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Italia terra di missione

Pubblicato: 18 febbraio 2012 in Ad gentes, Cultura

Il tema della missione al centro del suo intervento conclusivo dell’incontro “Gesù nostro contemporaneo”, svoltosi a Roma dal 9 all’11 febbraio su iniziativa della Cei.

«Italia, terra di missione». Così Sandro Magister, uno dei più acuti osservatori del mondo ecclesiale italiano e mondiale, titola il suo commento all’incontro internazionale “Gesù nostro contemporaneo”, svoltosi a Roma dal 9 all’11 febbraio su iniziativa del Comitato per il Progetto culturale della Conferenza episcopale italiana.

«Nel tirare le somme delle tre giornate – annota Magister – il cardinale Camillo Ruini – che è stato il principale ideatore dell’evento – ha messo in campo la parola “missione” per indicare come passare dalla teoria alla pratica e vivere da veri “contemporanei” di Gesù».

L’ultimo paragrafo del discorso conclusivo di Ruini esplicita il tema.
«Nella conversazione sui giovani e Gesù è risuonata una domanda: questa grande presenza di Gesù ha il futuro assicurato, qui in Italia e in Occidente, o invece i giovani, pur amandolo e ammirandolo per tanti aspetti, stanno perdendo la fede in lui, in concreto stanno abituandosi a vivere a prescindere dal Gesù vivo e reale, sostituendolo magari con un Gesù immaginario, fabbricato da una cattiva letteratura o costruito sulla misura dei nostri gusti? A questa domanda non c’è una risposta prestabilita, una risposta, cioè, in grado di prevedere il futuro della fede in Italia e in Occidente. In realtà questo futuro è aperto, aperto alla nostra libertà e prima ancora alla libertà e alla misericordia di Dio. Esiste però una risposta precisa e vincolante per ogni credente, che non prevede gli esiti ma indica il nostro compito. Questa risposta si riassume in una parola, che è tra le più antiche e originarie del cristianesimo: la parola missione».

E ancora: «Gesù stesso, con la forza dello Spirito Santo, è colui che è mandato dal Padre, colui che si identifica con la missione che il Padre gli ha affidato. E missionari, mandati da Cristo con il dono dello Spirito, sono gli Apostoli, missionaria era tutta la comunità cristiana delle origini. In ogni epoca la Chiesa ha generato grandi missionari. Oggi probabilmente non basta più che alcuni membri della Chiesa vivano la loro fede come missione, in paesi lontani o qui da noi. Gesù rimarrà sempre nostro contemporaneo, perché vive con noi e per noi nell’eterno presente di Dio. Affinché però anche noi viviamo da suoi contemporanei, con lui e per lui, mi sembra necessario che oggi la missione ritorni ad essere quello che è stata all’inizio: una scelta di vita che coinvolge l’intera comunità cristiana e ciascuno dei suoi membri, ciascuno naturalmente secondo le condizioni concrete della sua esistenza».

Qui trovi il testo integrale dell’intervento del card. Ruini.

***

Giusto un anno fa, alla vigilia del fatidico 17 marzo nel quale sono stati celebrati i 150 anni dell’Unità d’Italia, «Mondo e Missione» dedicava la sua copertina e uno speciale all’Italia «Paese di missione» (senza punto interrogativo).

Quanto l’Italia di oggi è ancora – ci chiedevamo – un luogo dove si testimonia il Vangelo? E come guardare allo squilibrio tra una presenza capillare della Chiesa sul territorio e un’incidenza che si riduce sempre di più sulle coscienze?

Queste le domande al centro del numero di marzo 2011, a partire dal titolo provocatorio «Italia, Paese di missione». In un servizio speciale di 24 pagine la rivista si interrogava sulla solidità della testimonianza cristiana attraverso uno sguardo interessante e inedito: quello degli immigrati cattolici che sempre più sono e saranno una componente stabile e preziosa della Chiesa in Italia.

Vale la pena di rileggerlo, a cominciare dall’editoriale di Enzo Bianchi “Un soprassalto di Vangelo”.

VS

Anche se oggi fioccheranno i baci e le carezze, gli innamorati si rassegnino: san Valentino cede volentieri il passo a questi due giganti della fede, fratelli di sangue ed evangelizzatori dell’Est europeo: Cirillo e Metodio; se è bello pensare che un vescovo italiano perso nelle pieghe della storia sia diventato patrono degli innamorati – pare – per quel suo gesto tutto paterno di pagare la dote alle ragazze povere da maritare prima di primavera, è ancora più bello pensare che l’Europa si tenga unita grazie alla predicazione del vangelo. Popoli diversi, con storie diverse, si sono trovati uniti intorno allo stesso vangelo, pur con sensibilità diverse; e a questa unità da ritrovare fa riferimento la festa di oggi, per dire a voce chiara che l’Europa non può essere solo un progetto economico, per quanto efficace, ma un sogno costruito attorno all’uomo secondo i valori del vangelo che hanno permeato le scelte di quasi duemila anni di civiltà. Valori del vangelo che hanno dato origine alle dichiarazioni sui diritti dell’uomo (peraltro spesso negati dalla stessa Chiesa in continua conversione) e attorno ai quali davvero la nuova Europa può riunirsi. Affidiamo a questi santi, che hanno evangelizzato popoli lontani dal vangelo, con grande attenzione alla cultura e al rispetto delle culture – ancora oggi i popoli russi usano l’alfabeto inventato da Cirillo per tradurre la Bibbia – la costruzione della nostra Europa: possiamo riscoprire le radici comuni che hanno reso grande la nostra civiltà.

Attraverso la predicazione di Cirillo e Metodio e la preghiera di Benedetto da Norcia, patroni d’Europa, il tuo vangelo ha raggiunto popoli diversi aprendoli al Regno; che il sogno di una nuova Europa unita, Signore, non scordi mai le radici che l’hanno resa grande civiltà.

Ma le origini vere di San Valentino quali sono?

La più antica notizia di S.Valentino è in un documento ufficiale della Chiesa dei secc.V-VI dove compare il suo anniversario di morte. Ancora nel sec. VIII un altro documento ci narra alcuni particolari del martirio: la tortura, la decapitazione notturna, la sepoltura ad opera dei discepoli Proculo, Efebo e Apollonio, successivo martirio di questi e loro sepoltura. Altri testi del sec. VI, raccontano che S.Valentino, cittadino e vescovo di Terni dal 197, divenuto famoso per la santità della sua vita, per la carità ed umiltà, per lo zelante apostolato e per i miracoli che fece, venne invitato a Roma da un certo Cratone, oratore greco e latino, perché gli guarisse il figlio infermo da alcuni anni. Guarito il giovane, lo convertì al cristianesimo insieme alla famiglia ed ai greci studiosi di lettere latine Proculo, Efebo e Apollonio, insieme al figlio del Prefetto della città. Imprigionato sotto l’Imperatore Aureliano fu decollato a Roma. Era il 14 febbraio 273. Il suo corpo fu trasportato a Terni al LXIII miglio della Via Flaminia. Fu tra i primi vescovi di Terni, consacrato da S.Feliciano vescovo di Foligno nel 197. Preceduto da S.Pellegrino e S.Antimo, fratello dei SS.Cosma e Damiano.

