Archivio per la categoria ‘Fermati sul monte’

+ Dal Vangelo secondo Marco, Mc 10,46-52

In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!».  Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù.  Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.

Bartimeo grida , grida dal profondo del suo dolore, dalla sua vita segnata dalla cecità e dal giudizio dei tanti che pensavano (E pensano) che la malattia sia una punizione di Dio e che il malato, quindi, è qualcuno che si merita la malattia per i peccati che che ha combinato. Grida, Bartimeo, anche se tutti sono sordi, anche gli apostoli. Grida, Bartimeo, anche se il mondo, intorno, gli dice di tacere, di arrendersi all’evidenza, di portare pazienza, che non c’è nulla da fare, che la vita è condanna e l’uomo uno scherzo del destino. Tutte buone ragioni per farlo tacere, per farlo zittire. Grida, Bartimeo, tutto il dolore del mondo, l’angoscia incontenibile e insopportabile degli uomini feriti e piagati, degli sconfitti da sempre e per sempre, dei crocifissi e dei falliti. Grida, Bartimeo, è Gesù solo lo sente, lo ascolta, lo vede e interviene. A noi, fragili peccatori, apostoli incapaci, Gesù chiede solo di andare da Bartimeo, da ogni Bartimeo e dire: «Coraggio, alzati, ti chiama». Diciamolo, oggi, a coloro che incontreremo, ai tanti Bartimeo evidenti o nascosti, di avere coraggio perché siamo chiamati a sperimentare l’incontro con Gesù perché, al di là di ogni apparente evidenza, alla fine di ogni dolore c’è l’orecchio del Dio di Gesù che ascolta e interviene, forse non come e quando vorremmo, ma certamente quando è giunto il momento di recuperare il suo amore.

Dal Vangelo secondo Matteo 28,16-20

In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

Oggi la chiesa celebra la festa Della Trinità. La Trinità celebra un Dio che è comunione, relazione, famiglia. Dio non è un’entità di solitudine ma una realtà dinamica, viva e relazionale. Quando noi diciamo la parola “famiglia” non diciamo un’entità monolitica, statica: succedono così tante cose, dinamiche, rapporti, situazioni in una famiglia. Dio è così: Famiglia. La Trinità non è un problema matematico (come conciliare che Dio sia Uno e che siano Tre: Padre, Figlio e S.S) ma è la suprema espressione dell’esperienza che tutti facciamo dell’amore e della comunione umana. Ciò che importa nell’amore è che siamo uniti, ma che non ci fondiamo insieme. E’ importante che ci doniamo senza perderci. Ed è importante che rimaniamo uniti senza uniformarci e divisi senza essere separati. L’amore vero è così trinitario: unito ma non uniforme; separato ma non diviso. 

La Trinità è un dogma, cioè definisce qualcosa che la Chiesa ha capito chiaramente. Facciamo un esempio: incontri una ragazza, la frequenti, la conosci e lei conosce te. Vivi un’esperienza (la conoscenza e il fidanzamento), poi ad un certo punto senti in maniera chiara che quello che provi per lei è amore, che la vuoi sposare, che vuoi condividere con lei la tua vita. Allora le chiedi di sposarti. Ma prima di questa richiesta c’è tutto un lungo vissuto in cui tu hai capito questa cosa. Il dogma è così: definisce qualcosa che prima si è vissuto e a cui adesso puoi dare un nome preciso. La Trinità è l’esperienza che fecero i primi cristiani e i primi discepoli. Sperimentarono che Dio è amore, che Dio è relazione, che in Dio c’è unione ma non fusione, diversità ma non separazione. Capirono che il Padre, suo Figlio Gesù e lo Spirito, da una parte erano tre esperienze diverse, tre persone, ma che dall’altra erano lo stesso Dio, erano la stessa esperienza. Per dire la loro esperienza di Dio utilizzarono il mezzo, l’immagine che più conoscevano: Dio è famiglia, comunione, relazione, rapporto. Ma non dobbiamo mai dimenticare che prima viene l’esperienza e poi la definizione dell’esperienza. Molte persone vogliono sapere chi è Dio, ma non vogliono far esperienza di Dio. Ma l’esperienza precede sempre la concettualizzazione, la definizione, altrimenti parli di una cosa che non sai, che non hai mai visto né percepito. Parli ma non conosci. Così molte persone parlano della vita, ma non vogliono vivere e altre parlano dell’amore ma non si lasciano coinvolgere. Quando invece hai vissuto un’esperienza, allora sì che sai che cos’è, allora sì che la comprendi, allora sì che ne capisci tutti i contorni, i limiti e la forza. L’esperienza comporta il coinvolgimento, il mettersi in gioco, il provare sulla propria pelle. Una persona sente di avere il cuore chiuso. “Voglio tornare a sentire, ad amare, a vivere. Sono freddo, arido, nulla mi tocca per davvero”. “Va bene – dico io -, sei pronto?”. “Certo che lo voglio!”. E così abbiamo fatto insieme un cammino. In questo cammino dovette piangere, toccare ferite e dolori, lottare, cadere e rialzarsi, ripartire, chiedere aiuto, scoprire i propri lati deboli, vulnerabili e meschini. In questo cammino perse le sue sicurezze, i suoi riferimenti e dovette cambiare vita. Dovette perfino, per fedeltà a sé, al Dio che aveva dentro, mettere in discussione il proprio matrimonio e cambiare il proprio lavoro. Nell’ultimo incontro mi disse: “Solo adesso so cosa vuol dire vivere; chi l’avrebbe detto? Prima pensavo alla vita, adesso vivo. E che fatica, in certi momenti avrei voluto non avere mai iniziato questo cammino. Ti ho così tanto maledetto! Ma ne vale infinitamente la pena”. Come non ripensare a Giobbe (Gb 42,4) che solo al termine di un lungo cammino comprende chi è veramente Dio e può dire: “Io ti conoscevo Dio per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono”. Il dogma è il punto di arrivo di un lungo sentiero. Ma non capirai nulla se prima non avrai fatto la strada. Rimarrà solo una definizione messa là, oscura e arida. 

