Archivio per la categoria ‘ecumenismo’

ROMA

 

 

 

Nasce a Roma la prima Parrocchia personale in rito antico
 

Il giorno di Pasqua, in conformità con il motu proprio Summorum Pontificum, Benedetto XVI ha istituito una “parrocchia personale” dedicata ai fedeli rimasti legati al rito tridentino preconciliare, il “rito straordinario”. È la prima parrocchia legata al rito tradizionale che nasce in Italia. Si tratta della centrale chiesa della Ss. Trinità dei Pellegrini (che sorge nell’omonima piazza a due passi da Ponte Sisto e dalla vecchia Via Giulia). Sarà gestita dalla Fraternità di San Pietro, il nuovo parroco sarà l’australiano padre Joseph Kramer, e la messa d’inaugurazione è prevista per il prossimo 8 giugno. La celebrazione in latino, il sacerdote «versus Deum» con le spalle ai fedeli e i canti gregoriani: così si è celebrata la messa per centinaia di anni, così, secondo il rito di San Pio V, si riprenderà a celebrare tutti i giorni. L’antico tempio barocco diventerà la prima «parrocchia personale» – che significa legata a chi la frequenta e non al territorio – di Roma (e d’Italia), dedicata in esclusiva per i fedeli cattolici che si riconoscono nel Rito tridentino e nell’uso del Missale Romanum di san Pio V, i quali potranno partecipare alla messa in latino e anche ricevere i sacramenti more antiquo: battesimo, comunione, cresima, matrimonio e funerali. una novità assoluta: un conto è assistere sporadicamente alla messa «tradizionale», altro conto è ufficializzare l’esistenza di una (nutrita) comunità di fedeli legati all’uso preconciliare

Parola di Vita

Pubblicato: 16 maggio 2008 in ecumenismo

Parola di vita di maggio 2008

 

 "Dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà" (2 Cor 3, 17).

 

L’apostolo Paolo scrive ai cristiani della città di Corinto a lui particolarmente cari. Era vissuto tra loro per quasi due anni, tra il 50 e il 52. Vi aveva seminato la Parola di Dio, gettando le fondamenta della comunità cristiana, fino a generarla come un padre[1].

Pochi anni più tardi, quando torna a visitarli, alcuni screditano in pubblico la sua autorità di apostolo[2]. È l’occasione per riaffermare la grandezza del suo ministero. Egli annuncia il Vangelo non di propria iniziativa, ma perché mosso da Dio. La Parola di Dio per lui non ha più alcun velo perché lo Spirito Santo gliel’ha fatta comprendere alla luce di quanto è avvenuto in Cristo Gesù. Per questo può viverla e annunciarla con piena libertà. Essa gli consente di entrare in comunione con il Signore, di venire trasformato in Lui, fino ad essere guidato dal suo stesso Spirito di libertà.

 

 

"Dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà"

 

Gesù Risorto, il Signore, continua, oggi come ai tempi di Paolo, ad agire nella storia, e in particolare nella comunità cristiana, attraverso il suo Spirito. Anche a noi dà di comprendere il Vangelo in tutta la sua novità e lo scrive nei nostri cuori in modo che sia la nostra legge di vita.

Non siamo guidati da leggi imposteci dal di fuori, non siamo schiavi costretti da ordinamenti di cui non siamo convinti  e che non condividiamo. Il cristiano è mosso da un principio di vita interiore, che lo Spirito ha posto in lui con il battesimo, dalla sua voce, che ripete le parole di Gesù facendole comprendere in tutta la bellezza, espressione di vita e di gioia: le rende attuali, insegna come viverle e insieme infonde la forza per metterle in pratica.

È lo stesso Signore che, grazie allo Spirito Santo, viene a vivere e ad agire in noi, facendoci Vangelo vivo.

Essere guidati dal Signore, dal suo Spirito, dalla sua Parola: ecco la vera libertà! Coincide con la realizzazione più profonda del nostro io.

 

 

"Dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà"

 

Ma si sa che, perché lo Spirito Santo agisca, occorre la piena disponibilità ad ascoltarlo, pronti a cambiare la nostra mentalità, se necessario, e poi aderire pienamente alla sua voce.

È facile lasciarsi rendere schiavi dalle pressioni esercitate dal costume e dal consenso sociale, che possono indurre a scelte sbagliate.

Per vivere la Parola di vita di questo mese è necessario imparare a dire un no deciso al negativo che affiora dal nostro cuore ogni volta che siamo tentati di assuefarci a modi di agire che non sono secondo il Vangelo; imparare a dire un convinto sì a Dio ogni volta che sentiamo che egli ci chiama a vivere nella verità e nell’amore.

Scopriremo il legame fra la croce e lo Spirito, come fra causa ed effetto. Ogni taglio, ogni potatura, ogni no al nostro egoismo è sorgente di luce nuova, di pace, di gioia, di amore, di libertà interiore, di realizzazione di sé; è porta aperta allo Spirito.

In questo tempo di Pentecoste Egli potrà elargirci con più abbondanza i suoi doni; potrà guidarci; saremo riconosciuti per veri figli di Dio.

Saremo sempre più liberi dal male, sempre più liberi di amare.

 

 

"Dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà"

 

È la libertà che ha trovato un funzionario delle Nazioni unite, durante il suo ultimo incarico in uno dei Paesi dei Balcani. Le missioni che gli vengono affidate rappresentano un lavoro gratificante, sebbene estremamente impegnativo. Una grande difficoltà sono i prolungati momenti lontano dalla famiglia. Anche quando torna a casa è faticoso lasciare sulla porta il fardello del lavoro nel quale è coinvolto, e dedicarsi con animo libero ai bambini e alla moglie.

Improvvisamente il trasferimento in un’altra città, sempre nella stessa regione, ove è impensabile portare con sé la famiglia perché, nonostante gli accordi di pace appena firmati, le ostilità continuano. Cosa fare? Cosa vale di più, la carriera o la famiglia? Ne parla a lungo con la moglie, con la quale da tempo condivide una intensa vita cristiana. Chiedono luce allo Spirito Santo e insieme cercano la volontà di Dio per la loro famiglia. Infine la decisione: lasciare un lavoro così ambito. Decisione davvero insolita in quell’ambiente professionale. "La forza per questa scelta – racconta lui stesso – è stata frutto dell’amore reciproco con mia moglie, che non mi ha mai fatto pesare i disagi che le procuravo. Da parte mia, avevo cercato il bene della famiglia, al di là delle sicurezze economiche e della carriera e avevo trovato la libertà interiore".

