Archivio per maggio, 2011

VISITAZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA

Vangelo del giorno  Lc 1,39-56

In quei giorni, Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda.
Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo.
Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».
Allora Maria disse:
«L’anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente
e Santo è il suo nome;
di generazione in generazione la sua misericordia
per quelli che lo temono.
Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia,
come aveva detto ai nostri padri,
per Abramo e la sua discendenza, per sempre».
Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.

Dopo l’annunciazione dell’angelo, Maria si mette in cammino verso la montagna, con sollecitudine. Per Gesù è il primo viaggio missionario compiuto per mezzo della madre, che anticipa l’azione evangelizzatrice della comunità cristiana. Prende qui l’avvio il grande andare, che riempie tutto il vangelo di Luca e gli Atti degli apostoli. La parola di Dio va dal cielo alla terra, da Nazaret a Gerusalemme, da Gerusalemme in Giudea e fino ai confini della terra; va senza esitazioni, sempre in fretta.

Nel saluto di Maria, che porta Gesù nel grembo, Elisabetta e Giovanni incontrano il Salvatore. L’arrivo di Maria in casa di Elisabetta suscita grande sorpresa e Elisabetta esprime la propria meraviglia con le parole pronunciate da Davide al sopraggiungere dell’Arca dell’Alleanza: “Come potrà venire da me l’arca del Signore?” (2Sam 6,9).

Nella casa di Zaccaria si realizza ciò che avverrà a Gerusalemme dopo la risurrezione del Signore. “Negli ultimi giorni, dice il Signore, io effonderò il mio Spirito sopra ogni persona; i vostri figli e le vostre figlie profeteranno” (At 2,17-21; Gl 3,1-5). La storia dell’infanzia della Chiesa sarà la ripetizione e la continuazione dell’infanzia di Gesù.

Elisabetta, “piena di Spirito Santo” (v.41), conosce il segreto di Maria, e la proclama: “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo” (v.42). Dio ha benedetto Maria con la pienezza di tutte le benedizioni che sono in Cristo (cfr Ef 1,3).

Maria viene considerata come l’arca dell’Alleanza del Nuovo Testamento: nel suo grembo porta il Santo, la rivelazione di Dio, la fonte di ogni benedizione, la causa prima della gioia della salvezza, il centro del nuovo culto.

Il saluto di Maria provoca l’esultanza di Giovanni Battista. Il tempo della salvezza è il tempo della gioia.

Il cantico di lode di Elisabetta finisce con le parole che esaltano Maria: “Beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore” (v.45). Maria è diventata la madre di Gesù perché ha obbedito alla parola di Dio. E quando una donna del popolo, rivolgendosi a Gesù, la proclamerà beata: “Beato il grembo che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte!”, Gesù preciserà e completerà l’espressione di lode, dicendo: “Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!” (Lc 11,27-28).

Con un atto di fede comincia la storia della salvezza d’Israele; Abramo parte per un paese sconosciuto con la moglie sterile, solo, perché Dio lo chiama e gli promette una discendenza benedetta (Gen 12). Con un atto di fede comincia la storia della salvezza del mondo; Maria crede alla parola del Signore: vergine, diventa la madre di Dio.

La prima beatitudine del vangelo di Luca è l’esaltazione della fede di Maria. La fede è la virtù che ha accompagnato Maria nel suo cammino e l’ha radicata profondamente nel progetto di salvezza di Dio.

Questo cantico è molto vicino a quello che intonerà Gesù quando, esultando nello Spirito Santo, scoprirà che la benevolenza del Padre si rivela ai piccoli (Lc 10,21-22). Maria esalta l’opera di salvezza che Dio sta realizzando tra gli uomini.

Questo inno si sviluppa come un mosaico di citazioni e di allusioni bibliche, che trova un parallelo nel cantico di Anna (1Sam 2,1-10), considerato generalmente come la sua fonte principale sia dal punto di vista della situazione che della tematica e della formulazione. Qualche esegeta suggerisce di leggere questo cantico di Maria sullo sfondo della grande liberazione dell’Esodo e in particolare del celebre Cantico del mare (Es 15,1-18.21).