DOMENICA DI PENTECOSTE   2012

Dal Vangelo secondo Giovanni  15,26-27; 16,12-15

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio. Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».

La festa di Pentecoste esprime la verità che Dio abita dentro di noi. Dio non è più presente fisicamente in mezzo a noi; Dio è presente con il suo Spirito. Quando noi sentiamo questa affermazione pur registrandola con la mente e sapendola ripetere a memoria, traduciamo così: E cosa vuol dire tutto questo? Io non lo sento! Cos?è lo Spirito?? Se noi chiediamo alle persone cos’è lo Spirito, la maggior parte non vi saprà cosa rispondere. E se non sa rispondervi è perché non lo conosce, non ne ha esperienza, non lo ha mai vissuto. Molti pensano che lo Spirito sia qualcosa che si aggiunga a quello che siamo. Quindi, ne posso fare anche a meno. Ma lo Spirito non è un di più, ma qualcosa che noi già siamo. Altri pensano, e non vi è cosa più errata, che lo Spirito sia in contrasto con la materia. Per cui spirituale vuol dire disincarnato, fuori del mondo. E quando pensano ad una persona spirituale si immaginano un monaco che vive quasi fuori dal mondo, solo pregando e che odia tutto ciò che c’è nel mondo. Queste persone potrebbero leggere un po’ di più il vangelo e osservare quanto materiale fosse Gesù, che mangiava, beveva, faceva festa, si divertiva e toccava. E non si può dire che non fosse spirituale! Lo Spirito non viene in noi un giorno della nostra vita, ma abita già in noi. Lo Spirito non è nient’altro il modo con cui Dio abita in noi. Ed essere spirituali non è pregare molto, o fare cose religiose, frequentare la chiesa o fare pellegrinaggi. Essere spirituali vuol dire vivere facendo emergere ciò che ci abita dentro. E’ un modo di vivere. Lao-Tse (taoismo) dice: “Tutto è Uno e l’Uno è in tutto”. E così il Buddismo Zen o altre mistiche orientali hanno idee simili: dietro a ciò che si vede (apparenza) c’è una realtà più grande, o meglio, c’è la vera realtà. I mistici cristiani (Eckhart) dicono: “Tutte le creature sono orme di Dio… Dio ha creato tutte le cose, non che le abbia fatte divenire e poi abbia proseguito il suo cammino, ma è rimasto in esse”. Eppure se io guardo una persona non vedo Dio, vedo una persona. Che cosa vedevano questi uomini? Madre Teresa è ancor più chiara. Un giorno disse ad un giornalista: “Vede, io Dio lo vedo chiaramente. E’ qui in questo uomo che soffre o in quello lì, di quel letto lì, abbandonato da tutti. Dio è in me, Dio è in lei. Se lei non lo vede non è un affare mio. Per me la cosa è così evidente!”. Che cosa vedeva questa donna? Che occhi aveva da vedere Dio presente in ogni creatura? Francesco vedeva Dio nell’acqua, nel sole, nella luna, perfino nella sorella morte. Che era, pazzo? Era solo un romantico, un poeta? O aveva valicato la soglia della materia? Gesù che guardava gli uccelli del cielo o i gigli del campo e affermava che neppure Salomone in tutta la sua ricchezza vestiva come loro: cosa vedeva? Era pazzo o aveva varcato al soglia della materia? Quando Gesù proclamava le beatitudini e diceva beati i poveri, quelli che piangono, quelli che soffrono, era un pazzo? Chi vuole soffrire, chi vuole essere perseguitato, deriso o imprigionato? Nessuno che sia sano di mente! E allora, che cosa vedeva Gesù? Non è che avesse valicato la soglia dell’apparenza?

Einstein un giorno definì una formula E=mc2. Questa formula stabilisce che la materia è anche luce, spirito. Questa formula scientifica dice ciò che i mistici da sempre hanno vissuto migliaia di anni prima. Quando guardavano le persone, la natura ed ogni cosa, non vedevano la materialità, ma la luce, lo spirito che abitava in ogni cosa.

Come può allora lo Spirito portarmi a questo sguardo di verità, a questa contemplazione. Penso che prima di tutto devo farlo lavorare in me, devo dargli spazio. Vorrei pregare con voi attraverso le parole di Sant’Agostino:

DONAMI LO SGUARDO INTERIORE

Vieni in me, Spirito Santo, Spirito di sapienza: 
donami lo sguardo e l’udito interiore, 
perché non mi attacchi alla cose materiali, 
ma ricerchi sempre le realtà spirituali. 

Vieni in me, Spirito Santo, Spirito dell’amore: 
riversa sempre più la carità nel mio cuore. 

Vieni in me, Spirito Santo, Spirito di verità: 
concedimi di pervenire alla conoscenza della verità 
in tutta la sua pienezza. 

Vieni in me, Spirito Santo, 
acqua viva che zampilla per la vita eterna: 
fammi la grazia di giungere a contemplare 
il volto del Padre nella vita e nella gioia senza fine. Amen”

Padre Pedro

ASCENSIONE DEL SIGNORE (ANNO B)

Dal Vangelo secondo Marco 16,15-20

In quel tempo, [Gesù apparve agli Undici] e disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno». Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio. Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano.