 

                                                                       Chiara Lubich


[1]     Cf 1 Cor 3, 6.10; 4, 15.

[2]     Cf 2 Cor 2, 5-11; 7, 12.

Chiarimenti sulla Domenica 1

Pubblicato: 8 maggio 2008 in ecumenismo

Poichè oggi in Chat mi sono trovato a discutere con un evangelico sull’origine del culto cristiano di domenica, e mi sono visto

scrivere che il culto originale era di Sabato!!! Ho deciso di riportare questa breve ricerca sulla Domenica (scusate la tecnicità, spero possa essere utile) Un abbraccio
 
Il culto cristiano iniziò a diffondersi molto presto, e con l’aumento del numero dei fedeli si sentì probabilmente la necessità di fissare un giorno in cui tutta la comunità si potesse riunire per celebrare insieme i misteri della resurrezione di Cristo, creando in tal modo un’identità indipendente da quella ebraica, tanto più che molti di coloro che avevano aderito alla nuova religione non provenivano dal Giudaismo. Quasi certamente i primi giudeo-cristiani continuarono a rispettare il riposo sabbatico, recandosi alla sinagoga per la lettura della Scrittura e per pregare, come avveniva in tutta la Palestina . Dopo di che si riunivano in case private di qualche cristiano abbiente, imitando in tal modo gli apostoli che avevano atteso la venuta dello Spirito Santo . Ciò non significa che la domenica sia una diretta conseguenza del sabato, ma non si può negare che la ricorrenza settimanale abbia una derivazione ebraica. In ogni caso la concezione cristiana del tempo è ben diversa da quella dei giudei: infatti se il sabato ebraico è giorno di Jahvè, in un certo senso nefasto per gli uomini e quindi caratterizzato dal divieto di svolgere qualsiasi attività, per i cristiani tutto il tempo è di Dio, e la domenica è solo il giorno dedicato alla memoria.

Perché la domenica?

La scelta del primo giorno dopo il sabato non è casuale. Infatti la Resurrezione di Cristo sarebbe avvenuta in quel giorno della settimana, come attestato nei quattro Vangeli canonici , anche se molti studiosi sostengono che la scelta sia una derivazione sincretica, partendo dal giorno dedicato a Mithra o dalle festività della setta di Qumran. Per quanto riguarda il culto di Mithra, si può escludere qualsiasi collegamento, se si considera che non esiste alcun dato che attesti lo statuto di giorno festivo del dies solis mithraico. Inoltre, come sottolinea Mosna , Giustino, nella sua Prima Apologia , si lamenta dell’imitazione del banchetto cristiano da parte dei cultori di Mithra, senza però fare alcun riferimento ad un collegamento tra la domenica cristiana ed un dies solis dedicato a Mithra, cosa che avrebbe suscitato molte più lamentele da parte dell’autore. Il collegamento con la setta di Qumran sembra invece più vicino: infatti, questi seguono un calendario solare, il cosiddetto Calendario dei Giubilei, di 52 settimane, in cui tutte le feste cadono ogni anno nello stesso giorno della settimana. Secondo questo calendario, due delle più importanti feste giudaiche, l’Omertag (l’offerta delle primizie e primo giorno dell’anno) e la Pentecoste, cadono di domenica, mentre la maggior parte delle altre festività cadono di mercoledì e di venerdì, giorni di digiuno, proprio come nel Cristianesimo, in cui vi si ricorda l’arresto di Gesù e la Sua crocifissione. Considerato che il Cristianesimo si è sviluppato in un ambiente che non ignorava la comunità di Qumran, è possibile che ci sia stata qualche influenza sulla Chiesa, tanto più che i qumraniti erano degli specialisti del calendario . Tuttavia, come sottolinea Rordorf, se si accettasse questa tesi si cadrebbe in contraddizione, perché si può essere verificata solo una delle due situazioni: «o l’influenza di Qumran è stata decisiva e perciò la resurrezione di Gesù è stata attribuita nella tradizione di domenica; o la resurrezione di Gesù è effettivamente avvenuta di domenica, e ciò senza alcun apporto – sia pure di natura psicologica – da parte di una tradizione risalente a Qumran» . Oltretutto le prime testimonianze di celebrazioni domenicali sono molto antiche, quindi mi sembra di poter dire che la domenica cristiana presenti più elementi di novità che di continuità.


