Archivio per settembre, 2007

frase del giorno

Pubblicato: 24 settembre 2007 in Ad gentes
 
Dio non odia il buio, ma lo illumina. Non distrugge il vuoto, ma lo riempie della sua presenza. L’icona (la Parola in immagine) c’invita a guardare, e a fare, come Lui.
 
 
Luisa Sesino


Sai cosa è successo oggi?

Un libro offre al grande pubblico ciò che la causa di beatificazione aveva già accertato: la sua solitudine interiore, il suo sentirsi abbandonata da Dio. Così ella fu ancor più compagna dei poveri, in tutto. Il commento del predicatore pontificio, Raniero Cantalamessa

di Sandro Magister

ROMA, 4 settembre 2007 – Tre giorni fa, parlando a trecentomila giovani riuniti a Loreto, Benedetto XVI ha ricordato che anche una beata come Madre Teresa di Calcutta, "con tutta la sua carità e la sua forza di fede", nonostante ciò "soffriva del silenzio di Dio".

E ha aggiunto: "È stato pubblicato un libro con le esperienze spirituali di Madre Teresa dove quanto già sapevamo si mostra ancora più apertamente".

Il libro citato dal papa si intitola "Mother Teresa: Come Be My Light [Madre Teresa: Vieni, sii la mia luce]" ed è in vendita dal 4 settembre nella sua edizione inglese, curata e introdotta da padre Brian Kolodiejchuk, dei Missionari della Carità, postulatore
della causa di canonizzazione di Madre Teresa.

In esso sono raccolte alcune lettere che la religiosa, morta dieci anni fa e ora beata, scrisse in diversi momenti ai suoi direttori spirituali. Sono lettere che attestano quella lunga fase della sua vita in cui ella sperimentò la "notte della fede".

Il semplice annuncio del libro, ancor prima della sua uscita, ha scatenato in vari paesi del mondo un vespaio di discussioni, come se in esso vi fossero rivelazioni senza precedenti, tali da demolire l’immagine della beata.

Invece tutto era già noto, come ha rimarcato Benedetto XVI. Le lettere ora pubblicate, assieme ad altri scritti analoghi, erano già presenti negli otto volumi della causa di beatificazione di Madre Teresa.

E quando fu proclamata beata, il 19 ottobre 2003, nella sua biografia ufficiale diffusa da Vaticano erano scritte queste testuali parole:

"Vi fu un aspetto eroico di questa grande donna di cui si venne a conoscenza solo dopo la sua morte. Nascosta agli occhi di tutti, nascosta persino a coloro che le stettero più vicino, la sua vita interiore fu contrassegnata dall’esperienza di una profonda, dolorosa e permanente sensazione di essere separata da Dio, addirittura rifiutata da Lui, assieme a un crescente desiderio di Lui. Chiamò la sua prova interiore: ‘l’oscurità’. La dolorosa notte della sua anima, che ebbe inizio intorno al periodo in cui aveva cominciato il suo apostolato con i poveri e perdurò tutta la vita, condusse Madre Teresa a un’unione ancora più profonda con Dio. Attraverso l’oscurità partecipò misticamente alla sete di Gesù, al suo desiderio, doloroso e ardente, di amore, e condivise la desolazione interiore dei poveri".

Di quel suo buio interiore durato mezzo secolo – proprio mentre tutto il
mondo ammirava la sua raggiante cristiana letizia – Madre Teresa diede conto soltanto ai suoi direttori spirituali, ingiungendo di distruggere poi le sue lettere: cosa che essi non fecero.

L’oscurità della fede contraddistingue tante altre vite di santi, anche grandissimi. Ma c’è sempre qualcosa di peculiare in ciascuno. Anche in Madre Teresa.

Nel commento che segue, un autore d’eccezione prova a tratteggiare la peculiarità di Madre Teresa, proprio in rapporto ai suoi dubbi di fede. È padre Raniero Cantalamessa, francescano, storico delle origini del cristianesimo e predicatore ufficiale della casa pontificia.

Il commento è uscito su "Avvenire" di domenica 26 agosto, nel pieno della discussione seguita all’annuncio del libro.

In esso, padre Cantalamessa sostiene una tesi ardita: identifica in Madre Teresa l’ideale compagna di viaggio e di mensa dei tanti
"atei in buona fede" che popolano il mondo d’oggi. I più amati da Gesù che sulla croce sperimentò più di tutti l’abbandono di Dio.

