Archivio per la categoria ‘Libri’

 
"IL MIO PSICOLOGO SI CHIAMA GESU’"

DI CARLO NESTI

EDIZIONI SAN PAOLO
EURO 9,50

 
Quando leggiamo un libro di saggistica, a volte, ci può non essere simpatico l’atteggiamento "professorale" dello scrittore, che si piazza un gradino sopra di noi, e impone la "predica" dall’alto del suo "pulpito".
Nel libro che ho realizzato, e che si intitola "Il mio psicologo si chiama Gesù", voi non troverete questo atteggiamento, perché, pur parlando di spiritualità e psicologia, io non sono né un teologo, né uno psicologo, bensì un semplice giornalista.
Vorrei che mi consideraste, ricordando i tempi della scuola, come un vostro compagno di banco, in occasione del tema di classe.
In questi ultimi anni, attraverso letture ed esperienze, credo di avere capito qualcosa di utile a tutti, e, mentre laggiù il professore… non guarda, cerco di mettervi a disposizione, sullo stesso vostro piano, proprio ciò che ritengo di avere compreso.
La mia è una testimonianza personale di come, leggendo il Vangelo, si possano trovare frasi di Gesù capaci di trasmettere indicazioni precise per vivere più serenamente.
In ogni capitolo viene analizzata una di queste frasi: 22 frasi per 22 argomenti diversi, 22 strade da percorrere verso la serenità.
In troppi credono che, seguendo Dio, si viva male, con il tormento dei doveri terreni, mentre invece si vive meglio, con la gioia dei diritti, fra i quali quello alla felicità eterna.
E’ la sintesi del percorso che ho intrapreso da 2 anni e mezzo, e che ha portato me, credente e cattolico, ma, come tanti, senza il necessario trasporto, a sentire sempre la presenza di Dio all’interno della mia coscienza.
Si parte da una premessa: ciascuno di noi, prima o dopo, ha bisogno di "dare un senso" alla vita, che è come possedere un paio di lenti, nuove di zecca, per vedere in modo corretto qualsiasi cosa.
Anche se può apparire un paradosso, è soltanto il senso che si dà alla morte a garantire un senso alla vita.
Se per noi la morte è un punto di arrivo, e dopo non c’è nulla, tutto dovrà essere, affannosamente, ottenuto subito, e la sconfitta non avrà nessun altro significato se non la "caduta".
Se per noi, al contrario, la morte è un punto di partenza, verso la Felicità Eterna, allora tutto quello che c’è prima andrà relativizzato, e la sconfitta avrà sempre un significato di "crescita", in vista del premio finale.
Per ora mi fermo qua, perché il resto è nel libro, con la speranza di potere offrire un contributo prezioso a chi, spesso, si guarda intorno, e si guarda dentro, senza capire esattamente "come pensare" e "come agire".
Chissà che anche questo apporto, con la massima umiltà, possa ricordare ai lettori da dove veniamo, e dove siamo destinati a tornare, condizione indispensabile per vivere meglio.
Di sicuro, il libro vale più di un miliardo di telecronache: è la cosa più importante che ho scritto nella mia vita, perché è la vita stessa.


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l’amore senza se e senza ma………….

Pubblicato: 17 giugno 2008 in Libri

 

Visto l’incontro con i giovanissimi di ieri sera….vedi foto sbiadite nell’album suggerisco alcuni spunti per continuare a riflettere sull’argomento….anche personlmente

 

Affettività:

l’amore senza se e senza ma 
Alcune letture …..
– Giovanni, 29, 15-24 (mi ami tu, Pietro?)
– I Corinzi 13,1-13  (inno alla carità)
– I Corinzi 6,12-20 ("Glorificate Dio nel vostro corpo")
– I Giovanni 4,7-21 ("Dio è amore")
– A. LEONARD, Gesù e il tuo corpo, ed. Paoline.
– H.J.M. NOUWEN, Sentirsi amati, ed. Queriniana.
– C.S. LEWIS, I quattro amori, ed. Jaka Book.
 La rivolta contro l’amore: estratto da H. HENDIN, The Age of Sensation [riportato a fine scheda]
Deus caritas est, enciclica di Benedetto XVI
 

1. La ricchezza di una parola

Per dire "amore" i greci avevano tre parole: eros, filìa, agàpe.

Il primo termine indica l’amore sensuale, fatto di attrazione fisica per un’altra persona, fonte di piacere ma anche causa di passioni di cui la persona può sentirsi in balìa.

Il secondo è l’amore proprio dell’amicizia, dell’affetto: l’amore che ci fa sentire in sintonia con chi ci è simile, che si nutre di interessi comuni e di affinità psicologiche. amicizia intensa, amicizia vera, amore per gli amici che soffre se non è ricambiato.