Le prime testimonianze della celebrazione domenicale

Il Nuovo Testamento

L’importanza della domenica è ricordata ben presto da Paolo: il primo giorno dopo il sabato diventa il giorno dedicato alla colletta, attività di primaria importanza all’interno della primitiva comunità cristiana. In 1Cor 16, 1-2, l’apostolo si rivela molto esplicito: «Riguardo poi alla colletta in corso a favore dei fratelli, fate anche voi come ho ordinato alle chiese della Galazia. Ogni primo giorno della settimana (κατὰ μία σαββάτου) ciascuno metta da parte ciò che gli è riuscito di risparmiare, perché non si facciano le collette proprio quando vengo io» . Questa lettera fu scritta intorno al 54, ciò significa che sin d’allora la domenica, o meglio, il primo giorno della settimana aveva assunto questo ruolo privilegiato per quanto rigurda la colletta. Ma non si trova in tutta la Bibbia una affermazione di cambiamento di giorno di riposo dal sabato alla domenica. Molti testi come quello di Romani 14 o Colossesi 2, sono usati fuori contesto. Non si specifica che il testo di Romani 14 si concentra sulle carni sacrificate agli idoli, mentre quanto si citano i sabati si omette di dire che nel calendario degli ebrei esistevano anche i cosiddetti "grandi sabati", chiamati si con il nome di sabato ma che potevano cadere in altri giorni della settimana. In realtà nel primo secolo il giorno di culto rimase il sabato, questo è quanto riporta Luca negli Atti degli apostoli, posteriori alla prima lettera ai Corinzi. "Perché Mosè fin dalle antiche generazioni ha in ogni città chi lo predica nelle sinagoghe dove viene letto ogni sabato" Atti 15: 21, il testo si riferisce agli stranieri (non ebrei) che si convertono al cristianesimo. "Il sabato andammo fuori dalla porta, lungo il fiume, dove pensavamo vi fosse un luogo di preghiera; e sedutici parlammo alle donne là riunite" Atti 16: 13. "Paolo come era sua consuetudine, entrò da loro, e per tre sabati tenne loro ragionamenti tratti dalle Scritture" Atti 17: 2. "Ma ogni sabato insegnava nella sinagoga e persuadeva Giudei e Greci" Atti 18: 4. Si compie un passo avanti nel momento in cui si parla di riunione domenicale. La prima testimonianza è sempre un passo neotestamentario, At 20, 7, in cui si dice: « Il primo giorno della settimana eravamo riuniti per spezzare il pane. Paolo, che doveva partire il giorno dopo, discorreva con essi e prolungò il discorso fino a mezzanotte » . Si possono fare molte obiezioni a riguardo, visto la natura e la funzione del testo. Innanzi tutto è lecito pensare che l’atto di spezzare il pane si riferisca ad un evento straordinario, vista la presenza di Paolo, considerata sicuramente come una situazione di grande importanza, e che solo casualmente ciò accada di domenica. Tuttavia, occorre osservare che raramente Luca specifica il giorno in cui avvengono i miracoli, quindi qui si vuole evidenziare la consuetudine di riunirsi la domenica. Oltretutto sono presenti importanti termini chiave: “Ἐν δὲ τῇ μιᾷ τῶν σαββάτων”, sono le stesse parole utilizzate per indicare il giorno della resurrezione di Gesù in tre dei Vangeli; “κλᾶν (κλάσαι) ἄρτον” sono i termini tecnici per indicare l’eucarestia, così come il verbo συνέγειν (συνηγμένων) indica i raduni cristiani. Il testo è stato redatto intorno agli anni 80, e la difficoltà d’interpretazione deriva soprattutto dall’inesistenza di passi paralleli nel Nuovo Testamento o in altri testi coevi.

I testi del I e del II secolo

Dobbiamo infatti aspettare almeno dieci anni per trovare un altro testo che ci parli delle riunioni domenicali, ma in questo caso il testo non ammette repliche. Nella Didachè, redatta tra il 90 ed il 100, all’inizio del quattordicesimo capitolo, si dice: «Nel giorno domenicale del Signore radunatevi, spezzate il pane e rendete grazie» . La pratica forse non appare ancora consolidata, considerando che il testo ne dà ancora le direttive, ma è certo che inizia a diffondersi. Dopo il 100 abbiamo numerosi testi che ci parlano di queste riunioni. Ma se è importante che ce ne parlino ancora gli autori cristiani, come Sant’Ignazio di Antiochia , ancora più rilevante è la testimonianza esterna di un autore pagano, Plinio il Giovane che, come governatore della Bitinia nel 112, chiede all’imperatore quale atteggiamento debba egli assumere nei confronti dei cristiani, il cui numero è in crescita, che si rifiutano di sacrificare all’imperatore e che «essent soliti stato die ante lucem conuenire carmenque Christo quasi deo dicere» . Certo non ci dice che tali riunioni avvenissero la domenica, ma non è pensabile che egli si riferisca ad un altro giorno. È poi rilevante che la pratica appaia consolidata, considerato che Plinio la utilizza come fattore distintivo. Ciò è molto importante perché ci permette di affermare che negli anni ’10 del I secolo la domenica è diventata definitivamente il giorno di culto dei cristiani, che iniziano così ad essere considerati una comunità separata da quella ebraica.

La polemica sul rispetto del sabato

I primi cristiani vivevano però una situazione di forte contrasto: alla luce della parola di Gesù, potevano rigettare l’antica Legge e, di conseguenza, il rispetto del sabato? In fondo si sarebbe potuto continuare a rispettare il riposo sabbatico per ricordare il settimo giorno della creazione, in cui Dio si riposò, e poi celebrare la domenica in ricordo della resurrezione. Dopo un periodo di forte incertezza, si è invece deciso di privilegiare la domenica, rigettando il sabato perché non conforme al nuovo credo.

Gesù e il sabato

Il punto di partenza sono nuovamente le Sacre Scritture, perché già nei Vangeli si possono trovare le prime indicazioni. Più di una volta Gesù compie dei miracoli nel giorno di sabato, cosa che scandalizza moltissimo i giudei, perché così si infrange il sabato. Le guarigioni non sono mai improrogabili, come ben si sottolinea, ad esempio, nel caso narrato in Lc 13, 10-17: una donna, inferma da diciotto anni, si reca alla sinagoga in cui si trovava Gesù, che la guarisce nonostante sia sabato . Il capo della sinagoga è nel giusto quando lo accusa di aver violato il sabato, e questo episodio appare come una provocazione, o una dimostrazione da parte di Gesù, esattamente come quando i discepoli, di sabato, raccolgono delle spighe per cibarsene . All’accusa mossagli dai farisei, Gesù risponde con esempi biblici di violazione del sabato, e poi aggiunge: «Il sabato è fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato! Perciò il Figlio dell’uomo è padrone anche del sabato».