Madre Teresa, "la notte" accettata come un dono

di Raniero Cantalamessa

Cosa successe dopo che Madre Teresa disse il suo sì all’ispirazione divina che la chiamava a lasciare tutto per mettersi a servizio dei più poveri dei poveri?

Il mondo ha conosciuto bene ciò che avvenne intorno a lei – l’arrivo delle prime compagne, l’approvazione ecclesiastica, il vertiginoso sviluppo delle sue attività caritative – ma fino alla sua morte nessuno ha conosciuto ciò che avvenne dentro di lei.

Lo rivelano i diari personali e le lettere al suo direttore spirituale, ora pubblicati dal postulatore della causa per la canonizzazione. Non credo che i curatori, prima di decidersi a darli alle stampe,
abbiano dovuto superare la paura che tali scritti possano suscitare sconcerto o addirittura scandalizzare i lettori. Lungi da diminuire la statura di Madre Teresa, essi infatti la ingigantiscono, ponendola a fianco dei più grandi mistici del cristianesimo.

"Con l’inizio della sua nuova vita a servizio dei poveri – scrive il gesuita Joseph Neuner che le fu vicino – una opprimente oscurità venne su di lei". Bastano alcuni brevi stralci per darci un’idea della densità delle tenebre in cui si venne a trovare: "C’è tanta contraddizione nella mia anima, un profondo anelito a Dio, così profondo da far male, una sofferenza continua – e con ciò il sentimento di non essere voluta da Dio, respinta, vuota, senza fede, senza amore, senza zelo… Il cielo non significa niente per me, mi appare un luogo vuoto".

Non è difficile riconoscere subito in questa esperienza di Madre Teresa un
caso classico di quello che gli studiosi di mistica, dopo san Giovanni della Croce, sono soliti chiamare la notte oscura dello spirito.

Taulero fa una descrizione impressionante di questo stato: "Allora veniamo abbandonati in tal modo da non aver più nessuna conoscenza di Dio e cadiamo in tale angoscia da non sapere più se siamo mai stati sulla via giusta, né più sappiamo se Dio esiste o no, o se noi stessi siamo vivi o morti. Cosicché su di noi cade un dolore così strano che ci pare che tutto quanto il mondo nella sua estensione ci opprima. Non abbiamo più nessuna esperienza né conoscenza di Dio, ma anche tutto il resto ci appare ripugnante, sicché ci pare di essere prigionieri tra due mura".

Tutto lascia pensare che questa oscurità accompagnò Madre Teresa fino alla morte, con una breve parentesi nel 1958, durante la quale poté scrivere giubilante: "Oggi la mia anima è
ricolma di amore, di gioia indicibile e di una ininterrotta unione d’amore". Se a partire da un certo momento non ne parla quasi più, non è perché la notte è finita, ma perché ella si è ormai adattata a vivere in essa. Non solo l’ha accettata, ma riconosce la grazia straordinaria che racchiude per lei. "Ho cominciato ad amare la mia oscurità, perché credo ora che essa è una parte, una piccolissima parte, dell’oscurità e della sofferenza in cui Gesù visse sulla terra".

Il silenzio di Madre Teresa

Il fiore più profumato della notte di Madre Teresa è il suo silenzio su di essa. Aveva paura, parlandone, di attirare l’attenzione su di sé. Anche le persone a lei più vicine non hanno sospettato nulla, fino alla fine, di questo interiore tormento della Madre. Su suo ordine, il direttore spirituale dovette distruggere tutte le sue lettere e se alcune se ne sono salvate è perché
egli, con il permesso di lei, ne aveva fatto una copia per l’arcivescovo e futuro cardinale Trevor Lawrence Picachy, tra le cui carte furono trovate dopo morte. L’arcivescovo, per nostra fortuna, si era rifiutato di accondiscendere alla richiesta di distruggerle, fatta anche a lui dalla Madre.

Il pericolo più insidioso per l’anima nella notte oscura dello spirito è di accorgersi che si tratta, appunto, della notte oscura, di quello che grandi mistici hanno vissuto prima di lei e quindi di far parte di una cerchia di anime elette. Con la grazia di Dio, Madre Teresa ha evitato questo rischio, nascondendo a tutti il suo tormento sotto un perenne sorriso. "Tutto il tempo a sorridere, dicono di me le sorelle e la gente. Pensano che il mio intimo sia ricolmo di fede, fiducia e amore… Se solo sapessero e come il mio essere gioiosa non è che un manto con cui copro vuoto e miseria!". Un
detto dei Padri del deserto dice: "Per quanto grandi siano le tue pene, la tua vittoria su di esse sta nel silenzio". Madre Teresa lo ha messo in pratica in maniera eroica.