Non basta stare a guardare verso il cielo, in attesa degli eventi; il comando è impellente: <<Sarete testimoni fino ai confini della terra>> (v. 8). Anche l’ascensione ha il suo messaggio, come l’incarnazione, come la risurrezione: oggi è detto con forza: <<ritornerà>> (v. 11).

Di fronte all’affresco teologico dell’ascensione ci possono essere tre reazioni: l’incredulità (Mc 16,14; Mt 28,17); l’illusione di un messianismo evasivo e clamoroso; l’adesione autentica, quella che trasforma il credente in missionario. È questo l’unico sbocco dell’evento: una comunità di uomini, che in Cristo si fa chiesa,strappate dalla prigione dello spazio e del tempo, testimone di speranza. Si potrebbe anche ricordare, per inciso, che la trasmissione della fede il Risorto non l’affida alle <<apparizioni>>, di qualsiasi spessore possano essere, ma alla testimonianza. Quella è sicura; il resto lascia molte ambiguità. Davanti al sepolcro vuoto ha inizio la fede; dall’ascensione incomincia la speranza cristiana. Anche in tempi di fallimenti.

Attendere può avere diversi significati. In termini sindacali, il tempo dell’attesa è un tipo di prestazione che impone intervalli di inattività ed è in contrapposizione al lavoro effettivo. L’attesa del cristiano, per essere effettiva, si fa speranza, cioè fiducioso desiderio di incontrare il Signore Gesù, la visione beatificante di Dio, la pienezza gioiosa della vita eterna. Stiamo attendendo Dio, che è già venuto in Cristo e, dopo la sua ascensione al cielo, ritornerà, e la psicologia dell’attesa, senza trasformarsi in psicosi collettiva, deve dominare il nostro vivere (Eb 13,14; Fil 3,20).chi aspetta ardentemente qualcuno è preso dal desiderio di lui. Se è attento a ciò che gli accade intorno, non si lascia invischiare da quanto avviene perché il suo spirito è orientato altrove.. e per chi vive nell’attesa il tempo non passa mai, perché l’ansia che gli urge dentro e il desiderio del Signore diventa l’unica occupazione e il solo impegno. Questa attesa è anche il principio unificatore della vita. Il segreto della santità a cui tutti sono chiamati è che tutto alimenti l’unica attesa di Dio. Allora, anche fra mille occupazioni, le giornate nelle quali si vivrà, intrisi dell’attesa di Dio, saranno raccolte; in apparenza travolgenti e scarnificanti, in realtà risulteranno semplici,ricche, unitarie, perché tutto sarà orientato in una sola direzione. Ecco perché i santi, in ultima analisi, sono i veri <<aspettatori>> di Dio. Per i santi l’universo e la natura non sono altro che la voce di Dio che chiama, nella loro caducità, ad accendere il desiderio, la brama dell’atteso. Nasce così la loro costante contemporaneità di sentimenti, per cui l’ora di Dio arriva sempre troppo tardi e si accentua il desiderio di fare molto per il Signore, di avere tutta la vita occupata per la sua gloria. Diventa attesa e preparazione all’eternità. Il senso dell’eternità è frutto della speranza. Questa visione esatta dell’attesa è oggi più che mai una prospettiva stupenda, di cui gli uomini sentono un bisogno segreto e struggente. Purché trovino altri compagni di viaggio che si mettano sulla lunghezza d’onda di Dio, invertendo marce e tendenze, con la stessa caparbietà con cui Dio spera negli uomini. Speranza è anche non vergognarsi di andare controcorrente, farsi trovare al punto giusto, nel ruolo esatto per portare la propria pietra alla costruzione di una nuova civiltà e accontentarsi di cogliere un piccolo varco aperto nel muro che ci avvolge e lasciare passare il filo d’erba della concreta esperienza, nella certezza dei fiori, dei frutti che verranno. Col tempo e con la pazienza di Dio.

Dopo l’ascensione gli apostoli si sono rimessi insieme, appoggiando i cocci dei loro fallimenti, sull’assenza del loro Maestro, con Maria, in attesa dello Spirito Santo. Dall’ascensione al cenacolo il passo è breve, ma significativo. Se Cristo è la speranza dell’uomo, se è la risposta definitiva alla sue domande e se egli vive nella chiesa, la chiesa diventa sorgente e fonte della speranza nella credibilità della sua realtà di comunità visibile. La speranza non è un frutto isolato di una personale ricerca, ma ciascuno l’attinge nell’esperienza viva della chiesa in cui è stato battezzato e dove Cristo è presente e raduna tutti i credenti. Nella chiesa, come nel cenacolo, anche le sconfitte più agghiaccianti si ridimensionano, si filtrano, si finalizzano, si sublimano e si armonizzano. Insieme, tutti, per essere unità nella fede e nella carità. Soltanto dove ci si aiuta reciprocamente, l’esempio dell’uno influisce sull’altro e nessuno si sente <<isola>>, abbandonata a se stessa. Questo è uno degli aspetti che nella vita della chiesa è stato un po’ trascurato, indebolendo così il senso comunitario e lo sforzo di vivere la fede in modo ecclesiale, nell’appartenenza responsabile. La chiesa deve ritornare ad essere il luogo dove si spera, cioè dove si ha il coraggio di non vergognarsi di quelle realtà che oggi quasi più nessuno vive e che spesso non vengono richiamate nelle omelie, ma senza le quali il mondo sta diventando un campo di battaglia o un cimitero. Basterebbe pensare cosa succederebbe se ci fossero tante comunità, dove realmente ci si vuole bene, dove i biglietti da visita non contano più di tanto, dove non c’è differenza e diffidenza, emarginazione, sfruttamento, dove si comincia sempre da capo nella correzione fraterna, riprendendosi a vicenda, forti della grazia di Dio, ma anche della comprensione, dell’aiuto e della fiducia tra fratelli. Là dove oggi ci può essere controtestimonianza, potrebbe nascere la speranza. Attorno ci sarebbe meraviglia, richiesta di chiarimenti, ammirazione e, poi, contagio.