IL CULTO

S.Valentino fu sepolto in un’area cimiteriale nei pressi dell’attuale Basilica. E’ sicuro che quel cimitero già esisteva in età pagana. Da questa zona provengono alcuni reperti le più antiche risalgono ai secc. IV-V. Si tratta di titoli sepolcrali. Il pezzo più interessante è il sarcofago a “teste allineate” del sec.IV ora conservato in Palazzo Carrara. E’il tradizionale sarcofago paleocristiano dove sono scolpite attorno alla figura del defunto orante, Scene della vita di Cristo. La prima basilica fu costruita nel sec.IV dato che la collocazione dell’edificio, fuori delle mura della città e in area cimiteriale e sopra la tomba del martire. Distrutta dai Goti, insieme alla città nel sec. VI, sarebbe stata ricostruita nel sec.VII. A conferma di questa ultima costruzione fu il rinvenimento di una moneta di Eraclio del 641. Al periodo della prima costruzione o a quella della ricostruzione del sec.VII, dovrebbe risalire la cripta con l’altare ad arcosolio, cioè sotto una nicchia coperta da un arco e sopra la tomba del martire. Intorno al sec.VII la basilica fu affidata ai Benedettini. Nel 742 vi avvenne l’incontro storico tra il papa Zaccaria partito da Roma verso Terni e il vecchio re longobardo Liutprando. La scelta della Basilica di S.Valentino fu fatta dal re perché all’interno di quella si veneravano le spoglie del glorioso martire alle quali egli attribuiva un valore taumaturgico. Da quell’incontro il re donava al pontefice alcune città italiane tra le quali Sutri.
Qui il pontefice ordinò il nuovo vescovo di Terni alla cui morte (760) la città rimase priva del pastore fino al 1218. In questo periodo la basilica fu ggetto di scorrerie prima di Ungari poi Normanni e Saraceni poi degli abitanti di Narni che vantavano pretese su alcuni territori e sulla Basilica. Onorio III nel 1219 vi si recò e consegnò la Basilica al clero locale. Da questo anno in poi non sappiamo più nulla dello stato di conservazione della Basilica. Agli inizi del 1600 doveva apparire fatiscente.

LA RICOGNIZIONE

Nel 1605 il vescovo Giovanni Antonio Onorati, ottenuto il permesso da papa Paolo V, fece iniziare le ricerche del corpo del Santo. Erano partite da tempo anche a Roma le ricerche dei primi martiri della Chiesa e per autenticare la loro esistenza e per accrescerne la venerazione. Il corpo di S.Valentino fu presto rinvenuto in una cassa di piombo contenuta entro un’urna di marmo rozza esternamente ma all’interno intagliata con rilievi. La testa era separata dal busto a conferma della morte avvenuta per decapitazione. Fu portata subito in Cattedrale. Nessuno in città voleva che il corpo del loro martire riposasse nella chiesa madre. Neanche la Congregazione dei Riti era favorevole poiché le reliquie dovevano essere venerate là dove erano state sepolte. Così si decise di ricostruire una nuova Basilica.

LA NUOVA BASILICA

I lavori per la costruzione della Basilica iniziarono nel 1606 e durarono alcuni anni ma già dal 1609 questa poté essere officiata dai PP.Carmelitani, chiamati a custodirla. Nel 1618 il corpo del santo vescovo e martire venne solennemente riportato nella sua Basilica. Nel 1625 l’Arciduca Leopoldo d’Austria, diretto a Roma, fece visita alla Basilica e si assunse la spese per la costruzione di un nuovo altare maggiore in marmo, completato nel 1632, impegnandosi a rendere alla Basilica una parte del cranio del Santo donata alcuni secoli prima ad un suo antenato. Dietro all’altare maggiore è il coro con la “confessione” di S.Valentino, un altare costruito sopra la tomba del martire. Al centro è una tela ovale che ricorda il martirio del santo, opera della fine del sec. XVII. L’episodio del Duca Leopoldo fornì l’occasione per un radicale rinnovamento dell’architettura del tempio, condotto a termine grazie anche all’opera di molti ternani. La Basilica si presenta secondo uno schema caro ai teorici della Controriforma: grande navata unica con attorno cappelle laterali, due grandi cappelle costituiscono il transetto, presbiterio e dietro l’altare del martire con la “confessione”. La facciata del sec.XVII è animata da paraste, un grande portale sormontato da un finestrone. Le statue in stucco raffigurano in alto i santi patroni della città Valentino e Anastasio (+649) e sono state aggiunte nel sec.XIX. L’interno è animato da grandi paraste con capitelli in stile ionico con ghirlande. Queste sorreggono un architrave sporgente dentellato. Due cappelle per lato erano proprietà di alcune famiglie importanti della città. Le più interessanti sono le cappelle del transetto. Quella di destra è dedicata a S.Michele arcangelo ed era la cappella privata della famiglia Sciamanna. Ai lati infatti sono i monumenti funebri di alcuni membri tra i quali un certo Brunoro, vescovo di Caserta morto nel 1647. Al centro è la bella pala con S.Michele che sconfigge il demonio dell’artista romano Giuseppe Cesari detto il “Cavalier d’Arpino”. Esponente di una pittura colta e raffinata, docile alle richieste della Chiesa, che tornava a privilegiare chiarezza dell’espressione e il decoro nella rappresentazione delle figure sacre. Questa immagine è una chiara ripresa del classicismo di Raffaello: equilibrio della posa e fermezza dell’atteggiamento. L’altra cappella è dedicata alla santa carmelitana Teresa d’Avila. La bella pala centrale raffigura la Madonna con il Bambino tra i SS.Giuseppe e Teresa dell’artista Lucas De La Haye, monaco carmelitano della seconda metà del sec. XVII. L’artista fu l’incarico principale della decorazione della basilica. Infatti oltre a questa lascia altri capolavori tra i quali la bella pala centrale con S.Valentino chiede la protezione della Vergine su Terni e ancora una Adorazione dei pastori e una Adorazione dei Magi. Sempre per la basilica realizza le tele con i Quattro evangelisti e una serie con i Martiri ternani (Catulo, Saturnino, Lucio e magno discepoli di Valentino) conservati nella navata. Il suo stile è pienamente barocco: figure ricoperte di sontuosi panneggi che si agitano al vento, intrisi di un colore caldo che fa pensare anche ad un’influenza sull’artista della pittura veneta forse filtrata dal Rubens romano. Al centro del coro è una grande tela raffigurante la Crocifissione dove traspaiono figure intrise di grande drammaticità. Un ultimo capolavoro si può ammirare in una delle cappelle della navata. Si tratta di una tela raffigurante la Madonna con il Bambino ed i SS. Lorenzo, Giovanni Battista e Bartolomeo del 1635, opera di Andrea Polinori, cittadino di Todi. L’ispirazione dell’artista è il Caravaggio ma è abile a regolarizzarlo e depurarlo di ogni aggressività.
L’ambiente della cripta presenta l’antico altare ad arcosolio (inserito in una nicchia voltata a botte sopra la tomba del martire) nel quale furono rinvenute le reliquie di S.Valentino. Alcuni reperti dell’area valentiniana sono stati riuniti nell’ambiente accanto alla cripta.

LA LEGGENDA

La festa del vescovo e martire Valentino si riallaccia agli antichi festeggiamenti di Greci, Italici e Romani che si tenevano il 15 febbraio in onore del dio Pane, Fauno e Luperco. Questi festeggiamenti erano legati alla purificazione dei campi e ai riti di fecondità. Divenuti troppo orridi e licenziosi, furono proibiti da Augusto e poi soppressi da Gelasio nel 494. La Chiesa cristianizzò quel rito pagano della fecondità anticipandolo al giorno 14 di febbraio attribuendo al martire ternano la capacità di proteggere i fidanzati e gli innamorati indirizzati al matrimonio e ad un’unione allietata dai figli. Da questa vicenda sorsero alcune leggende. Le più interessanti sono quelle che dicono il santo martire amante delle rose, fiori profumati che regalava alle coppie di fidanzati per augurare loro un’unione felice. Oggi la festa di S.Valentino è celebrata ovunque come Santo dell’Amore. L’invito e la forza dell’amore che è racchiuso nel messaggio di S.Valentino deve essere considerato anche da altre angolazioni, oltre che dall’ormai esclusivo significato del rapporto tra uomo e donna. L’Amore è Dio stesso e caratterizza l’uomo, immagine di Dio. Nell’Amore risiede la solidarietà e la pace, l’unità della famiglia e dell’intera umanità.

GLI EVENTI

A Terni è sorta la “Fondazione S.Valentino”, che cura il culto del Santo durante l’intero mese di febbraio:vi sono programmate grandi iniziative di fede e di cultura, di arte e di scienza, di spettacolo e di divertimento.Da quest’anno è nata inoltre l’Associazione “San Valentino Festival” promossa da Comune, Provincia, Camera di Commercio, Diocesi, Sviluppumbria e Consorzio Cometa per organizzare eventi valentiniani anche nel resto dell’anno.