Non solo purificazione

Ma perché questo strano fenomeno di una notte dello spirito che dura praticamente tutta la vita? Qui c’è qualcosa di nuovo rispetto a quello che hanno vissuto e spiegato i maestri del passato, compreso san Giovanni della Croce. Questa notte oscura non si spiega con la sola idea tradizionale della purificazione passiva, la cosiddetta via purgativa, che prepara alla via illuminativa e a quella unitiva. Madre Teresa era convinta che si trattasse proprio di questo nel caso suo; pensava che il suo "io" fosse particolarmente duro da vincere, se Dio era costretto a tenerla così a lungo in quello stato.

Ma non era certo questo. La interminabile notte di alcuni santi moderni è il
mezzo di protezione inventato da Dio per i santi di oggi che vivono e operano costantemente sotto i riflettori dei media. È la tuta d’amianto per chi deve andare tra le fiamme; è l’isolante che impedisce alla corrente elettrica di disperdersi, provocando corti circuii.

San Paolo diceva: "Perché non montassi in superbia per la grandezza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne" (2 Corinti 12,7). La spina nella carne che era il silenzio di Dio si è rivelata efficacissima per Madre Teresa: l’ha preservata da ogni ebbrezza, in mezzo al gran parlare che il mondo faceva di lei, perfino al momento di ritirare il premio Nobel per la pace. "Il dolore interiore che sento – diceva – è talmente grande che non provo nulla per tutta la pubblicità e il parlare della gente". Quanto è lontano dal vero Christopher Hitchens quando nel suo saggio velenoso "Dio non è grande. La
religione avvelena ogni cosa" fa di Madre Teresa un prodotto dell’era mediatica!

C’è una ragione ancora più profonda che spiega queste notti che si prolungano per tutta una vita: l’imitazione di Cristo, la partecipazione all’oscura notte dello spirito che avvolse Gesù nel Getsemani e in cui morì sul Calvario, gridando: "Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?". Madre Teresa è giunta a vedere sempre più chiaramente la sua prova come una risposta al desiderio di condividere il grido "Ho sete" di Gesù sulla croce: "Se la pena e la sofferenza, la mia oscurità e separazione da te ti da una goccia di consolazione, mio Gesù, fa di me ciò che vuoi… Imprimi nella mia anima e nella vita la sofferenza del tuo cuore… Voglio saziare la tua sete con ogni singola goccia di sangue che puoi trovare in me. Non ti preoccupare di tornare presto: sono pronta ad aspettarti per tutta l’eternità".

Sarebbe grave errore pensare che la vita di queste persone sia tutta tetra sofferenza. Nel fondo dell’anima, queste persone godono di una pace e una gioia sconosciute al resto degli uomini, derivanti dalla certezza, più forte in esse del dubbio, di essere nella volontà di Dio. Santa Caterina da Genova paragona la sofferenza delle anime in questo stato a quella del Purgatorio e dice che essa "è così grande, che solo è paragonabile a quella dell’Inferno", ma che c’è in esse una "grandissima contentezza" che sola si può paragonare a quella dei santi in Paradiso. La gioia e la serenità che emanava dal volto di Madre Teresa non era una maschera, ma il riflesso dell’unione profonda con Dio in cui viveva la sua anima. Era lei che si "ingannava" sul suo conto, non la gente.

A fianco degli atei

Il mondo d’oggi conosce una nuova categoria di persone: gli atei in buona fede,
coloro che vivono dolorosamente la situazione del silenzio di Dio, che non credono in Dio ma non si fanno un vanto di ciò; sperimentano piuttosto l’angoscia esistenziale e la mancanza di senso del tutto; vivono anch’essi, a loro modo, in una notte oscura dello spirito. Nel suo romanzo "La peste" Albert Camus li chiamava "i santi senza Dio". I mistici esistono soprattutto per essi; sono loro compagni di viaggio e di mensa. Come Gesù, essi "si sono assisi alla mensa dei peccatori e hanno mangiato con loro" (cf. Luca 15,2).

Questo spiega la passione con cui certi atei, una volta convertiti, si sono buttati sugli scritti dei mistici: Claudel, Bernanos, i due Maritain, L. Bloy, lo scrittore J.–K. Huysmans e tanti altri sugli scritti di Angela da Foligno; T.S. Eliot su quelli di Giuliana di Norwich. Vi ritrovavano lo stesso paesaggio che avevano lasciato, ma questa volta illuminato dal
sole. Pochi sanno che l’autore di "Aspettando Godot", Samuel Beckett, nel tempo libero leggeva san Giovanni della Croce.