Questo è lo spirito del vangelo e la pedagogia dell’ascensione. Potrà essere gratificante evadere dall’impegno ma non è secondo il comando del Signore: <<Mi sarete testimoni>>.

P.P.

+ Dal Vangelo secondo Giovanni 10,11-18

In quel tempo, Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore.  Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio»

A nessuno piace essere chiamato “pecora” ma é altrettanto vero che tutti hanno dei modelli che seguono fedelmente. Nessuno di noi, infatti, può misconoscere che la nostra vita, sin dai suoi primissimi anni, è fondata sull’introiezione di modelli (a partire dai nostri genitori) che hanno determinato e determinano pensieri, emozioni, sensazioni e comportamenti. Tutti poi conosciamo molto bene il potere che su di noi esercita la moda, la pubblicità, il sentire comune e tutto quello che ci viene continuamente propinato dai mass-media. Se allora volessimo fare un bilancio serio e un almeno un po’ più approfondito della nostra vita, la conclusione è scontata e sta tutta in una domanda: io chi seguo? Il brano del vangelo di oggi, poi, ci fornisce un’indicazione preziosa ricordandoci che seguiamo solo chi ci piace e ci attira. Questa indicazione la traiamo dall’aggettivo che Gesù usa per parlare di lui definendosi pastore (alla lettera “bello”). Gesù è un pastore che attira, che è bello di quella bellezza che salverà il mondo, come ci ricordava il romanziere russo F. Dostoevskij. È la forza attrattiva di Gesù che ci spinge a farci “pecore” del suo gregge, ad ascoltare la sua voce, avendo sperimentato che la sua bellezza consiste nell’esporre la sua vita ad ogni pericolo, nel disporre della sua vita a favore delle pecore e, infine, nel deporre la sua vita ovvero nel dare la sua vita per le pecore. Il pastore Gesù attira, piace perché mette a rischio la sua vita e non si tira indietro per salvare se stesso, non è un mercenario. Questo tempo pasquale ci è stato donato per fare esperienza dell’amore di Colui che non ha mai smesso di mettere la sua vita a nostra disposizione, conquistandosi sul campo, il legno della croce, la nostra fiducia ed esercitando, su quanti si lasciano interessare, una forza attrattiva che non conosce pari. Domandiamoci come mai tante volte il Cristo che noi presentiamo non attira e non genera fascino.

Dal Vangelo secondo Luca 24,35-48
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In quel tempo, [i due discepoli che erano ritornati da Èmmaus] narravano [agli Undici e a quelli che erano con loro] ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto [Gesù] nello spezzare il pane. Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro. Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni».

Nel presentare le apparizioni del Risorto, Luca ne sottolinea  l’elemento della concretezza fisica: l’avvicinarsi di Gesù ai due discepoli di Emmaus, il camminare accanto a loro, il discutere, il mangiare con loro; la “fisicità” con cui egli si presenta agli Undici, a prova della sua identità, è riconferma della sua condivisione con la storia e la condizione umana, condizione che è prima di tutto corporeità; sul corpo sono i segni del passare del tempo; sul corpo sono i segni della gioia ma anche del dolore e della sofferenza. Gesù mostra le mani e i piedi con i segni indelebili della crocifissione, segno di una storia che lo ha riguardato nel suo passaggio terreno; segno di una corporeità che, tutt’altro che annullata, viene invece mantenuta e salvata ora e per sempre dalla morte. Nel suo tornare a visitare gli uomini nella storia, ancora una volta, Cristo offre la sua parola e intesse un dialogo che li porta nel luogo più profondo del proprio essere, del proprio cuore, dove si annidano quei loghismoi, quei cattivi pensieri che fanno da barriera alla fede, creano scoramento, dubbio, incredulità, sentimenti che neanche la percezione dei propri sensi può abbattere. Egli chiede così agli Undici di ritornare con la mente a ciò che diceva quando era ancora con loro; ma ricordare non basta; il ricordo va interpretato, riletto, restituito alla sua intrinseca verità, “allora aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture”. Egli dona la capacità di saper rileggere gli eventi alla luce del progetto salvifico di Dio, alla luce, cioè, di tutta la storia della salvezza che riconduce a Cristo, morto e risorto e nel cui nome saranno predicati la conversione e il perdono dei peccati a tutta l’umanità. Questa è la buona novella. Di questa i discepoli saranno testimoni, ma solo dopo che essi saranno rivestiti di potenza dall’alto, dallo Spirito Santo di Dio.
La prima comunità cristiana riunita attorno a Gesù è chiamata a testimoniare questo e non altro: la misericordia di Dio che, nella pace del Risorto, porta la conversione e il perdono a “tutte le genti”. E questa è la vocazione della Chiesa: far risplendere nel mondo il volto misericordioso di Dio, portare la pace di Cristo ad una umanità mai rinnegata, ma assunta con tutte le sue ferite e risorta dalla gioia del perdono.