Maria canta la grandezza di Dio. Riconosce che Dio è Dio. La conseguenza della scoperta di Dio grande nell’amore è l’esultanza dello spirito. La scoperta dell’amore immenso di Dio per noi vince la paura. Chi conosce il vero Dio, gioisce della sua stessa gioia.

Il motivo del dono di Dio a Maria non è il suo merito, ma il suo demerito, la sua umiltà (da humus=terra, parola da cui deriva anche “uomo”). Maria è il nulla assoluto, che solo è in grado di ricevere il Tutto.

Dio è amore. L’amore è dono. Il dono è tale solo nella misura in cui non è meritato. Dio quindi è accolto in noi come amore e dono solo nella misura della coscienza del nostro demerito, della nostra lontananza, della nostra piccolezza e umiltà oggettive. Maria è il primo essere umano che riconosce il proprio nulla e la propria distanza infinita da Dio in modo pieno e assoluto. Il merito fondamentale di Maria è la coscienza del proprio demerito: ella riconosce la propria infinita nullità.

Per questo, giustamente, la Chiesa proclama Maria esentata dal peccato originale, che consiste nella menzogna antica che impedisce all’uomo questa umiltà fiduciosa, che dovrebbe essere tipica della creatura (cfr Sal 131).

L’umiltà di Maria non è quella virtù che porta ad abbassarsi. La sua non è virtù, ma la verità essenziale di ogni creatura, che lei riconosce e accetta: il proprio nulla, il proprio essere terra-terra. Tutte le generazioni gioiranno con lei della sua stessa gioia di Dio, perché in lei l’abisso di tutta l’umanità è stato colmato di luce e si è rivelato come capacità di concepire Dio, il Dono dei doni.

Dio è amore onnipotente. Lo ha mostrato donando totalmente se stesso. Il suo nome (la sua persona) è conosciuto e glorificato tra gli uomini perché Dio stesso santifica il suo nome rivelandosi e donandosi al povero.

Maria sintetizza in una sola parola tutti gli attributi di colui che ha già chiamato Signore, Dio, Salvatore, Potente, Santo: il nome di Dio è Misericordia. Dio è amore che non può non amare. E’ misericordia che non può non sentire tenerezza verso la miseria delle sue creature. San Clemente di Alessandria afferma che “per la sua misteriosa divinità Dio è Padre. Ma la tenerezza che ha per noi lo fa diventare Madre. Amando, il Padre diventa femminile” (Dal Quis dives salvetur, 37,2).

Maria descrive la storia biblica della salvezza in sette azioni di Dio. La descrizione con i verbi al passato significa quello che Dio ha già fatto nell’Antico Testamento, ma anche quello che ha compiuto nel Nuovo, perché il Cantico, composto dalla comunità cristiana, canta l’operato di Dio alla luce della risurrezione di Cristo già avvenuta.

A proposito di questa rivoluzione operata da Dio, che rovescia i potenti dai troni e manda a mani vuote i ricchi, notiamo che anche questa è un’opera grandiosa e commovente della misericordia di Dio: quando il potente cade nella polvere e il sazio prova l’indigenza, essi sono posti nella condizione per essere rialzati e saziati da Dio. Nell’esperienza del vuoto e nel crollo degli idoli, l’uomo si trova nella condizione migliore per cercare Dio.

In Maria è presente Dio fatto uomo. In lui si realizzano le promesse di Dio. E’ per la fede in Cristo che si è discendenza di Abramo (Lc 3, 8). Il compimento della promessa fatta da Dio ad Abramo è definitivo: “In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra” (Gen 12,3).

Santa Lunedì 30 Maggio 2011

Pubblicato: 30 maggio 2011 in Cultura


S. GIOVANNA d’Arco, Vergine (detta la «Pulsella d’Orleans»)

 Per saperne di più sui Santi del giorno…


Santa Giovanna d’Arco

Vergine

(detta la “Pulsella d’Orleans”)

Giovanna, al secolo Jeanne d’Arc, nacque a Domremy, nella Lorena in Francia, il 6 gennaio del 1412 da Jacques e Isabelle. Lo straordinario nella sua vita fino a tredici anni fu l’assoluta normalità. I suoi compaesani nelle testimonianze ripeteranno fino alla monotonia che Jannette era una come le altre. Le sue occupazioni erano le solite, molto banali e ordinarie: aiutava il padre nella campagna all’aratro, qualche volta governava gli animali nei campi, faceva tutti i lavori femminili comuni. La sua istruzione religiosa le venne dalla madre. Lei stessa affermò: “Mia madre mi ha insegnato il Pater Noster, l’Ave Maria, il Credo. Nessun altro, all’infuori di mia madre mi ha insegnato la mia fede”. Anche questo nella norma.