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Messa Rock

Pubblicato: 6 giugno 2011 in Ad gentes, Cultura, Serata Musicale

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Santa Lunedì 30 Maggio 2011

Pubblicato: 30 maggio 2011 in Cultura


S. GIOVANNA d’Arco, Vergine (detta la «Pulsella d’Orleans»)

 Per saperne di più sui Santi del giorno…


Santa Giovanna d’Arco

Vergine

(detta la “Pulsella d’Orleans”)

Giovanna, al secolo Jeanne d’Arc, nacque a Domremy, nella Lorena in Francia, il 6 gennaio del 1412 da Jacques e Isabelle. Lo straordinario nella sua vita fino a tredici anni fu l’assoluta normalità. I suoi compaesani nelle testimonianze ripeteranno fino alla monotonia che Jannette era una come le altre. Le sue occupazioni erano le solite, molto banali e ordinarie: aiutava il padre nella campagna all’aratro, qualche volta governava gli animali nei campi, faceva tutti i lavori femminili comuni. La sua istruzione religiosa le venne dalla madre. Lei stessa affermò: “Mia madre mi ha insegnato il Pater Noster, l’Ave Maria, il Credo. Nessun altro, all’infuori di mia madre mi ha insegnato la mia fede”. Anche questo nella norma.

Giovanna è un’eroina nella storia francese (“Non c’è storia più francese della sua”- aveva scritto il card. Etchegaray), vittima della politica imperialista degli inglesi. Ha scritto ancora il card. Etchegaray: “Se è vero che Giovanna d’Arco è santa non è certo perché ha salvato la Francia, né tantomeno perché è salita sul rogo, che la Chiesa non ha mai riconosciuto come martirio, ma semplicemente perché tutta la sua vita sembra essere in perfetta adesione a quella che lei afferma essere la volontà di Dio. Quello che lei fa, è ciò che Dio vuole e unicamente questo”.

“Poiché era Dio ad ordinarlo” – dichiarò con forza – “anche se avessi avuto cento padri e cento madri anche se fossi stata figlia di re, sarei partita ”.

La sua vita spirituale si nutriva dei “soliti mezzi” predicati dalla Chiesa in tanti secoli: pregava, andava in chiesa per la messa alla domenica, si confessava spesso, e faceva il proprio dovere bene e volentieri, nell’amore di Dio. C’è un altro elemento speciale nella santità di Giovanna: una parolina che torna insistente nelle testimonianze delle persone che le hanno vissuto vicino per anni. È l’avverbio “libenter” cioè “volentieri”, che il cancelliere incaricato di redigere i verbali riferì spesso. Tutto quello che Giovanna faceva, dissero i compaesani, lo faceva “volentieri”: volentieri filava, volentieri cuciva, volentieri faceva gli altri lavori di casa. Non solo, volentieri si recava in chiesa a pregare, quando suonavano le campane, e trovava così conforto nella confessione e nella Eucarestia.

Così aveva commentato Regine Pernoud, storica francese medioevalista : “Con questa tanto semplice “libenter”, quella povera gente ci ha forse messo nelle mani i lineamenti più preziosi di Giovanna”. In lei si aveva quindi, nelle azioni quotidiane, il riverbero della sua fede semplice, ma che produceva la santità.

A tredici anni, dunque, raccontò ai genitori: “Spesso sento voci di santi: Michele Arcangelo, Caterina di Alessandria, Margherita di Antiochia…”. Jacques e Isabelle non ci badarono più di tanto, dando le solite e sincere esortazioni. Invece a 17 anni c’è molto di più: “Le “voci” mi comandano di liberare la Francia”. Il padre non solo non le credette ma si infuriò; Giovanna scappò di casa, passando per matta. Ma quando predisse esattamente una sconfitta francese, i nobili della zona le credettero e la condussero dal re Carlo VII, debole e incerto. Finalmente fu creduta e marciò con un esercito (sul quale si impose, e questo sì fu un vero miracolo) contro gli inglesi liberando Orleans dall’assedio in soli otto giorni.

Un evento inspiegabile dal punto di vista militare, diranno. Nel 1429 Giovanna trascinò il riluttante giovane re fino a Reims per farlo coronare re di Francia : è il massimo del prestigio “politico” di Giovanna. Ella si riconoscerà solo e sempre un umile strumento nelle mani di Dio. Così infatti risponderà ad uno dei giudici: “ Senza il comando di Dio io non saprei fare nulla… Tutto quello che ho fatto, l’ho fatto per comando di Dio. Io non faccio niente di testa mia ”. Anche questa è santità: non approfittare dei doni di Dio per la propria gloria e prestigio; Giovanna fece proprio così ma la sua parabola volgeva alla fine. Fu ferita davanti a Parigi, e poi catturata a Compiegne dai borgognoni, alleati degli inglesi, e “venduta” loro. Questi imbastirono un processo farsa con i loro amici, accademici ed ecclesiastici, fino a mandarla sul rogo con l’accusa di stregoneria. Giovanna, la grande nemica, fu sacrificata sull’altare del nascente imperialismo inglese. Ma rimase anche una pagina nera nella storia militare di questo popolo.

Ancora due piccole considerazioni. Forse il più bello elogio della santità di Giovanna lo ha fatto un borghese di Orleans: “Stando insieme a lei si provava grande gioia”.

La seconda viene dalla risposta che diede ad un giudice, quando le chiese perché Dio doveva servirsi del “suo” aiuto per vincere, visto che è Onnipotente, ella rispose: “Bisogna dare battaglia, perché Dio conceda la vittoria”.

È un pensiero profondo: la nostra fede in Dio non ci dispensa mai dal fare il nostro dovere, in termini di lavoro, di sacrificio e di rischio. Dio ha deciso di non fare tutto da solo, e questo significa un grande atto di fiducia in noi; talvolta, al costo della propria vita come per Giovanna d’Arco.

Il processo terminò con una “rozza e sleale ricapitolazione dei fatti”, in cui i giudici, accogliendo anche le istanze del vescovo, condannarono infine Giovanna d’Arco quale eretica recidiva ed il 30 maggio 1431, non ancora ventenne, venne arsa viva sul rogo nella piazza del mercato di Rouen.

Il suo comportamento fu esemplare sino alla fine: richiese che un domenicano tenesse elevata una croce ed alla morì atrocemente invocando il nome di Gesù. Le sue ceneri furono gettate nella Senna, onde evitare una venerazione popolare nei loro confronti. Un funzionario reale inglese ebbe a commentare circa l’accaduto: “Siamo perduti, abbiamo messo al rogo una santa”.

Una ventina di anni dopo, sua madre ed i due fratelli si appellarono alla Santa Sede affinché il caso di Giovanna fosse riaperto. Papa Callisto III (Alonso de Borgia, 1455-1458) nel 1456 riabilitò l’eroina francese, annullando l’iniquo verdetto del vescovo francese. Ciò costituì una premessa essenziale per giungere alla sua definitiva glorificazione terrena.

 

Giovanna venne beatificata il 18 aprile 1909 da S. Pio X (Giuseppe Melchiorre Sarto, 1903-1914) e proclamata santa il 16 maggio 1920 da Pp Benedetto XV (Giacomo della Chiesa, 1914-1922), dopo che le erano stati riconosciuti i miracoli prescritti (la guarigione di tre suore da ulcere e tumori incurabili)

Il suo culto fu particolarmente incentivato in Francia durante i momenti di particolare crisi in campo militare, sino ad essere proclamata patrona della nazione.

L’incredibile e breve vita, la passione e la drammatica morte di Giovanna d’Arco sono state raccontate innumerevoli volte in saggi, romanzi, biografie, drammi per il teatro; anche il cinema e l’opera lirica si sono occupati di questa figura. Ancora oggi è tra i santi francesi maggiormente venerati.

Santa Giovanna d’Arco è venerata anche come patrona dei martiri e dei perseguitati religiosi, delle vittime di stupro, delle volontarie del Pronto Soccorso, delle forze armate femminili e dei soldati.

 

Significato del nome Giovanni/a : “il Signore è benefico, dono del Signore” (ebraico).

