Archivio per luglio, 2008

UN PARAGONE ARDITO

Tourniquet

 

Artista: Evanescence
Titolo: Tourniquet
Titolo Tradotto: Laccio Emostatico

Ho provato ad uccidere il dolore
ma ne ho solo attirato dell’altro
giaccio morente
e sto versando rimorsi e tradimenti rosso sangue
sto morendo, pregando, sanguinando e urlando
sono troppo persa per essere salvata?
sono troppo persa?

il mio Dio, il mio laccio emostatico
restituiscimi la salvezza
il mio Dio, il mio laccio emostatico
restituiscimi la salvezza

ti ricordi di me?
perduta per così a lungo
sarai dall’altra parte
o ti scorderai di me?
sto morendo, pregando, sanguinando e urlando
sono troppo persa per essere salvata?
sono troppo persa?

il mio Dio, il mio laccio emostatico
restituiscimi la salvezza
il mio Dio, il mio laccio emostatico
restituiscimi la salvezza

Voglio morire

il mio Dio, il mio laccio emostatico
restituiscimi la salvezza
il mio Dio, il mio laccio emostatico
restituiscimi la salvezza………………….

 
 
Tratta da Fallen, l’album che ha lanciato gli Evanescence, questo testo vive di un paragone ardito, ma interessante. Dio è paragonato al laccio emostatico, vista così sembra quasi una bestemmia……….ma se leghiamo questa affermazione alla prima parte del testo, ci accorgiamo che "Amy lee" scrive: sono troppo persa per essere salvata?
E’ un canto di disperazione di una persona che prova ed ha provato tanto dolore, è disperata……penso : si è infilata nel mondo delle siringhe………..Allora il laccio emostatico è la salvezza poichè evita l’emorragia……. Certo avrebbe potuto trovare altri paragoni per descrivere la Salvezza che viene da Dio, ma in fondo in alcune situazioni Dio è proprio come il laccio se non ci fosse saremmo morti!! Quante volte seppur vivi siamo come morti che camminano, poichè privi di prospettive ed obbiettivi che rendono viva la nostra esistenza?
Nonostante il tema difficile, è cmq un tentativo interssante.


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29/7 Santa Marta

Dal Vangelo del giorno

+ Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta,
lo accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella, di nome Maria, la
quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; Marta invece
era tutta presa dai molti servizi.  Pertanto, fattasi avanti, disse:
“Signore, non ti curi che mia sorella
mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti”.  Ma Gesù le
rispose: “Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte
cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno. Maria si è scelta la
parte migliore, che non le sarà tolta”.


Marta e Maria, le due sorelle, sono
l’emblema del doppio polmone della vita cristiana: preghiera e azione.
Una preghiera non può che diventare azione, come il samaritano, e
l’azione prende linfa e senso della preghiera. Non possono esistere
l’una senza l’altra, non c’è discepolato autentico senza entrambi. Il
discepolo cerca nella preghiera, nella preghiera silenziosa e costante,
quotidiana e autentica, l’incontro col Rabbì Gesù. Certo, se per noi
preghiera equivale a lista della spesa, a cose da chiedere, se si
esaurisce in un battere cassa, abbiamo poche possibilità di gioire
della preghiera. Ma se preghiera è – invece – imparare ad ascoltare il
silenzioso mormorio di Dio in noi, è tutt’altra faccenda. Di quanta
preghiera manca il nostro tempo! Di quanto silenzio! E l’azione, il
riconoscere il volto di Cristo nel fratello sofferente. Una fede che
non esce dalle chiese, che si ferma ai tre quarti d’ora di messa
domenicale, che non cambia i rapporti in ufficio o col vicino di casa,
che non insegna a leggere la vita e cambiarla alla luce del Vangelo, è
e resta fede sterile.
Marta e Maria, quindi, come indicazione essenziale dell’essere cristiano, del diventare discepoli.

Istruzioni per l'(ill)uso

Pubblicato: 23 luglio 2008 in Quelli della IIIa A

Gemelli Diversi in “Boom” – 2008

 

Istruzioni per l'(ill)uso

 

Il 51% delle famiglie italiane

possiede tre o più televisori,

un adolescente su due passa almeno

tre ore al giorno davanti alla TV.

La sua coscienza viene bombardata quotidianamente da programmi

che propongono falsi miti

e inducono a facili illusioni.

Se avessi in mano il telecomando

di tuo figlio tu cosa faresti?

Cosa ci fai davanti a quello schermo,

fuori c’è un inferno e tu rimani fermo

te ne pentirai non perdere tempo

usa il tuo talento al 100%…

So che cerchi come sfogarti

ed avvicinarti a chi è come te

ma che tu sogni amanti diamanti

tanti contanti un posto al privé.