Giovanna è un’eroina nella storia francese (“Non c’è storia più francese della sua”- aveva scritto il card. Etchegaray), vittima della politica imperialista degli inglesi. Ha scritto ancora il card. Etchegaray: “Se è vero che Giovanna d’Arco è santa non è certo perché ha salvato la Francia, né tantomeno perché è salita sul rogo, che la Chiesa non ha mai riconosciuto come martirio, ma semplicemente perché tutta la sua vita sembra essere in perfetta adesione a quella che lei afferma essere la volontà di Dio. Quello che lei fa, è ciò che Dio vuole e unicamente questo”.

“Poiché era Dio ad ordinarlo” – dichiarò con forza – “anche se avessi avuto cento padri e cento madri anche se fossi stata figlia di re, sarei partita ”.

La sua vita spirituale si nutriva dei “soliti mezzi” predicati dalla Chiesa in tanti secoli: pregava, andava in chiesa per la messa alla domenica, si confessava spesso, e faceva il proprio dovere bene e volentieri, nell’amore di Dio. C’è un altro elemento speciale nella santità di Giovanna: una parolina che torna insistente nelle testimonianze delle persone che le hanno vissuto vicino per anni. È l’avverbio “libenter” cioè “volentieri”, che il cancelliere incaricato di redigere i verbali riferì spesso. Tutto quello che Giovanna faceva, dissero i compaesani, lo faceva “volentieri”: volentieri filava, volentieri cuciva, volentieri faceva gli altri lavori di casa. Non solo, volentieri si recava in chiesa a pregare, quando suonavano le campane, e trovava così conforto nella confessione e nella Eucarestia.

Così aveva commentato Regine Pernoud, storica francese medioevalista : “Con questa tanto semplice “libenter”, quella povera gente ci ha forse messo nelle mani i lineamenti più preziosi di Giovanna”. In lei si aveva quindi, nelle azioni quotidiane, il riverbero della sua fede semplice, ma che produceva la santità.

A tredici anni, dunque, raccontò ai genitori: “Spesso sento voci di santi: Michele Arcangelo, Caterina di Alessandria, Margherita di Antiochia…”. Jacques e Isabelle non ci badarono più di tanto, dando le solite e sincere esortazioni. Invece a 17 anni c’è molto di più: “Le “voci” mi comandano di liberare la Francia”. Il padre non solo non le credette ma si infuriò; Giovanna scappò di casa, passando per matta. Ma quando predisse esattamente una sconfitta francese, i nobili della zona le credettero e la condussero dal re Carlo VII, debole e incerto. Finalmente fu creduta e marciò con un esercito (sul quale si impose, e questo sì fu un vero miracolo) contro gli inglesi liberando Orleans dall’assedio in soli otto giorni.

Un evento inspiegabile dal punto di vista militare, diranno. Nel 1429 Giovanna trascinò il riluttante giovane re fino a Reims per farlo coronare re di Francia : è il massimo del prestigio “politico” di Giovanna. Ella si riconoscerà solo e sempre un umile strumento nelle mani di Dio. Così infatti risponderà ad uno dei giudici: “ Senza il comando di Dio io non saprei fare nulla… Tutto quello che ho fatto, l’ho fatto per comando di Dio. Io non faccio niente di testa mia ”. Anche questa è santità: non approfittare dei doni di Dio per la propria gloria e prestigio; Giovanna fece proprio così ma la sua parabola volgeva alla fine. Fu ferita davanti a Parigi, e poi catturata a Compiegne dai borgognoni, alleati degli inglesi, e “venduta” loro. Questi imbastirono un processo farsa con i loro amici, accademici ed ecclesiastici, fino a mandarla sul rogo con l’accusa di stregoneria. Giovanna, la grande nemica, fu sacrificata sull’altare del nascente imperialismo inglese. Ma rimase anche una pagina nera nella storia militare di questo popolo.