Il terzo segnala l’amore gratuito, quello disinteressato, l’amore nella sua espressione più alta di dono di sé fino alla dimenticanza di sé. Indica il modo di amare proprio di una mamma e di Dio. È l’amore disposto al sacrificio, l’amore che ama senza curarsi di essere riamato. 

2. Dio è amore: cioè?

Quando diciamo "Dio è amore", diciamo che lui è "agàpe", o – con parola a noi più familiare – "carità". Il significato di quest’ultimo termine si è forse ristretto, nella percezione comune, a "atto di elemosina": questo sarebbe, però, un amore che i greci descriverebbero con "filìa". La profondità del termine "carità" si può invece cogliere dalla descrizione che ne fa san Paolo nella prima lettera ai Corinzi: si tratta di un amore "senza se e senza ma", veramente gratuito, che viene da Dio e parla di lui. Gesù Cristo, peraltro, ci rivela l’amore/carità di Dio in tutta la sua portata e ci propone una strada: quella della misericordia e del perdono come espressioni genuine del modo di essere e di amare di Dio Padre. 

3. La carità dà forma a ogni espressione di amore

Vivere da discepoli l’amore che Gesù ci ha rivelato non significa mortificare le altre dimensioni dell’amore: anche l’amore erotico e quello di amicizia trovano il loro senso pieno dentro l’orizzonte del dono sincero di sé. Non è rinunciare agli altri tipi di amore, ma “amare meglio” anche nelle altre due dimensioni. È ben diverso chiudersi nella ricerca del piacere fine a se stesso o fare anche dell’amore fisico un gesto di dono; è diverso vivere l’amicizia sul solo piano degli interessi comuni e del "passatempo" o farne un ponte su cui può passare Cristo… Illuminata dalla carità, ogni dimensione dell’amore trova il suo senso e la sua bellezza, e anche le rinunce connesse alla scelta di vivere il proprio corpo come tempio dello Spirito Santo assumono il significato di un "sì" più grande all’amore che è stato riversato nei nostri cuori.

 

 

 

per chi ha voglia di leggere……………………

 

LA RIVOLTA CONTRO L’AMORE

Stato di guerra nei "campus"

Estratto da: H.HENDIN, The Age of Sensation, Boston, 1975.

 

Sta diventando più difficile crescere uomo o donna in questa cultura. Il tasso di suicidi tra i giovani dai 15 ai 24 anni è cresciuto più del 250% negli ultimi vent’anni. L’uso di droga è un fatto comune per molti. Un fenomeno meno familiare, ma ugualmente drammatico, è il crescere della rabbia tra i due sessi.

In superficie c’è una tale apertura, una sorta di cameratismo nel modo in cui i giovani di classe media e le ragazze si considerano reciprocamente, che molti credono che stiamo entrando in un’epoca di inedita armonia tra i sessi. Secondo la mia esperienza, al contrario, questa conclamata apertura ha comportato anche maggior esposizione alla paura e alla rabbia, a un cinismo generale, alla disillusione, all’amarezza; il tutto in proporzioni raramente riscontrabili tra i giovani di vent’anni fa.

Nella sua forma più lieve la rabbia è espressa dai molti studenti maschi che continuamente sminuiscono le donne che mostrano interesse per loro. Di fronte a simile ostilità le ragazze – inutile dirlo -cercano di proteggersi. Molte evitano allora una reale intimità con un uomo, sentendo che già il solo interessamento per qualcuno è autodistruttivo.

Ragazzi e ragazze sembrano mettersi insieme aspettandosi poco sostegno o tenerezza, e anche quando vengono offerti c’è timore ad accettarli. Spesso, addirittura, ricevono molto meno di quanto si aspettavano, e il senso di delusione si fa acuto. Per dirla semplicemente, gli uomini spesso si sentono presi in un’ostilità che non sanno controllare; le donne si sentono sopraffatte da una vulnerabilità che temono sarebbe loro fatale.

Incapaci di venirsi incontro per sostenersi e confortarsi, maschi e femmine sono di fronte a una spirale di agitazione in ogni aspetto della loro vita. Gli studenti che ho visto provavano molte vie di fuga. Le principali muovevano in due direzioni apparentemente differenti: una verso il torpore emotivo e esperienze limitate e controllate, l’altra verso l’impulsività e la stimolazione sensuale frammentata. Fare ma non sentire, acquisire esperienze sensoriali senza coinvolgimento emotivo, sono speranze che riflettono il consumante desiderio di non conoscere o riconoscere i propri sentimenti. Ciò che distingue questa generazione di studenti è proprio il perseguimento del disimpegno, del distacco, della frammentazione e del torpore emotivo. Molti della generazione precedente a quell’età stimavano l’impegno, e cercavano il coinvolgimento come fonte di soddisfazione nella vita. I loro figli percepiscono una verità differente: credono che l’impegno affettivo avvii al disastro, e che il cinismo offra migliori probabilità di sopravvivenza.

