Archivio per la categoria ‘Martini’

Carlo Maria Martimi, Avvenire 27.7.2008

 

Che cosa posso dire sulla realtà della Chiesa cattolica oggi? Mi lascio
ispirare dalle parole di un grande pensatore ed uomo di scienza russo, Pavel
Florenskij, morto nel 1937 da martire per la sua fede cristiana: «Solo con
l’esperienza immediata
è possibile percepire e
valutare la ricchezza della Chiesa». Per percepire e valutare le ricchezze
della Chiesa bisogna attraversare l’esperienza della fede.

 

Sarebbe facile redigere una raccolta di lamentele piena di cose che non
vanno molto bene nella nostra Chiesa, ma questo significherebbe adottare una
visione superficiale e deprimente, e non guardare con gli occhi della fede, che
sono gli occhi dell’amore. Naturalmente non dobbiamo chiudere gli occhi sui
problemi, dobbiamo tuttavia cercare anzitutto di comprendere il quadro generale
nel quale essi si situano.

 

UN PERIODO STRAORDINARIO NELLA STORIA DELLA CHIESA

Se dunque considero la situazione presente della Chiesa con gli occhi della
fede, io vedo soprattutto due cose.  Primo, non vi
è mai stato nella storia della Chiesa un periodo così
felice come il nostro. La nostra Chiesa conosce la sua più grande diffusione
geografica e culturale e si trova sostanzialmente unita nella fede, con
l’eccezione dei tradizionalisti di Lefebvre. Secondo, nella storia della teologia non vi
è mai stato un periodo più ricco di quest’ultimo.
Persino nel IV secolo, il periodo dei grandi Padri della Cappadocia della
Chiesa orientale e dei grandi Padri della Chiesa occidentale, come San
Girolamo, Sant’Ambrogio e Sant’Agostino, non vi era un’altrettanto grande
fioritura teologica.

 

E sufficiente ricordare i nomi di Henri de Lubac e Jean Daniélou, di Yves
Congar, Hugo e Karl Rahner, di Hans Urs von Balthasar e del suo maestro Erich
Przywara, di Oscar Cullmann, Martin Dibelius, Rudolf Bultmann, Karl Barth e dei
grandi teologi americani come Reinhold Niebuhr – per non parlare dei teologi
della liberazione (qualunque sia il giudizio che possiamo dare di loro, ora che
ad essi viene prestata una nuova attenzione dalla Congregazione della Dottrina
della fede) e molti altri ancora viventi. Ricordiamo anche i grandi teologi
della Chiesa orientale dei quali conosciamo così poco, come Pavel Florenskij e
Sergei Bulgakov.

 

Le opinioni su questi teologi possono essere molto diverse e variegate, ma
essi certamente rappresentano un incredibile gruppo, come non
è mai esistito nella Chiesa nei tempi passati.  Tutto ciò è avvenuto in un mondo carico di problemi e di sfide, come la ingiusta
distribuzione delle ricchezze e delle risorse, la povertà e la fame, i problemi
della violenza diffusa e del mantenimento della pace. E poi particolarmente
vivo il problema della difficoltà di comprendere con chiarezza i limiti della
legge civile in rapporto alla legge morale. Questi sono problemi molto reali,
soprattutto in alcuni Paesi, e sono spesso oggetto di differenti letture che
generano una dialettica anche molto accesa.

 

A volte sembra possibile immaginare che non tutti stiamo vivendo nello
stesso periodo storico. Alcuni
è come se stessero ancora vivendo nel tempo del Concilio di Trento, altri in
quello del Concilio Vaticano Primo. Alcuni hanno bene assimilato il Concilio
Vaticano Secondo, altri molto meno; altri ancora sono decisamente proiettati
nel terzo millennio. Non siamo tutti veri contemporanei, e questo ha sempre
rappresentato un grande fardello per la Chiesa e richiede moltissima pazienza e
discernimento.

 

Ma preferisco accantonare almeno per il momento questo genere di problemi e
considerare piuttosto la nostra situazione pedagogica e culturale con le
conseguenti questioni collegate all’educazione e all’insegnamento.