Ancora due piccole considerazioni. Forse il più bello elogio della santità di Giovanna lo ha fatto un borghese di Orleans: “Stando insieme a lei si provava grande gioia”.

La seconda viene dalla risposta che diede ad un giudice, quando le chiese perché Dio doveva servirsi del “suo” aiuto per vincere, visto che è Onnipotente, ella rispose: “Bisogna dare battaglia, perché Dio conceda la vittoria”.

È un pensiero profondo: la nostra fede in Dio non ci dispensa mai dal fare il nostro dovere, in termini di lavoro, di sacrificio e di rischio. Dio ha deciso di non fare tutto da solo, e questo significa un grande atto di fiducia in noi; talvolta, al costo della propria vita come per Giovanna d’Arco.

Il processo terminò con una “rozza e sleale ricapitolazione dei fatti”, in cui i giudici, accogliendo anche le istanze del vescovo, condannarono infine Giovanna d’Arco quale eretica recidiva ed il 30 maggio 1431, non ancora ventenne, venne arsa viva sul rogo nella piazza del mercato di Rouen.

Il suo comportamento fu esemplare sino alla fine: richiese che un domenicano tenesse elevata una croce ed alla morì atrocemente invocando il nome di Gesù. Le sue ceneri furono gettate nella Senna, onde evitare una venerazione popolare nei loro confronti. Un funzionario reale inglese ebbe a commentare circa l’accaduto: “Siamo perduti, abbiamo messo al rogo una santa”.

Una ventina di anni dopo, sua madre ed i due fratelli si appellarono alla Santa Sede affinché il caso di Giovanna fosse riaperto. Papa Callisto III (Alonso de Borgia, 1455-1458) nel 1456 riabilitò l’eroina francese, annullando l’iniquo verdetto del vescovo francese. Ciò costituì una premessa essenziale per giungere alla sua definitiva glorificazione terrena.

 

Giovanna venne beatificata il 18 aprile 1909 da S. Pio X (Giuseppe Melchiorre Sarto, 1903-1914) e proclamata santa il 16 maggio 1920 da Pp Benedetto XV (Giacomo della Chiesa, 1914-1922), dopo che le erano stati riconosciuti i miracoli prescritti (la guarigione di tre suore da ulcere e tumori incurabili)

Il suo culto fu particolarmente incentivato in Francia durante i momenti di particolare crisi in campo militare, sino ad essere proclamata patrona della nazione.

L’incredibile e breve vita, la passione e la drammatica morte di Giovanna d’Arco sono state raccontate innumerevoli volte in saggi, romanzi, biografie, drammi per il teatro; anche il cinema e l’opera lirica si sono occupati di questa figura. Ancora oggi è tra i santi francesi maggiormente venerati.

Santa Giovanna d’Arco è venerata anche come patrona dei martiri e dei perseguitati religiosi, delle vittime di stupro, delle volontarie del Pronto Soccorso, delle forze armate femminili e dei soldati.

 

Significato del nome Giovanni/a : “il Signore è benefico, dono del Signore” (ebraico).

Dal Vangelo del giorno

secondo Giovanni 15,26-16,4

ponte
Quando verrà il Consolatore che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza; e anche voi mi renderete testimonianza, perché siete stati con me fin dal principio. Vi ho detto queste cose perché non abbiate a scandalizzarvi. Vi scacceranno dalle sinagoghe; anzi, verrà l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio. E faranno ciò, perché non hanno conosciuto né il Padre né me. Ma io vi ho detto queste cose perché, quando giungerà la loro ora, ricordiate che ve ne ho parlato. Non ve le ho dette dal principio, perché ero con voi.