Gli apostoli ed i primi cristiani

Anche se in questi passi Gesù sembra abolire il sabato, ma i primi giudeo-cristiani continuarono a rispettare il sabato, e fu solo con Stefano e gli “Ellenisti” che forse si iniziò a non sentirsi più legati alla Legge e di conseguenza al sabato . L’idea non fu certo accettata senza polemiche, considerato che Stefano fu lapidato. Ma se i giudeo-cristiani continuarono a rispettare il sabato, il suo significato cambiò necessariamente, in ricordo del dolore del sabato per la morte di Gesù, rispetto alla gloria della domenica.
La grande svolta di ebbe intorno al 48, con il Concilio di Gerusalemme, in cui Pietro e Paolo si spartiscono le aree di competenza: al primo è affidata l’evangelizzazione dei giudei, al secondo l’evangelizzazione dei gentili. Si decreta che i gentili che “si convertono a Dio” non siano gravati della Legge, ma si limitino ad abiurare la loro precedente religione e tutte le pratiche ad essa legate. Sappiamo che Paolo abolì la Legge nelle comunità da lui fondate grazie a quello che egli stesso dice nelle sue lettere, in particolare nella lettera ai Galati: «La legge per noi è come un pedagogo che ci ha condotto a Cristo, perché fossimo giustificati per fede. Ma appena è giunta la fede, noi non siamo più sotto un pedagogo» . Egli presenta la Legge come un elemento del mondo e la fede come un elemento dello spirito, quindi continuare a seguire la Legge è essere «come schiavi degli elementi del mondo» , così come lo era stato lui prima della conversione. Sicuramente, tra i precetti aboliti, c’era anche il rispetto del sabato.
Se è del tutto normale che i giudeo-cristiani continuassero a rispettare il riposo sabbatico, è invece straordinario che, di propria iniziativa, iniziassero a seguire tale precetto anche i pagano-cristiani , ma occorre far attenzione alla natura spesso superstiziosa della religione classica. Il sabato ebraico coincide con il giorno di Saturno, ossia il Kronos greco, divinità nefasta, che trasmette questa sua qualitas al giorno da lui presieduto. Fu forse per questo motivo che i pagani che avevano aderito alla nuova fede non incontrarono molte difficoltà ad accettare il precetto del riposo sabbatico, magari convinti che i giudei lo seguissero per venerare gli angeli regolatori del tempo. La lettera ai Galati, scritta intorno al 54, va forse a collocarsi in un ambiente simile.

Chiarimenti sulla Domenica 2

Pubblicato: 8 maggio 2008 in ecumenismo

I Padri della Chiesa

I primi padri della Chiesa sono tutti concordi nell’affermare la necessità di superare il sabato, perché ormai la Legge non è più attuale. Il principale motivo di tale abbandono risiede nel fatto che per i cristiani la Legge fu data ai giudei come segno dei loro peccati, ma questi sono stati lavati dal Sacrificio di Cristo. Così Giustino, a metà del II secolo, argomenta la sua difesa dall’accusa mossagli dall’ebreo Trifone di non rispettare il sabato e per questo di essere peccatore. Inoltre aggiunge che, se per i giudei solo il sabato è giorno del Signore, per i cristiani tutti i giorni sono di Dio e tutti i giorni, in egual modo, devono essere dedicati a Lui, compiendo opere buone ed astenendosi dai peccati.
Esiste anche un’interpretazione del sabato più spiritualizzante ed allegorica, che porta al superamento del riposo sabbatico. Ce lo testimonia l’epistola di Barnaba, al quindicesimo capitolo, che riporta l’interpretazione del decalogo. Qui si dice che non si deve interpretare la Scrittura alla lettera, perché quando è scritto Dio compì la creazione in sei giorni, significa che occorrono seimila anni perché egli completi la Sua opera. Il settimo giorno in cui si riposa non equivale al sabato, ma al settimo millennio, quando ci sarà la seconda venuta del Figlio, che porrà fine al regno dell’empietà, ed allora Dio si riposerà, così come si riposeranno gli uomini, o almeno coloro che sono stati giustificati. Il sabato gradito a Dio non è dunque quello ebraico, ma il sabato della seconda venuta, quello in cui ha messo a riposo l’universo e che segna l’inizio dell’ottavo giorno, del giorno del Signore, l’inizio di un nuovo mondo.
Il problema sembrerebbe risolto così, ma in realtà, nonostante nei secoli II e III ci siano moltissimi autori che si scagliano contro la Legge ed il sabato, non solo i cristiani continuano a rispettare il riposo sabbatico, ma troviamo alcuni autori che si schierano a favore di tale pratica. Il revival del sabato si manifesta a partire soprattutto dal IV secolo, come ci testimonia la Vita I di s. Pacomio, redatta intorno al 370: «…(Pacomio) prescrisse che si tenessero tre istruzioni e che l’amministratore del convento ne facesse tenere una il sabato e due la domenica…» . Un altro illustre testimone è Epifanio di Salamina, che, scrivendo intorno al 377, ci dice: «In certi luoghi anche di sabato vengono tenute assemblee, non dappertutto però» , che ci fa sapere che tale pratica non è però diffusa ovunque. In un primo istante si potrebbe pensare che ciò sia dovuto alla sopravvivenza di un “partito” giudaizzante, rifiorito nel IV secolo. Contro questa ipotesi si pone il fatto che prima dell’età costantiniana non esistono testimonianze che ci parlano di celebrazioni eucaristiche di sabato. Dunque fu una novità. Sebbene alcuni autori critichino le celebrazioni eucaristiche che avvengono di sabato, vedendovi una ricaduta nel Giudaismo, per i cristiani il sabato ha completamente perso il valore che ha per i giudei, così non c’è più alcun rischio di cadere in confusione tra il significato del sabato e quello della domenica. Infatti non si parla mai di riposo sabbatico, ma di celebrare l’eucarestia.
Le polemiche dureranno ancora secoli, perché l’usanza di riposare il sabato non si estinguerà per molto tempo ancora, tant’è che ne ritroviamo una testimonianza nella Roma di Gregorio Magno, quindi già a cavallo tra il VI ed il VII secolo. Il pontefice critica la pratica di alcuni cristiani di rispettare le feste giudaiche insieme a quelle cristiane, vista come un preludio della venuta dell’anticristo, ma dimostrando come ancora, agli inizi del VII secolo, quando ormai il Cristianesimo dovrebbe aver consolidato i suoi capisaldi, ci siano ancora queste confusioni.

