ascensione ci possono essere tre reazioni: l’incredulità (Mc 16,14; Mt 28,17); l’illusione di un messianismo evasivo e clamoroso; l’adesione autentica, quella che trasforma il credente in missionario. È questo l’unico sbocco dell’evento: una comunità di uomini, che in Cristo si fa chiesa,strappate dalla prigione dello spazio e del tempo, testimone di speranza. Si potrebbe anche ricordare, per inciso, che la trasmissione della fede il Risorto non l’affida alle <<apparizioni>>, di qualsiasi spessore possano essere, ma alla testimonianza. Quella è sicura; il resto lascia molte ambiguità. Davanti al sepolcro vuoto ha inizio la fede; dall’ascensione incomincia la speranza cristiana. Anche in tempi di fallimenti.

Attendere può avere diversi significati. In termini sindacali, il tempo dell’attesa è un tipo di prestazione che impone intervalli di inattività ed è in contrapposizione al lavoro effettivo. L’attesa del cristiano, per essere effettiva, si fa speranza, cioè fiducioso desiderio di incontrare il Signore Gesù, la visione beatificante di Dio, la pienezza gioiosa della vita eterna. Stiamo attendendo Dio, che è già venuto in Cristo e, dopo la sua ascensione al cielo, ritornerà, e la psicologia dell’attesa, senza trasformarsi in psicosi collettiva, deve dominare il nostro vivere (Eb 13,14; Fil 3,20).chi aspetta ardentemente qualcuno è preso dal desiderio di lui. Se è attento a ciò che gli accade intorno, non si lascia invischiare da quanto avviene perché il suo spirito è orientato altrove.. e per chi vive nell’attesa il tempo non passa mai, perché l’ansia che gli urge dentro e il desiderio del Signore diventa l’unica occupazione e il solo impegno. Questa attesa è anche il principio unificatore della vita. Il segreto della santità a cui tutti sono chiamati è che tutto alimenti l’unica attesa di Dio. Allora, anche fra mille occupazioni, le giornate nelle quali si vivrà, intrisi dell’attesa di Dio, saranno raccolte; in apparenza travolgenti e scarnificanti, in realtà risulteranno semplici,ricche, unitarie, perché tutto sarà orientato in una sola direzione. Ecco perché i santi, in ultima analisi, sono i veri <<aspettatori>> di Dio. Per i santi l’universo e la natura non sono altro che la voce di Dio che chiama, nella loro caducità, ad accendere il desiderio, la brama dell’atteso. Nasce così la loro costante contemporaneità di sentimenti, per cui l’ora di Dio arriva sempre troppo tardi e si accentua il desiderio di fare molto per il Signore, di avere tutta la vita occupata per la sua gloria. Diventa attesa e preparazione all’eternità. Il senso dell’eternità è frutto della speranza. Questa visione esatta dell’attesa è oggi più che mai una prospettiva stupenda, di cui gli uomini sentono un bisogno segreto e struggente. Purché trovino altri compagni di viaggio che si mettano sulla lunghezza d’onda di Dio, invertendo marce e tendenze, con la stessa caparbietà con cui Dio spera negli uomini. Speranza è anche non vergognarsi di andare controcorrente, farsi trovare al punto giusto, nel ruolo esatto per portare la propria pietra alla costruzione di una nuova civiltà e accontentarsi di cogliere un piccolo varco aperto nel muro che ci avvolge e lasciare passare il filo d’erba della concreta esperienza, nella certezza dei fiori, dei frutti che verranno. Col tempo e con la pazienza di Dio.

Dopo l’ascensione gli apostoli si sono rimessi insieme, appoggiando i cocci dei loro fallimenti, sull’assenza del loro Maestro, con Maria, in attesa dello Spirito Santo. Dall’ascensione al cenacolo il passo è breve, ma significativo. Se Cristo è la speranza dell’uomo, se è la risposta definitiva alla sue domande e se egli vive nella chiesa, la chiesa diventa sorgente e fonte della speranza nella credibilità della sua realtà di comunità visibile. La speranza non è un frutto isolato di una personale ricerca, ma ciascuno l’attinge nell’esperienza viva della chiesa in cui è stato battezzato e dove Cristo è presente e raduna tutti i credenti. Nella chiesa, come nel cenacolo, anche le sconfitte più agghiaccianti si ridimensionano, si filtrano, si finalizzano, si sublimano e si armonizzano. Insieme, tutti, per essere unità nella fede e nella carità. Soltanto dove ci si aiuta reciprocamente, l’esempio dell’uno influisce sull’altro e nessuno si sente <<isola>>, abbandonata a se stessa. Questo è uno degli aspetti che nella vita della chiesa è stato un po’ trascurato, indebolendo così il senso comunitario e lo sforzo di vivere la fede in modo ecclesiale, nell’appartenenza responsabile. La chiesa deve ritornare ad essere il luogo dove si spera, cioè dove si ha il coraggio di non vergognarsi di quelle realtà che oggi quasi più nessuno vive e che spesso non vengono richiamate nelle omelie, ma senza le quali il mondo sta diventando un campo di battaglia o un cimitero. Basterebbe pensare cosa succederebbe se ci fossero tante comunità, dove realmente ci si vuole bene, dove i biglietti da visita non contano più di tanto, dove non c’è differenza e diffidenza, emarginazione, sfruttamento, dove si comincia sempre da capo nella correzione fraterna, riprendendosi a vicenda, forti della grazia di Dio, ma anche della comprensione, dell’aiuto e della fiducia tra fratelli. Là dove oggi ci può essere controtestimonianza, potrebbe nascere la speranza. Attorno ci sarebbe meraviglia, richiesta di chiarimenti, ammirazione e, poi, contagio.

