Archivio per la categoria ‘Cinema’

ORE 21

A CASA MARVELLI

il secondo film del ciclo “Educare alla legalità”

LUNA ROSSA DI ANTONIO CAPUANO

Film a flashback sulla storia di una famiglia camorrista. Il pentitismo diventa qui spunto narrativo e pretesto per mostrare costruzione e decostruzione del potere come fatto violento, ma anche come pulsione privata e passionale. Il senso del tragico fa perdere di vista l’orizzonte razionale di denuncia e fa emergere in modo forte gli elementi simbolici del film (come l’inedito cielo grigio di Napoli).

«Chiamare martiri quanti nel nostro tempo testimoniano la loro fedeltà a Cristo fino all’effusione del sangue a motivo della giustizia o dell’amore al prossimo o della difesa dei decisivi valori umani significa indicare  “moderni” modelli di santità». Così si esprimeva monsignor Cataldo Naro, che fu vescovo di Monreale e promotore nel 2005, un anno prima di morire, del progetto «Santità e legalità» per un impegno cristiano di resistenza alla mafia. Un’affermazione forte, che è stata ripresa, circostanziata e dettagliata, nel documento Cei Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno del 21 febbraio 2010, in cui si sottolinea che negli ultimi anni «luminose testimonianze… ribellandosi alla prepotenza della malavita organizzata hanno vissuto la loro lotta in termini specificamente cristiani».

Nel documento vengono citati in particolare :
don Pino Puglisi,
don Giuseppe Diana
e il giudice Rosario Livatino,
uomini coraggiosi «uccisi non per errore». Ad essi verrà dedicato un convegno di studi intitolato «Martiri per la giustizia, martiri per il Sud» che si terrà a Napoli domani e dopodomani, presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, sezione San Luigi, nell’ambito della settima Giornata di studio sulla Storia del cristianesimo, a cui parteciperanno tra gli altri Massimo Naro e Giuseppe Bellia, della Pontificia Facoltà della Sicilia, il giudice e scrittore Raffaele Cantone e Sergio Tanzarella, della Pontificia Facoltà Teologica di Napoli. Rosario Livatino fu ucciso il 21 settembre 1990 sulla statale 640 di Porto Empedocle per mano di quattro sicari assoldati dalla Stidda agrigentina, mentre si recava senza scorta in tribunale.

«L’indicazione di Livatino al pari di don Puglisi e don Diana ha un grande valore reale e  simbolico – dice il giudiceRaffaele Cantone –. Indica l’impegno civile come via percorribile della santità. Livatino aveva una ferma convinzione cattolica. Ma è per aver dato la vita nell’esercizio di una giustizia sociale che può essere considerato un martire. Ne può derivare un nuovo approfondimento su cosa possa significare per un cattolico svolgere un lavoro delicato e difficile, quale può essere quello di un magistrato impegnato a combattere le mafie». Ma in che senso è possibile parlare oggi di martirio cristiano? Risponde Massimo Naro: «Premesso che il cristianesimo ha esso stesso un certo risvolto civile, in quanto è situato storicamente dentro la “città” degli uomini, occorre formulare una risposta che non dia adito all’inflazione del concetto cristiano di martirio estendendolo tout court ad ogni morte eroica possibile e immaginabile e, al contempo, non divarichi lo stesso martirio cristiano rispetto alla morte pazientemente e coraggiosamente subita da chi pratica valori importanti come la giustizia, la pace, il bene comune.

Per far ciò diventa urgente, ancor più che estendere il “concetto” di martirio, dilatare l’identità dei martiri, considerandoli come coloro che, oltre a dare la vita per un ideale pur nobile e persino “per” qualcuno, muoiono “con” Qualcuno, venendo coinvolti nel martirio stesso di Cristo. In tal modo si arriva a comprendere – come aveva già capito san Tommaso nel medioevo e come ha gridato Giovanni Paolo II ad Agrigento nel 1993 – che il martire cristiano non è chi dà la vita soltanto a motivo della fede, come il martire civile non è soltanto chi viene ucciso per la giustizia». Don Giuseppe Diana venne assassinato da due killer alle 7.30 del 19 marzo 1994, giorno del suo onomastico, nella sacrestia della chiesa di San Nicola di Bari a Casal di Principe, nel casertano,  mentre si accingeva a celebrare la messa.