ORE 21

A CASA MARVELLI

il secondo film del ciclo “Educare alla legalità”

LUNA ROSSA DI ANTONIO CAPUANO

Film a flashback sulla storia di una famiglia camorrista. Il pentitismo diventa qui spunto narrativo e pretesto per mostrare costruzione e decostruzione del potere come fatto violento, ma anche come pulsione privata e passionale. Il senso del tragico fa perdere di vista l’orizzonte razionale di denuncia e fa emergere in modo forte gli elementi simbolici del film (come l’inedito cielo grigio di Napoli).

«Chiamare martiri quanti nel nostro tempo testimoniano la loro fedeltà a Cristo fino all’effusione del sangue a motivo della giustizia o dell’amore al prossimo o della difesa dei decisivi valori umani significa indicare  “moderni” modelli di santità». Così si esprimeva monsignor Cataldo Naro, che fu vescovo di Monreale e promotore nel 2005, un anno prima di morire, del progetto «Santità e legalità» per un impegno cristiano di resistenza alla mafia. Un’affermazione forte, che è stata ripresa, circostanziata e dettagliata, nel documento Cei Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno del 21 febbraio 2010, in cui si sottolinea che negli ultimi anni «luminose testimonianze… ribellandosi alla prepotenza della malavita organizzata hanno vissuto la loro lotta in termini specificamente cristiani».

Nel documento vengono citati in particolare :
don Pino Puglisi,
don Giuseppe Diana
e il giudice Rosario Livatino,
uomini coraggiosi «uccisi non per errore». Ad essi verrà dedicato un convegno di studi intitolato «Martiri per la giustizia, martiri per il Sud» che si terrà a Napoli domani e dopodomani, presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, sezione San Luigi, nell’ambito della settima Giornata di studio sulla Storia del cristianesimo, a cui parteciperanno tra gli altri Massimo Naro e Giuseppe Bellia, della Pontificia Facoltà della Sicilia, il giudice e scrittore Raffaele Cantone e Sergio Tanzarella, della Pontificia Facoltà Teologica di Napoli. Rosario Livatino fu ucciso il 21 settembre 1990 sulla statale 640 di Porto Empedocle per mano di quattro sicari assoldati dalla Stidda agrigentina, mentre si recava senza scorta in tribunale.

«L’indicazione di Livatino al pari di don Puglisi e don Diana ha un grande valore reale e  simbolico – dice il giudiceRaffaele Cantone –. Indica l’impegno civile come via percorribile della santità. Livatino aveva una ferma convinzione cattolica. Ma è per aver dato la vita nell’esercizio di una giustizia sociale che può essere considerato un martire. Ne può derivare un nuovo approfondimento su cosa possa significare per un cattolico svolgere un lavoro delicato e difficile, quale può essere quello di un magistrato impegnato a combattere le mafie». Ma in che senso è possibile parlare oggi di martirio cristiano? Risponde Massimo Naro: «Premesso che il cristianesimo ha esso stesso un certo risvolto civile, in quanto è situato storicamente dentro la “città” degli uomini, occorre formulare una risposta che non dia adito all’inflazione del concetto cristiano di martirio estendendolo tout court ad ogni morte eroica possibile e immaginabile e, al contempo, non divarichi lo stesso martirio cristiano rispetto alla morte pazientemente e coraggiosamente subita da chi pratica valori importanti come la giustizia, la pace, il bene comune.

Per far ciò diventa urgente, ancor più che estendere il “concetto” di martirio, dilatare l’identità dei martiri, considerandoli come coloro che, oltre a dare la vita per un ideale pur nobile e persino “per” qualcuno, muoiono “con” Qualcuno, venendo coinvolti nel martirio stesso di Cristo. In tal modo si arriva a comprendere – come aveva già capito san Tommaso nel medioevo e come ha gridato Giovanni Paolo II ad Agrigento nel 1993 – che il martire cristiano non è chi dà la vita soltanto a motivo della fede, come il martire civile non è soltanto chi viene ucciso per la giustizia». Don Giuseppe Diana venne assassinato da due killer alle 7.30 del 19 marzo 1994, giorno del suo onomastico, nella sacrestia della chiesa di San Nicola di Bari a Casal di Principe, nel casertano,  mentre si accingeva a celebrare la messa.

Per quel delitto Sergio Tanzarella chiama in causa la responsabilità sociale dei cristiani, intimamente connessa con quella religiosa: «È stato un doppio omicidio quello di don Diana, che fu ucciso non solo dalla camorra, ma anche da una politica locale che conviveva senza problemi con essa e da una complessiva indifferenza di una maggioranza della società rassegnata al dominio camorristico. Di don Peppino si tentò poi di uccidere anche la memoria attraverso le calunnie che cercarono per anni di attribuire la morte ad altre cause in luogo del suo costante e limpido impegno sociale e cristiano». Don Pino Puglisi fu assassinato il 15 settembre 1993, anch’egli nel giorno del suo compleanno, il 56°, davanti al portone di casa.

Fu definito un prete anti-mafia. In realtà egli, pur ribadendo la sua condotta contro la mafia, non cessò mai di invocare la conversione dei mafiosi. «Di Pino Puglisi resta luminosa l’azione pastorale, condotta con disarmante mitezza nella quotidianità – dice Giuseppe Bellia –, lasciandosi guidare dall’insegnamento sapiente della parola di Dio. Si preparò all’incontro con la morte chiedendo perdono, non minacciando vendetta e senza mostrare alcuna superiorità morale sull’atteggiamento ingiusto e offensivo dei suoi persecutori. Gridare contro l’ingiustizia non ci rende giusti, mentre saper riconoscere e accettare la propria debolezza ci permette di congiungere la verità che germoglia dalla terra con la misericordia che si affaccia dal cielo».

Giorgio Agnisola

+ Dal Vangelo secondo Marco    Mc 10,1-12 “Il Vangelo del 24/02/2011”

In quel tempo, Gesù, partito da Cafàrnao, venne nella regione della Giudea e al di là del fiume Giordano. La folla accorse di nuovo a lui e di nuovo egli insegnava loro, come era solito fare.  Alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, domandavano a Gesù se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie. Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?». Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla».  Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma dall’inizio della creazione [Dio] li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto».  A casa, i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento. E disse loro: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio».

COMUNIONE E DIFFERENZE NELLA COPPIA

 

Voglio iniziare con quanto mi disse tanto tempo fa un mio carissimo amico di circa 40 anni più grande di me. Io ero un giovane con tanta voglia di capire e lui pittore affermato che abitava nelle campagne intorno a Roma.  Erano già oltre i sessant’anni di età lui e sua moglie, coetanei, e li vedevi camminare abbracciati, tenersi la mano a tavola, guardarsi con occhiate complici e serene. Un giorno gli chiesi quale fosse il segreto di quel loro amore. “vedi – mi disse –  io e Anna abbiamo vissuto per 40 anni come un essere solo. Tre cose sono fondamentali per la riuscita di una vita di coppia: l’attrazione fisica, bisogna piacersi. Subito dopo l’affinità interiore: non che bisogna pensarla allo stesso modo, ma ci deve essere un’intesa di fondo, un riuscire a guardare le cose da uno stesso punto di vista, altrimenti si finirebbe per non comprendersi, per parlare lingue troppo diverse tra loro. E infine, una buona dose di compassione, una capacità cioè di comprendere il dolore e il bisogno dell’altro, percepirlo come proprio, patirlo insieme, e di questo si ha sempre più bisogno invecchiando uno accanto all’altro”.

Con mia moglie Ornella, con la quale sono insieme da 35 anni, ho potuto constatare quanto fossero vere quelle parole.

Ma lasciate anche che vi legga alcuni versi poetici scritti da Eugenio Montale in memoria di sua moglie, versi che riflettono, anche qui, un amore vero fondato sulla fedeltà e capace di durare una vita intera:

 

“Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio

non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.

Con te le ho scese perché sapevo che di noi due

le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,

erano le tue”.

 

La vita di coppia è un camminare insieme abbracciati nella giovinezza, dandosi la mano correndo allegri sui prati, poi piano piano un incespicare mezzo zoppi e con la vista offuscata, e allora uno metterà il braccio più robusto per camminare e l’altro gli occhi per guardare davanti. Ma entrambi dovranno mettere l’amore che sa compatirsi e comprendere, percepire il bisogno che in quel momento ha l’altro del mio braccio e io dei suoi occhi.