La parola "ateo" può avere un senso attivo e un senso passivo. Può indicare uno che rifiuta Dio, ma anche uno che – almeno così gli sembra – è rifiutato da Dio. Nel primo caso, si tratta di un ateismo di colpa (quando non è in buona fede), nel secondo di un ateismo di pena, o di espiazione. In quest’ultimo senso possiamo dire che i mistici, nella notte dello spirito, sono degli a-tei, dei senza Dio e che anche Gesú, sulla croce, era un a-teo, un senza Dio.

Madre Teresa ha parole che nessuno avrebbe sospettato in lei: "Dicono che la pena eterna che soffrono le anime nell’Inferno è la perdita di Dio… Nella mia anima io sperimento proprio questa terribile pena del danno, di Dio che non mi vuole, di Dio che non è Dio, di Dio che in realtà non esiste. Gesù,
ti prego perdona la mia bestemmia". Ma si rende conto della natura diversa, di solidarietà e di espiazione, di questo suo a-teismo: "Voglio vivere in questo mondo così lontano da Dio e che ha voltato le spalle alla luce di Gesù, per aiutare la gente, prendendo su di me qualcosa della loro sofferenza". Il rivelatore più chiaro che si tratta di un ateismo di ben altra natura è la sofferenza indicibile che esso provoca nei mistici. Gli atei comuni non si tormentano in questo modo per il loro ateismo!

I mistici sono giunti a un passo dal mondo dove vivono i senza Dio; hanno sperimentato la vertigine di buttarsi giù. È ancora Madre Teresa che scrive al suo padre spirituale: "Sono stata sul punto di dire No… Mi sento come se qualcosa un giorno o l’altro dovesse spezzarsi in me". "Prega per me, che io non rifiuti Dio in quest’ora. Non lo voglio ma temo di poterlo farlo".

Per
questo i mistici sono gli ideali evangelizzatori nel mondo postmoderno, dove si vive "etsi Deus non daretur", come se Dio non esistesse. Ricordano agli atei onesti che non sono "lontani dal regno di Dio"; che basterebbe loro spiccare un salto per ritrovarsi dalla sponda dei mistici, passando dal nulla al tutto.

Aveva ragione Karl Rahner di dire: "Il cristianesimo del futuro, o sarà mistico, o non sarà". Padre Pio e Madre Teresa sono la risposta a questo segno dei tempi. Non dobbiamo sprecare i santi, riducendoli a distributori di grazie, o di buoni esempi.


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Passando vide un uomo

Pubblicato: 21 settembre 2007 in Senza categoria

Nel Vangelo odierno Matteo stesso racconta la propria chiamata da parte di Gesù. San Gerolamo osservava che soltanto lui, nel suo Vangelo, indica se stesso con il proprio nome: Matteo; gli altri evangelisti, raccontando lo stesso episodio, lo chiamano Levi, il suo secondo nome, probabilmente meno conosciuto, quasi per velare il suo nome di pubblicano. Matteo invece insiste in senso contrario: si riconosce come un pubblicano chiamato da Gesù, uno di quei pubblicani poco onesti e disprezzati come collaboratori dei Romani occupanti. I pubblicani, i peccatori chiamati da Gesù fanno scandalo.  Matteo presenta se stesso come un pubblicano perdonato e chiamato, e così ci fa capire in che cosa consiste la vocazione di Apostolo. E prima di tutto
riconoscimento della misericordia del Signore. Negli scritti dei Padri della Chiesa si parla sovente degli Apostoli come dei "principi"; Matteo non si presenta come un principe, ma come un peccatore perdonato. Ed è qui ripeto il fondamento dell’apostolato: aver ricevuto la misericordia del Signore, aver capito la propria povertà e pochezza, averla accettata come il "luogo" in cui si effonde l’immensa misericordia di Dio

 

Gesù passando vide un uomo chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: "Seguimi". Ed egli si alzò e lo seguì.

 

Come vivere questa Parola?