 

UNA MENTALITÀ POSTMODERNA

Per cercare un dialogo proficuo tra la gente di questo mondo ed il Vangelo
e per rinnovare la nostra pedagogia alla luce dell’esempio di Gesù,
è importante osservare attentamente il cosiddetto mondo
postmoderno, che costituisce il contesto di fondo di molti di questi problemi e
ne condiziona le soluzioni. Una mentalità postmoderna potrebbe essere definita
in termini di opposizioni: un’atmosfera e un movimento di pensiero che si
oppone al . mondo così come lo abbiamo finora conosciuto. E una mentalità che
si distacca spontaneamente dalla metafisica, dall’aristotelismo, dalla tradizione
agostiniana e da Roma, considerata come la sede della Chiesa, e da molte altre
cose. Il pensare postmoderno
è lontano dal precedente mondo cristiano platonico in cui erano dati per
scontati la supremazia della verità e dei valori sui sentimenti, dell’intelligenza
sulla volontà, dello spirito sulla carne, dell’unità sul pluralismo,
dell’ascetismo sulla vitalità, dell’eternità sulla temporalità. Nel nostro
mondo di oggi vi
è infatti una istintiva
preferenza per i sentimenti sulla volontà, per le impressioni
sull’intelligenza, per una logica arbitraria e la ricerca del piacere su una
moralità ascetica e coercitiva. Questo
è un mondo in cui sono prioritari la sensibilità, l’emozione e l’attimo
presente. L’esistenza umana diventa quindi un luogo in cui vi
è libertà senza freni, in cui una persona esercita, o
crede di poter esercitare, il suo personale arbitrio e la propria creatività.

 

Questo tempo è anche di reazione contro
una mentalità eccessivamente razionale. La letteratura, l’arte, la musica e le
nuove scienze umane (in particolare la psicoanalisi) rivelano come molte
persone non credono più di vivere in un mondo guidato da leggi razionali, dove
la
civiltà siano uguali, mentre prima si insisteva sulla
cosiddetta tradizione classica. Oggi un po’ tutto viene posto sullo stesso
piano, perché non esistono più criteri con cui verificare che cosa sia una
civiltà vera e autentica.       

 

Vi è opposizione alla
razionalità vista anche come fonte di violenza perché le persone ritengono che
la razionalità può essere imposta in quanto vera. Si preferisce ogni forma di
dialogo e di scambio per il desiderio di essere sempre aperti agli altri e a
ciò che
è diverso, si è dubbiosi anche verso se stessi e non ci si fida di
chi vuole affermare la propria identità con la forza. Questo
è il motivo per cui il cristianesimo non viene accolto
facilmente quando si presenta come la "vera" religione. Ricordo un
giovane che recentemente mi diceva: «Soprattutto, non mi dica che il
cristianesimo
è verità. Questo mi dà
fastidio, mi blocca.
È diverso che dire che il
cristianesimo
è bello … ». La bellezza è preferibile alla verità.

 

In questo clima, la tecnologia non è più considerata uno strumento al servizio dell’umanità, ma un ambiente in
cui si danno le
nuove regole per interpretare il mondo: non esiste più l’essenza delle
cose, ma solo l’utilizzo di esse per un certo fine determinato dalla volontà e
dal desiderio di ciascuno.

 

In questo
clima, è conseguente il rifiuto del senso del peccato e della redenzione. Si
dice: «Tutti sono uguali, ma ogni persona
è unica». Esiste il
diritto assoluto di essere unici e di affermare se stessi. Ogni regola morale
è obsoleta. Non
esiste più il peccato, né il perdono, né la redenzione e tanto meno il
«rinnegare se stessi». La vita non può più essere vista come un sacrificio o
una sofferenza.

 

Un‘ultima caratteristica della postmodernità è il rifiuto di
accettare qualunque cosa che sa di centralismo o di volontà di dirigere le cose
dall’alto. In questo modo di pensare Vi
è un «complesso
anti-romano». Siamo ormai oltre il contesto in cui l’universale, ciò che era
scritto, generale e senza tempo, contava di più; in cui ciò che era durevole e
immutabile veniva preferito rispetto a ciò che era particolare, locale e
datato. Oggi la preferenza
è invece per una conoscenza più
locale, plurali sta, adattabile a circostanze e a tempi diversi.

 

Non voglio ora
esprimere giudizi. Sarebbe necessario molto discernimento per distinguere il
vero dal falso, che cosa viene detto con approssimazione da ciò che viene detto
con precisione, che cosa è semplicemente una tendenza o una moda da ciò che
è una
dichiarazione importante e significativa. Ciò che mi preme sottolineare
è che questa
mentalità
è ormai dappertutto, soprattutto presso i giovani, e bisogna, tenerne conto.