La cristianizzazione del tempo civile

«La scansione del tempo che si realizza durante il IV secolo è stata una delle rivoluzioni sociali e religiose più radicali e durature, la quale ha riguardato tutta la storia posteriore. Ancora oggi essa regola la vita dell’uomo sociale. Questa cristianizzazione del tempo inizia con l’imperatore Costantino con il riconoscimento della domenica come giorno festivo e si amplia con i suoi successori fino ad inglobare, già alla fine del quarto secolo, tutto l’anno liturgico cristiano» . Con queste parole il professore Di Berardino inizia un suo articolo sulla cristianizzazione del tempo, un fenomeno sociale che è stato fondamentale nella storia dell’Occidente, cambiando completamente l’organizzazione temporale dell’impero.

I primi tre secoli

Inizialmente i cristiani non vollero trasporre il riposo sabbatico alla domenica, perché la concezione della festa era diversa: il giorno del Signore non possedeva una qualitas diversa da quella degli altri giorni, e l’unica cosa di cui ci si dovesse preoccupare era di non astenersi dalle riunioni eucaristiche. Così, nel 300 circa, aveva decretato il Concilio di Elvira: «Si quis in ciuitate positus tres dominicas ad ecclesiam non accesserit, pauco tempore abstineatur, ut correptus esse uideatur» . Per il cristiano diventa quindi un dovere inequivocabile recarsi in chiesa ogni domenica, creando delle difficoltà per chi era costretto a lavorare. Di conseguenza occorreva che la domenica diventasse un giorno festivo. Generalmente, i Romani rispettavano le feste dei popoli sottomessi, come il sabato ebraico, ma per i cristiani la situazione era più complicata, perché essi non erano inscrivibili in un determinato popolo, ma la religione prevaricava ogni confine etnico.

Costantino Magno

Fu probabilmente per questo motivo che Costantino, in un decreto del 321 conservatoci nel Codex Iustinianus, vieta ogni attività lavorativa, eccetto quella agricola, nel dies solis .Ma soprattutto vieta le attività dei giudici, dimostrando in tal modo come l’imperatore volesse proteggere i cristiani nel giorno in cui essi dovevano recarsi in chiesa, dando loro il tempo necessario ed evitando che essi fossero disturbati dai litigi. Si potrebbe a questo punto fare un’osservazione: Costantino non utilizza il termine dies dominica, ma dies solis, per cui forse non si riferisce alla domenica cristiana, bensì al giorno del sole, essendo egli, com’è noto, un adoratore del Sol Invictus. Tuttavia, se egli avesse utilizzato il nome cristiano, avrebbe pubblicato una legge incomprensibile alla maggior parte dei cittadini, mentre in questo modo si faceva capire da tutti, cristiani e pagani. Inoltre, è molto probabile che il redattore della legge fosse un pagano, come la maggior parte dei burocrati dell’impero. L’idea che egli voglia proteggere i cristiani è supportato dal fatto che, qualche decennio dopo, una legge proibisce che i giudei siano chiamati in tribunale di sabato.

La domenica come giorno festivo: giochi e ed emancipazioni

La legge fu più volte ribadita dai successori di Costantino e dallo stesso imperatore, e ciò dimostra che ci fu una certa difficoltà nell’istituire un giorno di festa comune a tutti in cui ci si dovesse astenere dal lavoro. Per i romani, infatti, durante le feste le attività non venivano interrotte, eccetto quelle giuridiche, che risentivano della qualitas negativa dei giorni di appartenenza divina. Nella maggior parte dei casi, essi organizzavano degli spettacoli per divertire gli dei e, quindi, ingraziarseli, scongiurando in tal modo ogni pericolo derivante dai dies nefasti. Così, quando la domenica divenne un giorno festivo, uno dei primi segni di normalizzazione fu proprio l’organizzazione di giochi, cosa che inorridì i vescovi di tutto l’impero. La ragione che spinse i vescovi a lamentarsi, fu che gli spettacoli impedivano le celebrazioni eucaristiche, o forse perché i cristiani preferivano assistere agli spettacoli piuttosto che recarsi in chiesa. Così accadde che nel 392 gli imperatori Valentiniano, Teodosio ed Arcadio proibirono di organizzare spettacoli di domenica, almeno che non si trattasse dei festeggiamenti per il compleanno dell’imperatore.
Un altro elemento che rese la domenica un giorno di festa fu l’idea dei giudici che ogni atto decretato in questo giorno non avesse valore, perché, essendo festa, era un giorno nefasto, quindi interdetto alle attività giuridiche. La controversia riguardava le emancipazioni e le manomissioni, che, secondo la legge del 3 luglio 321, sempre di Costantino, erano le uniche attività giuridiche permesse. Però, come abbiamo più volte detto, la domenica cristiana non ereditò mai questa qualitas negativa, ma anzi si ricoprì, proprio per emancipazioni e manomissioni, di un significato di compassione, diventando anche il giorno in cui i carcerati erano portati fuori per essere interrogati, minacciando pene per i giudici che trasgredivano a tale ordine.

Le feste cristiane: le uniche nell’Impero

Tuttavia, man mano che le feste cristiane furono inglobate nel calendario civile dell’impero, i giorni utili per i giudici diminuirono fino al punto di inceppare la macchina giudiziaria. La soluzione fu drastica ma risolutiva, e fu applicata nel 395, quando, sotto Arcadio ed Onorio, a Costantinopoli fu pubblicata la legge che prevedeva l’abolizione delle feste pagane, dando ai cristiani l’esclusiva sul calendario civile.

La domenica come giorno di mercato

Infine la domenica divenne il giorno dedicato al mercato. Considerato che i Romani, pur conoscendola, non davano alla settimana alcun rilievo, essi seguivano un ciclo di otto giorni tipicamente preindustriale. Non essendoci abbastanza negozi, le vendite non potevano avvenire quotidianamente, ma si concentravano in un giorno con cadenza fissa, le nundine, giorni di mercato, così come ancora oggi esistono alcuni mercati settimanali. In questi giorni era festa anche nelle scuole, visto che queste erano situate presso il foro e quindi il rumore impediva lo svolgimento delle lezioni. Una volta che la domenica venne liberata da ogni attività, appare naturale che il mercato fu trasferito in tale giorno, facilitando in tal modo il radicarsi del ciclo settimanale anche nella vita sociale dei non cristiani.