Tutte le relazioni sono progressivamente ridotte alla domanda: "Cosa ci sto guadagnando?" Sembra che gli uomini vogliano dare alle donne sempre meno, mentre le donne vedono le richieste degli uomini come intrinsecamente umilianti. Gli uni e le altre tendono a misurare tutto con la stessa scala di valore: la gratificazione personale. Come scappare a questa autentica guerra tra i sessi? Tre le risposte: non puoi essere ucciso se sei già morto (torpore); non puoi essere ferito se ti ritiri (distacco, cinismo); non puoi essere completamente spazzato via se dividi le tue forze (frammentazione). Che questi criteri siano oggi ritenuti necessari da un gran numero di persone, dà una misura delle nostre difficoltà sociali.

La fuga dall’emozione sembra la sola via di soluzione in una cultura dove la gente è sempre più avvoltolata nello scontento. La fiducia nella società o almeno nel cambio sociale in passato ha reso a tanta gente possibile trovare uno scopo nella vita superando l’infelicità personale. Ma la disaffezione circa la possibilità stessa di felicità tra uomo e donna trova ora poche risorse nelle istituzioni politiche, religiose. Anzi, i movimenti sociali e politici ora riflettono e rinforzano la sfiducia e la delusione. Siamo piagati dall’erosione della fiducia reciproca, ma facciamo poco per invertire la tendenza. Se vale la pena salvaguardare il nostro ambiente fisico, quello emozionale è ancora più meritevole di protezione, dal momento che il primo ci provvede i mezzi per sostenere la vita, il secondo è la nostra umanità; il primo ci offre ciò che è necessario alla sopravvivenza, l’altro una vita che valga la pena d’essere vissuta.


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Abbé Pierre
In cammino verso l’essenziale
Un appello ai giovani

Collana:
«I Pellicani» –
religione, cristianesimo, spiritualità
Torino, Anno 2008, pagg. 176 – euro 14,00
 
 

L’Autore
Henri Grouès – l’Abbé Pierre – nacque a Lione nel 1912. Ordinato sacerdote nel 1938, partecipò alle attività della Resistenza francese, divenendone presto uno dei capi. Dopo la guerra fu eletto deputato e fece parte dell’Assemblea Nazionale, ma, dopo qualche anno, abbandonò l’attività politica per dedicarsi ai poveri e ai bisognosi: nacque così Emmaüs, l’associazione dei «compagni», che attraverso il recupero dei materiali riciclabili e di tutto ciò che finiva nelle cantine e nelle soffitte delle famiglie finanziava le azioni di sostegno e aiuto ai più poveri, e che nel corso del tempo è diventata un’organizzazione articolata presente in tutti i continenti. L’Abbé Pierre è morto il 22 gennaio 2007.
Il Libro
Il 1° febbraio 1954, durante uno degli inverni più freddi del dopoguerra, l’Abbé Pierre rivolge un appello radiofonico ai francesi di buona volontà, dando avvio a quella che fu definita l’«insurrezione della bontà» e alla sua battaglia contro l’emarginazione e la povertà nelle nostre città e nel mondo.

Dopo cinquant’anni l’Abbé Pierre, ormai novantenne, si rivolge alle giovani generazioni e le invita a una nuova rivoluzione, capace di assicurare all’umanità intera un’autentica prospettiva di futuro. Egli conosce i loro tormenti interiori e il loro desiderio di costruire qualcosa di duraturo e profondo, la loro difficoltà a ribellarsi a un modo omologato di vedere le cose e a trovare altre strade, i problemi concreti che assillano le famiglie, le ingiustizie che dividono il mondo e le società, e indica una rotta diversa.

Ognuno di noi, con il suo lavoro e il suo impegno, può costruire un mondo migliore, semplicemente facendo bene ciò che deve. Ma è anche necessario che si instauri un ordine delle cose più equo, che preveda una reale condivisione delle risorse e delle ricchezze. Il futuro dell’Uomo e della Terra dipende in buona misura dalla volontà di costruire giorno dopo giorno una più equilibrata convivenza tra ricchi e poveri, tra paesi industrializzati e paesi in via di sviluppo.

Solo questo ci consentirà di controllare i grandi spostamenti di popolazioni che assillano e mettono in crisi le nostre società ricche e fiorenti e che, senza una decisa sterzata delle politiche economiche mondiali, non potranno che intensificarsi.


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