Ehy ehy se sei un artista

è ora che tu capisca

il punto non è mettersi in mostra

ma la libertà di pensare

gridare il tuo punto di vista

in questa società

che non ha morale…

vuoi lasciare un segno nel mondo

cercare te stesso scavare

più a fondo…

ma va… con la spiritualità che ci si fa

è un conto a 7 zeri

che fa la felicità. Oh…

Vuoi la tua opportunità?

Il tuo giorno da leone

vuoi la vita di una star?

E una folla che grida il tuo nome…

fai attenzione all’assuefazione

che dà la spazzatura

che vedi in televisione.

No signore ha ragione l’autore

nessuna discussione segui il copione,

fissa la tecnica su come si recita

una rissa frenetica a buona domenica

siediti e medita chiediti cosa meriti

o vuoi finire sull’isola dei patetici?

Oh, mio Dio, nooo…

Se tra una bugia e una verità

non sai decidere

vivere nella normalità

sembra impossibile

se la coscienza non ti aiuta

devi scegliere vendi l’anima

o salvi la tua integrità.

Quanti buoni consigli che ignorerai,

rincorrendo il tuo scopo,

quanti cattivi esempi

adeguati ai tempi

scherza col fuoco,

ma la strada più corta

a volte ti porta

dove non vuoi e poi…

 

“Il
51% delle famiglie italiane possiede tre o più televisori / un
adolescente su due passa almeno tre ore al giorno davanti alla TV…”:

la famiglia vive in un contesto comunicativo molto diverso rispetto a
30 anni fa. La Tv, con gli altri mezzi di comunicazione, ha preso il
sopravvento sulle agenzie “educative”  tradizionali (famiglia, scuola,
parrocchia), catalizzando l’attenzione e gli interessi di piccoli e
grandi. È innegabile l’importanza della TV in quanto diffonde notizie,
cultura e favorisce una maggiore condivisione di ciò che succede nel
“villaggio” globale, ma non sono pochi i rischi di un uso esagerato di
TV e nuovi media che, con programmi di scarsa qualità, influiscono
negativamente sulla formazione delle giovani generazioni, creando
spesso atteggiamenti di dipendenza. Inoltre, se da un lato i media
portano il mondo in casa, dall’altro ci spingono ad isolarci e a
ridurre le occasioni di comunicazione in famiglia e fuori, col rischio
di relazioni più povere e di una fuga dalla realtà.

 “Se avessi in mano il telecomando di tuo figlio tu cosa faresti”:
la famiglia, soggetto educativo, è chiamata a dare risposte, a fare
scelte concrete per educare i figli alla capacità critica, offrendo gli
strumenti per un uso intelligente dei media perché imparino a
distinguere finzione e realtà, la qualità dalla volgarità e banalità. È
importante il confronto, il dialogo per mediare i messaggi televisivi,
ma spesso i ragazzi sono lasciati soli. In casa ormai i televisori sono
più di uno e la TV è sottofondo fisso dei pasti che non sono più un
momento di incontro e confronto familiare. Allo sviluppo tecnologico
deve corrispondere quello culturale, etico, educativo. In molte
famiglie manca proprio questo! Famiglia e scuola devono assumere pian
piano questo ruolo di responsabilità, lavorando insieme.

 “la sua coscienza viene bombardata quotidianamente da programmi che propongono falsi miti e inducono a facili illusioni”: qual
è il pericolo? Soprattutto che l’adolescente possa essere condizionato
e spinto ad  atteggiamenti emulativi. La TV può modificare i
comportamenti se non c’è la famiglia vigile accanto, se la scuola non
insegna il giusto “metodo” di lettura dei vari messaggi. La famiglia
dovrebbe adottare “strategie” per arginare gli effetti negativi
che la TV ha sui giovani fruitori. Per esempio: scegliere con i ragazzi
i programmi, regolare il consumo televisivo, educarli al gusto
privilegiando la qualità alla quantità (“fai attenzione all’assuefazione che dà la spazzatura che vedi in televisione”), non lasciarli a lungo da soli davanti alla TV, dialogare e stimolare il senso critico, offrire alternative…

 “non perdere tempo usa il tuo talento al 100 %”: un’altra sfida oggi è educare alla creatività. Educare significa “condurre fuori”, aiutare i giovani a scoprire e tirar fuori le loro potenzialità, passando dalla dipendenza alla creatività personale.

 “la libertà di pensare gridare il tuo punto di vista”:
abbattere il muro dell’omologazione che appiattisce tutto e avere il
coraggio di essere diverso, di andare controcorrente, è un’altra sfida
educativa per famiglia e scuola.