Dall’altro versante ci sono coloro che camminano indifferenti l’un l’altro o addirittura infastiditi dalla presenza del coniuge, oppure soli, essendosi separati o essendo stati separati dalla morte. Ma di questo dramma della solitudine e della separazione parleremo nel prossimo incontro.

Leggiamo ora la Genesi:

Dio creò l’uomo a sua immagine;

a immagine di Dio lo creò;

maschio e femmina li creò” (Gen 1,27).

Alla luce di questi versetti, gli antichi rabbini ebrei ci tenevano a dire che immagine di Dio non è l’uomo, ma maschio e femmina che diventano “una carne sola”, non uno spirito solo badate bene, gli ebrei erano e sono molto carnali, molto moderni in questo senso, e carnale è anche il cristianesimo primitivo prima che fosse influenzato dall’ellenismo.

Ma osserviamo cosa ha da dirci su questo l’apostolo Paolo, ebreo anche lui, come Gesù, su tutta la linea, anche se troppo spesso i cristiani lo hanno dimenticato. È stato il Concilio a rimettercelo in mente per fortuna.

 

“Come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei…, così anche i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo, perché chi ama la propria moglie ama se stesso. Nessuno mai infatti ha preso in odio la propria carne; al contrario la nutre e la cura, come fa Cristo con la Chiesa, poiché siamo membra del suo corpo. Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due formeranno una carne sola. Questo mistero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!” (Ef 5,25. 28-32).

Qui è chiaramente espresso come una coppia di sposi riesca a concentrare in sé, oltre all’immagine di Dio anche quella dell’amore di Dio per il suo popolo, per l’umanità intera, per i corpi dell’umanità intera. La speranza che scaturisce dalla Bibbia non è quella dell’immortalità dell’anima ma quella della risurrezione della carne. L’attenzione avuta da Dio alla carne fin dal principio, si manifesta pienamente nel Dio che si fa carne al centro della storia umana e, infine, nella risurrezione della carne che avverrà alla fine dei tempi.

 

Non dobbiamo ridurre il testo biblico a vademecum per famiglie belle o coppie ben riuscite, in quelle pagine siamo chiamati ad andare ben oltre, un oltre che coinvolge Dio e l’umanità intera di tutti i tempi. Ma vi è certamente qualcosa che riguarda ogni singola persona e ogni umile realtà del quotidiano e dunque anche quella di uomo e donna che si amano, babbo e mamma che mettono al mondo bambini e li educano e li aiutano a crescere. Cristianesimo è la storia di Dio che diventa bambino che cresce in una semplice famiglia umana.

 

Tornando al concetto di diversità, si deve tenere conto di un elemento fondamentale, senza il quale l’amore sarebbe impossibile: la libertà, l’apertura cioè alla diversità dell’altro da me nel rispetto della sua libertà. Nessuno, nemmeno Dio può costringere qualcuno ad amarlo, l’amore non si pretende, l’amore solamente si accoglie. Se io amo qualcuno fino a morire e quello continua a sputarmi in faccia lo può fare. Così del resto ha fatto l’umanità con Dio quando crocifisse il Figlio.

 

Ma la vera libertà non è: faccio quello che mi pare. Persona davvero libera è persona che sa amare, che si apre al bene dell’altro e degli altri. L’egoista non è mai libero perché è prigioniero di se stesso e dunque incapace d’amore e d’apertura. Ma libertà può significare anche dolore e tradimento se è l’egoismo a prevalere in noi o nell’altro che amiamo.

La libertà può darsi solamente dove si riesce a essere se stessi, fiduciosi della propria identità. Siamo unici e irripetibili perché veniamo direttamente da Dio e Dio non fa copie, né belle né brutte, solo noi ne facciamo, soprattutto oggi con la potenza della tecnica. Dio non solo non fa una creatura umana uguale all’altra, ma nemmeno un dito della stessa creatura uguale all’altro. Se proviamo a dividere a metà il nostro volto potremmo osservare che la nostra parte destra è molto diversa dalla sinistra, i nostri due occhi non sono identici. Pensiamo se a stare vicini sono due esseri umani. È la diversità che crea vita e ricchezza ed è proprio perché diversi che possiamo e dobbiamo essere liberi. A volte se non siamo noi a fare una determinata cosa, a dire quella parola in quel momento lì, nessun altro potrà farlo al nostro posto, nemmeno Dio. La libertà crea anche responsabilità, di fronte all’altro da me, di fronte a Dio.

La vita è un dinamismo incessante, come il battito cardiaco, come il respiro. Un dinamismo tanto più vero se è immediato. Le cose più vere, come l’atto sessuale, vengono così, d’impeto, a prescindere da teorie e discorsi. Io ho cominciato ad amare le cose vedendo come le facevano e le vivevano gli altri e mi sono cominciato ad avvicinare alle ragazze perché mi piacevano non perché qualcuno mi abbia insegnato a farlo o perché mi sono messo a leggere libri che trattavano la questione.

Ma dalla responsabilità viene l’esigenza dell’ascolto, dell’attenzione alle parole e ai gesti della persona che ci sta accanto. Se io non mi accorgo quando mia moglie si è pettinata in un certo modo o ha messo una certa collana, significa che non ascolto. Ma senza ascolto non c’è amore né vita.

C’è un midrash straordinario. Quando si trattò di costruire il santuario nel deserto tutti portavano doni a Mosé, le cose più preziose. Le donne, da parte loro, non possedevano molto e allora dissero a Mosè: “Ecco, prendi questi specchi di bronzo, sono proprio nostri, ricevili come nostro dono particolare”. Ma Mosé irritato le voleva cacciare via dicendo: “Ma come vi permettete, dovrei profanare le cose sante di Dio con gli oggetti della vostra concupiscenza?”. Ma Dio a quel punto intervenne direttamente dicendo: “Non sai che ho pettinato io stesso i capelli di Eva, affinché piacesse di più ad Adamo? Gli specchi che ti portano mi sono più cari dei tesori regali, poiché devo loro il mio popolo. Quando in Egitto, gli ebrei rientravano in casa, dopo le fatiche e le sofferenze della schiavitù, le mogli li facevano mangiare e bere, poi avvicinavano a loro gli specchi, si specchiavano insieme e dicevano loro tra le carezze: ‘vedi tu sei bello, ma io sono più bella di te’. Allora dimenticavano le loro pene e unendosi alle loro spose nella gioia dell’intimità, moltiplicavano i figli e le anime d’Israele. Accetta dunque questi specchi del desiderio, santificati dall’amore umano e fanne la vasca dell’acqua pura, che santificherà i miei sacerdoti, nel mio amore” (E. Fleg, Mosè secondo i saggi).

 

E devo pure confessarvi che a me, lettore assiduo della parola di Dio, certe cose intime e vere di quello che lì Dio ci vuol dire, mi capita di scoprirle leggendola insieme a mia moglie, facendo delle piccole considerazioni insieme. Ma anche di noi stessi noi non vediamo quasi nulla, forse qualche volta le mani, e anche guardarsi allo specchio non è la stessa cosa. Noi di noi stessi capiamo veramente qualcosa attraverso lo sguardo e le parole che ci offre l’altro che ci sta di fronte. E del terzo, che sia Dio, che sia un figlio o la comunità dei fratelli e delle sorelle di cui facciamo parte, solamente se riusciamo a guardare insieme, dialogando insieme. È bello quando padre e madre s’alzano al mattino e fanno il punto della situazione, parlando dei propri figli o della situazione del mondo intero.

 

Ad arricchire il dialogo e i rapporti è proprio la diversità: io sento di avere delle qualità, ma anche molti difetti. E certamente accogliere il dono dell’altro che io non ho ed offrire a mia volta quello che possiedo e che vedo all’altro mancare produce certamente una ricchezza e una vitalità in più. È l’esempio che porta l’apostolo Paolo sul valore specifico di ogni parte del nostro corpo: che ne sarebbe dei nostri occhi se non avessimo mani e piedi o viceversa? A ognuno è assegnato un preziosissimo compito. E pensiamo questo estendendolo alla realtà famigliare. I figli che cercano il padre per determinate cose ma non per determinate altre, lì occorre l’ascolto della madre, o dei fratelli. Diverse volte mi sono tirato indietro vedendo un figlio più grande che interveniva nei confronti del fratello più piccolo, trovandolo addirittura più autorevole di me sotto diversi aspetti. Questa è la straordinarietà della famiglia. Ed ora ho pure esperienza di tre nipotini, e vedendo come i miei figli si comportano coi loro figli esattamente come mi comportavo io con loro da piccoli è gioia di padre che mi ha sorpreso. Dà molta gioia scoprire l’uguaglianza che nasce dalla diversità. È la gioia che prova Dio Padre guardando maschio e femmina che diventano uno.