 

Ma voglio
aggiungere una cosa. Forse questa situazione
è migliore di
quella che esisteva prima. Perché il cristianesimo ha la possibilità di
mostrare meglio il suo carattere di sfida, di oggettività, di realismo, di
esercizio della vera libertà, di religione legata alla vita del corpo e non
solo della mente. In un mondo come quello in cui viviamo oggi, il mistero di un
Dio non disponibile e sempre sorprendente acquista maggiore bellezza; la fede
compresa come un rischio diventa più attraente. Il cristianesimo appare più
bello, più vicino alla gente, più vero. Il mistero della Trinità appare come
fonte di significato per la vita e un aiuto per comprendere il mistero
dell’esistenza umana.

 

«ESAMINA TUTTO CON DISCERNIMENTO»

Insegnare la
fede in questo mondo rappresenta nondimeno una sfida. Per essere preparati,
bisogna fare proprie queste attitudini:

 

Non essere sorpreso dalla diversità. Non avere paura
di ciò che
è diverso o nuovo, ma consideralo come un dono di Dio. Prova ad essere
capace di ascoltare cose molto diverse da quelle che normalmente pensi, ma
senza giudicare immediatamente chi parla. Cerca di capire che cosa ti viene
detto e gli argomenti fondamentali presentati. I giovani sono molto sensibili
ad un atteggiamento di ascolto senza giudizi. Questa attitudine dà loro il
coraggio di parlare di ciò che realmente sentono e di iniziare a distinguere
che cosa
è veramente vero da ciò che lo è soltanto in
apparenza. Come dice San Paolo: «Esamina tutto con discernimento; conserva ciò
che
è vero; astieniti da ogni specie di male» (1 Ts 5:21-22).

 

Corri dei rischi. La fede è il grande
rischio della vita. «Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi
perderà la propria vita per causa mia, la troverà» (Mì. 16,25). Tutto deve
essere dato via per Cristo e il suo Vangelo.

 

Sii amico dei poveri. Metti i
poveri al centro della tua vita perché essi sono gli amici di Gesù che ha fatto
di se stesso uno di loro.

 

Alimentati con il Vangelo. Come Gesù ci
dice nel suo discorso sul pane delta vita: «Perché il pane di Dio
è colui che
discende dal cielo e dà la vita al mondo» (Gv. 6,33).

 

PREGHIERA, UMILTÀ E SILENZIO

Per aiutare a sviluppare queste attitudini, propongo quattro Esercizi:

1. Lectio divina. E una raccomandazione di Giovanni Paolo lI: «In particolare è necessario che l’ascolto della Parola diventi un
incontro vitale, nell’antica e sempre valida tradizione della
lectio divina che fa cogliere nel testo biblico la
parola viva che interpella, orienta, plasma l’esistenza»
(Nova Millennio Ineunte, N. 39). «La Parola di Dio nutre la
vita, la preghiera e il viaggio quotidiano,
è il principio di unità della comunità in
una unità di pensiero, l’ispirazione per il rinnovamento continuo e per la
creatività apostolica»
(Ripartendo
da Cristo,
N. 24).

2. Autocontrollo. Dobbiamo imparare di nuovo che sapere opporsi alle proprie voglie è qualcosa di più gioioso delle concessioni continue
che appaiono desiderabili ma che finiscono per generare noia e sazietà.

3. Silenzio. Dobbiamo allontanarci dalla insana schiavitù del rumore e delle chiacchiere
senza fine, e trovare ogni giorno almeno mezz’ora di silenzio e mezza giornata
ogni settimana per pensare a noi stessi, per riflettere.e pregare. Questo
potrebbe sembrare difficile, ma quando si riesce a dare un esempio di pace interiore
e tranquillità che nasce da tale esercizio, anche i giovani prendono coraggio e
trovano in ciò una fonte di vita e di gioia mai provata prima.

4. Umiltà. Non credere che spetti a noi risolvere i grandi problemi dei nostri tempi.
Lascia spazio allo Spirito Santo che lavora meglio di noi e più profondamente.
Non cercare di soffocare lo Spirito negli altri,
è lo Spirito che soffia. Piuttosto, sii pronto a cogliere le sue
manifestazioni più sottili. Per questo hai bisogno di silenzio.