@Padre P@

Dal Vangelo secondo Giovanni 20,19-31

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

Sembra proprio che Giovanni voglia invitarci a VEDERE, ad aprire gli occhi, a riconoscere i SEGNI della PRESENZA di GESU’ RISORTO. Ora, dopo la morte di Gesù c’è in Lui una preoccupazione: MOSTRARCI CHE VERAMENTE GESU’ E’ RISUSCITATO, CHE GESU’ E’ UN GESU’ VIVO, non morto.
Tutto il capitolo 20 del Vangelo di Giovanni vuole mostrarci che Gesù è Risuscitato, che Gesù è il Vivente e si mostra vivo ai discepoli. Gesù appare a tutti loro e tutti gioiscono nel vedere il Signore. All’incontro però manca Tommaso, uno dei dodici. Forse Giovanni poteva tralasciare di raccontare questo fatto. Perché lo racconta con tanta forza e dettagli? Chi è Tommaso?
Tommaso è un tipo che voleva vederci chiaro. Tommaso era gemello, ma gemello di chi? Il Vangelo non lo dice. E forse si capisce perché. Perché gli siamo gemelli un po’ tutti. Viviamo in un secolo in cui è difficile fidarsi, non si ha fiducia nemmeno nella propria ombra. Per credere non basta l’ascolto, come per Maria, per lei è stato sufficiente udire le parole dell’Angelo per abbandonarsi completamente al progetto di Dio. Non basta neppure vedere, così come è bastato ai pastori di Betlemme. Videro un bambino e ritornarono glorificando Dio per tutto quello che avevano udito e visto.

A Tommaso non è sufficiente ascoltare il racconto degli altri Apostoli che avevano visto il Risorto: egli vuole toccare, mettere la propria mano nei buchi dei chiodi, nella ferita, solo così crederà. Anche noi vogliamo toccare per credere, come Tommaso, il nostro gemello. Anzi più di Tommaso, perché in fondo lui volle toccare, ma poi di fatto non lo fece. Seppe arrestarsi alle soglie del suo folle realismo. Lasciò che i certificati di garanzia da lui pretesi gli si sciogliessero tra le dita come sigilli di ceralacca sotto la fiamma di una candela. Cadde in ginocchio, alle frontiere luminose di quegli spazi di carne che non ebbe più il coraggio di manipolare.
Per noi è diverso. Il dubbio è divenuto cultura. L’incredulità, virtù. La diffidenza sistema. Non crediamo nemmeno davanti all’evidenza delle cose. L’oggettività è passata di moda da un pezzo e la soggettività dubita di se stessa. Tutto è diventato confusione. Come allora poter cogliere i segni del Risorto? Per vederci chiaro c’è bisogno di trasparenza, di rapporti veri, di sguardi limpidi, di gesti efficaci, di parole chiare.
Dov’era Tommaso la prima volta in cui è apparso Gesù? Il Vangelo non lo dice. Forse voleva capire da solo, trovare da solo una risposta davanti al Crocifisso. Ma da solo è incapace di riconoscere il Risorto.
Quando Tommaso è capace di vedere e riconoscere il Risorto? Tommaso vede Gesù quando si riunisce con i suoi, quando accetta di essere Comunità, quando esce dalla sua solitudine e accetta umilmente di stare con gli altri anche se non riesce a comprenderli pienamente nella loro esperienza, fino in fondo. Accettando di stare con gli altri è in grado di riconoscere la Presenza di Gesù in mezzo ai suoi, di fare la professione di fede più bella e semplice del Vangelo: “Mio Signore e mio Dio!”.

E il Vangelo di oggi termina con una bellissima beatitudine che ci tocca tutti: “Beati quelli che pur non avendo visto crederanno”. Dopo che il Vangelo di Giovanni è tutto centrato in questo VEDERE, sembra un controsenso terminare con questa beatitudine: “Beato te, che pur non avendo visto, credi”. Allora è più importante CREDERE che VEDERE. Solo credendo i nostri occhi diventano capaci di VEDERE, di vedere nella trasparenza, di vedere oltre: oltre la morte, la vita; oltre il dolore, la gioia; oltre il sepolcro vuoto, la resurrezion; oltre le ferite e le piaghe del crocifisso, la gloria del Risorto.

CMV

Dal Vangelo secondo Giovanni
DOMENICA DI PASQUA – RISURREZIONE DEL SIGNORE

Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.

Correte, correte! Correte a vedere il miracolo, la tomba vuota, i segni dell’assenza del Maestro! correte, perché la fede è dinamica, veloce, perché l’amore mette le ali. Correte!

Pietro e Giovanni corrono al sepolcro. Una corsa affannosa, mentre Gerusalemme è ancora avvolta nel sonno, e il sole, il bellissimo sole di Gerusalemme ha cominciato a scaldare le pietre color ocra con cui sono costruite le abitazioni e le mura che avvolgono la città. Ma, sapete, l’età (Pietro è sicuramente più vecchio di Giovanni) e la teologia (Pietro, l’autorità, il ruolo, deve sempre star dietro a Giovanni, l’amore e la creatività) fanno arrivare sì che Giovanni giunga per primo al sepolcro, e aspettare poi aspetti Pietro che arriva ansimando, senza fiato. È questa l’esperienza della Chiesa: correre al sepolcro e sapersi aspettare gli uni gli altri. Abbiamo ritmi diversi, siamo splendidamente diversi, amici. La Chiesa non è né la compagnia dei bravi ragazzi, né il club delle anime devote. La Chiesa è lunga e larga e profonda, fatta di persone diverse, di discepoli diversi. La diversità è suo patrimonio irrinunciabile, come Gesù ci testimonia nell’improbabile scelta degli apostoli. La Chiesa esiste solo per vivere e annunciare che il Signore è risorto. Esplodiamo di luce, amici, gridiamolo forte: la morte, ogni morte, non è il capolinea della nostra vita!