Santa Teresa Benedetta della Croce [Edith Stein] (1891-1942),

carmelitana, martire, compatrona d’Europa 
Poesia, Pentecoste 1937

« Il Consolatore che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità »

Chi sei, dolce luce ? …
Sei forse il raggio che scaturisce come il lampo 
dall’alto trono del Giudice eterno, 
penetrando come il ladro nella notte dell’anima 
che misconosceva se stessa (Lc 12, 39) ?
Misericordioso, eppure inesorabile, 
penetri fino alla sua profondità nascosta.
L’anima è spaventata da ciò che vede di se stessa 
e sta in un sacro timore 
davanti al principio di ogni sapienza 
che viene dall’alto 
e ci ancòra saldamente in alto, 
davanti al tuo operare che nuovamente ci ricrea,
Spirito Santo, raggio che nulla può fermare !

Sei forse la pienezza di spirito e di potenza 
che permette all’Agnello di sciogliere i sigilli 
del decreto eterno di Dio (Ap 5, 7) ?
Sul tuo ordine i messaggeri del giudizio 
cavalcano per il mondo e separano, 
con il taglio della spada, il Regno della luce 
dal regno della notte (Ap 6, 2).
nuovo sarà il cielo e la terra nuova (Ap 21,1) 
e tutto ritroverà il suo giusto posto, 
sotto il tuo soffio leggero : 
Santo Spirito, potenza vittoriosa !

Dal Vangelo del giorno

secondo Giovanni 14,15-21

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi.  Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».

Comunità Missionaria Villaregia (giovani)

 Anzitutto, cos’è il feed-back. E’ una specie di “prova del nove”, usata in matematica, per il controllo del risultato. Il Feed-Back è un concetto usato soprattutto nel processo comunicativo.

Due parole per richiamare il processo comunicativo: c’è un emittente A che comunica un messaggio (che passa attraverso un canale (ad esempio la voce) a un destinatario B.

Il Feed Back è il procedimento attraverso cui la comunicazione viene ritrasmessa in direzione opposta, dal destinatario all’emittente, compreso l’effetto che essa ha su quest’ultimo.

Un esempio: un giovane invia una bellissima poesia a una ragazza. Se il Feed Back non arriva, il giovane manca di un punto di riferimento, di una valutazione positiva o negativa dell’impatto che la sua poesia ha avuto sulla ragazza. Se invece la ragazza risponde con una lettera di compiacimento, con un’altra poesia… o con un ceffone, il ragazzo conoscerà il risultato della sua missiva. La comunicazione, quindi, non si sviluppa secondo un processo lineare, ma è un sistema circolare nel quale l’evento torna al punto di partenza. Il Feed Back è quindi un meccanismo di fondamentale importanza: permette agli interlocutori di adattare i messaggi o le risposte all’ambiente…. E cosa c’entra con il Vangelo? Il Feed Back non è un’invenzione moderna, o di Watzlawick che lo introduce nei sistemi di comunicazione interattivi. Sai chi l’ha inventato? Proprio Lui: Gesù. Ascolta il Vangelo di questa domenica:

“Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama. Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui”. Se io amo, sarò amata dal Padre e anche il Figlio mi amerà e si manifesterà (si farà vedere) a me. In pratica Gesù ci sta dicendo una cosa bellissima. Ogni nostro gesto d’amore riceve una risposta, sempre, la sua e del Padre, dunque della Trinità tutta. Una delle grandi sofferenze dell’uomo è amare senza ricevere la risposta. Se amando, non riceviamo la risposta dall’altro, ci sentiamo autorizzati a non amare più. Quante volte diciamo o pensiamo: “Io quella cosa l’ho fatta ieri, adesso falla tu”, “Ieri, ho preparato la tavola io, oggi fallo tu”. “Non mi hai neanche detto grazie”, “Mi avessi almeno ringraziato, non ti sei neanche reso conto di ciò che ho fatto!”… Che difficile l’amore gratuito! Se poi andiamo un po’ più in profondità: amare l’antipatico, quello che mi fa soffrire, quello che mi perseguita, il nemico… che è lo specifico dell’amore cristiano, è proprio difficile!

 CHE GUSTO C’E’ AD AMARE SE L’ALTRO NON RISPONDE ALL’AMORE? NOI SIAMO CREATI AD IMMAGINE DI UN DIO TRINITA’, c’è impressa in noi l’esigenza della reciprocità dell’amore, della risposta dell’amore. E’ POSSIBILE CHE L’AMORE NON RISPONDA? NO! L’amore è per sua natura reciproco. E’ nato così, è stato voluto così da Dio, è così perché è Dio stesso.