Martini: la tentazione dell’ateismo

Pubblicato: 3 dicembre 2007 in Martini

C’è una voce in ognuno di noi che ci spinge a dubitare di Dio. «Ecco il senso della fede e la difficoltà di seguirlo sino in fondo»

Il cardinale Carlo Maria Martini. Già arcivescovo di Milano, ora vive a Gerusalemme

Chi è per me Dio? Fin da ragazzo mi è sempre piaciuta l’invocazione, che mi pare sia di San Francesco d’Assisi, «mio Dio è mio tutto». Mi piaceva perché con Dio intendevo in qualche modo una totalità, una realtà in cui tutto si riassume e tutto trova ragione di essere. Cercavo così di esprimere il mistero ineffabile, a cui nulla si sottrae. Ma vedevo anche Dio più concretamente come il padre di Gesù Cristo, quel Dio che si rende vicino a noi in Gesù nell’eucarestia. Dunque c’era una serie di immagini che in qualche maniera si accavallavano o si sostituivano l’una con l’altra: l’una più misteriosa, attinente a colui che è l’inconoscibile, l’altra più precisa e concreta, che passava per la figura di Gesù. Mi sono reso conto ben presto che parlare di Dio voleva dire affrontare una duplicità, come una contraddizione quasi insuperabile. Quella cioè di pensare a una Realtà sacra inaccessibile, a un Essere profondamente distante, di cui non si può dire il nome, di cui non si sa quasi nulla: e tutto ciò nella certezza che questo Essere è vicino a noi, ci ama, ci cerca, ci vuole, si rivolge a noi con amore compassionevole e perdonante. Tenere insieme queste due cose sembra un po’ impossibile, come del resto tenere insieme la giustizia rigorosa e la misericordia infinita di Dio. Noi non scegliamo tra l’una e l’altra, viviamo in bilico (…). Come dice il catechismo della Chiesa cattolica, la dichiarazione «io credo in Dio» è la più importante, la fonte di tutte le altre verità sull’uomo, sul mondo e di tutta la vita di ogni credente in lui. D’altra parte il fatto stesso che si parli di «credere » e non di riconoscere semplicemente la sua esistenza, significa che si tratta concretamente di un atto che non è di semplice conoscenza deduttiva, ma che coinvolge tutto l’uomo in una dedizione personale. Su questo punto, come su tanti altri relativi alla conoscenza di Dio, c’è stata, c’è e ci sarà sempre grande discussione. Per alcuni la realtà di Dio si conosce mediante un semplice ragionamento, per altri sono necessarie anche molte disposizioni del cuore e della persona (…).

È dunque possibile conoscere Dio con le sole forze della ragione naturale? Il Concilio Vaticano I lo afferma, e anch’io l’ho sempre ritenuto in obbedienza al Concilio. Ma forse si tratta della ragione naturale concepita in astratto, prima del peccato. Concretamente la nostra natura umana storica, intrisa di deviazioni, ha bisogno di aiuti concreti, che le vengono dati in abbondanza dalla misericordia di Dio. Dunque non è tanto importante la distinzione tra la possibilità di conoscenza naturale e soprannaturale, perché noi conosciamo Dio con una conoscenza che viene e dalla natura, dalla grazia e dallo spirito Santo, che è riversata in noi da Dio stesso. Bisogna dunque accettare di dire a riguardo di Dio alcune cose che possono apparire contraddittorie. Dio è Colui che ci cerca e insieme Colui che si fa cercare. È colui che si rivela e insieme colui che si nasconde. È colui per il quale valgono le parole del salmo «il tuo volto, Signore, io cerco», e tante altre parole della Bibbia, come quelle della sposa del Cantico di Cantici: «Sul mio letto, lungo la notte, ho cercato l’amato del mio cuore; l’ho cercato, ma non l’ho trovato. Mi alzerò e farò il giro della città; per le strade e per le piazze voglio cercare l’amato del mio cuore. L’ho cercato ma non l’ho trovato. Da poco avevo oltrepassato le guardie che fanno la ronda quando trovai l’amato del mio cuore…» (3,1-4). Ma per lui vale anche la parola che lo presenta come il pastore che cerca la pecora smarrita nel deserto, come la donna che spazza la casa per trovare la moneta perduta, come il padre che attende il figlio prodigo e che vorrebbe che tornasse presto. Quindi cerchiamo Dio e siamo cercati da lui. Ma è certamente lui che per primo ci ama, ci cerca, ci rilancia, ci perdona. A questo punto, sollecitati anche dalle parole del Cantico «ho cercato e non l’ho trovato», ci poniamo il problema dell’ateismo o meglio dell’ignoranza su Dio.