Questo è lo spirito del vangelo e la pedagogia dell’ascensione. Potrà essere gratificante evadere dall’impegno ma non è secondo il comando del Signore: <<Mi sarete testimoni>>.

P.P.

CAMPI ESTIVI 2012

Pubblicato: 3 maggio 2012 in Ad gentes

Photobucket

+ Dal Vangelo secondo Giovanni 10,11-18

In quel tempo, Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore.  Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio»

A nessuno piace essere chiamato “pecora” ma é altrettanto vero che tutti hanno dei modelli che seguono fedelmente. Nessuno di noi, infatti, può misconoscere che la nostra vita, sin dai suoi primissimi anni, è fondata sull’introiezione di modelli (a partire dai nostri genitori) che hanno determinato e determinano pensieri, emozioni, sensazioni e comportamenti. Tutti poi conosciamo molto bene il potere che su di noi esercita la moda, la pubblicità, il sentire comune e tutto quello che ci viene continuamente propinato dai mass-media. Se allora volessimo fare un bilancio serio e un almeno un po’ più approfondito della nostra vita, la conclusione è scontata e sta tutta in una domanda: io chi seguo? Il brano del vangelo di oggi, poi, ci fornisce un’indicazione preziosa ricordandoci che seguiamo solo chi ci piace e ci attira. Questa indicazione la traiamo dall’aggettivo che Gesù usa per parlare di lui definendosi pastore (alla lettera “bello”). Gesù è un pastore che attira, che è bello di quella bellezza che salverà il mondo, come ci ricordava il romanziere russo F. Dostoevskij. È la forza attrattiva di Gesù che ci spinge a farci “pecore” del suo gregge, ad ascoltare la sua voce, avendo sperimentato che la sua bellezza consiste nell’esporre la sua vita ad ogni pericolo, nel disporre della sua vita a favore delle pecore e, infine, nel deporre la sua vita ovvero nel dare la sua vita per le pecore. Il pastore Gesù attira, piace perché mette a rischio la sua vita e non si tira indietro per salvare se stesso, non è un mercenario. Questo tempo pasquale ci è stato donato per fare esperienza dell’amore di Colui che non ha mai smesso di mettere la sua vita a nostra disposizione, conquistandosi sul campo, il legno della croce, la nostra fiducia ed esercitando, su quanti si lasciano interessare, una forza attrattiva che non conosce pari. Domandiamoci come mai tante volte il Cristo che noi presentiamo non attira e non genera fascino.

Dal Vangelo secondo Luca 24,35-48
Appariz-Apostoli.jpg (11216 byte)
In quel tempo, [i due discepoli che erano ritornati da Èmmaus] narravano [agli Undici e a quelli che erano con loro] ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto [Gesù] nello spezzare il pane. Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro. Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni».

Nel presentare le apparizioni del Risorto, Luca ne sottolinea  l’elemento della concretezza fisica: l’avvicinarsi di Gesù ai due discepoli di Emmaus, il camminare accanto a loro, il discutere, il mangiare con loro; la “fisicità” con cui egli si presenta agli Undici, a prova della sua identità, è riconferma della sua condivisione con la storia e la condizione umana, condizione che è prima di tutto corporeità; sul corpo sono i segni del passare del tempo; sul corpo sono i segni della gioia ma anche del dolore e della sofferenza. Gesù mostra le mani e i piedi con i segni indelebili della crocifissione, segno di una storia che lo ha riguardato nel suo passaggio terreno; segno di una corporeità che, tutt’altro che annullata, viene invece mantenuta e salvata ora e per sempre dalla morte. Nel suo tornare a visitare gli uomini nella storia, ancora una volta, Cristo offre la sua parola e intesse un dialogo che li porta nel luogo più profondo del proprio essere, del proprio cuore, dove si annidano quei loghismoi, quei cattivi pensieri che fanno da barriera alla fede, creano scoramento, dubbio, incredulità, sentimenti che neanche la percezione dei propri sensi può abbattere. Egli chiede così agli Undici di ritornare con la mente a ciò che diceva quando era ancora con loro; ma ricordare non basta; il ricordo va interpretato, riletto, restituito alla sua intrinseca verità, “allora aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture”. Egli dona la capacità di saper rileggere gli eventi alla luce del progetto salvifico di Dio, alla luce, cioè, di tutta la storia della salvezza che riconduce a Cristo, morto e risorto e nel cui nome saranno predicati la conversione e il perdono dei peccati a tutta l’umanità. Questa è la buona novella. Di questa i discepoli saranno testimoni, ma solo dopo che essi saranno rivestiti di potenza dall’alto, dallo Spirito Santo di Dio.
La prima comunità cristiana riunita attorno a Gesù è chiamata a testimoniare questo e non altro: la misericordia di Dio che, nella pace del Risorto, porta la conversione e il perdono a “tutte le genti”. E questa è la vocazione della Chiesa: far risplendere nel mondo il volto misericordioso di Dio, portare la pace di Cristo ad una umanità mai rinnegata, ma assunta con tutte le sue ferite e risorta dalla gioia del perdono.

@Padre P@