 “vuoi lasciare un segno nel mondo cercare te stesso scavare più a fondo… siediti e medita chiediti cosa meriti”:
davanti alla cultura della dipendenza e dell’apparire veicolata dalla
TV è necessario sviluppare una cultura dell’essere, che aiuti i ragazzi
a coltivarsi dentro, puntando più sull’interiorità che sull’esteriorità
per costruire su basi solide il loro futuro.

 

 

 

Per riflettere

* Quanto tempo al giorno dedichi alla TV?

* Che tipo di programmi segui? Quali sono i criteri con cui li scegli?

* Sai essere critico di fronte a programmi scadenti o a modelli negativi proposti come miti dalla TV?

* In che misura coltivi la tua creatività e non ti adegui alle mode?

* Sai fare scelte che ti aiutano a crescere nella tua interiorità?

 

Guarda il video

http://video.music.yahoo.com/up/music/music/?rn=1307667&vid=44921463&stationId=&curl=http%3A%2F%2Fit.music.yahoo.com%2Far-12023776—Gemelli-Diversi

“Giovani, andate controcorrente!”

Pubblicato: 22 luglio 2008 in Ad gentes

Omelia del Vescovo per la GMG 2008  

 

domenica 20 luglio 2008

La capitale del “divertimentificio” starebbe diventando l’epicentro del “deprimentificio”: questa la sorte della nostra città, secondo un quotidiano locale di qualche giorno fa, in base alla escalation della vendita degli anti-depressivi, in sensibile aumento tra i giovani. Il fenomeno viene spiegato con il fatto che Rimini è “una città in cui bisogna apparire e, dovendo apparire, si genera una corsa ad un’apparenza che va sostenuta con il look, l’immagine e quant’altro”. È così: l’ansia di avere-potere-piacere genera un accanimento del desiderio che, a forza di volere sempre di più, si ritorce fatalmente in insoddisfazione e frustrazione, le tetre anticamere della depressione.

Depressione: la chiamano il male oscuro, il tunnel dell’anima, l’epidemia del Terzo Millennio. Gli esperti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità affermano che nel 2020 diventerà la seconda causa di disabilità nel mondo, esattamente come le malattie cardiovascolari. Intanto in Italia ne è colpita una persona su quattro; negli USA otto ragazzi su cento, al punto che si parla di Teen Depression. Anche da noi sono soprattutto i giovani a soffrire di depressione, dicono sociologi e psicologi che li hanno in cura. Mentre invece sarebbe proprio la generazione giovane a dover portare il fresco sorriso della vita in una società invecchiata troppo in fretta e avvitata su se stessa. Perché? quali pestiferi bacilli intossicano la vita delle nuove generazioni?

Ma non vi ho convocato qui per invitarvi a riflettere direttamente su queste domande. Ne ricavo semplicemente l’input per chiedermi con voi: qual è il contributo più valido che voi giovani credenti potete dare a questa nostra società obesa e depressa? Anticipo la risposta: è la forza imbattibile della vostra gioia.

1. Partiamo da s. Paolo. Nella lettera ai Romani scrive: “Lo Spirito di Cristo viene in aiuto alla nostra debolezza”. E il Papa, in occasione di questa XXIII GMG, ci ha rilanciato l’ultima promessa del Risorto ai discepoli. “Avrete forza dallo Spirito Santo”.

Debolezza-forza: tra questi due estremi scorre tutta intera la più piccola e la più grande di tutte le storie: la storia di Gesù di Nazaret. Riandiamo all’inizio della sua vicenda pubblica. Appena ricevuto lo Spirito Santo nel battesimo al Giordano, Gesù si reca nel deserto dove è sottoposto all’incantesimo ammaliante di Satana. Il Tentatore gli prospetta un messianismo trionfalistico, fatto di prosperità terrena (trasformare le pietre in pane), un messianismo di audience guadagnata al prezzo stracciato di miracoli strabilianti (come lanciarsi dall’alto del tempio, in caduta libera, senza rete di protezione) fino a conquistare il dominio politico di tutte le nazioni. Ma Gesù ha detto di no alla facile abbondanza materiale, all’ambigua popolarità, all’ambizione del potere temporale, e ha detto di sì all’umile servizio, al dono di sé, alla croce.

Come ha fatto Gesù a resistere al miraggio seducente dei miti correnti e ricorrenti del benessere, del dominio, del successo? La risposta è chiara: grazie alla forza dello Spirito Santo, che aveva appena ricevuto nel battesimo. Ma non solo il prologo nel deserto della Giudea: è tutta l’attività pubblica di Gesù ad essere animata e movimentata – dovremmo dire “dinamizzata” – dalla dynamis (= forza, potenza) dello Spirito Santo. L’evangelista Luca salda così l’episodio delle tentazioni nel deserto con i felici inizi della predicazione in Galilea: “Gesù ritornò in Galilea con la forza dello Spirito Santo” (Lc 4,14). E da allora in avanti tutto il cammino del giovane Messia ha avuto “per compagno inseparabile lo Spirito Santo” (s. Ireneo).