La nomenclatura dei giorni

Come abbiamo più volte ripetuto, la settimana ebraica è incentrata sul sabato, mentre gli altri giorni non hanno una loro identità indipendente, ma sono il primo, il secondo…il quinto giorno dopo il sabato, eccezion fatta per il venerdì, detto parasceve o avansabato (προσαββάτον), a ricalcare ancora maggiormente il valore del sabato, perché il giorno che lo precedeva serviva a preparare tutto ciò che occorreva per non infrangere il divieto sabbatico.

La domenica

Per i primi anni, i cristiani mantennero tale nomenclatura: la domenica era “il primo giorno della settimana” (ἡ μιὰ τῶν σαββάτων), nonostante questo fosse il giorno più importante della settimana. Così è indicata in tutto il Nuovo Testamento, eccetto nell’Apocalisse di Giovanni, dove è chiamata “κυριακὴ ἡμέρα”, giorno del Signore. Che cosa significa? Visto il contesto abbiamo due possibilità: Pasqua annuale e dies dominica. Si può escludere facilmente la prima ipotesi, perché la Pasqua è sempre indicata con altri nomi e, visto che ricopre già un ruolo di grande importanza, i cristiani non avrebbero avuto alcuna ragione di cambiarne il nome. Appare quindi più che probabile che in questo caso ci si riferisca alla domenica, e che dunque questo testo, redatto intorno alla fine del I secolo , sia la prima testimonianza in cui la domenica è indicata con un nome simile a quello odierno. Nei testi non testamentari, quasi mai è indicata come “primo giorno della settimana”, ma generalmente con dies dominica, o il suo corrispondente greco κυριακὴ ἡμέρα. Anche nella Didachè, collocabile, come abbiamo visto, nell’ultimo decennio del I secolo, è chiamata allo stesso modo, insieme ad altri testi coevi o di poco posteriori e quindi databili nel II secolo.
Un altro modo di chiamare la domenica è “l’ottavo giorno”, continuando la numerazione della settimana prima. Tale maniera di indicare il giorno di culto cristiano deriva da una concezione spirituale della domenica e della circoncisione. Come ci dice Giustino, la circoncisione viene effettuata nell’ottavo giorno in previsione della vera circoncisione ad opera della Resurrezione, avvenuta appunto nell’ottavo giorno.
Sempre nel II secolo, e precisamente tra il 150 ed il 155, abbiamo la testimonianza di un cristiano che chiama la domenica con il nome pagano: è sempre Giustino, che, nella sua Prima Apologia, ci parla di “giorno del sole” (τῇ τοῦ ἥλιου ἡμέρα). Ma se è raro che i cristiani utilizzino tale terminologia, con essa è indicata in tutta la legislatura imperiale del IV secolo. È così nella prima legge costantiniana del 321, e sarà così fino al 399, anno in cui è datata le prima legge in cui ci si riferisce alla domenica esclusivamente con il nome cristiano, anche se tale nomenclatura era comparsa prima, affiancando quella classica, scoprendo in ogni caso una mano cristiana.

I giorni della settimana

Ci furono più difficoltà per indicare gli altri giorni della settimana. Almeno inizialmente, i cristiani non ebbero alcun fastidio a chiamare i giorni della settimana con i nomi dei pianeti, come ben dimostra Giustino. Inoltre i cristiani, evitando l’isolazionismo di tipo giudaico, vivevano come normali cittadini, avendo quindi numerosi rapporti con i pagani, per cui deve essere stato più facile utilizzare i nomi pagani dei giorni. Per i Romani ogni giorno era presieduto da una divinità, che ne influenzava la qualitas. Secondo i principi dell’armonia e della protezione di dette divinità, si decise, in tempi remoti, di seguire questo ordine: Saturno, Sole, Luna, Marte, Mercurio, Giove, Venere. I cristiani utilizzarono questa nomenclatura finché la Chiesa, temendo influssi paganeggianti o superstiziosi, decise di proibire tale usanza ed indicare tutti i nomi secondo l’uso ebraico. I giorni dal lunedì al giovedì divennero feria secunda, feria tertia, feria quarta e feria quinta, creando così un paradosso che dura ancora oggi, dove i giorni lavorativi sono quelli feriali, mentre le feriae erano, per i romani, i giorni festivi. Il venerdì continuò ad essere chiamato parasceve, come in ebraico.
A partire dal IV secolo, periodo di diffusione del culto solare, ma anche periodo di proliferazione del Cristianesimo sotto la protezione di Costantino, si diffondono nuovamente i nomi planetari, soprattutto per i giorni tra la domenica ed il sabato, e così rimarrà fino ai nostri giorni, mentre la nomenclatura liturgica conserva ancora oggi i nomi ebraici.

Beata libertà

Pubblicato: 13 novembre 2007 in ecumenismo

Beata libertà. Il miracolo postumo di Antonio Rosmini

Sul grande pensatore liberale pendeva fino a sei anni fa la condanna del Sant’Uffizio. È stato assolto. E ora è proclamato beato. Il filosofo Dario Antiseri traccia il ritratto di questo maestro di un liberalismo aperto alla religione

di Sandro Magister

ROMA, 12 novembre 2007 – È vicina una beatificazione che è essa stessa un miracolo: quella del sacerdote e filosofo Antonio Rosmini.

Un miracolo perché appena sei anni fa su questo nuovo beato pendeva ancora una condanna spiccata nel 1887 dalla congregazione del Sant’Uffizio contro 40 proposizioni tratte dai suoi scritti.

L’assoluzione è arrivata il 1 luglio 2001 con una nota dell’allora prefetto della congregazione per la dottrina della fede, cardinale Joseph Ratzinger.

E solo dopo la rimozione di questo ostacolo la causa di beatificazione ha proceduto spedita.

Antonio Rosmini sarà proclamato beato domenica 18 novembre a Novara, la diocesi del nord nella quale trascorse l’ultima parte della sua vita. Presiederà la celebrazione, su mandato di papa Benedetto XVI, il cardinale Josè Saraiva Martins, prefetto della congregazione delle cause dei santi.