Matteo era un esattore delle tasse, un mestiere mal visto dai suoi concittadini. Gesù, mentre sta camminando, lo vede e, invece di passare oltre guardandolo con disprezzo come tutti facevano, si accosta a lui e lo chiama. Nessun uomo, qualunque sia la sua condizione, fosse anche malfamata come quella di Matteo, è estraneo all’attenzione, all’amore e alla chiamata di Gesù. Quel che conta non è la propria condizione sociale, ma l’accoglienza del Vangelo nel proprio cuore. Matteo l’accolse e iniziò a seguire Gesù. E fu, come sempre, un inizio festoso: organizzò subito un pranzo con Gesù invitando anche i suoi amici pubblicani e peccatori. Uno strano convito che prefigurava però quella gioiosa festa che è il banchetto della vita e che Gesù stesso è venuto a preparare: comunione
fraterna vera, sincera e profonda tra gli uomini. Da quel momento Matteo non siede più per raccogliere le tasse, diviene discepolo e chiama i peccatori per far festa con lui attorno a Gesù. Il mondo non comprende quanto sta accadendo, ma è proprio questa la novità del Vangelo: tutti possono essere toccati nel cuore e cambiare vita, soprattutto i peccatori. E Gesù lo chiarisce: "Non hanno bisogno del medico i sani, ma i malati". Infatti sta scritto: "Misericordia voglio e non sacrificio".

Converti il mio cuore a te, Gesù, che io cerchi te, mi percepisca amato da te e ami tutti in te.

 

La voce di un consacrato, uomo spirituale

La Chiesa è a servizio dell’uomo e l’uomo che avvicina la Chiesa dev’essere non soltanto accostato alla vita di Cristo, ma deve ricevere una vita più abbondante. Non una vita accartocciata, appassita, inibita, ma una vita piena, la vita dei figli di Dio, quella che Dio stesso ha sognato per noi.


Hai sempre tutte le risposte? Sfida gli amici su Messenger con Duel Live!
(postato da Serry Brown la mitica educatrice)
 
ciao amici…
eccomi di ritorno.. vi sono mancata ehhh!!! in questi giorni nessuno che vi
intasava la posta con continue pps …acccidenti!!…dovevo programmare un invio
automatico…

Cavolo che settimana fantastica!!! sono senza parole!!! ..anzi ne ho tantissime
nel cuore e nella mente…(come se solitamente fossi una silenziosa ehhh!!!)
..no no, non preoccupatevi, non vi invornirò con il mio troppo parlare…però
alcune cose ve le devo proprio dire..
..non posso tacere su quant’è stato particolare questo campo con i ragazzi della
parrocchia.. essere completamente isolati dal mondo.. senza saperlo, senza
volerlo…come succedeva solo qualche anno fa.. quando ancora non esistevano i
cellulari.. non c’era campo..nessuna possibilità di comunicare attraverso
apparecchiature.. niente messaggi, niente telefonate.. nessun suono che
interrompe una bella conversazione od un momento di silenzio.. nessuna “ansia”
d’attesa d’una risposta legata ad un bip…ma parlare, e parlare veramente con le
persone… incontrarle, conoscerle, scoprirle, e stupirsi di come è facile
volersi bene e volerselo veramente..in poco tempo, semplicemente, condividendo
il quotidiano e mettendo in comune tutto il possibile, cercando di far star
bene, o al meglio, chi ti è accanto, per scoprire che tutto ti è restituito come
doppio, triplo, quadruplo…provare per un po’, a non pensare solo a se, ma
prima agli altri.. beh..non c’è che dire.. non abbiam fatto gran che.. ma
abbiamo vissuto.. abbiamo assaporato il gusto dello stare insieme, dal camminare
sotto la neve infreddoliti come non mai a settembre..per poi stupirsi dello
splendido paesaggio luccicante al seguente raggio di sole che scioglie quella
poca neve che cadendo aveva pure avuto il coraggio di posarsi… al fermarsi
incantati nel celebrare messa in un campo, come altare l’insieme dei nostri
zaini accatastati, con il tramonto che si riflette sulle rocce a noi di fronte..
dal giocare divertiti, all’aiutare chi è in difficoltà durante la camminata, ed
anche condividere la propria cioccolata quando ti andava a
manetta…dall’interrogarci sulle scelte di vita, del proprio futuro, di come
spesso strade si dividono e ci portano in direzioni mai pensate, che ogni nostro
no, non è necessariamente del male, ma può essere una possibilità mancata di
fare del bene, e di riceverne altrettanto.. che è importante scegliere, e
scegliere bene… e che non è necessario provare ogni esperienza fagocitando tutto
velocemente..ma è bello fermarsi ed assaporare ogni attimo della vita.. ogni
singolo attimo racchiude in se meraviglie inaspettate.. ed allora fermati, e se
non riesci a farlo da solo, lascia che qualcuno ti accompagni in questo.. se non
sei in grado di accorgerti della meraviglia della tua vita, lascia che qualcuno
te lo dica.. alle volte le cose più belle sono davanti ai nostri occhi, ma ci
dimentichiamo di aprirli.. ed allora prova ad ascoltare…ascolta chi ti dice:
“guarda che meraviglia, apri gli occhi alla vita”