Nessuno di noi è lontano da tale esperienza: c’è in noi un ateo potenziale che grida e sussurra ogni giorno le sue difficoltà a credere. Su questo principio si fondava l’iniziativa della «Cattedra dei non credenti» che voleva di per sé «porre i non credenti in cattedra» e «ascoltare quanto essi hanno da dirci della loro non conoscenza di Dio». Quando si parla di «credere in Dio» come fa il catechismo della Chiesa cattolica, si ammette espressamente che c’è nella conoscenza di Dio un qualche atto di fiducia e di abbandono. Noi sappiamo bene che non si può costringere nessuno ad avere fiducia. Io posso donare la mia fiducia a un altro ma soltanto se questi mi sa infondere fiducia. E senza fiducia non si vive (…). L’adesione a Dio comporta un’atmosfera generale di fiducia nella giustezza e nella verità della vita, e quindi nella giustezza e nella verità del suo fondamento.

Come dice Hans Küng «che Dio esista, può essere ammesso, in definitiva, solo in base a una fiducia che affonda le sue radici nella realtà stessa». Molti e diversi sono i modi con cui ci si avvicina al mistero di Dio. La nostra tradizione occidentale ha cercato di comprendere Dio possibilmente anche con una definizione. Lo si è chiamato ad esempio Sommo Bene, Essere Sussistente, Essere Perfettissimo… Non troviamo nessuna di queste denominazioni nella tradizione ebraica. La Bibbia non conosce nomi astratti di Dio, mai ne enumera le opere. Si può affermare che ciò che la Bibbia dice su Dio viene detto anzitutto con dei verbi, non con dei sostantivi. Questi verbi riguardano le grandi opere con cui Dio ha visitato il suo popolo. Sono verbi come creare, promettere, scegliere, eleggere, comandare, guidare, nutrire ecc. Si riferiscono a ciò che Dio ha fatto per il suo popolo. C’è quindi un’esperienza concreta, quella di essere stati aiutati in circostanze difficili, dove l’opera umana sarebbe venuta meno. Questa esperienza cerca la sua ragione ultima e la trova in questo essere misterioso che chiamiamo Dio. D’altra parte ha qualche ragione anche la tradizione occidentale. Infatti tutte le creature hanno ricevuto da Dio tutto ciò che sono e che hanno. Dio solo è in se stesso la pienezza dell’essere e di ogni perfezione, e colui che è senza origine e senza fine. Tuttavia nel mistero cristiano la natura di Dio ci appare gradualmente come avvolta da una luce ancora più misteriosa. Non è una natura semplicemente capace di tenere salda se stessa, di essere indipendente, di non aver bisogno di nessuno. È una realtà che si protende verso l’altro, in cui è più forte la relazione e il dono di sé che non il possedere se stesso. Per questo Gesù sulla croce ci rivela in maniera decisiva l’essere di Dio come essere per altri: è l’essere di Colui che si dona e perdona.

Carlo Maria Martini

16 novembre 2007

Eutanasia

Pubblicato: 30 gennaio 2007 in Martini
Il cardinale Martini e l’eutanasia: quando è lecito abbreviare la vita
Per l’ex arcivescovo di Milano, al malato grave spetta in ogni momento il diritto di far interrompere le cure che lo tengono in vita. No, gli obietta il presidente della Pontificia Accademia per la Vita. Ma il vero scontro è tra Martini e il papa

di Sandro Magister

ROMA, 30 gennaio 2007 – Nove mesi giusti dopo il clamoroso manifesto di opposizione al papa regnante da lui pubblicato sul settimanale italiano "L’espresso" – su fecondazione artificiale, embrioni, aborto, eutanasia – il cardinale Carlo Maria Martini è tornato sull’ultimo di questi temi, l’eutanasia, con un articolo apparso il 21 gennaio sulla prima pagina dell’edizione domenicale di "Il Sole 24 Ore", il maggiore quotidiano economico-finanziario d’Italia e uno dei più importanti d’Europa.