Nella legge della calamita, i segni uguali si respingono mentre i contrari si attraggono. E persino la Scrittura sacra è intensamente permeata di contrasti: potenza nella debolezza, gloria nell’umiltà, grandezza nella piccolezza, fariseo superato dal pubblicano, santarellini passati avanti da prostitute eccetera..

 

Un dialogo autentico si ha solamente dove si ha uguaglianza nella diversità e diversità nell’uguaglianza. Se si è solo uguali si rischia lo scomparire della soggettività e della libertà, uno comanda e l’altro semplicemente obbedisce: c’è accordo, ma non dialogo né libertà e dunque nemmeno uguaglianza. La vera uguaglianza si ha solamente tra diversi che si rispettano e si ascoltano.

Kierkegaard sostiene che mentre gli uomini in generale non vedono altro che la folla attorno a sé precipitandosi a farne parte, Dio, da parte sua, sarebbe invece attentissimo ai singoli, Dio, lungi dal vederci come folla, ci vedrà come singoli, uno a uno, aspettandosi la nostra parte.

Kierkegaard pensa al valore del singolo e si mette a fare calcoli: “100.000 milioni di uomini, di cui ognuno è uguale agli altri sono = uno. Soltanto quando viene qualcuno ch’è diverso da questi milioni, ovvero s’incontra quest’uomo solo, allora abbiamo due” (Diario, 3158). Conta la differenza non la numerazione, la qualità non la quantità. Travestirsi da moltitudine, contarsi, nel cristianesimo, conduce immediatamente fuori strada, non si tiene conto cioè del valore dell’originalità di ognuno, di colui che pensa con la propria testa e che non teme di essere se stesso ovunque si trovi. La comunità possiede le tre cose basilari necessarie al singolo per essere se stesso: la libertà, la capacità di domanda e l’amore per la verità. Cose di cui non s’interessa chi ama fondersi nella folla.

 

Se si deve amare il prossimo come se stessi è perché l’altro è come me. Dio stesso ha bisogno di singoli unici e irripetibili sebbene aperti al prossimo e alla comunità. Dio non va amato come noi stessi, ma con tutto noi stessi, con tutte le forze. Dio è tanto diverso da noi, guai farsi uguali a Dio, è il peccato per antonomasia, il peccato d’origine, quello di voler essere come Dio. E tuttavia nessuno può amare Dio che non vede se non ama il prossimo che vede (1Gv 4,20-21). Dio è presente nella persona che ho accanto con tutti i suoi bisogni e che mi chiama a responsabilità.

La tradizione ebraica si chiede: come mai Dio ha scelto di trarre la donna proprio da una costola dell’uomo e non da altre parti del corpo? La risposta è: non dalla testa, perché non lo dominasse, non dal piede, perché non ne fosse dominato, ma dalla costola, da ciò che sta vicino al proprio cuore, perché cammini al suo fianco, alla pari, amandosi e rispettandosi tra uguali.

Dialogo autentico con l’altro si ha solamente all’interno di determinate condizioni:

  1. Essere se stessi: senza una vera consapevolezza di sé, senza una maturità calma e profonda non ci potrà essere apertura alcuna, le acque di superficie si agitano con un niente e chi s’irrigidisce affonda non resta a galla: solo se ti adagi calmo sulla superficie del mare le sue acque ti tengono su.
  2. Il silenzio, senza silenzio non c’è ascolto ma distrazione: a tavola si parla soltanto se non è la televisione a parlare. Preziosissimo è il momento della tavola per arricchirsi a vicenda nel servizio e nel dialogo. È la tavola il vero luogo della famiglia, dove le diversità si incrociano.
  3. L’apertura a quel che ha da dirci chi non la pensa esattamente come noi, l’essere disposti anche a cambiare idea se si viene convinti. Apertura è soprattutto libertà da ogni pregiudizio: si ascolta davvero soltanto là dove si è umilmente e sinceramente consapevoli che l’altro potrebbe dirci o indicarci qualcosa che non sappiamo.
  4. Disponibilità all’improvvisazione, a ciò che accade sul momento. La freschezza del dialogo arricchisce, mentre la programmazione, l’istituzionalizzazione, impoverisce, irrigidisce. Per questo le cose più vere si dicono in pochi attorno a un bicchiere di vino, non nelle adunate oceaniche o quando si sta seduti in posti già assegnati per ascoltare i tromboni di turno che ci riempiono ogni volta di ovvietà e di quello che già tutti sanno fino alla nausea.

 

I commentatori ebrei hanno detto che tutta quanta l’opera della creazione non è avvenuta in principio sulla base di una programmazione che prevedesse il da farsi passo dopo passo. No, Dio avrebbe creato con improvvisazione, di getto, sorprendendosi di quello che volta per volta appariva, ma anche rimanendo deluso e provando a correggere. Secondo questi commentatori, Dio avrebbe addirittura operato 26 tentativi e alla fine, pur non trovando la sua opera perfetta, decise di mandarla comunque avanti dicendo: Purché tenga, speriamo che tenga. Nessuna garanzia dunque e nessun irrigidimento: la creazione stava ora davanti a Dio vivente e libera, in cammino. Dio camminerà insieme alla sua creazione, esattamente come due genitori camminano insieme ai propri bambini che crescono. Andrebbe letta all’interno di queste coordinate tutta la sterile polemica che ogni volta emerge tra creazionisti ed evoluzionisti.

Insomma anche Dio vive continuamente nella speranza, confidando nella nostra libertà e nella nostra capacità di bene. È in questa libertà e attesa che si è fin dall’inizio intrufolato il male, la forza negativa che chiamiamo peccato e che non andrebbe ridotta solamente a etica e morale, ci sono mali che vanno al di là di ogni singola colpa: c’è gente che muore schiacciata sotto una torre che crolla a causa di un terremoto che non è certamente più colpevole degli altri, su questo Gesù è stato chiarissimo.

 

Di racconti sulla creazione dell’uomo il libro della Genesi voi sapete che ne ha due, e non proprio uguali, tanto per restare nel tema delle diversità. Quello che abbiamo già letto è il meno antico, anche se nella pagina biblica viene prima. Il più antico parla invece dell’uomo creato da Dio affinché lavori la terra. Perciò è dalla terra dall’adamah, che Dio lo trae, plasmandola e soffiandovi un “alito di vita”. Poi Dio pianta un giardino e vi mette l’uomo “perché lo coltivasse e lo custodisse”. Ma l’attenzione del Creatore va subito sull’uomo, bella cosa il giardino, perfetto, nessun male toccava lì ancora alberi e piante, e tuttavia l’uomo vi pativa una certa solitudine: troppo diversi da lui quei vegetali. Difficile confrontarsi con un fiore per quanto bello. Insomma, quel che Dio dice tra sé è questo: “Non è bene che l’uomo sia solo, voglio fargli un aiuto che gli corrisponda”. Qui si deve capire bene quel che ha da dirci la Scrittura, che a volte è proprio sui dettagli che diventa preziosa, soprattutto quando si tratta dei primi capitoli della Genesi, in cui la teologia che vi si trova espressa è sintetica quanto potente. Il termine ebraico che qui sta per aiuto è Kenegdò, letteralmente “che gli stesse di fronte”, “un aiuto in cui specchiarsi”, un aiuto tramite il quale la gioia dell’uno è la gioia dell’altro, il dolore dell’uno è il dolore dell’altro. Insomma una persona da amare e dalla quale sentirsi amato.