 

2. Cari giovani, anche voi dovete lottare contro la subdola seduzione dei miti scintillanti che oggi stregano il cuore di molti.

Il primo è il mito dell’edonismo, della esaltazione del libero godimento individuale, del piacere sempre e comunque, che svincola la sessualità da ogni norma morale oggettiva, riducendola spesso a gioco e consumo, e indulgendo con la complicità dei mezzi di comunicazione sociale a una sorta di idolatria dell’istinto. La rivoluzione sessuale aveva promesso di renderci più felici, più realizzati, più vivi. Ma questa felicità dov’è andata a finire? Di fatto si è verificata una scissione tra corporeità e affettività: il partner è diventato un semplice strumento del proprio appagamento momentaneo; la sessualità si è trasformata in tecnica. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: gravidanze in età sempre più acerba; rapporti di coppia sempre più brevi e irresponsabili; donne frustrate dall’impossibilità di esprimere la propria emotività; uomini che scorrazzano in un mondo che non gli chiede mai di diventare adulti. È questo che si voleva ottenere con la proclamata libertà sessuale? Il sesso “mordi e fuggi”? Questa non è cultura di amore e di vita; è la cultura del nulla: è cultura di morte. È l’aria ammorbante di una società, che s. Paolo definirebbe “senza cuore” (cfr Rm 1,31).

 

Una seconda sfida è rappresentata dal mito dell’immagine. È una vera e propria sindrome della “vetrinite”: apparire per non morire. Si tratta di una patologia che fa strage tra gli adulti, ma anche tra i giovani. Ecco un sintomo attendibile: al primo incontro con una persona, se ne fa una “radiografia” istantanea in base alle griffes della borsa, della cinta o delle scarpe da tennis. Così, invece di essere malvisti, non si viene proprio visti, perché alla fine si è tutti uguali.

Ma non è triste ripetere le scelte della massa? Una quindicenne rispondeva tranciante: “I cantanti, i calciatori, le attrici, la gente che sta in TV, loro sì esistono veramente e fanno quello che vogliono. Ma tutti gli altri non sono niente e non saranno mai niente. Io l’ho capito fin da quando ero piccola così. La nostra vita sarà inutile. Mi fanno ridere le mie amiche che discutono se nella loro comitiva è meglio il ragazzo moro o quell’altro biondo. Non cambia niente, sono due nullità identiche. Noi possiamo solo comprarci dei jeans uguali a quelli degli altri, non abbiamo nessuna speranza di distinguerci. Noi siamo la massa informe”. Capite, amici: questa è la sottocultura televisiva, ma non è solo colpa della TV. Nelle parole disperate e stroncanti della ragazzina c’è l’eco del filosofo Nietszche: l’uomo o è un super-uomo o è un nulla. C’è l’eco anche di un altro pensatore, Sartre: l’uomo è ciò che fa, e dunque se non fa nulla di grande e di grandioso, non vale niente.

La generazione delle nipotine di nonni educati al risparmio, dei figli dei padri cresciuti nel boom economico, sembra destinata dall’industria dei consumi a rimanere sola davanti alla musica malandrina di sirene che puntano solo a spolparli, e appare condannata a non pretendere dagli adulti nient’altro che mantenimento – abbigliamento – divertimento. Chi aiuterà i nostri giovanissimi a non lasciarsi inghiottire dalle sabbie mobili del nichilismo, di questa assenza di sogni e di ideali?

 

Il terzo è il mito dello sballo. Anche questo è diventato uno status symbol: se al sabato sera non ti fai sette, otto drinks e superalcolici, se non ti rimbambisci con musica assordante che ti isola dagli altri che stanno a dieci centimetri dalla tua pelle, se non prolunghi l’uscita serale fino alla colazione del giorno dopo, allora vieni etichettato come quello che non sa divertirsi. Per non parlare della disinvoltura con cui si fa uso di droghe, dai “fumi” in su. Uno sballo, che rende spietatamente più soli e più tristi.