Per quel delitto Sergio Tanzarella chiama in causa la responsabilità sociale dei cristiani, intimamente connessa con quella religiosa: «È stato un doppio omicidio quello di don Diana, che fu ucciso non solo dalla camorra, ma anche da una politica locale che conviveva senza problemi con essa e da una complessiva indifferenza di una maggioranza della società rassegnata al dominio camorristico. Di don Peppino si tentò poi di uccidere anche la memoria attraverso le calunnie che cercarono per anni di attribuire la morte ad altre cause in luogo del suo costante e limpido impegno sociale e cristiano». Don Pino Puglisi fu assassinato il 15 settembre 1993, anch’egli nel giorno del suo compleanno, il 56°, davanti al portone di casa.

Fu definito un prete anti-mafia. In realtà egli, pur ribadendo la sua condotta contro la mafia, non cessò mai di invocare la conversione dei mafiosi. «Di Pino Puglisi resta luminosa l’azione pastorale, condotta con disarmante mitezza nella quotidianità – dice Giuseppe Bellia –, lasciandosi guidare dall’insegnamento sapiente della parola di Dio. Si preparò all’incontro con la morte chiedendo perdono, non minacciando vendetta e senza mostrare alcuna superiorità morale sull’atteggiamento ingiusto e offensivo dei suoi persecutori. Gridare contro l’ingiustizia non ci rende giusti, mentre saper riconoscere e accettare la propria debolezza ci permette di congiungere la verità che germoglia dalla terra con la misericordia che si affaccia dal cielo».

Giorgio Agnisola

Ora

domenica 6 febbraio · 21.00 – 22.30


Luogo

Casa Marvelli

f.lli Cervi, 12

Bellaria, Italy

 

“Nel nome del padre ha una duplice chiave di lettura, sia come documento
sociale che come dramma personale. Per Sheridan esiste una connessione
naturale tra la narrazione politica della storia e l’allegoria del
conflitto tra padre e figlio presente in essa. `Le società e le religioni sono
strutturate intorno a figure paterne. l’Inghilterra è diventata una sorta di
figura paterna con la quale gli Irlandesi cercano di confrontarsi da lungo
tempo’. Sheridan ritiene che i secoli di dominio inglese sull’Irlanda abbiano
indebolito l’autorità paterna irlandese. I figli di padri deboli, o facili ai compromessi,
sono spesso costretti a scappare, se ne hanno la possibilità, o ad
affrontare la realtà con coraggio, trasformandosi proprio in quello che
disprezzano. `Volevo realizzare la storia di un buon padre perché nella letteratura
irlandese non esistono figure paterne positive’, spiega Sheridan.
Egli ritiene che gli scrittori irlandesi moderni, come Beckett e Joyce, si siano
rivoltati contro l’autorità rifiutando gli strumenti narrativi tradizionali. `Joyce
ha dovuto inventare un padre ebreo, Leopold Bloom, perché non è riuscito
a trovare tra la sua gente quelle qualità che ammirava e rispettava’,
commenta il regista. `Ritengo che sia giunto il momento di superare questo
stadio. Ho voluto ritrarre la figura di una persona in apparenza debole,
come Giuseppe, e mostrare la sua bontà interiore. Alla fine il figlio maltrattato
arriva a paragonare i suoi due padri. Ho voluto interrompere il ciclo
della vittimizzazione e fare in modo che il figlio fosse in grado di ammettere
che suo padre era un buon uomo’. Infine Sheridan vuole, con il suo titolo,
invocare un padre non solo terreno ma anche spirituale, una preghiera
affinché venga interrotta la spirale di violenza che avvolge l’Irlanda.` È
un’invocazione che viene dal profondo del cuore, Nel nome del padre,
come all’inizio della preghiera. Se non ti è permesso di esprimere i tuoi sentimenti,
una bomba lo farà per te’.