Ecco allora Dio mettersi subito all’opera plasmando “dal suolo ogni sorta di animali selvatici” a cui l’uomo avrebbe dovuto dare nomi, e dare nomi nella cultura ebraica è definire pure l’identità. L’uomo è contento di vedere attorno a sé volpi e uccelli, ma il fatto è che “non trovò un aiuto che gli corrispondesse”. Straordinaria qui la Scrittura, che non teme di mostrarci Dio che non ci aveva pensato prima: Dio nella Scrittura scopre le cose guardando la vita libera delle sue creature, i bisogni delle sue creature. Dio ci ama perché ci ascolta e interviene ad aiutarci.

Cosa fa in questo caso? Cambia strategia, dal suolo non si può ricavare un vero aiuto, tutt’al più potrebbe magari fare un altro uomo, ma qui occorre una diversità nell’unità, questo è il problema. L’animale è diverso ma non potrà mai essere uno con l’uomo e così un altro uomo, troppo uguale per unirsi a lui. E io vedo qui l’allontanamento della teologia biblica da ogni forma di omosessualità.

L’intuizione di Dio è straordinaria: fa “scendere un torpore sull’uomo che si addormentò; gli tolse una delle costole e richiuse la carne al suo posto. Il Signore formò con la costola, che aveva tolto dall’uomo, una donna e la condusse all’uomo”. A questo punto non c’è da aspettare, Dio ha fatto centro, per così dire, la reazione positiva è immediata, e si ripete tra noi ogni volta che un uomo e una donna si uniscono nell’atto sessuale godendo insieme:

“Questa volta  È osso dalle mie ossa,

carne dalla mia carne.  La si chiamerà donna (isha),

perché dall’uomo (ish) è stata tolta”.

È questo il motivo vero per cui, dice il testo sacro, “l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne. Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, e non provavano vergogna” (Gen 2,4-25). Ogni volta che maschio e femmina si uniscono non provando vergogna delle proprie nudità è per un paio di motivi.

Il primo: si ha un riattingere qualcosa della bontà di Eden, una bontà dalla quale siamo caduti purtroppo, ma che non ci ha del tutto abbandonati: nella sessualità è rimasto qualcosa di autenticamente edenico, non è un caso che solamente tramite l’atto sessuale può venire alla luce la vita umana.

Il secondo: nudità è sinonimo di fragilità e bisogno. Tra due sposi non ci si vergogna di mostrarsi bisognosi e nudi, ed è proprio all’interno di questo reciproco bisogno che si esprime fedeltà e amore. La promessa che ci si fa davanti a Dio è questa: prometto di esserti fedele sempre, nella salute e nella malattia e di amarti e onorarti per tutti i giorni della mia vita. Importante quanto l’amare è rendere onore, considerare cioè della massima importanza chi è diventato carne della nostra carne, soprattutto quando vengono meno la salute e la giovinezza.

Mi ha molto colpito una lettera ricevuta poco prima di Natale da un mio amico che mi parlava delle difficoltà che stava trovando con sua moglie malata di alzheimer da tempo.

 

Itzach Luria, un mistico ebreo vissuto all’epoca del Rinascimento (1514-72), colui che elaborò le dottrine dello Zohar, è di fondamentale importanza nella storia della spiritualità, non solo ebraica, per avere messo al centro del suo pensiero la teoria dello Tzimtzum (contrazione), dell’idea cioè di una creazione da una volontaria contrazione o autolimitazione dell’Infinito (En Sof), per far posto al mondo fenomenico. Dio cioè avrebbe creato facendo un vuoto dentro di sé, rinunciando a qualcosa di sé. Un movimento che assomiglia a quello in cui Dio ha sottratto all’uomo una parte di sé per fare posto alla donna, un po’ come se isha avesse dovuto rannicchiarsi dentro il corpo di ish, due sposi che dormono assieme sanno qualcosa di quanto i corpi vibrano abbracciandosi quando si ha freddo, quando si ha bisogno l’uno dell’altro, quando si piange insieme. E ancora, se ci riflettiamo bene, al movimento della Kenosis, dell’abbassamento, dello svuotamento di Dio quando decide di farsi uomo debole in carne e ossa nel Cristo, secondo l’efficacissima definizione che ne fa l’apostolo Paolo nella Lettera ai Filippesi.

È in queste intuizioni profondissime che ebraismo e cristianesimo ci regalano che possiamo veramente arricchirci di quello che la Scrittura sacra vuole dirci al di là di ogni divisione. Cristiani ed ebrei diventano così uguali nella diversità e diversi nell’uguaglianza, e dunque dialoganti al di là di sterili polemiche.

 

Siamo esseri caduti e con del male che quotidianamente ci affligge, il male della malattia e quello della divisione. Ma non sempre quello che ci fa soffrire è deleterio, dal dolore vengono spesso le migliori cose le consapevolezze più grandi: chi non conosce il dolore non conosce nemmeno la gioia che viene dalla consolazione, chi non conosce la pena della divisione non conosce nemmeno la gioia del ritrovarsi.

In questo senso preziosa è anche la diversità che porta allo scontro, uno scontro che potrebbe addirittura condurre al rafforzamento dei rapporti. Questo naturalmente può accadere soltanto là dove il fondamento è solido e permette di ritrovarsi poco tempo dopo. Non tutto può essere basato sull’emozione, ci sono regole incuneate in noi fin dall’infanzia e sono quelle che ci portano al rispetto reciproco qualunque cosa accada. Non si capisce altrimenti perché la persona che arriviamo a insultare urlando e sbattendo i pugni sul tavolo, non molto tempo dopo l’abbracciamo più forte di prima chiedendogli perdono tra le lacrime. Sembra assodato il convincimento che una  bella sfuriata di tanto in tanto diventa necessaria a un buon rapporto di coppia, ma anche coi figli, almeno quanto le manifestazioni di affetto e forse di più. Ma questo è possibile soltanto dove il tessuto fondamentale tiene e tiene perché i i fili intrecciati sono quelli dell’amore, della responsabilità, della fedeltà, di una libertà che non pensa solo al bene proprio ma anche a quello dell’altro e degli altri accanto a sé.

Perché a volte lo scontro è necessario? Perché le giornate tutte uguali portano all’assuefazione e alla noia. Senza giornate fredde o di pioggia noi non apprezzeremmo quelle di sole e viceversa. E questo soprattutto accade in una società avida come la nostra, società in cui si ha tutto e non si è mai contenti di nulla. Non conosce il valore del pane chi non ha mai provato la fame.

La Bibbia aveva capito anche questo:

“Nella prosperità l’uomo non comprende,

è simile alle bestie che muoiono” (Sal 48,21).

 

A questo trovo un eco profondissimo in versi di Hölderlin, un poeta straordinario del Sette-Ottocento contemporaneo di Hegel:

“Così è l’uomo. Se il bene è presente e sollecito un Dio

viene a lui con doni, non conosce e non vede.

Deve prima sopportare. Allora dà nome a ciò che più ama e le parole nascono come fiori” (Pane e vino, V).

Noi troviamo due momenti nella Bibbia: quello in cui si racconta l’episodio della torre di Babele e quello della discesa dello Spirito Santo nel giorno di Pentecoste. Sembrano simili e tuttavia sono antitetici. Non ne faremo un’esegesi, ma un cenno appena per capire la differenza. A Babele tutti parlano la stessa lingua e riescono pure nel loro progetto, ma la loro visione si dimentica dell’altro, di Dio, agiscono come se Dio non ci fosse. Non solo – dice la tradizione rabbinica – ma persino il singolo individuo tendeva a scomparire di fronte all’interesse del progetto collettivo, all’opera in se stessa, al punto che il valore di un mattone poteva superare quello di un uomo, perché gli uomini erano ormai interscambiabili, uno vale l’altro, purché abbia braccia forti. Dio ha paura non perché non si capiscono ma perché si capiscono talmente bene che “quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile”. Dio li ferma perché con quella scalata verso il cielo avrebbero causato grandi guai. È questo il motivo per cui confonde “la loro lingua perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro” e perché tornino ognuno a scoprire la propria identità e singolarità. (Gen 11,6-7). Il peccato di Babele è la tracotanza, l’agire egoistico che non tiene in alcun conto i doni che Dio ha dato e la ricchezza insita in ogni singola creatura umana. Le nostre società secolarizzate assomigliano molto a Babele.