Questo è il massimo di libertà che vi viene concesso da una società che si struttura attorno alla violenza, al denaro, al cinismo, alla brutalità: la libertà di eccitare a dismisura i desideri, di accelerare i tempi fino alla frenesia, di cancellare ogni pazienza, e di esaltare sempre e comunque una trasgressione senza scopi e senza scrupoli. Domanda: cos’è la libertà? è la possibilità di deprimersi nell’autonullificazione o è la capacità di esprimersi nel dono di sé? Meno di un mese fa, il Papa nell’udienza generale del mercoledì si chiedeva: qual è il massimo della libertà: è il dire “no” o il “dire “sì”? e rispondeva:

 

“Solo nel ‘sì’ l’uomo diventa realmente se stesso; sono nella grande apertura del ‘sì’, nella unificazione della sua volontà con la volontà divina, l’uomo diventa immensamente aperto, diventa ‘divino’. Essere come Dio era il desiderio di Adamo, cioè essere completamente libero. Ma non è divino, non è completamente libero l’uomo che si chiude in se stesso; lo è uscendo da sé, è nel sì che diventa libero” (25 giugno 2008).

 

Certo, se la libertà è questa “capacità del sì”, nessun uomo nel cammino della vita può mai andare… in automatico!

 

3. Cari ragazzi e ragazze, mi sono dilungato a descrivere una situazione in corso, che voi conoscete meglio di me, ma l’ho fatto apposta per ricavarne una domanda inevitabile, anche se retorica: ma è vita questa? E allora chi vi darà la forza per ribellarvi, per andare controcorrente, per vincere le seduzioni del Maligno? Il papa ci riconsegna oggi la promessa di Gesù risorto: “Avrete forza dallo Spirito Santo”. Ci domandiamo: ma in che modo lo Spirito Santo ci dona la sua forza per superare la nostra debolezza? Ecco la risposta: facendoci rivivere “gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù”.

Sì, è con la forza dello Spirito Santo che “Cristo non cercò di piacere a se stesso” (Rm 15,3); si donò a noi “mentre eravamo ancora peccatori” (Rm 5,6); “da ricco che era, si è fatto povero per noi” (2Cor 8,9); “pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo la condizione di servo, diventando simile agli uomini; umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce” (Fil 2,6ss). Se nel battesimo ci viene donato lo stesso Spirito di Cristo e nella cresima questo dono ci viene confermato, allora possiamo stare sereni: è lo stesso Spirito di Cristo che ci fa vivere con la forza di Cristo e secondo il suo stile.

 

La tradizione monastica riassumerà questa vita di Cristo secondo lo Spirito in tre parole “povertà-castità-obbedienza”. Queste parole non valgono solo per frati e suore, sono nel DNA di ogni cristiano. È interessante notare che esse sono state riprese dalla regola di base di molte comunità terapeutiche per il recupero dei tossicodipendenti. Ma se funziona per il recupero, non può funzionare anche per la prevenzione? In positivo, vorrei mostrare come la povertà sia la risposta alla sfida che viene dal mito dell’immagine; la castità al mito del piacere; l’obbedienza a quello della trasgressione e dello sballo. Però mi manca il tempo, ma forse più che tanti ragionamenti, basterebbe citare alcuni nomi di una litania di santi che, a dirli tutti, dovremmo stare qui fino a domani mattina. Permettetemi almeno di nominare Francesco e Chiara d’Assisi; Teresa di Gesù Bambino e madre Teresa di Calcutta; Alberto Marvelli e Sandra Sabattini; Giovanni Paolo II e come non citare lui, il nostro Don Oreste Benzi?

Guardando i loro volti, si vede in modo accecante che povertà, castità e obbedienza sono le corsie preferenziali per la vera felicità. È proprio così: non è vero che la povertà faccia godere di meno; piuttosto fa godere di più perché ti distacca dalla frenesia e dall’ingordigia incontentabile, che vuole sempre di più, come la bestia dantesca “che mai non empie la bramosa voglia / e dopo il pasto ha più fame che pria”. Non è vero che la castità faccia amare di meno, semmai ti fa amare di più, perché sana in radice la tua voglia malsana di possedere l’altro e di trattarlo secondo l’imperativo consumista: “usa e getta”. Non è vero che l’obbedienza ti rende più dipendente, ti rende anzi più libero, perché ti fa raggiungere la libertà più vera e più alta: non quella del tuo io dagli altri, ma quella dal tuo io per gli altri.

 

Carissimi giovani, non abbiate paura dello Spirito Santo! È lui la forza che vi fa dire come s. Paolo: “Quando sono debole, è allora che sono forte” (2Cor 12,25). Senza lo Spirito di Cristo, Dio diventa irreperibile; Cristo si riduce a un mito; il vangelo rimane un libro cellofanato; la Chiesa diventa una babele; la comunione una noiosa burocrazia; la missione una faticosa, inutile propaganda; la liturgia una nostalgica rievocazione; la preghiera uno sconsolato soliloquio. Ma in Lui e con Lui, Dio si rende palpabile; Cristo viene e si fa presente; la Chiesa è una pentecoste permanente…

E tu diventi sempre più tu, mano a mano che diventi copia conforme dell’originale più bello, Cristo Signore, il più bello tra i figli dell’uomo.