Si…di campi con la parrocchia ne ho fatti tanti, ma questo è stato davvero uno
di quelli che ricorderò nel tempo.. 76 adolescenti che son stati in grado,
ognuno con le proprie diversità, paure, incertezze, domande, aspettative,
stranezze, capacità, creatività, vivacità, speranze, ansie, desideri, sogni,
ideali, preoccupazioni, considerazioni, timori, lacrime, sorrisi, abbracci,
riflessioni, baci, carezze, parole, gesti, attenzioni…a parlare con me, di me, a
me ed alla mia vita..Gesù, attraverso loro, m’ha detto per l’ennesima volta non
avere paura, fidati ed affidati, spera, attendi ma continua a camminare…
grazie.. grazie di cuore Signore di questo bel dono… e, come tenere nascosto o
segreto una cosa tanto preziosa.. ecco che ora l’ho in piccola parte raccontata
a voi…
penso sempre che…

“SE LE GIOIE CONDIVISE SI MOLTIPLICANO I DOLORI SI DIMEZZANO”

Scusate se son stata un po’ lunghina… se vi ho fatto perdere tempo scusate
ancora..
..non è una catena e non succede niente.. quindi tranquilli…potete anche
cestinarla.. :-)))
Ora vi saluto con un sorriso sul viso ed uno sul cuore e vi auguro una
buonissima giornata..
Sere.


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Frase del giorno

Pubblicato: 19 settembre 2007 in Senza categoria
 
Il tuo Dio è tutto ovunque:
se tu non cadrai lontano da lui,
mai egli tramonterà lontano da te

Sant’Agostino Ev. tr. 34, 6


Sai cosa è successo oggi?

Brachetto Scout

Pubblicato: 18 settembre 2007 in Senza categoria

Duc in altum

Pubblicato: 18 settembre 2007 in Senza categoria

I cristiani ripopolano l’Arabia, quattordici secoli dopo Maometto

Negli Emirati Arabi Uniti potrebbero essere presto la maggioranza della popolazione. E anche in Arabia Saudita sono sempre più numerosi. Chi sono. Da dove vengono. Come vivono. Un reportage da Dubai e Abu Dhabi

di Sandro Magister

ROMA, 31 agosto 2007 – Tre mesi fa giusti, il 31 maggio, la Santa Sede ha allacciato le relazioni diplomatiche e ha scambiato gli ambasciatori con gli Emirati Arabi Uniti.

Pochi l’hanno notato, ma gli Emirati Arabi Uniti sono il paese islamico con la più alta presenza di cristiani.

Ed è una presenza nuova e in crescita. Tutto l’opposto di quanto avviene in altre regioni del Medio Oriente come l’Iraq, il Libano, la Terra Santa, dove comunità cristiane di antichissime origini addirittura rischiano di scomparire.

Gli Emirati Arabi Uniti sono una federazione di sette emirati: Abu Dhabi, Ajman, Dubai, Al-Fujayrah, Ras al-Khaimah, Sharjah e Umm al-Qaiwain, situati lungo la costa centro-orientale
della penisola arabica. La capitale è Abu Dhabi. La religione ufficiale è l’islam, cui appartiene la quasi totalità dei cittadini.

Ma molto più numerosi dei cittadini sono gli immigrati. Su oltre 4 milioni di abitanti, gli stranieri sono oggi più del 70 per cento, provenienti da altri paesi arabi, dal Pakistan, dall’India, dal Bangladesh, dalle Filippine.

Di questi lavoratori stranieri, più della metà sono cristiani. Tirate le somme, negli Emirati Arabi Uniti i cristiani sono più del 35 per cento della popolazione. I cattolici sfiorano il milione. E non solo lì. Anche in Arabia Saudita si stima che i cattolici provenienti dalle Filippine siano già attorno al milione.

Ma chi sono e come vivono questi cristiani in terra d’Arabia? Qual è il volto di questa Chiesa giovane e in crescita? Quali sono i suoi margini di libertà?

Il reportage che segue risponde a
queste domande. È uscito domenica 19 agosto sul quotidiano della conferenza episcopale italiana, "Avvenire":

La Chiesa sommersa degli Emirati Arabi Uniti

di Fabio Proverbio

È pomeriggio e in compagnia di Santos e Lea attraverso in auto la frenetica Dubai. Intorno a me voluminosi Suv che a fatica avanzano nel congestionato traffico urbano, lussuosi e modernissimi edifici, immensi cantieri edili animati da eserciti di operai: la conferma che ci troviamo in una delle città più all’avanguardia e in fermento del pianeta.