@P.P.@

– Cercavano il modo di impadronirsi di lui per ucciderlo 

Mancavano due giorni alla Pasqua e agli Àzzimi, e i capi dei sacerdoti e gli scribi cercavano il modo di catturare Gesù con un inganno per farlo morire. Dicevano infatti: «Non durante la festa, perché non vi sia una rivolta del popolo».
– Ha unto in anticipo il mio corpo per la sepoltura 
Gesù si trovava a Betània, nella casa di Simone il lebbroso. Mentre era a tavola, giunse una donna che aveva un vaso di alabastro, pieno di profumo di puro nardo, di grande valore. Ella ruppe il vaso di alabastro e versò il profumo sul suo capo. Ci furono alcuni, fra loro, che si indignarono: «Perché questo spreco di profumo? Si poteva venderlo per più di trecento denari e darli ai poveri!». Ed erano infuriati contro di lei.
Allora Gesù disse: «Lasciatela stare; perché la infastidite? Ha compiuto un’azione buona verso di me. I poveri infatti li avete sempre con voi e potete far loro del bene quando volete, ma non sempre avete me. Ella ha fatto ciò che era in suo potere, ha unto in anticipo il mio corpo per la sepoltura. In verità io vi dico: dovunque sarà proclamato il Vangelo, per il mondo intero, in ricordo di lei si dirà anche quello che ha fatto».

– Promisero a Giuda Iscariota di dargli denaro 
Allora Giuda Iscariota, uno dei Dodici, si recò dai capi dei sacerdoti per consegnare loro Gesù. Quelli, all’udirlo, si rallegrarono e promisero di dargli del denaro. Ed egli cercava come consegnarlo al momento opportuno.

– Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli? 
Il primo giorno degli Àzzimi, quando si immolava la Pasqua, i suoi discepoli gli dissero: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi». I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua.

– Uno di voi, colui che mangia con me, mi tradirà 
Venuta la sera, egli arrivò con i Dodici. Ora, mentre erano a tavola e mangiavano, Gesù disse: «In verità io vi dico: uno di voi, colui che mangia con me, mi tradirà». Cominciarono a rattristarsi e a dirgli, uno dopo l’altro: «Sono forse io?». Egli disse loro: «Uno dei Dodici, colui che mette con me la mano nel piatto. Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo, dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!».

– Questo è il mio corpo. Questo è il mio sangue dell’alleanza 
E, mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio».

– Prima che due volte il gallo canti, tre volte mi rinnegherai 
Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi. Gesù disse loro: «Tutti rimarrete scandalizzati, perché sta scritto:
“Percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse”.
Ma, dopo che sarò risorto, vi precederò in Galilea». Pietro gli disse: «Anche se tutti si scandalizzeranno, io no!». Gesù gli disse: «In verità io ti dico: proprio tu, oggi, questa notte, prima che due volte il gallo canti, tre volte mi rinnegherai». Ma egli, con grande insistenza, diceva: «Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò». Lo stesso dicevano pure tutti gli altri.

– Cominciò a sentire paura e angoscia 
Giunsero a un podere chiamato Getsèmani, ed egli disse ai suoi discepoli: «Sedetevi qui, mentre io prego». Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia. Disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate». Poi, andato un po’ innanzi, cadde a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse via da lui quell’ora. E diceva: «Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu». Poi venne, li trovò addormentati e disse a Pietro: «Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare una sola ora? Vegliate e pregate per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole». Si allontanò di nuovo e pregò dicendo le stesse parole. Poi venne di nuovo e li trovò addormentati, perché i loro occhi si erano fatti pesanti, e non sapevano che cosa rispondergli. Venne per la terza volta e disse loro: «Dormite pure e riposatevi! Basta! È venuta l’ora: ecco, il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori. Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino».

– Arrestatelo e conducetelo via sotto buona scorta 
E subito, mentre ancora egli parlava, arrivò Giuda, uno dei Dodici, e con lui una folla con spade e bastoni, mandata dai capi dei sacerdoti, dagli scribi e dagli anziani. Il traditore aveva dato loro un segno convenuto, dicendo: «Quello che bacerò, è lui; arrestatelo e conducetelo via sotto buona scorta». Appena giunto, gli si avvicinò e disse: «Rabbì» e lo baciò. Quelli gli misero le mani addosso e lo arrestarono. Uno dei presenti estrasse la spada, percosse il servo del sommo sacerdote e gli staccò l’orecchio. Allora Gesù disse loro: «Come se fossi un brigante siete venuti a prendermi con spade e bastoni. Ogni giorno ero in mezzo a voi nel tempio a insegnare, e non mi avete arrestato. Si compiano dunque le Scritture!». Allora tutti lo abbandonarono e fuggirono. Lo seguiva però un ragazzo, che aveva addosso soltanto un lenzuolo, e lo afferrarono. Ma egli, lasciato cadere il lenzuolo, fuggì via nudo.

– Sei tu il Cristo, il Figlio del Benedetto? 
Condussero Gesù dal sommo sacerdote, e là si riunirono tutti i capi dei sacerdoti, gli anziani e gli scribi. Pietro lo aveva seguito da lontano, fin dentro il cortile del palazzo del sommo sacerdote, e se ne stava seduto tra i servi, scaldandosi al fuoco. I capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano una testimonianza contro Gesù per metterlo a morte, ma non la trovavano. Molti infatti testimoniavano il falso contro di lui e le loro testimonianze non erano concordi. Alcuni si alzarono a testimoniare il falso contro di lui, dicendo: «Lo abbiamo udito mentre diceva: “Io distruggerò questo tempio, fatto da mani d’uomo, e in tre giorni ne costruirò un altro, non fatto da mani d’uomo”». Ma nemmeno così la loro testimonianza era concorde. Il sommo sacerdote, alzatosi in mezzo all’assemblea, interrogò Gesù dicendo: «Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?». Ma egli taceva e non rispondeva nulla. Di nuovo il sommo sacerdote lo interrogò dicendogli: «Sei tu il Cristo, il Figlio del Benedetto?». Gesù rispose: «Io lo sono!
E vedrete il Figlio dell’uomo
seduto alla destra della Potenza
e venire con le nubi del cielo».
Allora il sommo sacerdote, stracciandosi le vesti, disse: «Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? Avete udito la bestemmia; che ve ne pare?». Tutti sentenziarono che era reo di morte. Alcuni si misero a sputargli addosso, a bendargli il volto, a percuoterlo e a dirgli: «Fa’ il profeta!». E i servi lo schiaffeggiavano.