Domenica 19 dicembre alle 21 presso la Casa Marvelli

Regia: Giovanni Veronesi

Attori:

Diego Abatantuono (Giuseppe)

Ugo Conti (Zebulon)

Penélope Cruz (Maria)

Mariangela D’Abbraccio (Tamar)

Renato De Carmine (Cleofa)

Eliana Giua (Maria A 8 Anni)

Alessandro Haber (Socrates)

Antonino Iuorio (Manasse)

Gianni Musy Glori (Avrahm)

Massimo Pittarelli (Gioele)

Laura Roncaccia (Giuditta)

Valeria Sabel (Sara)

Stefania Sandrelli (Dorotea)

Durata: 110 minuti

TRAMA

Giuseppe è un uomo diverso dagli altri, ha in mente di visitare le città del mondo, Atene, Sparta, Damasco, Roma… vuole invecchiare camminando, vuole amare le donne. Ma il suo destino invece gli fa incontrare Maria, una ragazza molto più giovane, con un carattere solido, caparbio, sicuro. Giuseppe non riesce a resistere al fascino infantile della ragazza; finisce per sposarla. I due si amano profondamente ma il destino li vuole separare a tutti i costi. Maria rimane incinta e racconta una verità impossibile. Giuseppe le rimane accanto non per pietà, non per protezione, ma solo perché l’amore certe volte assegna dei compiti ingrati e ordina al tuo cuore un martirio obbligato, senza via di scampo. Ma Giuseppe non vuole credere, non vuol sentire, cerca solo di ristabilire un’ordine di vita che ormai gli è sfuggito di mano. S’infuria, si ubriaca, affronta Maria, cerca di farla nuovamente innamorare, di corteggiarla come un tempo, ma quel muro invalicabile da lei costruito, non gli permette più alcun tentativo.

Tratto da un romanzo di Festa Campanile. Diretto da Veronesi, collaboratore di Francesco Nuti che gli aveva prodotto Maramao, film d’esordio. Sulla falsariga della storia di Giuseppe e Maria, personaggi biblici. Si ipotizzano i tormenti esistenziali e psicologici di colui che non è padre di suo figlio. Qui si immagina che sia donnaiolo e assiduo cliente di prostitute. Ma di fronte alla volontà del Signore accetta il bimbo non suo. Buona la recitazione, diligente ma senza voli la regia. La musica è di Nicola Piovani. Buoni incassi.

Non tutto funziona a dovere, va da sé, ma la dominante favolistica non viene mai meno e la tentazione della parodia risulta accuratamente respinta: non era affatto facile trovare una coloritura brillante, un po’ magica un po’ allucinata, per vicende cinematograficamente sbiadite. Solo giganti come Martin Scorsese hanno, in tempi recenti, saputo invertire il destino hollywoodiano degli show evangelici, accendendo sullo schermo, insieme alla suspense religiosa, un moderno talento visionario. Veronesi non ha statura omologa ma, nei suoi limiti, il film gli riesce facile e scorrevole, il ragionamento non prevarica lo stile e la poesia fa capolino senza esibirsi in mosse ad effetto. Particolarmente calibrato è l’ultimo sviluppo narrativo, che mette ai margini proprio il protagonista… ‘Per amore solo per amore’ disposto ad autoescludersi dal rapporto ineffabile tra la Madre ed il Bambino. Sacro e profano si confondono nel suo progressivo esercizio d’innamoratissima pazienza.

Per amore solo per amore è indubbiamente un prodotto singolare, forse inutile, a tratti inerte. Troviamo superfluo il confronto con il libro di Festa Campanile rispetto alla cui natura il film, comunque, accentua il cinismo e smorza la spiritualità. Veronesi (sceneggiatore di quasi tutti i film di Francesco Nuti e debuttante alla regia con Marameo, qualche anno fa) si lascia tentare dalle lusinghe del simbolismo (un anacronistico cavallo bianco – la libertà? – in stile bagnoschiuma, una torre nel deserto – il peccato? – Troppo fallica) ma fa bene a fidarsi dell’espressività assente e dell’autoironia distratta di Diego Abatantuono, non ancora completamente sgusciato fuori da Puerto Escondido e, forse, tatticamente, meno esplicito di quanto lui amerebbe. Graziosa e invitante Penelope Cruz, più consono ai Monthy Pyton de La vita di Brian, Alessandro Haber, bellissima ma un pò cresciutella (per la parte) Stefania Sandrelli.