Diverso è il caso della Pentecoste, in cui lo Spirito, in una Gerusalemme affollata di gente proveniente da “ogni nazione che è sotto il cielo”, non fa dono di parlare un’unica lingua, ma il dono di comprendere l’uno la lingua dell’altro, la diversità dell’altro, la ricchezza che abita nella diversità dell’altro (At 2, 1ss). Babele omologa e fa copie, come nel mondo della tecnica, Pentecoste invece rende ricchi e uniti nella diversità che Dio ha regalato a ognuno. Dio lascia ognuno libero di essere se stesso e di rimanere tale affinché porti agli altri la propria singolarità e identità. Nella Bibbia, a saperla leggere bene, si capisce che non solo l’uomo riceve insegnamento da Dio, ma anche Dio dall’uomo. Così è accaduto e accade a me padre di 4 figli: essi hanno imparato diverse cose da me, ma anche io ne ho imparate da loro. Abramo pronto a offrire il figlio Isacco sul Mòria viene prima del Padre che abbandona il Figlio a morire in croce sul Golgota. Paolo fa cenno a questa similitudine profondamente teologica (Rm 8,32). Ma di esempi ce ne sono tanti. Dio si fa bambino bisognoso di tutto e imparerà da Giuseppe a fare il falegname, a essere umilmente sottomesso alle vibrazioni intime e vere di una famiglia.

 

Anche Dio ha dovuto in qualche misura imparare a essere uomo, a costruirsi, per così dire, una propria identità a contatto con le sue creature, amandole e desiderando di essere amato.

Essere se stessi è quanto di più difficile ci sia per una persona. Essere se stessi significa prima di tutto non fare qualcosa perché tanto la fanno tutti, ma perché ci si crede e dunque la si fa anche se si resta soli a farla. Ma essere se stessi significa pure apertura verso chi non la pensa come noi, ascolto del diverso da noi.

Un filosofo francese scomparso nel 2005, Paul Ricoeur, distingueva l’identità come “stessità” e identità come “ipseità”. Ossia identità che ci fa restare sempre uguali e fedeli a ciò che di noi rimane nel tempo che avanza, e nella quale dunque perseveriamo, rimaniamo ancorati a certi valori, a certe promesse, come quelle che ci siamo fatti davanti a Dio unendoci in matrimonio. Un essere saldi che non deve tuttavia rappresentare immobilità, durezza, chiusura.

Ecco perché è importante che in noi vi sia anche identità come ipseità, cioè come apertura alle novità e alle incognite che incontriamo nel cammino della nostra storia: c’è un tempo per rimanere fermi e un tempo per muoversi, un tempo per rimanere saldi nella propria idea e un tempo per cambiare idea. La storia ci riserva di continuo novità e sorprese nelle quali il nostro rimanere saldi deve fare i conti con l’apertura al nuovo. Se ci lasciamo prendere troppo dal nuovo finiremmo per smarrirci e se ci chiudessimo troppo in quel che siamo perderemmo occasioni preziose e per sempre. I talenti non vanno sotterrati per paura di perderli.

È un po’ quel che avviene tra conservatori e progressisti.

Caino fugge e cammina qua e là come un vagabondo senza sapere bene dove va e senza sapere bene chi è. Perciò finisce per chiudersi confidando in se stesso e costruendo una città che chiamerà col nome di suo figlio. E intravedo qui quelle coppie che non fanno altro che parlare dei propri figli, come se esistessero solo i propri figli.

Modello opposto a quello di Caino è Abramo che lascia anche lui la propria terra ma per un cammino di fiducia fondato su una promessa in cui si crede profondamente. Un cammino soprattutto che non riguarderà soltanto lui o un proprio figlio, ma tutte le nazioni della terra.

Siamo chiamati per pensare in grande, per vivere accogliendo ciò che non abbiamo ancora mai conosciuto, il diverso da noi, persone nuove ma anche fatti nuovi. Chi incontreremo domani? Cosa ci verrà detto e che non sapevamo prima? Anche la novità di domani ci chiama a responsabilità. Per questo del domani non ci si deve preoccupare troppo. Nemmeno del domani che ci vedrà cambiati, noi non rimaniamo sempre uguali, nemmeno fisicamente, e questa diversità interna a noi deve altresì ogni volta incontrarsi con la diversità dell’altro che ci vive quotidianamente accanto.

E c’è poi la novità dei figli, che non conosciamo prima di vederli venire alla luce, in essi noi accogliamo ogni volta un dono di Dio. Oggi siamo abituati alle programmazioni, ma questo ci ha fatto un po’ perdere il figlio come un dono inaspettato. Un dono e un peso insieme, certamente. Sono padre di quattro figli e solo il primo abbiamo voluto, gli altri li abbiamo semplicemente accolti e ci siamo pian piano accorti del fatto che oltre al loro essere comunque un peso, erano anche un indicibile dono.

Vorrei concludere con un pensiero di Paolo De Benedetti sull’ospitalità di Abramo nei confronti del diverso quando accolse i tre viandanti alle querce di Mamre (Gen 18,1-33).

“La tradizione ebraica non dimenticherà mai la conviviale accoglienza di Abramo e nella benedizione del pasto, farà dire all’ospite una preghiera che contiene queste parole: ‘Il Misericordioso benedica questa tavola da cui abbiamo mangiato, e vi disponga tutte le delizie del mondo, affinché sia come la tavola di Abramo nostro padre: chiunque ha fame ne mangi, chiunque ha sete ne beva’. Anche Dio”, conclude De Benedetti (Ciò che tarda avverrà).

Abramo è colui che per la prima volta entra in dialogo con Dio e con coloro che vivono accanto a lui, con tutti i popoli. Egli diventerà “una nazione grande e potente e in lui si diranno benedette tutte le nazioni della terra” (Gen 18,18).

In principio tra uomo e donna non c’è ancora dialogo. A parlare è solo ish, isha non dice nulla. Parlerà a sua volta, ma al serpente non a ish, al quale darà il frutto senza dire nulla. Poi entrambi parleranno con Dio ma mai tra di loro.

Nemmeno con Noè si ha un vero parlare. Un vero parlare tra creature umane si ha soltanto a Babele, è lì che per la prima volta appare il termine ebraico dabar, che significa sia parola che cosa. Ma è un parlare chiuso che non si apre mai al dialogo con Dio, e nemmeno a un vero dialogo con gli altri. A Babele non ci si parla col cuore ma il dialogo è finalizzato solamente al progetto e alla realizzazione del progetto. È un po’ quello che accade oggi in molte aziende: conta la produzione, il profitto, non le persone che lavorano, contano le loro braccia, le loro competenze, non quel che esse sono, la loro identità intima coi suoi bisogni e le sue emozioni. A Babele unico fine è la costruzione della torre, chi è Dio e chi è il prossimo non importa un fico secco. C’è un midrash in cui si racconta che quando a Babele cadeva un uomo da un’impalcatura nessuno si preoccupava, ma se a cadere e a rompersi era un mattone allora era una tragedia con lutti e pianti.

Chi davvero entra per la prima volta in dialogo con Dio e con gli uomini è Abramo. Abramo ascolta e parla liberamente, responsabilmente. Abramo comprende e mette in pratica, Abramo prende le difese dei fratelli. Abramo è audace e osa chiedere ragione a Dio dell’intenzione che ha di distruggere Sodoma, e Dio lo ascolta.

Abramo – dice Neher – accende la lampada per guidare i passi brancolanti di Dio per le vie oscure della storia” (L’esilio della parola).

Guai dimenticarsi dei bisogni di Dio. Dio è tanto più grande di noi, tanto diverso da noi, ma fin dai giorni di Abramo ci viene insegnato che è anche tanto simile a noi, uguale nella diversità. Solo sentendolo così lo possiamo amare come riusciamo ad amare il nostro sposo o la nostra sposa. Il Dio biblico non è un’entità astratta, ma una persona colma di pathos e di attesa.

Anche Dio forse non sa proprio tutto quello che accadrà domani. Non può essere altrimenti, avendo scelto le vie della libertà e dell’amore.

Daniele Garota