Anche questa volta il suo intervento è stato letto come una critica alla linea papale di opposizione assoluta alla "dolce morte" intenzionalmente causata.

E anche questa volta – come già nove mesi fa – i media cattolici ufficiali hanno avvolto di silenzio il pronunciamento del cardinale Martini, amplificato invece dai media laici.

Ma una controversia che vede in campo i massimi leader della Chiesa mondiale, su posizioni difformi e su temi di tale portata, non può rimanere occultata, dentro la stessa Chiesa.

È una controversia che ha il suo caso scatenante immediato, i suoi antefatti, i suoi sviluppi.

IL CASO WELBY

La vicenda che ha spinto il cardinale Martini a intervenire di nuovo sul tema dell’eutanasia è quella di Piergiorgio Welby: un malato grave che – come ha scritto lo stesso cardinale – "con lucidità ha chiesto la sospensione delle terapie di sostegno respiratorio, costituite negli ultimi nove anni da una tracheotomia e da un ventilatore automatico".

Nelle ultime settimane del 2006 la richiesta di Welby di interrompere la propria vita ha scosso l’opinione pubblica a Roma e in Italia, con un’intensità quasi pari alla precedente vicenda di Terry Schiavo in America. Ha coinvolto e diviso la comunità cattolica, la comunità scientifica e il mondo politico, con forte mobilitazione dei sostenitori di una legalizzazione dell’eutanasia. Welby giaceva infermo, ma sempre lucido e capace di esprimersi, nella sua casa di Roma. La moglie, la madre, la sorella sono cattoliche praticanti. Di lui, invece, la moglie ha detto: "Non so se pensasse davvero che esistesse un al di là o se credesse in Dio". In ogni caso, attorno a lui e nel suo nome, nei giorni prima e dopo la morte, si è celebrata sotto gli occhi di tutti una laica liturgia fatta di veglie notturne, di solidarietà data e impetrata, di campagne umanitarie, di commozione natalizia.

La morte, procuratagli da un medico, arrivò per Welby tre giorni prima di Natale. E alla richiesta fatta dalla moglie di un funerale religioso, la diocesi di Roma – di cui è vescovo il papa, con il cardinale Camillo Ruini come vicario – rispose con un no così motivato:

"Perché, a differenza dai casi di suicidio nei quali si presume la mancanza delle condizioni di piena avvertenza e deliberato consenso, era nota, in quanto ripetutamente e pubblicamente affermata, la volontà del Dott. Welby di porre fine alla propria vita, ciò che contrasta con la dottrina cattolica". Fermo restando il dovere della preghiera.

Al diniego dei funerali religiosi, i familiari, gli amici e i sostenitori di Welby risposero celebrando un rito laico nella piazza antistante la vicina parrocchia. Era la mattina di domenica 24 dicembre. A mezzogiorno, all’Angelus, Benedetto XVI disse alla folla che riempiva piazza San Pietro:

“Nel Dio che si fa uomo per noi ci sentiamo tutti amati ed accolti, scopriamo di essere preziosi e unici agli occhi del Creatore. Il Natale di Cristo ci aiuta a prendere coscienza di quanto valga la vita umana, la vita di ogni essere umano, dal suo primo istante al suo naturale tramonto”.

E l’indomani, nel messaggio natalizio "urbi et orbi", alla città e al mondo, Benedetto XVI disse ancora, parlando dell’uomo del nostro tempo:

“Si presenta come sicuro ed autosufficiente artefice del proprio destino quest’uomo del secolo ventunesimo. Sembra, ma così non è. Che pensare di chi sceglie la morte credendo di inneggiare alla vita?”.

In larga parte del mondo cattolico italiano, tuttavia, il sentimento diffuso era d’altro tipo. Il 10 gennaio "Avvenire", il quotidiano della conferenza episcopale italiana, pubblicò una parte delle numerose lettere ricevute sulla vicenda Welby. Erano tutte contro la decisione di negargli i funerali religiosi. Solo la nota del direttore di "Avvenire", Dino Boffo, prendeva le difese della diocesi di Roma.

Su questo sfondo arriva l’articolo del 21 gennaio del cardinale Martini su "Il Sole 24 Ore".

"IO, WELBY E LA MORTE"

Già il titolo dell’articolo entra nel cuore della questione: "Io, Welby e la morte".

"Situazioni simili – scrive Martini – saranno sempre più frequenti e la Chiesa stessa dovrà darvi più attenta considerazione anche pastorale".