E noi non siamo più una somma di individui o un aggregato informe, ma diventiamo il suo Corpo vivente nella storia.

Non ci resta allora che pregare:

 

“Vieni, Spirito Santo!

Vieni con la tua forza in aiuto alla nostra debolezza.

Donaci la tua luce per credere che la nostra piccola esistenza,

nonostante tutto, fa parte di un progetto d’amore più grande.

Vieni, Spirito Santo!

Nella Chiesa, corpo di Cristo, tu ci raduni nell’unità.

Donaci il tuo amore per renderci costruttori di comunione e di fraternità,

per sanare il cuore amaro del mondo

con le opere della nonviolenza, della solidarietà, del perdono.

Vieni, Spirito Santo!

Nella fede liberaci dalla preoccupazione di pensare soltanto a noi stessi,

nella speranza rendici forti per non lasciarci paralizzare dalla paura di non riuscire,

nel tuo amore facci diventare umili e forti per amare.

Vieni, Spirito Santo!

Aiutaci tu a vivere la vita come vocazione, in dialogo con te.

Donaci un cuore grande per accogliere anche le vocazioni più impegnative.

Vieni, Spirito Santo!

Regalaci la certezza che il domani è già cominciato oggi,

con la fedeltà al vangelo di Gesù, nelle piccole e grandi scelte quotidiane.

Vieni, Spirito Santo!”.

 

+Francesco Lambiasi

 

NUMB (intorpidito)

Pubblicato: 19 luglio 2008 in Quelli della IIIa A

Dedicato a tutti quelli che non riescono ad uscire dalla rete di desideri

che altri hanno proiettati su di loro.

bel testo………ed anche discreta musica ….guarda il video su questo intervento

    

    Artista: Linkin Park

    Titolo: Numb

    Titolo Tradotto: Intorpidito

    Mi sono stancato di essere ciò che desideri io sia

    Sentendomi così sleale, perso sotto la superficie

    Non so cosa ti aspetti da me

    mi tieni sotto pressione per assomigliarti

    (Intrappolato nella risacca, esattamente intrappolato nella risacca)

    ogni passo che faccio è un altro errore per te

    (Intrappolati nella risacca, noi siamo esattamente intrappolati nella risacca)

    Sono diventato così intorpidito

    Non riesco più a sentirti lì

    Diventato così stanco

    Così tanto più consapevole

    di quel che che sto diventando

    Tutto quello che desidero fare

    è essere più come me

    e meno come te

    Non vedi che mi stai soffocando

    Tenendomi troppo stretto, per la paura di perdere il controllo

    Perchè quello che hai pensato io potessi essere

    E’ crollato esattamente di fronte a te

    (Intrappolati nella risacca, noi siamo esattamente intrappolati nella risacca)

    ogni passo che faccio è un altro errore per te

    (Intrappolati nella risacca, noi siamo esattamente intrappolati nella risacca)

    E ogni secondo che spreco è più di quelli che mi posso permettere

    Sono diventato così intorpidito

    Non riesco più a sentirti lì

    Diventato così stanco

    Così tanto più consapevole

    di quel che che sto diventando

    Tutto quello che desidero fare

    è essere più come me

    e meno come te

    E so che potrebbe darsi che anche io fallisca

    ma so che tu eri esattamente come me

    Con qualcuno deluso da te

    Sono diventato così intorpidito

    Non riesco più a sentirti lì

    Diventato così stanco

    Così tanto più consapevole

    di quel che che sto diventando

    Tutto quello che desidero fare

    è essere più come me

    e meno come te

    Sono diventato così intorpidito

    Non riesco più a sentirti lì

    Mi sono stancato di essere ciò che desideri io sia

    Sono diventato così intorpidito

    Non riesco più a sentirti lì

    Mi sono stancato di essere ciò che desideri io sia


I genitori di oggi si trovano a riflettere e a pensare alle scelte che i loro figli dovranno intraprendere. Pensano, spesso con eccessiva preoccupazione, ai loro studi, alla loro professione, al loro posto nella vita e al loro futuro nell’amore. A volte sognano successo, ricchezza, prestigio, proiettando sui figli i loro desideri irrealizzati. Altre volte desiderano semplicemente una crescita serena, che sia senza eccessi, senza intemperanze, né smarrimenti. Alcuni si preoccupano della loro fede e di una seria educazione cristiana; altri la ritengono una questione di minor valore. In questa ricerca continua sul futuro dei figli, ogni papà e ogni mamma devono sempre avere un grande rispetto, una grande attenzione e una vera libertà da ogni attaccamento ai propri schemi: i figli non sono la loro copia o il loro specchio. Sono persone, persone libere e autonome. Pensate, cari genitori, che non c’è niente di più bello di quanto Dio ha immaginato e predisposto per i vostri figli. Introdurre alla vita e alla fede significa insegnare ai bambini che la vita è un dono prezioso e una singolare vocazione. Voi avete la grande responsabilità di parlare ai vostri figli del mistero della vocazione, del fatto che Dio ha un progetto su di loro: non devono ostacolarlo, né devono temere, perché il desiderio di Dio su una persona è il suo bene più grande.