– Non conosco quest’uomo di cui parlate 
Mentre Pietro era giù nel cortile, venne una delle giovani serve del sommo sacerdote e, vedendo Pietro che stava a scaldarsi, lo guardò in faccia e gli disse: «Anche tu eri con il Nazareno, con Gesù». Ma egli negò, dicendo: «Non so e non capisco che cosa dici». Poi uscì fuori verso l’ingresso e un gallo cantò. E la serva, vedendolo, ricominciò a dire ai presenti: «Costui è uno di loro». Ma egli di nuovo negava. Poco dopo i presenti dicevano di nuovo a Pietro: «È vero, tu certo sei uno di loro; infatti sei Galileo». Ma egli cominciò a imprecare e a giurare: «Non conosco quest’uomo di cui parlate». E subito, per la seconda volta, un gallo cantò. E Pietro si ricordò della parola che Gesù gli aveva detto: «Prima che due volte il gallo canti, tre volte mi rinnegherai». E scoppiò in pianto.

– Volete che io rimetta in libertà per voi il re dei Giudei? 
E subito, al mattino, i capi dei sacerdoti, con gli anziani, gli scribi e tutto il sinedrio, dopo aver tenuto consiglio, misero in catene Gesù, lo portarono via e lo consegnarono a Pilato. Pilato gli domandò: «Tu sei il re dei Giudei?». Ed egli rispose: «Tu lo dici». I capi dei sacerdoti lo accusavano di molte cose. Pilato lo interrogò di nuovo dicendo: «Non rispondi nulla? Vedi di quante cose ti accusano!». Ma Gesù non rispose più nulla, tanto che Pilato rimase stupito.
A ogni festa, egli era solito rimettere in libertà per loro un carcerato, a loro richiesta. Un tale, chiamato Barabba, si trovava in carcere insieme ai ribelli che nella rivolta avevano commesso un omicidio. La folla, che si era radunata, cominciò a chiedere ciò che egli era solito concedere. Pilato rispose loro: «Volete che io rimetta in libertà per voi il re dei Giudei?». Sapeva infatti che i capi dei sacerdoti glielo avevano consegnato per invidia. Ma i capi dei sacerdoti incitarono la folla perché, piuttosto, egli rimettesse in libertà per loro Barabba. Pilato disse loro di nuovo: «Che cosa volete dunque che io faccia di quello che voi chiamate il re dei Giudei?». Ed essi di nuovo gridarono: «Crocifiggilo!». Pilato diceva loro: «Che male ha fatto?». Ma essi gridarono più forte: «Crocifiggilo!». Pilato, volendo dare soddisfazione alla folla, rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso.

– Intrecciarono una corona di spine e gliela misero attorno al capo 
Allora i soldati lo condussero dentro il cortile, cioè nel pretorio, e convocarono tutta la truppa. Lo vestirono di porpora, intrecciarono una corona di spine e gliela misero attorno al capo. Poi presero a salutarlo: «Salve, re dei Giudei!». E gli percuotevano il capo con una canna, gli sputavano addosso e, piegando le ginocchia, si prostravano davanti a lui. Dopo essersi fatti beffe di lui, lo spogliarono della porpora e gli fecero indossare le sue vesti, poi lo condussero fuori per crocifiggerlo.

– Condussero Gesù al luogo del Gòlgota 
Costrinsero a portare la sua croce un tale che passava, un certo Simone di Cirene, che veniva dalla campagna, padre di Alessandro e di Rufo. Condussero Gesù al luogo del Gòlgota, che significa «Luogo del cranio», e gli davano vino mescolato con mirra, ma egli non ne prese.

– Con lui crocifissero anche due ladroni 
Poi lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirando a sorte su di esse ciò che ognuno avrebbe preso. Erano le nove del mattino quando lo crocifissero. La scritta con il motivo della sua condanna diceva: «Il re dei Giudei». Con lui crocifissero anche due ladroni, uno a destra e uno alla sua sinistra.

– Ha salvato altri e non può salvare se stesso! 
Quelli che passavano di là lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: «Ehi, tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso scendendo dalla croce!». Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi, fra loro si facevano beffe di lui e dicevano: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso! Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo!». E anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano.

– Gesù, dando un forte grido, spirò 
Quando fu mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Alle tre, Gesù gridò a gran voce: «Eloì, Eloì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Ecco, chiama Elia!». Uno corse a inzuppare di aceto una spugna, la fissò su una canna e gli dava da bere, dicendo: «Aspettate, vediamo se viene Elia a farlo scendere». Ma Gesù, dando un forte grido, spirò.

(Qui si genuflette e si fa una breve pausa)

Il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo. Il centurione, che si trovava di fronte a lui, avendolo visto spirare in quel modo, disse: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!».
Vi erano anche alcune donne, che osservavano da lontano, tra le quali Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses, e Salome, le quali, quando era in Galilea, lo seguivano e lo servivano, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme.