Curiosa opera seconda, questa di Veronesi. Il regista toscano aveva esordito sei anni fa con l’insolito Maramao: una storia di bambini in cui gli adulti erano sempre inquadrati solo dalla vita in giù, come nelle strisce di Linus. E qui Veronesi sembra citarlo, dedicando la prima inquadratura ai piedi di Socrates che avanzano nel deserto, per poi far nascere l’amicizia fra il greco fuggiasco e l’ispido falegname palestinese. In fondo i duetti fra Haber (che, interpreta Socrates) e Abatantuono sono la cosa migliore del film, una bizzarra solidarietà virile che sopravvive alle violenze e ai traumi della vita. Mentre l’approfondimento psicologico di personaggi come San Giuseppe e la Madonna, che archetipi sono e archetipi dovrebbero rimanere, zoppica non poco (sarebbe come raccontare la vita di Babbo Natale, o inventarsi la giovinezza della Befana). Abatantuono regge anche i dialoghi più “attuali” ed improbabili, ma lo stesso non può dirsi dei comprimari (non si può, davvero non si può sentire il fratello di Giuseppe che lo accusa di aver difeso un’adultera chiedendogli: “Te la sei fatta anche tu?”). Alla fine, complice anche la zuccherosa, onnipresente musica di Piovani, si ha la sensazione di un film irrisolto: indeciso se diventare una commedia moderna in abiti antichi, una versione quotidiana del Vangelo di Pasolini (ma siamo lontani anni luce) o un apologo fuori del tempo sui temi della famiglia, sacra e non.

Pur se il passaggio di Stefania Sandrelli nell’insulso personaggio della cortigiana non lascia traccia, si può dire che le presenze degli interpreti per scelta oculata e ottima evidenziazione delle qualità individuali formano l’attrattiva del film; e ne conferma l’assenza di volgarità, il civile livello e l’aspirazione a due soldi di poesia. Meno convincono (e qui ci si potrebbe riallacciare al discorso dei piedi…) il tono generale della regia, l’abuso incontinente delle musiche di Nicola Piovani, l’ambientazione convenzionale nonostante la trasferta tunisina: insomma i modi e i tempi del racconto per immagini.

Come nel romanzo (1983), premio Campiello 1984, di Pasquale Festa Campanile dal quale è stato tratto, G. Veronesi (1963) e il suo sceneggiatore Ugo Chiti hanno raccontato Giuseppe della stirpe di David, sposo di Maria Vergine e padre delegato di Gesù Cristo, appena nominato nei Vangeli, come un uomo comune, immerso nel quotidiano: prima scapolo irriducibile, curioso della vita e del mondo, amante delle donne e da loro amato, ingegnoso artigiano del legno, di cui Maria giovinetta è innamorata sin da bambina, e poi sposo appassionato al punto di accettarne la misteriosa gravidanza, di perdere il senno e di morirne: “La storia che venne dopo cancellò la sua”. La direzione degli attori è all’altezza della rischiosa impresa e ne fa una scommessa vinta anche se la maggioranza dei critici lo sbrigò come un disinvolto e illustrativo tentativo di commedia all’italiana e i cattolici ufficiali lo attaccarono per eccesso di umanizzazione ai limiti con la profanazione. Oltre a Penelope  Cruz (doppiata da Stella Musy), Maria poco ortodossa che tocca note di ammirevole intensità, Abatantuono interpreta Giuseppe con misura e ritegno che non smorzano la sua energia, spalleggiato da un ottimo Alessandro Haber nella parte del greco Socrates che l’ha scelto come padrone, tenuto a briglia corta dal regista e dal mutismo che, dopo il primo quarto d’ora, il ruolo gli impone. Nel romanzo è il narratore; qui diventa il coro silenzioso di quella che, in fondo, è la storia di un amore coniugale.

PREMI

1994 – DAVID DI DONATELLO PER MIGLIORE SCENEGGIATURA (UGO CHITI E GIOVANNI VERONESI), MIGLIORE PRODUTTORE (AURELIO DE LAURENTIIS), MIGLIORE ATTORE NON PROTAGONISTA (ALESSANDRO HABER).

