Archivio per la categoria ‘Cineforum’

    • Quando
      domenica 15 gennaio
    • Ora
      21.00 fino a 22.30
  • Dove
    Casa Marvelli, f.lli cervi 12 , Bellaria-Igea Marina (Bellaria)
  • Descrizione
    Precious

    Titolo originale: Precious: Based on the Novel Push by Sapphire
    Nazione: U.S.A.
    Anno: 2009
    Genere: Drammatico
    Durata: 110′
    Regia: Lee Daniels
    Sito ufficiale: www.weareallprecious.com
    Sito italiano: www.corriere.it/precious

    Cast: Gabourey “Gabby” Sidibe, Mo’Nique, Paula Patton, Mariah Carey, Sherri Shepherd, Lenny Kravitz, Stephanie Andujar, Chyna Layne, Amina Robinson, Xosha Roquemore, Angelic Zambrana, Nealla Gordon
    Produzione: Lee Daniels Entertainment, Smokewood Entertainment Group
    Distribuzione: Fandango Distribuzione
    Data di uscita: 26 Novembre 2010 (cinema)
    Nomination Oscar 2010

    Trama:
    Harlem. Precious é una ragazza di appena diciassette anni ma é già alla sua seconda maternità (entrambe dovute alle violenze subite dal padre). La sua situazione é terribile, é analfabeta, é obesa, la madre non la difende, anzi, l’accusa del comportamento del padre. L’unica via d’uscita per lei, é quella di accettare l’offerta di frequentare una scuola speciale, che le permetta di elevarsi dal mondo di ignoranza in cui si trova suo malgrado. Nonostante l’opposizione della madre, Precious, decide di iscriversi alla scuola e di tenere il bambino, e, contro tutte le difficoltà, inizierà la strada che potrà portarla al suo riscatto sociale…

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Uno dei film del ciclo:

“La bottega dell’orefice”

del regista Michael Anderson, anno 1987.

La visione del film presso Casa Marvelli, via f.lli Cervi Bellaria (rn)

nelle prossime domeniche alle ore 21

Tra gli attori figurano Andrea Occhipinti, Olivia Hussey (la giovane Giulietta di Zeffirelli) ed il famosissimo Burt Lancaster nel ruolo proprio dell’orefice. Il film è tratto da un’opera teatrale del giovane Andrei Jowien, alias Karol Woytjla, quando era ancora uno studente all’Università Jagellonica di Cracovia. Nasce all’interno del Teatro Rapsodico, teatro clandestino al tempo dell’occupazione tedesca della Polonia, dove la parola ha il primato sull’azione e dove la tensione drammatica si traduce in un confronto dialettico. Il titolo attribuito all’opera è “Meditazioni sull’amore e sul matrimonio” o “Meditazioni sul matrimonio e sulla famiglia” (del quale vi consiglio vivamente la lettura).

Regia: Marco Tullio Giordana.
Soggetto e sceneggiatura: Claudio Fava, Monica Zappelli, Marco Tullio Giordana. Fotografia: (colore) Roberto Forza.
Montaggio: Roberto Missiroli.
Musica: brani di repertorio.
Produzione: Italia, 2000, Titti Film e RAI Cinema.
Durata: 114’.
Interpreti: Luigi Lo Cascio (Peppino Impastato), Luigi Maria Burruano (Luigi Impastato), Lucia Sardo (Felicia Impastato), Paolo Briguglia (Giovanni Impastato), Tony Sperandeo (Tano Badalamenti), Andrea Tidona (Stefano Venuti).
Premi: Miglior sceneggiatura alla Mostra del cinema di Venezia 2000. 4 David di Donatello 2000: attore protagonista, attore non protagonista, sceneggiatura, costumi.

Giuseppe Impastato, giovane siciliano di Cinisi, è vicino di casa di Gaetano Badalamenti, il boss mafioso locale. Tra le loro abitazioni c’è la distanza di cento passi: il rifiuto di Peppino a percorrerli rappresenta la sua resistenza per non lasciarsi assorbire dall’orizzonte della mafia. Adolescente, sfida le regole imposte dalla mafia e prende posizione come può, contro tutti, persino contro suo padre. Si schiera contro la mentalità corrente attraverso i comizi e le mostre fotografiche in piazza, con il giornalino indipendente e Radio Aut, l’emittente libera che ha fondato. Parla chiaro, senza mezzi termini. Denuncia “Mafiopoli” e tutti i suoi notabili. Un personaggio troppo scomodo perché avversari tanto potenti lo lascino vivere.