COME, ALLORA DOBBIAMO AMARE? Gesù ci risponde: “Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama. Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui”. La risposta all’amore è Dio stesso.

 E’ davvero tutto GRATIS? Veramente c’è una condizione che Gesù pone: “Se accoglierete i mie comandamenti e li osserverete”.

Abbiamo un solo modo di amare Gesù, osservare i suoi comandamenti. Non è pesante questa condizione, perché lui i Comandamenti li ha concentrati in uno solo: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi”. Sappiamo che l’amore a Dio, coincide con l’amore al fratello. Ci dice, infatti Giovanni, nella prima lettera: “Non possiamo dire di amare Dio che non vediamo, se non amiamo il fratello che vediamo”.

Allora, ogni volta che noi amiamo un fratello, amiamo Dio stesso.

 Se quel fratello, chiunque egli sia, non risponde all’amore, Gesù dice: “Non ti preoccupare di essere da lui amato, perché sei già amato dal Padre mio e da me, anzi per rassicurarti nella risposta, ti invio il mio feed back, mi manifesterò a te” E come? A Gesù non manca la fantasia, lo sappiamo, dove c’è pace, lì lui è presente, dove c’è gioia, lui c’è, dove c’è servizio, lui c’è…

Se ci amiamo tra noi = osserviamo i suoi comandamenti = amiamo Gesù = il Padre ci ama = anche Gesù ci ama = si manifesterà.

 Aldo ha incontrato Gesù Vivo. E’ un imprenditore, ma da quell’incontro la sua vita è cambiata: ha iniziato a dare meno tempo agli affari, al guadagno e un po’ di più a leggere la Parola, al servizio ai fratelli poveri. Un giorno è andato dal suo Parroco, gli ha raccontato la sua esperienza di come avesse incontrato un Gesù Vivo, presente nella Parola. Il Parroco non si è lasciato convincere in fretta, forse un po’ dubbioso sulle rapide conversioni, sembra non dargli molta importanza. Aldo ad un certo punto però ha detto: “Vorrei impegnarmi in Parrocchia”. Questo ha messo ancora più in crisi il Parroco: “Cosa può fare un imprenditore? Il Presidente del Consiglio Pastorale c’è già, l’economo pure…” “Vedremo” gli rispose. Umilmente, Aldo prende la parola e gli dice: “Veramente, io avrei già pensato cosa potrei fare, desidererei sistemare il cortile della Parrocchia, togliere le erbacce, pulire un po’, rendere l’entrata della Chiesa più accogliente”. Di tutto avrebbe pensato il povero Parroco, tranne un servizio così umile. E’ stato il segno più forte della conversione di Aldo.

Il nostro amore povero e limitato diventa l’amore stesso di Dio con cui egli ci ama. Più amo, più Gesù e il Padre mi amano, più divento capace di amare. Non è meraviglioso? Buona settimana!

Dal Vangelo secondo Giovanni

15,18-21

 

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia. Ricordatevi della parola che io vi ho detto: “Un servo non è più grande del suo padrone”. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. Ma faranno a voi tutto questo a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato».