Queste poche parole saranno nei giorni successivi le più citate: universalmente interpretate come una critica al diniego a Welby dei funerali religiosi e al "cuore di pietra" della Chiesa ufficiale.

In effetti, nella successiva colonna dell’articolo il cardinale presenta la sua posizione sull’eutanasia in un modo che rende lecita la decisione di Welby – e di altri in situazioni analoghe – di interrompere la propria vita.

L’eutanasia – scrive Martini – è "un gesto che intende abbreviare la vita, causando positivamente la morte". Come tale è inaccettabile.

Diverso, invece, è il caso dell’accanimento terapeutico, ossia "l’utilizzo di procedure mediche sproporzionate e senza ragionevole speranza di esito positivo". Interrompendole – scrive il cardinale citando il Catechismo – "non si vuole procurare la morte; si accetta di non poterla impedire".

E nel decidere se un intervento medico è da interrompere – prosegue Martini – "non può essere trascurata la volontà del malato, in quanto a lui compete – anche dal punto di vista giuridico, salvo eccezioni ben definite – di valutare se le cure che gli vengono proposte, in tali casi di eccezionale gravità, sono effettivamente proporzionate".

Più avanti, Martini sollecita che si elabori in proposito "una normativa che da una parte consenta di riconoscere la possibilità del rifiuto delle cure – in quanto ritenute sproporzionate dal paziente –, dall’altra protegga il medico da eventuali accuse, come omicidio del consenziente o aiuto al suicidio".

Questa normativa – precisa il cardinale – non deve implicare "in alcun modo la legalizzazione dell’eutanasia". Obiettivo "difficile ma non impossibile: mi dicono che ad esempio la recente legge francese in questa materia sembri aver trovato un equilibrio, se non perfetto, almeno capace di realizzare un sufficiente consenso in una società pluralista".

Questa in sintesi la posizione espressa dal cardinale Martini nell’articolo del 21 gennaio su "Il Sole 24 Ore". Ma per inquadrarla meglio è utile riandare a quanto egli disse sullo stesso argomento nel "Dialogo sulla vita" da lui pubblicato su "L’espresso" nell’aprile del 2006.

I PRECEDENTI

Anche in quel suo scritto di nove mesi fa Martini sostenne che l’eutanasia “non si può mai approvare”. Ma aggiunse di non condannare “le persone che compiono un simile gesto su richiesta di una persona ridotta agli estremi e per puro sentimento di altruismo”.

E ancora: “La prosecuzione della vita umana fisica non è di per sé il principio primo e assoluto. Sopra di esso sta quello della dignità umana”.

Molte questioni che riguardano la nascita e la fine della vita – scrisse ancora il cardinale – sono “zone di frontiera o zone grigie dove non è subito evidente quale sia il vero bene”. Quindi “ è buona regola astenersi anzitutto dal giudicare frettolosamente e poi discutere con serenità, così da non creare inutili divisioni”.

Nove mesi fa le alte gerarchie della Chiesa evitarono di replicare in pubblico a queste tesi del cardinale Martini. Al punto che circolò la notizia che Martini avesse concordato in anticipo con Benedetto XVI la pubblicazione del suo scritto. Notizia di pura fantasia: al pari dell’altra secondo cui nel conclave del 2005 Martini sarebbe stato il "vero" grande elettore di Joseph Ratzinger.

Questa volta, invece, l’articolo su "Il Sole 24 Ore" ha ricevuto subito tre autorevoli risposte.

GLI SVILUPPI

La prima risposta è arrivata il giorno dopo l’uscita dell’articolo. Nel pomeriggio di lunedì 22 gennaio, aprendo a Roma la riunione invernale del consiglio permanente della conferenza episcopale italiana, il cardinale Ruini ha dedicato al caso Welby e al diniego dei funerali religiosi questo paragrafo della sua relazione:

"Una vicenda umana dolorosa, che ha coinvolto a lungo la nostra gente, è stata quella di Piergiorgio Welby. Essa mi ha chiamato in causa anche personalmente, quando è giunta la richiesta del funerale religioso dopo la sua morte. La sofferta decisione di non concederlo nasce dal fatto che il defunto, fino alla fine, ha perseverato lucidamente e consapevolmente nella volontà di porre termine alla propria vita: in quelle condizioni una decisione diversa sarebbe stata infatti per la Chiesa impossibile e contraddittoria, perché avrebbe legittimato un atteggiamento contrario alla legge di Dio. Nel prendere una tale decisione non è mancata la consapevolezza di arrecare purtroppo dolore e turbamento ai familiari e a tante altre persone, anche credenti, mosse da sentimenti di umana pietà e solidarietà verso chi soffre, sebbene forse meno consapevoli del valore di ogni vita umana, di cui nemmeno la persona del malato può disporre. Soprattutto ci ha confortato la fiducia che il Dio ricco di misericordia non solo è l’unico a conoscere fino in fondo il cuore di ogni uomo, ma è anche Colui che in questo cuore agisce direttamente e dal di dentro, e può cambiarlo e convertirlo anche nell’istante della morte".

In almeno due passaggi le parole di Ruini si oppongono alle tesi di Martini. Là dove il vicario del papa definisce "contrario alla legge di Dio" il comportamento che per Martini sarebbe invece legittimo. E là dove afferma che "nemmeno la persona del malato può disporre" della propria vita.

Ma la replica più diretta, puntuale e sistematica alle tesi di Martini è arrivata martedì 23 gennaio da un articolo di Elio Sgreccia sul "Corriere della Sera", il grande quotidiano di Milano, la città di cui lo stesso Martini è stato arcivescovo dal 1979 al 2002, prima di ritirarsi a Gerusalemme.

Sgreccia, vescovo titolare di Zama e presidente della Pontificia Accademia per la Vita, è da vari anni il più autorevole rappresentante delle posizioni ufficiali della Chiesa in materia di bioetica.

A Martini, Sgreccia obietta anzitutto – citando l’enciclica "Evangelium Vitae" di Giovanni Paolo II – che l’eutanasia è tale anche quando è "omissiva", ossia quando omette "una terapia efficace e dovuta, la cui privazione causa intenzionalmente la morte". E la sua inaccettabilità morale è identica: sia quando l’eutanasia è attivamente posta in essere, sia quando è omissiva.

Inoltre, Sgreccia afferma che "il medico, pur avendo il dovere di ascoltare il paziente, non può essere ritenuto un semplice esecutore dei suoi voleri: se riconosce la consistenza dei motivi del rifiuto, dovrà rispettare la volontà del paziente; se invece vi scorge un rifiuto immotivato, è tenuto a proporre la sua opposizione di coscienza […] ed eventualmente dimettere il paziente che gli è stato affidato come responsabilità".

Sul piano tecnico-scientifico compete al medico la valutazione della "proporzionalità" o no delle terapie praticate, che è doveroso sospendere qualora si rivelassero senza ragionevole speranza di esito positivo.

Compete al paziente, invece, la decisione di far interrompere terapie che sono sì "proporzionate" sotto il profilo scientifico, ma sono ritenute da lui insostenibili in rapporto alle concrete sue condizioni "fisiche, psicologiche, sociali ed economiche".

Di conseguenza, la legge francese indicata come modello da Martini è per Sgreccia moralmente inaccettabile:

"L’automatismo instaurato dalla legge francese (art. 6), secondo la quale qualunque rifiuto delle cure da parte del paziente deve essere accolto ed eseguito dal medico (dopo aver spiegato al paziente gli effetti del rifiuto), può configurare un’eutanasia omissiva sia da parte del paziente sia da parte del medico".

Insomma, nella replica di Sgreccia, quasi niente si salva delle tesi del cardinale Martini.

Indirettamente, ha replicato a Martini anche il segretario generale della conferenza episcopale italiana, il vescovo Giuseppe Betori. Domenica 28 gennaio, in un’intervista al primo canale della TV italiana di stato, ha detto:

"Su un tema come questo la politica vuole legiferare troppo. Mi sembra che si voglia svuotare il ruolo del medico e affidare invece la decisione all’arbitrio della persona, che poi è influenzata da pressioni ideologiche molto evidenti".

Tornando al caso Welby, il paradosso è che mentre il cardinale Martini esclude di ritenerlo un atto di eutanasia, tale l’hanno definito più volte i suoi familiari e i sostenitori di una legalizzazione dell’eutanasia in Italia. Il più in vista di questi, il professor Umberto Veronesi, oncologo di fama mondiale, in un’audizione in parlamento l’ha anche definito senza mezzi termini "un suicidio".