 

Quella di Peppino Impastato, è solo ribellione adolescenziale?

Perché sceglie di servirsi della radio, per le sue denunce?

Secondo Peppino il rischio maggiore di fronte alla mentalità di mafia è quello di “non accorgersi più di niente”: sei d’accordo? Perché?

Si può affermare che con la sua vita Peppino Impastato è stato “luce del mondo, sale della terra”?
Giuseppe Impastato non è un “santo”: il discorso religioso non traspare dal film, non sappiamo se si sia interrogato a riguardo. Ma con la sua vita è stato certamente “luce del mondo, sale della terra”. Luce, per il suo desiderio di verità e di onestà, perché non si è mai arreso alle “tenebre” che lo circondavano. Sale, perché nella sua breve esistenza non si è mai rassegnato alla mediocrità e al conformismo. Non ha permesso a se stesso di diventare “insipido”. Al contrario, ha incarnato l’invito che il Papa ribadisce quest’anno ai giovani di tutto il mondo: “Nulla vi accontenti, che stia al di sotto dei più alti ideali”.
Peppino è un ribelle. Uno che non lascia in pace e che non si dà pace. Ma la sua non è semplicemente l’irrequietezza dei vent’anni. È il dibattersi di chi si sente imbrigliare sempre più in un meccanismo stritolante, ancora più pericoloso, perché genera assuefazione. Per questo si trova ad urlare nella notte, al fratello Giovanni: “ …98, 99, 100. Sai chi abita qua? Lu zi’ Tano ci abita qua.
Cento passi ci sono da casa nostra! Cento passi! Vivi nella stessa strada, prendi il caffè nello stesso bar… alla fine ti sembrano come te. […] Noi ci dobbiamo ribellare, prima che sia troppo tardi.
Prima di abituarci alle loro facce. Prima di non accorgerci più di niente!”.

Peppino respinge l’indifferenza e il silenzio, comuni in chi gli vive accanto. Rifiuta di ignorare quello che accade sotto i suoi occhi, di fare finta di niente. Sente l’urgenza di tenere desta l’attenzione, di disturbare le coscienze che si sono abituate allo stato delle cose.
Rifiuta di lasciarsi spegnere, distrarre dal suo impegno di agente disturbatore per la comunità in cui vive. Sa bene che troppi aspettano proprio questo: che rinunci per dedicarsi ad altro.
In un’estate di contestazioni giovanili, anche la denuncia di Peppino rischia di essere smorzata da altri discorsi, più accattivanti e meno scomodi, come quelli proposti dai giovani hippies che per un periodo frequentano Radio Aut. Ma lui non ci sta e il perché lo confida al microfono: “Viene voglia di piantare tutto e andare via dietro a loro. Ma qui non siamo a Parigi, non siamo a Berckeley, non siamo a Woodstock e nemmeno all’isola di White. Qui siamo a Cinisi, in Sicilia. Dove non aspettano altro che il nostro disimpegno, il rientro nella vita privata. Per questo ho voluto occupare simbolicamente la radio. Per richiamare la vostra attenzione. Ma non voglio fare tutto da solo. Bisogna che ognuno di noi ritorni al lavoro che ha sempre fatto: cioè informare, dire la verità”.
L’avvio della radio era stata una decisione importante. Non uno svago, ma il linguaggio che gli concede il più grane margine di libertà. Rappresenta il suo rifiuto a lasciarsi gestire: “A me mi basta che ci sentano a Cinisi. […] Quando tira vento, quando c’è sole, quando c’è pioggia. Quando non mi danno il permesso di fare un comizio, quando mi sequestrano il materiale… L’aria non ce la possono sequestrare”. Conosce le potenzialità dello strumento radiofonico, usa l’ironia, il tono scanzonato e irriverente, tiene desta l’attenzione con la risata.
La sua scelta di non farsi addomesticare, si concretizza nella sua candidatura alle elezioni comunali, come spiega lui stesso a Stefano Venuti: “Quello che ho fatto alla radio, lo farò in consiglio comunale. Li controllo, li marco stretti. Li costringo a rispettare le leggi”.
Sono in molti a reputarlo un pazzo. Suo padre, Luigi, ha solo questa preoccupazione: mettere a tacere il figlio, fermare questo giovane incosciente. Arriva ad aggredirlo, a cacciarlo di casa per questo, dopo l’articolo di denuncia sul giornalino “L’Idea socialista”. Persino davanti alla bara di Peppino, l’unico commento del cugino Anthony è in questo senso: “Peppino… sangue pazzo”.
Eppure non è uno sconsiderato né si è messo a rischio per sprezzo del pericolo. Anzi, ha paura. Sa che sta mettendo in gioco la sua vita, che con le sue parole firma la sua condanna a morte. Ma non tace. Risulta scomodo ai politici locali quando ha il coraggio di tenere i comizi in piazza proprio sotto le finestre del sindaco, per denunciare gli intrallazzi di mafia nelle decisioni dell’amministrazione comunale. Peppino sarà scomodo anche da morto, al punto che polizia e magistratura cercheranno di chiudere sbrigativamente il caso decretando l’accaduto un suicidio.
Sua madre negli ultimi vent’anni si è battuta perché la verità venisse a galla, perché i colpevoli dell’omicidio venissero individuati, perché la voce coraggiosa del figlio non si spegnesse. Davanti alla bara, quando Anthony considera che dopotutto Peppino “era uno di noi”, Felicetta interviene: “No. Non era uno di voi. E io vendette non ne voglio”.
I “padroni di Cinisi” si sentono onnipotenti, convinti di avere potere di vita e di morte su Peppino. E in effetti ne decretano la morte. Ma non riescono a far tacere le sue idee, il fermento che ha avviato agendo su tanti fronti, facendo crescere una coscienza comune.
Ne è segno tangibile quanto è stato fatto da chi ha raccolto il testimone lasciato da quest’uomo che ha dato tutto, persino la sua stessa vita per affermare con dignità quello in cui credeva.