Siamo diretti verso un luogo d’asilo messo a disposizione dalla diplomazia delle Filippine per ospitare e proteggere le giovani immigrate in fuga dai propri datori di lavoro.

Arrivato destinazione, in un elegante palazzo, incontro un centinaio di ragazze impegnate a compensare lo stato di naturale
disordine generato dall’affollamento (vedi foto). Strette le une alle altre, intonano canti e preghiere, scambiandosi abbracci di reciproca consolazione. Osservo le lacrime che nessuna ragazza riesce a trattenere e cerco inutilmente di dare una ragione a tanta tristezza. Capirò al termine della preghiera, quando Santos e Lea mi raccontano le drammatiche esperienze vissute da queste giovani immigrate.

Sono storie quasi inverosimili, come quella di Beng che, stanca di essere tenuta rinchiusa nella casa dove prestava servizio e di sopportare molestie da parte dei membri della famiglia, ha tentato una disperata fuga, conclusasi con una rovinosa caduta e la rottura di un braccio. Soccorsa e condotta in ospedale da alcuni passanti, la ragazza è stata successivamente arrestata con l’accusa di tentato suicidio. L’intervento della diplomazia filippina ha finalmente rimesso in libertà
l’immigrata che oggi, in questo luogo protetto, attende gli sviluppi del processo. Non miglior sorte è toccata alla domestica che ha prestato servizio dopo di lei presso la stessa famiglia: un nuovo tentativo di fuga col medesimo epilogo.

Santos e Lea fanno parte della Legione di Maria, il movimento cattolico divenuto qui il punto di riferimento per molte immigrate filippine che, in questa comunità, trovano non solo solidarietà, ma anche la necessaria assistenza legale per potersi affrancare da condizioni di lavoro spesso non corrispondenti a quelle definite nel contratto d’ingaggio.

Dopo aver salutato le giovani immigrate, che nel frattempo avevano almeno in apparenza riacquistato un principio di serenità e quello spirito gioviale che caratterizza il popolo filippino, parto per Abu Dhabi.

È domenica, ma in un paese musulmano come gli Emirati Arabi Uniti è un
giorno qualsiasi. Eppure nella chiesa cattolica di San Giuseppe ad Abu Dhabi, nel tardo pomeriggio assisto a uno straordinario andirivieni di fedeli, appartenenti a gruppi etnici diversi, che qui vengono per poter partecipare alla messa celebrata nella propria lingua nazionale. Sono indiani, per lo più del Kerala o del Tamil Nadu, filippini, libanesi, iracheni o cristiani provenienti da altri paesi mediorientali, ma anche europei e americani.

Il venerdì, giorno festivo nei paesi musulmani, l’afflusso di fedeli è ancora più copioso, tanto che la chiesa non riesce a contenerli tutti. Molti devono seguire la celebrazione fuori, sul sagrato antistante, dove, in occasione di festività particolari come Natale o Pasqua, vengono allestiti degli schermi giganti per permettere a tutti la partecipazione. Tuttavia, come tiene a precisare monsignor Paul Hinder, vescovo del vicariato
apostolico d’Arabia, coloro che frequentano regolarmente la parrocchia sono solo una piccola percentuale, il 15-18 per cento, della popolazione cattolica della capitale e dei dintorni.

* * *
I cristiani presenti negli Emirati Arabi Uniti rappresentano circa il 35 per cento della popolazione, per un totale di fedeli superiore al milione, in maggioranza cattolici.

Sono tutti lavoratori immigrati, molti dei quali, abitando in zone periferiche mal collegate alle città, non possono frequentare regolarmente i luoghi ufficiali di culto. È questo il caso di migliaia d’indiani occupati nei cantieri edili di Dubai ed alloggiati nel più grande villaggio-dormitorio dell’Asia che, secondo stime non ufficiali, ospiterebbe una popolazione di circa trecentomila operai. Oppure degli immigrati che lavorano nell’industria petrolifera, dislocati in lontani villaggi-oasi nel deserto.