– Giuseppe fece rotolare una pietra all’entrata del sepolcro 
Venuta ormai la sera, poiché era la Parascève, cioè la vigilia del sabato, Giuseppe d’Arimatèa, membro autorevole del sinedrio, che aspettava anch’egli il regno di Dio, con coraggio andò da Pilato e chiese il corpo di Gesù. Pilato si meravigliò che fosse già morto e, chiamato il centurione, gli domandò se era morto da tempo. Informato dal centurione, concesse la salma a Giuseppe. Egli allora, comprato un lenzuolo, lo depose dalla croce, lo avvolse con il lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia. Poi fece rotolare una pietra all’entrata del sepolcro. Maria di Màgdala e Maria madre di Ioses stavano a osservare dove veniva posto.

Eccoci
Vi ritrovate in questo racconto? Ci siete? Dove?
Forse quest’anno vi sentite un po’ come gli apostoli paurosi e sconcertati, o come Pilato, ossessionato dal potere, o vi ritrovate nella trama intrigante e sconclusionata di Giuda, o nella sofferenza cruenta del Cireneo che porta la Croce, o nel desiderio di salvezza del ladro o, Dio non voglia, vi ritrovate nell’indifferenza di quei pii ebrei che, entrando in città, affrettando il passo per l’imminente temporale, gettarono uno sguardo di disprezzo verso gli ennesimi condannati a morte, feccia della società, che venivano esemplarmente puniti.
Lì, Dio moriva….
Su quella croce si consuma la follia di un uomo che inchioda Dio perché in Lui vede un concorrente, non un compagno, la fragilità dell’essere umano che rifiuta un Dio così arrendevole (lo vogliamo davvero un Dio così?).
Che razza di re, amici, che razza di Dio ci siamo scelti.
Un re da burla che entra a Gerusalemme cavalcando un asinello e non un cavallo bianco, un re oltraggiato e preso in giro da annoiati soldati romani, un re che suscita la compassione e il disprezzo dell’irrequieto governatore Pilato. Che razza di re, senza armate, senza potere, senza rabbia, senza delirio di onnipotenza. Dio ha scelto di stare dalla parte degli sconfitti, dei dimenticati, re ? certo ? ma dei perdenti e re senza riscatto, re senza trionfi, re senza improbabili finali da commedia americana. Un re nudo, appeso ad una croce, crudele trono, cinto da una corona di spine, un re talmente sconvolto da avere necessità di un cartello che lo identifichi, che lo renda riconoscibile almeno alle persone che l’hanno amato.
Questa è la non festa che celebriamo, che abbandona i trionfalismi per lasciare spazio alla meditazione, allo stupore. Questo è il vostro re, discepoli del Nazareno. Lo volete davvero un Dio così? Un Dio che rischia, un Dio che ? per amore ? accetta di farsi spazzare via dall’odio e dalla violenza? Lo volete davvero un Dio che rischia tutto, anche di essere per sempre dimenticato, pur di mostrare il suo volto? Un Dio che accetta di restare nudo, cioè leggibile, incontrabile, osteso, palese, evidente perché ogni uomo la smetta di costruirsi improbabili devozioni, scure visioni di Dio? Questo è il nostro Dio, un Dio amante, un Dio ferito, un Dio che fa dell’amore l’unica misura, l’ultima ragione, la sola speranza.

Padre P

Dal Vangelo secondo Giovanni Gv 12,20-33

In quel tempo, tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù».
Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà. Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome».
Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!». La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». Disse Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire.

Alcuni “Greci” vogliono vedere Gesù: è l’inizio del richiamo che la persona di Cristo eserciterà su uomini di ogni stirpe e di ogni tempo. A chi vuole “vederlo” (termine eloquente in Giovanni: cf. p. es. 1,38.46), il Signore risponde additando la croce. È quella la sua “ora”, il momento nel quale si manifesta nel modo più forte, e svela la propria identità di Figlio che, in tutto e per tutto, è “rivolto verso” il Padre e non verso se stesso. Una identità che è genialmente compendiata nel segno del chicco di grano. Gesù non si ferma qui: la legge del chicco di grano vale per chiunque voglia mettersi al suo servizio, seguirlo, essere dove è lui, cioè nella comunione col Padre, nell'”onore” del Padre. Certo, questo richiede di superare l’opposizione dell’istinto naturale, che tende all’autoconservazione: “l’anima mia è sconvolta”. Gesù supera questo turbamento guardando ancora una volta non a sé ma al Padre: il desiderio che Egli sia glorificato è più forte della naturale ripugnanza nei confronti della morte. Nell’ora della croce si realizzerà così la sconfitta del “principe di questo mondo”, il satana, che comanda appunto sul mondo di coloro che seguono come criterio di condotta l’autoconservazione: tutto questo sarà dimostrato falso e inconcludente dalla croce del Signore. Quel crocifisso innalzato in mezzo alla storia umana diventerà il polo di aggregazione di una umanità nuova, il punto di riferimento per tutti coloro che in qualche modo intuiscono nella croce la manifestazione misteriosa della gloria del Padre e la fine del dominio del padre della menzogna. Il “capo di questo mondo” inganna infatti l’uomo, suggerendogli di provvedere prima di tutto al proprio io, rendendo tutto il resto – il creato, gli altri, persino Dio – un’appendice di se stesso, un proprio strumento; così l’uomo, pensando di assicurarsi la vita, si condanna alla sterilità, all’isolamento, alla morte. Il nostro tempo sembra ben consentire di stabilire rapporti con estrema facilità. Eppure con questo falso presupposto un vero incontro è impossibile. Solo in relazione, non chiusi in noi stessi, possiamo avere la vita; ma per superare isolamento e solitudine è necessario vivere la legge del chicco di grano, dare la vita per averla, perdersi per trovarsi. È fondamentale essere in relazione con Dio: se manca questo rapporto con colui che ha dato la vita per noi, le altre relazioni divengono fragili, malaticce.

Padre P