Ora
domenica 8 maggio · 21.00 – 22.30

Luogo
Bellaria Igea Marina

f.lli Cervi 12



                                    

Negli anni Settanta chi fondava una radio privata e sfotteva i poteri forti rischiava, a Milano o a Roma, un’irruzione della polizia. A Cinisi, Sicilia, la posta in gioco era diversa: era la morte. Peppino Impastato gioca la propria scommessa fino in fondo: figlio di un mafioso di piccolo cabotaggio, nega il sistema di valori paterni e si rifiuta di percorrere “i cento passi” che separano la sua casa da quella di Tano Badalamenti, il boss che può decidere il suo destino…

Guarda il Trailer:

mentre per la cultura continua da domenica prossima il Ciclo “educare alla legalità”

con ” I cento Passi” questa sera si apre la serie Love

con un film d’amore e di qualità ” I passi dell’amore”

preparate i fazzoletti

Un abbraccio a tutti

Questa sera alle 21 presso la Casa Marvelli

I PASSI DELL’AMORE

vedi evento su Facebook

http://www.facebook.com/event.php?eid=186352204743510

ORE 21

A CASA MARVELLI

il secondo film del ciclo “Educare alla legalità”

LUNA ROSSA DI ANTONIO CAPUANO

Film a flashback sulla storia di una famiglia camorrista. Il pentitismo diventa qui spunto narrativo e pretesto per mostrare costruzione e decostruzione del potere come fatto violento, ma anche come pulsione privata e passionale. Il senso del tragico fa perdere di vista l’orizzonte razionale di denuncia e fa emergere in modo forte gli elementi simbolici del film (come l’inedito cielo grigio di Napoli).

«Chiamare martiri quanti nel nostro tempo testimoniano la loro fedeltà a Cristo fino all’effusione del sangue a motivo della giustizia o dell’amore al prossimo o della difesa dei decisivi valori umani significa indicare  “moderni” modelli di santità». Così si esprimeva monsignor Cataldo Naro, che fu vescovo di Monreale e promotore nel 2005, un anno prima di morire, del progetto «Santità e legalità» per un impegno cristiano di resistenza alla mafia. Un’affermazione forte, che è stata ripresa, circostanziata e dettagliata, nel documento Cei Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno del 21 febbraio 2010, in cui si sottolinea che negli ultimi anni «luminose testimonianze… ribellandosi alla prepotenza della malavita organizzata hanno vissuto la loro lotta in termini specificamente cristiani».

Nel documento vengono citati in particolare :
don Pino Puglisi,
don Giuseppe Diana
e il giudice Rosario Livatino,
uomini coraggiosi «uccisi non per errore». Ad essi verrà dedicato un convegno di studi intitolato «Martiri per la giustizia, martiri per il Sud» che si terrà a Napoli domani e dopodomani, presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, sezione San Luigi, nell’ambito della settima Giornata di studio sulla Storia del cristianesimo, a cui parteciperanno tra gli altri Massimo Naro e Giuseppe Bellia, della Pontificia Facoltà della Sicilia, il giudice e scrittore Raffaele Cantone e Sergio Tanzarella, della Pontificia Facoltà Teologica di Napoli. Rosario Livatino fu ucciso il 21 settembre 1990 sulla statale 640 di Porto Empedocle per mano di quattro sicari assoldati dalla Stidda agrigentina, mentre si recava senza scorta in tribunale.