Altro caso è quello delle domestiche filippine che, per mancanza di tempo libero o di denaro per il trasporto, restano vincolate al luogo dove lavorano. Di conseguenza, la
preghiera organizzata in piccoli gruppi di fedeli, omogenei per lingua e provenienza, raccolti in ambienti privati – appartamenti, dormitori, rimesse – diviene un aspetto molto importante e diffuso dell’espressione religiosa delle comunità cattoliche. Si tratta di un momento di incontro necessario, ma rischioso per le regole imposte dalle autorità locali, che consentono la libertà di culto solo in ambiti ufficialmente riconosciuti come gli edifici parrocchiali presenti sul territorio. In questo contesto, i gruppi carismatici originari dell’India o delle Filippine assumono un ruolo importante nell’attivare iniziative a sostegno dell’immigrato che vive nelle condizioni più difficili. Spesso non si limitano ad iniziative religiose ma intervengono anche con servizi pratici d’assistenza, come nel caso della Legione di Maria.

Il fenomeno dell’immigrazione negli Emirati Arabi è
relativamente recente ed è legato alla fortuna petrolifera della regione. Quando negli anni Cinquanta e Sessanta gli introiti petroliferi hanno cominciato a portare prosperità e progresso, lo sviluppo del paese ha reso necessario l’impiego di manodopera proveniente dall’estero, specializzata e non.

Oggi gli Emirati stanno subendo un processo di modernizzazione che non ha eguali nel mondo. I petroldollari vengono reinvestiti in strutture ed infrastrutture all’avanguardia, la borsa di Dubai sta assumendo importanza mondiale e il porto è tra i più frequentati del globo. Isole artificiali a forma di palma, piste da sci nel deserto, hotel dalle forme più improbabili e tutta una serie di costruzioni eccentriche – come la non ancora ultimata torre Burj Dubai, che dovrebbe essere l’edificio più alto al mondo – sono solo alcuni esempi delle "meraviglie" con cui gli emiri locali si sono
proposti di sbalordire il mondo e di attirare gli investitori stranieri, che qui trovano favorevoli condizioni di investimento e un costo del lavoro bassissimo.

Gli immigrati rappresentano il 90 per cento dei quasi due milioni di lavoratori presenti negli Emirati, percentuale che raggiungere il 100 per cento per la manodopera a basso costo. Di fatto, agli arabi locali il concetto di povertà o è sconosciuto – per i più giovani – o è un ricordo sbiadito di tempi lontani. La mancanza di spinte alla realizzazione professionale ed economica – già garantite alla nascita – sta addirittura demotivando la futura classe dirigente del paese, con il rischio di renderla inadeguata ad affrontare le sfide imposte dalla globalizzazione.

Il termine stesso di "immigrato" è troppo generico per definire la realtà di chi oggi lavora per cambiare il volto del Golfo. Il vero statuto di questi
lavoratori, anche di quelli che vivono ormai da parecchi anni negli Emirati, è quello di "espatriati", ovvero di persone la cui presenza nel paese è unicamente legata al possesso di un regolare contratto di lavoro, ma che mai potranno diventare residenti o acquistare case e terreni sul posto. Il loro destino è legato alle decisioni dei datori di lavoro, che spesso tengono in ostaggio il loro passaporto per timore di fughe o atti di insubordinazione. Gli ambiti di utilizzo di questa manodopera sono quelli legati all’industria petrolifera e, più recentemente, al settore edile e all’aiuto domestico.

Questi sono i nuovi poveri di Dubai e dintorni. Il loro salario mensile difficilmente supera i 150 euro, lavorano mediamente 10-12 ore al giorno, sei giorni su sette, a temperature che possono arrivare a 50 gradi centigradi. Vivono in sobborghi-dormitorio grandi quanto città, ma
totalmente privi di servizi. Simili ad enormi caserme, questi villaggi sono popolati da uomini soli, per i quali la famiglia è un ricordo lontano, da raggiungere periodicamente con un vaglia postale che consentirà, ai più fortunati, di mandare a scuola i figli o di pagare i debiti di una famiglia troppo povera. Il miglior destino delle reclute di questo esercito di manovali è di poter spendere la propria vita professionale nei cantieri del Golfo con brevi visite ai propri cari ogni due-tre anni.

Parlare di povertà in un paese in rapidissima crescita economica – e che punta a diventare, per l’ambizione dei suoi governanti, uno dei poli più importanti dell’arte contemporanea, con l’apertura di musei e spazi espositivi – sembra un paradosso. Anzi, è una realtà particolarmente difficile da comprendere ed accettare per l’osservatore esterno, proprio a motivo dell’esagerata opulenza
con cui si trova a convivere.

Ma anche questi aspetti vanno considerati per cercare di comprendere la realtà degli Emirati oggi: una terra di grandi contrasti, dove la tradizione si scontra con la modernità in una fusione unica, sorprendente e drammaticamente contraddittoria, di Oriente e Occidente.


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