Rosmini, oltre che sacerdote di grande spiritualità, fu profondo pensatore e scrittore prolifico. L’edizione completa delle sue opere, curata da Città Nuova, occuperà alla fine 80 grossi volumi. Padre Umberto Muratore, religioso della congregazione fondata dallo stesso Rosmini, non teme di paragonarlo, come filosofo, a giganti come san Tommaso e sant’Agostino.

Il suo libro ancor oggi più letto e tradotto è "Delle cinque piaghe della santa Chiesa". Una delle piaghe da lui denunciate fu l’ignoranza del clero e del popolo nel celebrare la liturgia. Ma sbaglia chi vede in lui un antesignano dell’abbandono del latino. Scrisse invece che "volendo ridurre i sacri riti nelle lingue volgari si andrebbe incontro a un rimedio peggiore del male".

Fu grande anche come teorico della politica. Fu spirito liberale di lega purissima, in un’epoca, la metà dell’Ottocento, in cui il liberalismo, per la Chiesa, faceva rima col diavolo. Nel suo libro "Filosofia della politica" Rosmini si dice ammirato della "Democrazia in America", il capolavoro del suo contemporaneo Alexis de Tocqueville, padre del liberalismo amico dello spirito religioso.

Rosmini anticipò di più di un secolo le tesi sulla libertà di religione affermate dal Concilio Vaticano II. Fu critico del cattolicesimo come "religione di stato". Fu instancabile difensore delle libertà dei cittadini e dei "corpi intermedi" contro le prevaricazioni di uno stato onnipotente.

Non sorprende, quindi, che a diffondere oggi il pensiero di Rosmini, in campo cattolico, siano soprattutto i fautori del liberalismo aperto alla religione, che in Europa ha i suoi maestri nella "scuola di Vienna" di Ludwig von Mises e Friedrich von Hayek.

Il profilo di Rosmini riprodotto qui sotto è scritto proprio da un esponente di spicco di questi cattolici liberali, Dario Antiseri, professore alla Libera Università degli Studi "Guido Carli" di Roma e autore di una apprezzatissima "Storia della filosofia" tradotta in più lingue. La sua nota è uscita il 1 novembre sul quotidiano della conferenza episcopale italiana, "Avvenire".

Antiseri concentra l’attenzione su un solo aspetto della figura di Rosmini, quello di teorico della politica. Ma è l’aspetto in cui forse più emerge la sua originalità. Le tesi di Rosmini sono ancora invise a larga parte dei cattolici, vescovi e preti compresi.

Fatto beato Rosmini, questo suo pensiero ha ancora molto da camminare, prima di diventare linguaggio universalmente accettato, nella Chiesa cattolica.

Rosmini, l’antitotalitario

di Dario Antiseri

La preoccupazione prima e fondamentale di Antonio Rosmini, in ambito politico, è stata quella di stabilire le condizioni in grado di garantire la dignità e la libertà della persona umana. Ed è in tale prospettiva che, a suo avviso, risulta cruciale la questione della proprietà.

Contrario all’economicismo socialista, Rosmini ebbe chiarissimo il nesso che unisce la proprietà alla libertà della persona.

"La proprietà – egli scrive nella "Filosofia del diritto" – esprime veramente quella stretta unione di una cosa con una persona. […] La proprietà è il principio di derivazione dei diritti e dei doveri giuridici. La proprietà costituisce una sfera intorno alla persona, di cui la persona è il centro: nella quale sfera niun altro può entrare".

Il rispetto dell’altrui proprietà è il rispetto della persona altrui. La proprietà privata è uno strumento di difesa della persona dall’invadenza dello stato.

Persona e stato: fallibile la prima, mai perfetto il secondo. Ed ecco un famoso passo tratto dalla "Filosofia della politica":

"Il perfettismo – cioè quel sistema che crede possibile il perfetto nelle cose umane, e che sacrifica i beni presenti alla immaginata futura perfezione – è effetto dell’ignoranza. Egli consiste in un baldanzoso pregiudizio, per quale si giudica dell’umana natura troppo favorevolmente, se ne giudica sopra una pura ipotesi, sopra un postulato che non si può concedere, e con mancanza assoluta di riflessione ai limiti naturali delle cose".

Il perfettismo ignora il gran principio della limitazione delle cose; non si rende conto che la società non è composta da "angeli confermati in grazia", quanto piuttosto da "uomini fallibili"; e dimentica che ogni governo "è composto da persone che, essendo uomini, sono tutte fallibili".

Il perfettista non fa uso della ragione, ne abusa. E intossicati dalla nefasta idea perfettista sono, innanzi tutto, gli utopisti. "Profeti di smisurata felicità" i quali, con la promessa del paradiso in terra, si adoperano alacremente a costruire per i propri simili molto rispettabili inferni.

L’utopia – afferma Rosmini – è "il sepolcro di ogni vero liberalismo" e "lungi dal felicitare gli uomini, scava l’abisso della miseria; lungi dal nobilitarli, gli ignobilita al par de’ bruti; lungi dal pacificarli, introduce la guerra universale, sostituendo il fatto al diritto; lungi d’eguagliar le ricchezze, le accumula; lungi da temperare il potere de’ governi lo rende assolatissimo; lungi da aprire la concorrenza di tutti a tutti i beni, distrugge ogni concorrenza; lungi da animare l’industria, l’agricoltura, le arti, i commerci, ne toglie via tutti gli stimoli, togliendo la privata volontà o lo spontaneo lavoro; lungi da eccitare gl’ingegni alle grandi invenzioni e gli animi alle grandi virtù, comprime e schiaccia ogni slancio dell’anima, rende impossibile ogni nobile tentativo, ogni magnaminità, ogni eroismo ed anzi la virtù stessa è sbandita, la stessa fede alla virtù è annullata".

E qui va precisato che, connessa al suo antiperfettismo, c’è la decisa critica di Rosmini all’arroganza di quel pensiero che celebra i suoi fasti negli scritti degli Illuministi e che poi scatena gli orrori della Rivoluzione francese.

La dea Ragione sta a simboleggiare un uomo che presume di sostituirsi a Dio e di poter creare una società perfetta. Il giudizio che Rosmini dà sulla presunzione fatale dell’Illuminismo richiama alla mente analoghe considerazioni, prima di Edmund Burke e successivamente di Friedrich A. von Hayek.