«L’indicazione di Livatino al pari di don Puglisi e don Diana ha un grande valore reale e  simbolico – dice il giudiceRaffaele Cantone –. Indica l’impegno civile come via percorribile della santità. Livatino aveva una ferma convinzione cattolica. Ma è per aver dato la vita nell’esercizio di una giustizia sociale che può essere considerato un martire. Ne può derivare un nuovo approfondimento su cosa possa significare per un cattolico svolgere un lavoro delicato e difficile, quale può essere quello di un magistrato impegnato a combattere le mafie». Ma in che senso è possibile parlare oggi di martirio cristiano? Risponde Massimo Naro: «Premesso che il cristianesimo ha esso stesso un certo risvolto civile, in quanto è situato storicamente dentro la “città” degli uomini, occorre formulare una risposta che non dia adito all’inflazione del concetto cristiano di martirio estendendolo tout court ad ogni morte eroica possibile e immaginabile e, al contempo, non divarichi lo stesso martirio cristiano rispetto alla morte pazientemente e coraggiosamente subita da chi pratica valori importanti come la giustizia, la pace, il bene comune.

Per far ciò diventa urgente, ancor più che estendere il “concetto” di martirio, dilatare l’identità dei martiri, considerandoli come coloro che, oltre a dare la vita per un ideale pur nobile e persino “per” qualcuno, muoiono “con” Qualcuno, venendo coinvolti nel martirio stesso di Cristo. In tal modo si arriva a comprendere – come aveva già capito san Tommaso nel medioevo e come ha gridato Giovanni Paolo II ad Agrigento nel 1993 – che il martire cristiano non è chi dà la vita soltanto a motivo della fede, come il martire civile non è soltanto chi viene ucciso per la giustizia». Don Giuseppe Diana venne assassinato da due killer alle 7.30 del 19 marzo 1994, giorno del suo onomastico, nella sacrestia della chiesa di San Nicola di Bari a Casal di Principe, nel casertano,  mentre si accingeva a celebrare la messa.

Per quel delitto Sergio Tanzarella chiama in causa la responsabilità sociale dei cristiani, intimamente connessa con quella religiosa: «È stato un doppio omicidio quello di don Diana, che fu ucciso non solo dalla camorra, ma anche da una politica locale che conviveva senza problemi con essa e da una complessiva indifferenza di una maggioranza della società rassegnata al dominio camorristico. Di don Peppino si tentò poi di uccidere anche la memoria attraverso le calunnie che cercarono per anni di attribuire la morte ad altre cause in luogo del suo costante e limpido impegno sociale e cristiano». Don Pino Puglisi fu assassinato il 15 settembre 1993, anch’egli nel giorno del suo compleanno, il 56°, davanti al portone di casa.

Fu definito un prete anti-mafia. In realtà egli, pur ribadendo la sua condotta contro la mafia, non cessò mai di invocare la conversione dei mafiosi. «Di Pino Puglisi resta luminosa l’azione pastorale, condotta con disarmante mitezza nella quotidianità – dice Giuseppe Bellia –, lasciandosi guidare dall’insegnamento sapiente della parola di Dio. Si preparò all’incontro con la morte chiedendo perdono, non minacciando vendetta e senza mostrare alcuna superiorità morale sull’atteggiamento ingiusto e offensivo dei suoi persecutori. Gridare contro l’ingiustizia non ci rende giusti, mentre saper riconoscere e accettare la propria debolezza ci permette di congiungere la verità che germoglia dalla terra con la misericordia che si affaccia dal cielo».

Giorgio Agnisola

CINEFORUM CASA MARVELLI

Pubblicato: 31 marzo 2011 in Cineforum

Domenica 3 aprile 2011

ore 21 “Casa Marvelli”

Il giudice ragazzino, Alessandro Di Robilant, 1994

In contrasto con la spettacolarizzazione televisiva e la mitizzazione degli eroi dell’antimafia quest’opera dallo stile minimale fa emergere, senza retoriche, tutte le insicurezze, i dubbi e le paure di un protagonista della lotta per la legalità. Ispirato alla vera storia del giudice Livatino, ucciso dalla mafia nel 1990.