 

Dalla Parola di oggi

Pubblicato: 18 luglio 2008 in Ad gentes
+ Dal Vangelo secondo Matteo


In quel tempo, Gesù passò tra le messi in giorno di sabato, e i suoi
discepoli ebbero fame e cominciarono a cogliere spighe e le mangiavano. 
Ciò vedendo, i farisei gli dissero: “Ecco, i tuoi discepoli stanno facendo quello che non è lecito fare in giorno di sabato”. Ed egli rispose: “Non avete letto quello che fece Davide quando ebbe
fame insieme ai suoi compagni? Come entrò nella casa di Dio e
mangiarono i pani dell’offerta, che non era lecito mangiare né a lui né
ai suoi compagni, ma solo ai sacerdoti? O non avete letto nella Legge
che nei giorni di sabato i sacerdoti nel tempio infrangono il sabato e
tuttavia sono senza colpa? Ora io vi dico che qui c’è qualcosa più
grande del tempio. Se aveste compreso che cosa significhi: Misericordia
io voglio e non sacrificio, non avreste condannato persone senza colpa.
Perché il Figlio dell’uomo è signore del sabato”


Noi comprendiamo male
la legislazione del sabato del tempo di Gesù. Bisogna studiare assai il
suo contesto prima di capirla. Ma ciò che ci si impone, è la sovranità
con la quale Gesù si oppone a tutte le prescrizioni, dando come vero
criterio la misericordia. È insensato vietare a un affamato di mangiare, qualsiasi siano gli argomenti addotti. Ed è altrettanto
insensato sacrificarsi per amore del sacrificio. Incriminare le persone
che trasgrediscono la legge senza conoscere i loro motivi non ha senso.
La vita ha troppe sfaccettature per chiuderla in paragrafi. Siamo dei libertini? No, finché l’istinto della fame non si trasforma
in egoismo brutale. Se il nostro cuore rimane tenero nei confronti
delle persone che ci vivono vicino, Dio non ci rifiuterà la tenerezza
del suo cuore: egli non ama che siamo sotto tutela. E quando i figli
hanno fame, forse che i genitori pensano per prima cosa a discutere
questo o quello?

Oggi, nella mia pausa contemplativa, sosterò a
dilatare il mio cuore nell’identità di un Dio che non è statico, fermo
a decisioni irrevocabili. Lo vedrò rispondere al pianto di Ezechia che,
nella prima lettura, chiede a Dio che gli sia prolungata la vita;
soprattutto "dimorerò" in quella parola che sento rivolta a me: "Voglio
misericordia e non sacrificio". Che è come dire: fa’ che trionfi sempre
in te l’amore, che l’amore sia la molla di tutto il tuo pensare e agire.

Gli ostacoli del cuore

Pubblicato: 12 luglio 2008 in Musica

Elisa  in "Soundtrack ’96-’06" –  2006

 

 

 

 

 

 

 

Gli ostacoli del cuore

C’è un principio di magia
fra gli ostacoli del cuore
mi si attacca volentieri
fra una sera che non muore
e una notte da scartare
come un pacco di Natale.
C’è un principio d’ironia
nel tenere coccolati
i pensieri più segreti
e trovarli già svelati
e a parlare ero io
sono io che li ho prestati.
Quante cose che non sai di me
quante cose

che non puoi sapere
quante cose da portare
nel viaggio insieme.
C’è un principio di allegria
fra gli ostacoli del cuore
che mi voglio meritare
anche mentre guardo il mare
mentre lascio naufragare
un ridicolo pensiero…
Quante cose che non sai di me
quante cose devi meritare
quante cose da buttare
nel viaggio insieme.
C’è un principio di energia
che mi spinge a dondolare
fra il mio dire ed il mio fare
e sentire fa rumore
fa rumore camminare
fra gli ostacoli del cuore…
Quante cose che non sai di me
quante cose

che non vuoi sapere
quante cose da buttare
nel viaggio insieme
.