Antiperfettista, a motivo della naturale "infermità degli uomini", Rosmini si affretta, sempre nella "Filosofia politica", a far presente che gli strali critici da lui puntati contro il perfettismo "non sono volti a negare la perfettibilità dell’uomo e della società. Che l’uomo sia continuamente perfettibile fin che dimora nella presente vita, egli è un vero prezioso, è un dogma del cristianesimo".

L’antiperfettismo di Rosmini implica, dunque, un impegno maggiore. Da qui viene, tra l’altro, la sua attenzione a quella che egli chiama "lunga, pubblica, libera discussione", poiché è da siffatta amichevole ostilità che gli uomini possono tirare fuori il meglio di sé ed eliminare gli errori dei propri progetti e idee.

Leggiamo ancora nella "Filosofia del diritto":

"Gli individui di cui un popolo è composto non si possono intendere, se non parlano molto tra loro; se non contrastano insieme con calore; se gli errori non escono dalle menti e, manifestati appieno, sotto tutte le forme combattuti".

Antistatalista e dunque difensore dei "corpi intermedi", alfiere dei diritti di libertà, Rosmini è stato attentissimo alle sofferenze e ai problemi dei bisognosi, dei più svantaggiati.

Ma la doverosa solidarietà cristiana non gli fa chiudere gli occhi sui danni dell’assistenzialismo statale.

"La beneficenza governativa – egli afferma – ha un ufficio pieno in vista delle più gravi difficoltà, e può riuscire, anziché di vantaggio, di gran danno, non solo alla nazione, ma alla stessa classe indigente che si pretende di beneficiare; nel qual caso, invece di beneficenza, è crudeltà. Ben sovente è crudeltà anche perché dissecca le fonti della beneficenza privata, ricusando i cittadini di sovvenir gl’indigenti che già sa o crede provveduti dal governo, mentre nol sono, nol possono essere a pieno".

Sin qui, dunque, alcune posizioni di Antonio Rosmini teorico della politica. Di esse non è difficile comprendere l’estrema rilevanza e l’impressionante attualità.

E insieme l’incalcolabile danno – non solo per la cultura cattolica – provocato dalla lunga emarginazione di questo sacerdote filosofo.

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Le tappe della sua vita

Antonio Rosmini nasce a Rovereto, nell’Impero Austro-Ungarico, il 24 marzo del 1797. Frequenta la scuola pubblica. Nell’agosto 1816 sostiene gli esami finali nel liceo imperiale ottenendo la qualifica di "eminenza" in tutte le materie e un giudizio in cui si parla di lui come "dotato di acutissimo ingegno".

Nell’autunno del 1816 inizia a frequentare i corsi di teologia all’università di Padova, dove si laurea il 23 giugno 1822. Intanto, nel 1821, era stato ordinato sacerdote dal vescovo di Chioggia.

Il patriarca di Venezia, il cardinale Ladislao Pyrcher, lo porta con sé a Roma. Qui, introdotto dall’abate Mauro Cappellari, futuro papa col nome di Gregorio XVI, incontra due volte il pontefice Pio VIII, che al prete-filosofo dà questo consiglio: "Si ricordi, ella deve attendere a scrivere libri, e non occuparsi degli affari della vita attiva; ella maneggia assai bene la logica e noi abbiamo bisogno di scrittori che sappiano farsi temere".

Nel 1830 pubblica la sua prima grande opera filosofica “Nuovo saggio sull’origine delle idee”.

Il 2 febbraio 1831 sale al soglio pontificio il cardinal Cappellari, sincero amico di Rosmini, e il 20 settembre del 1839 l’Istituto della Carità, da lui fondato, viene approvato in via definitiva.

In poco più di dieci giorni, dal 18 al 30 novembre del 1832, Rosmini scrive "Delle cinque piaghe della santa Chiesa", in cui denuncia i pericoli che minacciano l’unità e la libertà della Chiesa e ne indica i rimedi. Il libro sarà pubblicato nel 1846.

Nel 1839 pubblica il “Trattato della coscienza morale”, in cui argomenta che l’intelligenza è illuminata dalla luce dell’essere che è la luce della verità, per cui vi è nell’uomo qualcosa di “divino”. Le sue tesi sono aspramente attaccate da alcuni gesuiti.

Nel 1848, su mandato del re del Piemonte Carlo Alberto di Savoia, Rosmini torna a Roma in missione diplomatica, con lo scopo di indurre papa Pio IX a presiedere una confederazione di stati italiani. Ma quando il governo piemontese pretende che anche il papa entri in guerra contro l’Austria, Rosmini rinuncia al suo incarico diplomatico.

Pio IX gli ordina però di restare a Roma. Si parla di lui come prossimo cardinale segretario di stato e, dopo la fondazione della Repubblica Romana, come primo ministro. Ma egli rifiuta di presiedere un governo rivoluzionario che priva il papa della libertà. Il 24 novembre 1848 Pio IX fugge a Gaeta. Rosmini lo segue. Ma presto cade in disgrazia, in disaccordo con la linea politica del cardinale Giacomo Antonelli, che vuole il sostegno al papa di eserciti stranieri. Nel 1849 prende congedo da Pio IX.

Durante il suo viaggio di ritorno nel nord d’Italia, a Stresa, lo raggiunge la notizia che le sue opere "Delle cinque piaghe della santa Chiesa" e "La costituzione civile secondo la giustizia sociale" sono state messe all’Indice dei libri proibiti.

Attaccato dai gesuiti, ma confortato dalle visite degli amici, tra i quali lo scrittore Alessandro Manzoni, Rosmini trascorre i suoi ultimi anni a Stresa, guidando le due congregazioni da lui fondate e scrivendo la sua opera più alta, la “Teosofia”.

Processato una prima volta dal Vaticano nel 1854, è assolto. Muore a Stresa il 1° luglio 1855. La condanna della Chiesa cadrà nel 1887 su 40 proposizioni tratte dalle sue opere. La revoca della condanna arriverànel 2001.


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