Nel mondo “mondano”, i valori importanti sono quelli inerenti l’apparenza e il successo. Il mondo “mondano”, infatti, nel culto idolatrico dell’immagine, preferisce avere come principio di azione l’egoismo e non l’amore, il possesso e non il dono, la concorrenza e non la solidarietà, la violenza e non la mitezza, l’orgoglio e non l’umiltà, la rabbia e non la compassione. Per tutti i motivi accennati, possiamo rileggere le programmatiche parole della 1Gv 2,15-16, per i discepoli di ogni tempo: «Non amate né il mondo, né le cose del mondo! Se uno ama il mondo, l’amore del Padre non è in lui; perché tutto quello che è nel mondo, la concupiscienza della carne, la concupiscienza degli occhi e la superbia della vita, non viene dal Padre, ma dal mondo». In un mondo simile, chiaramente, Cristo e il Vangelo appaiono come alieni, creano disturbo. Perciò coloro che, nella sequela di Cristo, operano il bene, si attirano l’odio e, talvolta, anche la persecuzione. Il mondo, infatti, ama ciò che è suo e odia tutto ciò che, non essendo suo, gli mostra tutta la sua bruttezza e il suo vuoto. Dal momento che i discepoli autentici, con il loro vissuto, mostrano criteri alternativi a quelli sui quali, normalmente, il mondo si regge, sono odiati. Quanti vivono nell’amore e nella condivisione, nella verità e nella libertà del servizio reciproco, sono come la luce che sorge e che dissipa le tenebre (cfr. Is 58,8). Le tenebre, pertanto, non possono non odiarli. Quando il loro vissuto si fa difficile, i discepoli hanno una sola forza, il ricordo della parola detta loro da Gesù. A tale ricordo, si accompagna una profonda consapevolezza: essi sono stati presi dal mondo, sono stati scelti per essere santi come Dio è santo, nella sequela del Pastore. Hanno origine nel cuore del Figlio di Dio e non ricevono la loro identità dal mondo. Ad esso possono testimoniare la diversità di Dio, per camminare, con chi si lascia affascinare dalle parole di Cristo, verso la luce della vita.

Dal Vangelo del giorno

Gv 15,12-17

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:«Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici.Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi.Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri»

Il comando del Signore, la sua dottrina, la sua legge, dunque, è tutta sintetizzata in questa frase semplice, da mandare a memoria: amatevi gli uni gli altri. Semplice, sconvolgente, inquietante, difficile, faticoso, splendido comando del Signore! Non è forse l’amore, l’amare, il desiderio più profondo e fecondo che abita il cuore di ciascuno di noi? Non è forse l’assenza e la fragilità dell’amore all’origine di ogni fatica, di ogni violenza, di ogni delusione? Dio non è regola, comando, rigidezza ma armonia, sorriso, creatività, amore. Amore però da declinare, da concretizzare perché – lo sappiamo – dietro alla parola “amore” può nascondersi ogni egoismo e dietro ogni presunta libertà in nome dell’amore la piccineria di un cuore indurito che non si assume responsabilità. Perciò Gesù aggiunge “nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici”. Egli ci ha mostrato fino a che punto amare, fino a donare la propria vita, fino a rendere l’amore concretezza, scelta, dolore, amare fino a che non faccia male, diceva Madre Teresa di Calcutta. Di più: Gesù aggiunge, un poco oltre: da questo vi riconosceranno, se avrete amore gli uni per gli altri. In una comunità cristiana dev’essere l’amore a prevalere, non le mode, o le devozioni, ma sempre e solo l’amore e su questo – ahimé – dobbiamo ancora capirci e convertirci. L’amore che significa accogliere la diversità dell’altro, pazientare, operare quelle attenzioni che anche i fratelli non credenti apprezzano. La misura dell’amore è ciò che giudica le nostre comunità, che spiega la tiepidezza di tanti fratelli nei confronti della fede cristiana… Animo, allora, lasciamo fare al Signore!  (P.C.)

Dal Vangelo del giorno

Giovanni 15,9-11. 


Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.

Dalle fonti francescane.

 Dall’inizio della sua conversione fino al giorno della sua morte, il beato Francesco è sempre stato duro nei confronti del suo corpo. Eppure la sua prima e massima preoccupazione è stata il possedere e conservare sempre all’interno e all’esterno la gioia spirituale. Egli affermava che se il servo di Dio si sforza di possedere e di conservare la gioia spirituale interiore e esteriore che procede dalla purezza del cuore, non potranno fargli alcun male i demoni, costretti a riconoscere: «Poiché quel servo di Dio conserva la sua pace nella tribolazione quanto nella prosperità, non possiamo trovare nessun accesso per nuocere alla sua anima».

        Un giorno, egli rimproverò un suo compagno che aveva un’aria triste e il viso malinconico: «Perché manifestare così la tristezza e il dolore che provi a causa dei tuoi peccati? Questo tocca Dio e te. Pregalo di renderti, per la sua bontà, la gioia di essere salvato (Sal 50,14). Davanti a me e davanti agli altri, sforzati di mostrarti sempre lieto, perché non conviene che un servo di Dio si faccia vedere con il viso triste e accigliato».