DIALOGO/RECENSIONE SUL FILM APOCALYPTO

Pubblicato: 5 febbraio 2007 in Cinema

Recensioni Film

Pubblicato: 29 gennaio 2007 in Cinema
LA RICERCA DELLA FELICITA’ (2006)
 
 
Muccino frena le emozioni e vince la sfida
 

Sul mito della «seconda volta» e del «diritto alla felicità» il cinema americano ha costruito buona parte della sua fortuna. E dei suoi soggetti. Per questo l’ esordio statunitense di Gabriele Muccino poteva rivelarsi da una parte piuttosto agevole (sarebbe bastato «copiare» certe atmosfere e certe situazioni) e dall’ altra decisamente complicato (va bene copiare, ma poi il confronto avrebbe potuto essere devastante). Senza tener conto del fatto che guidare una troupe hollywoodiana, con una star come Will Smith a capo, è un (bel) po’ più complicato che dirigere un film con la Bellucci e Bentivoglio. Per questo La ricerca della felicità mi sembra un film decisamente riuscito. Non un capolavoro, certo, ma un bel film medio (che non è una diminuzione, anzi) capace di rivelare nel regista romano una serie di potenzialità che nei suoi film italiani finivano per essere poco sviluppate. Che Muccino sappia imprimere alle sue opere una notevole fluidità narrativa e alle riprese una scorrevole naturalezza non è certo una novità. Ma sia nell’ Ultimo bacio che in Ricordati di me mi era sembrato di cogliere un po’ di furbizia di troppo, di chi non vuole dispiacere a nessuno e quindi finisce per «assolvere» i peccati di tutti, rivelandosi consolatorio più che partecipe. Nella Ricerca della felicità questo atteggiamento di fondo sparisce e quella che poteva essere la più scontata e zuccherosa delle storie (un uomo precipita ai gradini più bassi della povertà prima di risalire verso il successo) diventa il ritratto coinvolgente e credibile di un americano alle prese con le tante contraddizioni della vita e della società. La storia (vera) è quella di Chris Gardner (Will Smith) che all’ inizio degli anni Ottanta, a San Francisco, campa a fatica piazzando macchinari medici. Quando le spese diventano più dei guadagni e la moglie insoddisfatta (Thandie Newton) se ne va, Chris è appena riuscito a farsi accettare a un corso gratuito per aspiranti broker. Con il figlio Christopher a carico (Jaden Smith, figlio di Will anche nella vita reale), finirà per ritrovarsi a far la coda con altri homeless davanti ai dormitori pubblici, deciso però a non arrendersi né come genitore né come professionista. Muccino sceglie di raccontare questa storia utilizzando il più possibile ambientazioni dal vero – ricoveri per senzatetto compresi – per imprimere al film un’ atmosfera credibilmente realistica (aiutato anche dalla fotografia di Phedon Papamichael). Ma soprattutto sembra attento a controllare e dove possibile a frenare ogni troppo facile concessione emotiva. Le piccole umiliazioni che Chris deve sopportare durante il corso, la domenica passata allo stadio tra persone infinitamente più ricche di lui, la notte trascorsa nella metropolitana, l’ egoismo degli amici, sono tutti episodi che avrebbero potuto essere raccontati con ben altra enfasi. E invece scorrono sullo schermo con invidiabile naturalezza. Allo stesso modo la recitazione di Will Smith è sempre intelligentemente controllata, quasi trattenuta, così da dar vita a un personaggio credibile, non «hollywoodiano», che facilita il coinvolgimento emotivo dello spettatore e che aiuta a raccontare il mito dell’ «edonismo reaganiano» da un’ angolazione meno scontata e superficiale. Permettendo a Muccino di evitare le trappole in cui era caduto in passato. In questo modo l’ eterna favola del successo a portata di mano diventa qualche cosa di più complesso e credibile. E una commedia a lieto fine (perché così è stata la vera storia di Chris Gardner) la conferma di una professionalità davvero matura. Che ha dimostrato di saper fare a meno di certi facili stereotipi giovanilisti per mettersi al servizio di un’ idea di regia che forse non è immediatamente gratificante (non si può dire che questo sia un film «d’ autore») ma che può davvero aprire la porta di una lunga e bella carriera.
Da Il Corriere della Sera, 12 gennaio 2007

Condivido quasi pienamente la recensione del Corriere, inoltre credo che Muccino abbia tentato di scrollarsi di dosso una tara.Tara che si porta dietro con gran parte del cinema italiano"giovane",quella del divieto di lieto fine in un film ed anche di una felicità che si può gustare solo a momenti, uno degli assi principali che caratterizzano i suoi film e gran parte del pensiero moderno di oggi, verso il quale nutro parecchi sospetti. Cmq film godibile, anche se devo dire crea una "quasi sana" angoscia in chi si accinge a vederlo.