 

“Gli ostacoli del cuore”: sono le difficoltà di comunicazione che si incontrano normalmente in un rapporto di coppia. Il tempo che ci è regalato per vivere insieme è “una notte da scartare come un pacco di Natale”. È illusorio pretendere di conoscere in modo definitivo la persona che ci vive accanto. Ogni giorno, ogni istante possiamo togliere solo uno strato, un velo che ci separa dalla conoscenza dell’altro. Possiamo quasi dire che l’altro è come una scatola cinese, non è mai quello che appare subito! Il tempo del vivere assieme (un breve tratto di cammino o una vita intera) è la continua possibilità del nostro svelarci all’altro e viceversa. È un movimento di reciprocità che fa sì che due persone crescano nella conoscenza di sé: stando con l’altro non solo mi arricchisco dei suoi doni, ma imparo anche a conoscere meglio me stesso. L’altro mi svela a me stesso. Solo prendendo coscienza di quello che sono posso donarmi pienamente, diventando con l’altro una sola cosa. L’unità nella coppia si realizza quanto più cresce la comunicazione e si impara a condividere “i pensieri più segreti”, le convinzioni profonde, gli ideali e i sogni più veri che abitano il cuore. “Liberare la comunicazione” nella coppia, allora, è la strada per crescere nell’armonia e nella comunione.
“Quante cose che non sai di me quante cose che non puoi sapere”: la bellezza dello stare insieme sta proprio nella consapevolezza che si rimane sempre un mistero l’uno per l’altro, che nell’altro c’è sempre una novità, un aspetto inedito da scoprire. Non si può pretendere di sapere tutto e
subito di chi ci vive accanto, perché non è un oggetto ma una persona. Classificare l’altro e racchiuderlo in qualche definizione è ridurlo a una cosa. Il mistero dell’uomo, invece, è qualcosa di grande, perché è il riflesso del mistero di Dio, essendo egli fatto a Sua immagine e somiglianza. È il fascino del mistero che spinge ad aprirsi l’uno all’altra. La vita di coppia è un percorso fondato sulla fiducia reciproca e sul dialogo sincero. Fiducia e dialogo sono la base per costruire un rapporto duraturo e aprirsi alla comunicazione. Se non mi fido e non mi apro al dialogo rifiuto di mettermi in gioco, perché comunicare è un po’ rischiare, mettere a nudo una parte di se stessi.
“quante cose devi meritare”: la comunicazione è una conquista reciproca e cresce sulla stima e sul rispetto. Costruirla ogni giorno, con fatica e pazienza, è l’impegno di ognuno. Coerenza e trasparenza sono garanzia di credibilità ed eliminano ogni ostacolo nella comunicazione. In questo senso comunicare è attuare una continua conversione. Più si è sinceri e più si cresce.
“quante cose da buttare nel viaggio insieme”: vivere insieme è anche essere capaci di eliminare quegli ostacoli che rallentano o impediscono la comunicazione: l’arroganza, l’impazienza, la superficialità, l’incapacità di perdonare, certe vedute troppo limitate… Il cammino di coppia chiede una continua “potatura”. Amare l’altro/a significa anche rinunciare a una parte di sé, correggere i propri difetti che altrimenti costituirebbero un intralcio.
“quante cose che non vuoi sapere”: quando la comunicazione si ferma a un livello superficiale non si fa nessun passo verso un rapporto maturo. Le coppie più felici e stabili sono quelle capaci di comunicare a un livello profondo, di condividere, oltre ai beni materiali, anche la ricchezza interiore, i valori che danno senso alla vita. Nella nostra cultura l’agnosticismo (il rifiuto del conoscere) e l’edonismo (la ricerca esasperata del piacere) hanno minato alle radici non solo l’esperienza di fede ma anche le relazioni di coppia. Una cultura impregnata così tanto di consumismo e materialismo ha ridotto l’uomo ad oggetto, a merce da comprare, a un prodotto “usa e getta”.
Il messaggio della canzone è chiaro: è importante recuperare il dialogo e la comunicazione nel rapporto di coppia, rimuovendo quegli ostacoli che ne impediscono la crescita. Il segreto per riuscirci è fidarsi l’uno dell’altra, diventare credibili e veri, senza pretendere di conoscere tutto e subito dell’altro. Conoscersi è un cammino che ha bisogno di tempo e che avviene nella libertà di fronte al mistero che l’altro/a è.

 

 

 

Per riflettere

* Quali sono gli ostacoli che normalmente ti impediscono di comunicare con gli altri?
* Quali sono per te le condizioni per una vera comunicazione?
* Nelle relazioni comunichi a livello profondo o solo superficiale?
* Per te l’altro/a è un mistero da scoprire continuamente o una realtà da classificare e definire una volta per tutte?

 

 

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